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Riabilitarsi

Nuoto, sport completo. Ne siamo sicuri?

La mia clientela centinaia di volte, nel corso di 25 anni della mia attività di Tecnico, su indicazione di alcuni medici, mi ha parlato del Nuoto come sport completo e taumaturgico. Costoro pensano che le persone si tuffino nell’acqua santa di Lourdes. La mia forma mentis, essendo di tipo Galileiano – Einsteiniano, rifiuta termini assoluti come ”completo”.  Se per “completo” si intende che attiva tutto il corpo, si può affermare che moltissimi altri sport attivano tutto il corpo. Se per “completo” si intende che sviluppa ed attiva capacità condizionali e coordinative, anche altri sport  lo fanno ma nessuno sport le sviluppa ed attiva contemporaneamente.   Essenzialmente i miei Clienti, imboccati da alcuni medici,  sostengono che il nuoto abbia finalità: correttive; riabilitative; dimagranti.    Siccome il motto della Scienza è: l’unica certezza della Scienza è il dubbio, passo ad osservare quanto segue. Innanzitutto colui o colei che scopre e risolve un problema all’umanità viene automaticamente insignito del Premio Nobel. Non mi risulta che lo/la scopritore/trice degli sport acquatici abbia conseguito un Nobel. Secondo il criterio scientifico Galileiano, se il nuoto fosse correttivo, non dovrebbero esserci nuotatori di Classe Mondiale od Internazionale con patologie o paramorfismi o dimorfismi quali ipercifosi, scoliosi, scoliosi ad "esse italica", scapole alate, ecc. Questo non mi risulta. Conoscete qualcuno che ha risolto patologie quali scoliosi semplicemente facendo nuoto? Io non ne conosco neanche uno. Gli ortopedici e le varie Scuole Mondiali (Spine, Back School, ecc) che studiano la colonna vertebrale e le relative patologie e problematiche da ricondurre ad essa, avrebbero finito di studiare e smesso di applicare i loro protocolli terapeutici su pazienti affetti da paramorfismi, dismorfismi, ecc. C’è stato uno Studio fatto dall’Istituto G. Pini apparso, mi sembra, negli anni ’90 sulla rivista SPORT e MEDICINA, nel quale si dimostra scientificamente che il nuoto non è né correttivo, né strettamente riabilitativo, né dimagrante (è semplicemente uno sport e, come tale, può piacere o non piacere). Inoltre, se fosse correttivo, gli studiosi della colonna vertebrale automaticamente sarebbero degli stupidi o ingenui o ruberebbero danaro ai loro finanziatori (statali o privati); i fisioterapisti ed i chinesiologi correttivi, allora, sarebbero degli approfittatori e dei sadici applicando tecniche  e terapie specifiche su soggetti affetti da problemi vertebrali. Ultimamente anche sul giornale "La Repubblica" è uscito un articolo che si richiama a ciò che scrisse l’Istituto G. Pini. Per quanto riguarda la riabilitazione, posso osservare che il nuoto può essere di grande aiuto nelle prime fasi di recupero di un intervento ad un menisco o un legamento crociato, ecc. Successivamente, secondo me, è meglio ricorrere ad altri ausili (attrezzi isocinetici, isotonici, propriocettivi, ecc). Cercare di ipertrofizzare un arto operato e portarlo allo stesso livello del controlaterale solo con l’ausilio del nuoto è una prassi risibile. Può essere un valido aiuto a persone che hanno problemi neuro-motori. Infine utilizzare il nuoto a fini dimagranti è comico (perché non esiste uno sport con finalità strettamente dimagranti). Ragionando in termini aritmetici, supponiamo che, se un soggetto non atleta pesa 60 Kg.,consumerà circa 500 Kcal in 1 ora. Supponiamo, per assurdo, che quelle 500 Kcal. derivino tutte dai grassi (impossibile), avremo 500:9= 55,5 grammi di grassi consumati in 1 ora, ben poca cosa (basterebbero 250 gr. di mozzarella a vanificare tutto).

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Le patologie del... golfista!

Il golf è sicuramente tra gli sport più rilassanti e divertenti, ma non solo: aiuta a mantenersi in forma, si pratica all'aria aperta e porta con sé numerosi vantaggi per la salute, a patto però di imparare i movimenti corretti e di scegliere l’attrezzatura giusta. In questa disciplina sportiva “non ci si può dunque improvvisare perché se non si fà attenzione, si può incorrere facilmente in tutta una serie di problemi: dalle infiammazioni ai tendini del gomito e dell’alluce del piede, fino alle patologie dell’anca e della colonna vertebrale”. Come esiste il cosiddetto “gomito del tennista” (epicondilite o infiammazione ai tendini) legata ai movimenti intensi e ripetuti, esiste anche il “gomito del golfista”. Questa singolare patologia è molto conosciuta negli Stati Uniti, dove a praticare il golf sono 80-90 milioni di persone, ma che sta aumentando vertiginosamente anche nel nostro paese dove attualmente si contano 100.000 appassionati del "Green".  Oltre al “gomito” esiste anche un altro rischio legato a questo sport: l’”alluce del golfista”. Si tratta di un'infiammazione ai tendini della prima articolazione metatarsica, associata anche in questo caso a movimenti ripetuti e caratteristici. Nel golf il piede va in sollecitazione e quindi in rotazione, e alla lunga possono manifestarsi problemi. Ma non è il caso di creare allarmismi: i rischi sono assolutamente normali se si pensa che tra una gara e l’allenamento, la pallina viene colpita almeno 500 volte al giorno, ecco perché è molto importante fare i movimenti giusti. I rischi sono assolutamente identici, sia per gli uomini che per le donne e sia per i giovani che per gli anziani.  Anche i piccoli possono praticare questo sport, che non ha controindicazioni particolari, ma sarebbe più opportuno attendere un’età adeguata perché i bambini potrebbero risentire di problemi posturali. Tutto questo a catena, se tralasciato e non considerato dandogli la giusta attenzione, potrebbe scatenarsi a lungo andare in un dolore lombare, in una infiammazione coxo-femorale, fino ad arrivare ad un dolore del tratto cervicale. In conclusione, non sottovalutate nulla quando vi approcciate ad uno sport simile e fate tanta preparazione e propedeutica per sostenere e affinare il gesto tecnico... in questo modo, oltre che a migliorare limiteremo i problemi, facendo sì che si verifichino solo ed esclusivamente con un eventuale carico eccessivo di allenamento. CAMBIA. ADESSO PUOI.™ Vincenzo Borrelli

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Kettlebell Training: allenamento funzionale e post...

Circa 8 anni fa, ha avuto inizio il mio percorso formativo nel mondo delle scienze motorie. Sin dai primi tempi, grazie alle conoscenze acquisite nella pratica delle Arti Marziali sul funzionamento corretto del corpo, ebbi la possibilitá, forse un pó troppo precocemente, di condurre un corso di ginnastica correttiva/posturale. Questa esperienza, che porto avanti tutt'ora, mi fece entrare ancor piú nell'ottica di comprendere quanto sia importante studiare e capire la biomeccanica del corpo umano, sia in statica che in dinamica, al fine di poter inquadrare al meglio il problema ed impostare un programma di lavoro specifico per ogni tipologia di individuo. Da quel momento, la mia sete di sapere é aumentata, e mi ha spinto, dopo aver concluso la laurea triennale, a conseguire il titolo di laurea specialistica in scienza e tecniche delle attivitá motorie preventive ed adattate. Nel contempo, ho preso parte a diversi corsi di formazione piú specialistici tra cui pancafit, che mi apre ancor piú la mente verso l'importanza della postura corretta. Inizio cosí la mia carriera di personal trainer in un club "Virgin Active" a Milano. Il dovermi dedicare esclusivamente e regolarmente ad una singola persona, ha accresciuto in me la voglia e la necessità di migliorare giorno per giorno, offrendo sempre qualcosa di nuovo e stimolante. Sta tornando di moda il lavoro a corpo libero e con piccoli attrezzi, ma sempre con l’idea di eseguire esercizi funzionali che, oltre ad offrire i benefici estetici di un corpo più armonioso, forniscano anche benefici meccanici di un corpo che funziona meglio di prima. E' stato proprio questo il motivo che mi ha spinto ad avvicinarmi al "magico" mondo dei Kettlebell. Effettivamente, la prima volta che si osserva una persona maneggiare questa palla di ghisa col manico, soprattutto se l'osservatore è qualcuno non del settore fitness, viene abbastanza spontaneo pensare che ci si possa far del male, soprattutto alla schiena. Interrogativi tipo... "ma se scivola dalle mani?!", "ma é pesantissima!!", "quell'attrezzo lì fará malissimo!" sono frequenti e leciti. Qualcun'altro, incuriosito dall'attrezzo, potrebbe avvicinarsi, prendere un Kettlebell in mano e, sospettoso come se dovesse sentirne il peso, comincerebbe a farlo oscillare casualmente tra le gambe e, con un sorriso scettico, guardandosi intorno, lo poserebbe nuovamente come fosse troppo “primitivo” per lui eseguire quel tipo di esercizio. Personalmente, la prima cosa che valuto in una persona prima di intraprendere un lavoro con i Kettlebell, é la sua capacitá di eseguire un "semplice" movimento di anti/retroversione del bacino, e di saperlo applicare in un gesto piú dinamico come puó essere lo squat o una semplice flessione in avanti del busto. Se la persona sará in grado di gestirlo, si garantirà il mantenimento della fisiologica lordosi lombare durante le posture e i movimenti con i kettlebell, riducendo al minimo il rischio di infortuni muscolo-articolari. Dopo aver valutato la condizione di elasticità della catena estensoria e di mobilitá del cingolo scapolo omerale, si é pronti ad affrontare i primi lavori con questo attrezzo. L’allenamento con i Kettlebell educa all'utilizzo efficace, efficiente e funzionale del proprio corpo; mentre ti alleni, raggiungi i tuoi obiettivi primari (dimagrimento, ipertrofia, potenza, esplosivitá, aumento della mobilitá, ecc.), ma migliori anche la tua postura, in quanto l'esercizio (e un buon istruttore), impone il mantenimento di un certo atteggiamento posturale specifico, onde evitare problematiche alla schiena e potenziando quindi una postura corretta!   A proposito di schiena Durante la mia esperienza ho potuto constatare che a quasi tutti gli individui affetti da lombalgia il medico curante/specialista consiglia di rafforzare gli addominali; in realtà la soluzione non è di certo delle migliori, talvolta non c'è niente di più sbagliato di effettuare innumerevoli crunch ogni giorno! Pensate ad un soggetto con rettilineizzazione lombare (la curva lombare scompare e si raddrizza): potenziare l'addome tramite crunch non fa altro che aggravare il problema, stesso discorso per chi soffre di protrusioni o ernie discali. A volte non basta avere addominali d'acciaio se non c'é la giusta sinergia nell'attivazione dei diversi gruppi muscolari (del core come del resto del corpo), in quanto la schiena non sarà comunque ne stabilizzata ne protetta, e quindi continuerá a lavorare in maniera scorretta andando a caricare sulla componente articolare. Gli addominali partecipano ad ogni movimento, e più il corpo ha bisogno di stabilità e controllo, più tali muscoli dovranno essere sollecitati tramite movimenti globali corretti insieme a tutti gli altri del core: obliqui, trasverso, quadrato dei lombi, sacrospinali, muscoli del pavimento pelvico, diaframma. Il Kettlebell training con i suoi esercizi rappresenta un'ottima soluzione per potenziare la muscolatura periferica e del core; ogni esercizio infatti e' costruito in modo da creare sincronia nell'attivazione dei diversi muscoli. Tale allenamento, infatti, attiva il core, protegge la schiena e aumenta la stabilità delle spalle. Oggigiorno chi si allena in palestra lo fa quasi sempre in funzione di due obiettivi principali; la perdita di peso e il potenziamento muscolare. Le classiche sedute di sola corsa per cercare di perdere peso e di sollevamento pesi alla vecchia maniera sono ormai allenamenti datati; quando le persone scoprono che questi obiettivi possono essere raggiunti con un solo piccolo attrezzo, in meno tempo (piú intensitá e piú muscoli coinvolti in un singolo esercizio), e in modo divertente e non ripetitivo, si incuriosiscono, decidono di provare, e spesso se ne "innamorano"! Il Kettlebell training é costituito da una vasta gamma di esercizi, e come x ogni disciplina che si rispetti, é necessario possedere basi solide sulle quali costruire il resto. Ma attenzione! In caso di esasperazione dell'allenamento senza aver effettuato precedentemente un corretto percorso formativo, si rischia l'infortunio, di contro, se si rispettano i tempi di apprendimento e di condizionamento fisiologico, si raggiunge il risultato prefissato e uno stato psicofisico di benessere duraturo! Simone Mauri

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Ginocchio: la riabilitazione in acqua

Nuove tecniche per pazienti con patologie a carico del ginocchio   Le tecniche di riabilitazione in uso oggi hanno come principale scopo il recupero funzionale del paziente in tempi brevi, atte a ridurre il più possibile sia le complicanze post-operatorie sia a permettere un reinserimento celere in ambiente socio-lavorativo e/o sportivo. Le metodologie usate si rifanno per la maggior parte a due correnti: 1. riabilitazione con esercizi passivi ed attivi a catena cinetica chiusa; 2. riabilitazione in acqua. In questo nostro articolo, quindi, presentiamo una tecnica di riabilitazione innovativa in acqua, con l’uso di sovraccarichi periferici (tecnica Wat-Job), messa a punto dal nostro gruppo di lavoro. Tale tecnica permette il recupero totale e in tempi più brevi rispetto alle tecniche tradizionali, cosa questa di fondamentale importanza per un reinserimento nella attività senza complicanze muscolo-tendinee o recidive. Tale metodica, può essere somministrata sia a sedentari che hanno tutto l’interesse a riprendere precocemente l’attività lavorativa, che ad atleti di qualsiasi livello.   Descrizione della Tecnica Fra i compiti che possono essere considerati " istituzionali" nel lavoro del tecnico riabilitatore, spicca quello di dover continuamente ricercare metodi terapeutici di facile attuazione, agenti nel rispetto di precise regole di progressione del carico somministrato e, soprattutto, che non danneggino ulteriormente una struttura che ha già subito insulti traumatici e/o chirurgici. A questo principio metodologico, negli ultimi anni, si è aggiunto il concetto di riabilitazione/ricondizionamento, cioè la ricerca di programmi riabilitativi che prevedano, oltre le manovre classiche di terapia cinetica, anche l'introduzione, fin dalle prime fasi di lavoro, di particolari movimenti consensuali alla biomeccanica del gesto che il paziente è uso fare. Tuttavia, a volte, ciò può risultare di difficile realizzazione, come quando ci si trova di fronte ad un paziente con una patologia osteo-articolare complessa, dove il carico gravitario, specie nelle prime fasi della riabilitazione non è consentito. In questi casi, la moderna cinesiologia consiglia di ricorrere a tecniche di terapia in acqua che prevedano, oltre all'uso delle tradizionali metodologie (pinne, corpetti antigravitari, etc.), anche l'uso di tavolette Wat-Job, le quali, con l'applicazione di un carico idrodinamico quantificabile, permettono di impostare un lavoro programmato che accompagna il paziente dalla prima fase di riabilitazione fino alla fase finale di ricondizionamento senza sottoporre l'articolazione o l'arto leso ad un carico eccessivo, quale quello gravitario, ma permettendogli nel contempo di riattivare uno schema neuromotorio specifico. Dopo diversi studi, sperimentazioni in galleria del vento e varie teorizzazioni si è giunti alla conclusione che le forze fluidodinamiche dipendono dalla densità del fluido in cui sono generate, dalla velocità alla quale ci si muove elevata al quadrato (questo ha importanti conseguenze, come vedremo), da una sezione di riferimento del corpo e da un termine convenzionale che chiamiamo coefficiente di forma e che dipende, appunto, dalla forma del corpo e dal modo in cui questo incontra il fluido. La formula dice che: F=1/2p.V2.S.Cx dove: - F è la forza fluidodinamica calcolata in Newton (la potenza si ottiene considerando la velocità al cubo): - p è la densità del fluido in cui ci si muove espressa in Kg/m3, per l'aria vale 1,2 mentre per l'acqua dolce 1000; entrambi i valori sono riferiti a condizioni standard avendo visto che altrimenti sarebbero funzione della temperatura e della pressione; - V è la velocità di movimento in m/s elevata al quadrato (al cubo nel caso del computo della potenza); - S è la sezione di riferimento del corpo espressa in mq, di solito si prende quella frontale rispetto al senso del moto; - Cx è il coefficiente adimensionale di forma che convenzionalmente dipende solo dalla forma del corpo a qualunque velocità e in qualunque fluido si muova (questo non è sempre vero, ma per la maggior parte dei casi non cambia molto). Se si vuole avere la forza espressa in chilogrammi bisogna dividere il risultato ottenuto per l'accelerazione di gravità che per semplicità di calcolo prendiamo pari a 10 m/s2 (a Roma vale 9,806 m/s2, quindi la semplificazione comporta l'errore del 2%). A titolo di esempio calcoliamo la forza che occorre applicare ad un corpo semplice come una lastra piana per muoverlo in acqua a bassa velocità, ci troviamo quindi nel caso teorico ideale di una Riabilitazione in vasca. Premettiamo che fisicamente la lastra è un corpo piano, cioè avente due dimensioni, i lati, predominanti rispetto alla terza, lo spessore: una lastra quadrata, cioè con il rapporto tra i lati uguale circa ad uno, ha il coefficiente di forma pari a circa 1,2. Supponiamo infine che si muova in acqua alla velocità di 1 m/s (pari a 3,6 Km/h) e che abbia il lato di 20 cm (quindi la sezione frontale è di 0,2 x 0,2 = 0,04 mq). La forza è, come abbiamo detto:  F= 1/2 p.V2.S.Cxcioè: 1000 : 2 x (1 x 1) x 0,04 x 1,2 = 24 Newton Se la vogliamo espressa in Kg dobbiamo dividere il tutto per il valore dell'accelerazione di gravità che abbiamo preso pari a 10 m/s2, otteniamo così il valore di 2,4 Kg. Nel caso la velocità fosse stata di 2 m/s la forza sarebbe stata 1000 : 2 x (2 x 2) x 0,04 x 1,2 = 96 Newton oppure 96:10 = 9,6 Kg cioè, come si è visto, raddoppiando la velocità la forza si quadruplica. A titolo di esempio vediamo la forza che servirebbe per muovere la stessa lastra sempre a 1m/s ma in aria: 1,2 : 2 x (1 x 1) x 0,04 x 1,2 = 0,0288 Newton cioè 0,00288 Kg!!! Non si deve poi dimenticare che il galleggiamento assume valori notevoli in acqua proprio per la sua elevata densità e che spesso può essere di aiuto facendo diminuire il peso gravante su di un arto agevolandone così il moto secondo le modalità stabilite (in realtà la spinta di Archimede esiste anche nell'aria, ma, dal momento che è pari al peso del volume di fluido spostato e che, come abbiamo visto, l'acqua è molto più pesante, nell'aria è molto ridotta).   Applicazioni pratiche Veniamo adesso al caso pratico di nostro interesse, cioè quello del computo della forza necessaria a muovere un arto (ad esempio la rotazione di una gamba attorno al ginocchio) in acqua dopo che gli sia stata applicata saldamente una lastra piana per aumentarne la resistenza all'avanzamento. Allo scopo è stato messo a punto un software dedicato (ROSS; Zanolli, Faccini, Dalla Vedova, Besi, Leonardi)) con il quale si considerano, oltre a variabili fisse, anche variabili dipendenti, che permettono di calcolare sia il carico che si applica ad ogni movimento per diverse superfici di tavolette, che la progressione del carico stesso aumentando la velocità di esecuzione. Le prove sperimentali effettuate hanno confermato l’ordine di grandezza riportato nelle figure per i carichi ottenuti. Si può dunque concludere dicendo che il modello di calcolo presentato presenta sufficiente precisione per descrivere lo stato attuale della ricerca e che, pur con le varie imprecisioni presenti e con la necessità di ulteriori aggiustamenti sperimentali, è già in grado di fornire velocemente e con calcoli relativamente semplici un'idea abbastanza precisa della dinamica del fenomeno e dell'ordine di grandezza delle forze in gioco. Le tavolette utilizzate in questa metodica riabilitativa, sono di materiale plastico, la cui forma, dimensione e collocamento, variano a seconda del carico e dei distretti articolari che si vogliono impegnare. E' quindi possibile, conosciuta la superficie della tavoletta e la velocità di esecuzione del movimento (cronometrabile con buona approssimazione), definire il carico cui è sottoposta la catena cinetica muscolare interessata, oppure viceversa, stabilito il carico, indicare a quale velocità deve essere fatto il movimento. In questo modello sperimentale non è stato considerato, per ovvi motivi esemplificativi, il coefficiente di galleggiamento del corpo umano, dal momento che, nella fase riabilitatoria, si può zavorrare il paziente, allo scopo di annullare questa forza tendente verso l'alto o, come normalmente avviene, il paziente si sostiene ad apposite maniglie. Descrizione del metodo di lavoro in acqua Nella pratica riabilitatoria si utilizza una tavoletta di materiale plastico duro, di forma quadrangolare, con sottostante una centina anatomica che la adatta alla forma del distretto muscolare su cui viene collocata, assicurandola con una cinta di Velcro. Il metodo di lavoro con tavolette in acqua dovrà prevedere tale progressione metodologica: 1- Dinamometria isometrica (valutazione della forza muscolare) 2- Scelta del carico da applicare tramite software (quantità, intensità) e quindi delle caratteristiche su cui si baserà il movimento (larghezza della tavoletta, numero e velocità delle ripetizioni). 3- Effettuazione del movimento (dopo aver posto il paziente in vasca nelle condizioni ottimali). E' di fondamentale importanza che il paziente assuma durante la riabilitazione in acqua una posizione verticale, facendo in modo che si assicuri a delle maniglie poste ai lati della vasca: si è infatti in precedenza descritto come sia variabile il carico con il variare della direzione del moto imposto alla tavoletta. Per angoli diversi consigliamo di studiare la resistenza in base alla formula descritta in precedenza.   Descrizione di alcuni esercizi La descrizione completa del metodo con WAT-JOB, presuppone una classificazione del tipo di patologia da riabilitare: pertanto si descriveranno due soli esercizi, considerati, dal punto di vista didattico, i più esplicativi. 1- Patologia dell' articolazione coxo femorale: riabilitazione del movimento di flessione della coscia sul bacino. La tavoletta va posizionata in senso parallelo alla coscia, distalmente all'articolazione dell'anca, poi si procede all'esercizio. Sulla base di quanto in precedenza detto, con una tavoletta di cm. 20x20 sottoposta a movimento di semirotazione su un asse fisso ( in questo caso l' asse è quello passante per l'articolazione coxo-femorale) a circa 2 m/s il paziente deve vincere una resistenza di 3.32 Kg ogni rotazione, pertanto, dopo 10 ripetizioni, egli avrà spostato circa 33 Kg. 2- Patologia dell'articolazione femoro tibiale: "movimento tipo catena cinetica " di flessione semi completa dell'anca e di estensione del ginocchio. La figura dimostra come sia possibile far compire ad un muscolo un movimento complesso: il quadricipite femorale è flessore della coscia sul bacino ed estensore della gamba sulla coscia (estensore del ginocchio). Posizionando quindi una tavoletta come in Fig. 3 ed un altra sulla zona sovrastante la caviglia, si otterrà il risultato di un movimento a catena cinetica completo del quadricipite. E' chiaro che le tavolette utilizzate possono essere di diverse dimensioni, onde somministrare carichi differenziati. Quindi, in conclusione, le due condizioni che possono far aumentare il carico di lavoro sono: l'aumento della velocità del movimento in acqua e l'aumento delle dimensioni di superficie esposta alla resistenza della tavoletta. Allo scopo, si possono utilizzare delle appendici laterali da applicare alla tavoletta stessa. Mauro Raschini

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Se si stuzzica il sovraspinoso... problemi per il ...

Nel movimento della schiacciata e della battuta la spalla del tennista va incontro ad enormi sollecitazioni (pensate alla velocità che raggiunge la pallina di oltre 200 Km/h nel servizio di alcuni di essi!) che creano in definitiva una patologia da sovraccarico funzionale sulle strutture muscolo-tendinee ed inserzionali della cuffia dei rotatori, specialmente il tendine del muscolo sovraspinoso e il tendine del capo lungo del muscolo bicipite brachiale. È sbagliato pensare che il sovraccarico funzionale debba colpire solamente i tennisti capaci di rotazioni (topspin) apparentemente impossibili o di accelerazioni vertiginose della pallina. Il sovraccarico può essere visto come la combinazione di alte sollecitazioni (anormali) applicate in maniera ripetitiva a tessuti normali, come avviene nei soggetti allenati, ma deve essere vista anche come effetto di sollecitazioni applicate a strutture meno preparate a supportare il carico, come soggetti non allenati o per niente pronti a movimenti gestuali del tennis. Inoltre non va dimenticata la complessa struttura anatomica della spalla che deve fare fronte continuamente ad una situazione di potenziale instabilità, per cui deve continuamente autocentrarsi in situazioni di estrema difficoltà funzionale. Tra l’altro aggravate dal fatto che nella pratica del tennis il movimento è sempre trasmesso da un attrezzo, la racchetta, di tipo impulsivo, cioè è soggetto a più impulsi da parte del praticante e non funge da mezzo coadiuvante dello spostamento. Le metodiche di imaging (diagnostica per immagini) contribuiscono insieme con l’esame clinico ad arrivare ad una precisa diagnosi che più spesso è rappresentata da vari gradi di lesività dei tendini della cuffia dei rotatori che vanno incontro alla cosiddetta sindrome da conflitto superiore sottoacromiale o postero-superiore (con questo termine si intende una sindrome dolorosa descritta e ben codificata per primi da G. Walch- F. Rossi che può colpire alcuni tennisti che eseguono la battuta portando la spalla in posizione estrema di abduzione ed extrarotazione), in cui in definitiva il tendine del muscolo sovraspinoso viene compresso in maniera violenta e ripetuta nel tempo tra superfici ossee che lo logorano continuamente. A lungo andare, per di più, la sindrome da conflitto che si viene a creare può sfociare o verso una rottura del sovraspinoso o dei tendini coinvolti, oppure può virare, a seguito dell’allungamento delle strutture capsulari, verso una instabilità che può divenire anche multidirezionale, necessitando così di una terapia chirurgica con ritensionamento capsulare o ancoraggio delle strutture tendinee.   In conclusione Il tennis è un bellissimo sport fatto di condivisione, passione e divertimento, ma non sottovalutatene le conseguenze e cercate di rinforzare al massimo muscoli, tendini e articolazioni che supportano "la spalla" nei bruschi e repentini movimenti generati da questo sport. Come? Riferitevi a bravi professionisti che conoscano a fondo il rapporto tra meccanica del corpo e la vasta gestualità del tennis, oppure... contattateci, saremo lieti di soddisfare le vostre esigenze! CAMBIA. ADESSO PUOI.™ Vincenzo Borrelli

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Infortunio e recupero: aspetti psicologici e ruol...

L'evento "infortunio" deve essere inteso come possibile e a volte frequente nell'attività sportiva! Lungi da noi il senso di onnipotenza, l'idea che "a noi non accadrà"! Per quanto imprevisto, improvviso, invalidante o meno, causato da sovraccarico o distrazione nell'allenamento, l'infortunio ha sempre forti risvolti nella programmazione che stiamo seguendo e, ancor di più, nella percezione di noi stessi, del nostro corpo e della sua gestione, nel senso di efficacia personale! Gli aspetti psicologici diventano quindi i pilastri portanti per la sua interpretazione e per le attività di recupero che la persona si trova, suo malgrado, ad esercitare! E' fuori dubbio che una buona pianificazione del training, il supporto di strumenti adeguati, l'ausilio del personal trainer, possano sensibilmente ridurre la frequenza che un infortunio si verifichi e possano essere i mezzi chiave ad infortunio avvenuto ma, la considerazione del ruolo dei fattori psicologici, diventa determinante nel favorire il recupero in tempi davvero ridotti! Dobbiamo osservare che non tutte le persone reduci dallo stesso infortunio hanno gli stessi tempi di recupero: alcuni sono fortemente motivati a recuperare, altri investono molto meno! Questa differenza è determinata dall'individualità psicologica e dalla personalità di ciascuno: ansie e paure sono i primi elementi che remano contro la possibilità di recuperare al più presto e, in alcuni casi, alimentano e/o determinano veri e propri vissuti depressivi. C'è da aggiungere che lo sportivo, a differenza di chi non lo è, vive queste problematiche più intensamente perchè, nel tempo, ha imparato a costruire la sua realtà attrverso il suo corpo e, sempre attraverso il corpo, a modulare le sue esperienze. La prima percezione che ha quindi lo sportivo è quella di un corpo "meno funzionante", "rallentato", "non in grado di dare il suo massimo". La prima cosa su cui dovrebbe concentrarsi l'infortunato è allora la comprensione dei vissuti personali, quelli positivi e quelli negativi che incidono sulla possibilità di riabilitazione. Inoltre, è importante considerare quei fattori circostanti che potrebbero dare un ausilio ancora maggiore, dal personal trainer, al fisioterapista, al medico sportivo, alla famiglia e affetti personali. A questo punto, la differenza tra recupero in maggiore o minore tempo possibile, viene molto determinata dalle motivazioni individuali che ognuno fa emergere: alcuni sportivi riescono a trasferire la loro energia agonistica nella terapia, che diventa a tutti gli effetti una nuova gara o una nuova prestazione, alla stregua di quella che avrebbero impiegato  in un training di allenamento; altri sportivi, invece, vivono narcisisticamente il proprio corpo e il recupero repentino è l'unico obiettivo per vedersi e sentirsi al top (il corpo è l'unico "oggetto d'amore!") In entrambi i casi il personal trainer, o fisioterapista, ha un ruolo determinante: deve parlare, incoraggiare, spronare all'impegno e alla focalizzazione degli obiettivi da raggiungere insieme nel breve, medio e lungo termine. Tanto più l'infortunato sentirà di avere un alleato capace di comprenderlo e studiare insieme a lui le mosse, tanto crescerà la voglia di impegnarsi! A lui il personal trainer deve dedicarsi rendendolo protagonista della terapia: il lavora va spiegato e dimostrato con chiarezza e determinazione, l'utilità degli esercizi va sempre rimarcata. In questo rapporto l'infortunato deve sentirsi protagonista e il personal trainer lo aiuterà in questo, rendendolo parimenti anche colui che è in grado di valutare e apprezzare i successi che man mano andranno a verificarsi! Cristina Marchione

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Utilizzi medici della terapia del galleggiamento

Cos’è la terapia del galleggiamento? Una o più sessioni di galleggiamento, solitamente della durata di 60 minuti, in un’apposita vasca contenente solfato di magnesio alla temperatura di circa 35° centigradi. La densità della soluzione di 1.25 rende possibile il galleggiamento, solitamente rimanendo supini (eccetto per le donne incinte). La temperatura è adatta a mantenere stabile la temperatura corporea senza far intervenire alcuna azione muscolare e non è richiesta una particolare posizione. Dopo soli 15/20 minuti si raggiunge uno stato di profondo relax. Vengono rilasciate le endorfine che creano uno stato di benessere. Il sangue scorre nei capillari, i muscoli in spasmo si rilassano. Siccome non c’è nessun contatto, è possibile galleggiare per molte ore senza avere alcun impulso di variare la posizione, anche se ci si addormenta profondamente. Gli effetti del galleggiamento sono stati studiati approfonditamente nelle università dal 1975, in America in particolare, ed attualmente in Svezia. I benefici Oltre ad un rilassamento generale, grazie a studi approfonditi, è stato dimostrato che la terapia del galleggiamento riduca o allevi i dolori acuti. Questi sollievi si possono già avvertire dopo una sola sessione. La diminuzione dei dolori cronici dura per qualche ora e riduce la necessità di analgesici. Altri benefici sono: la diminuzione di edema, l’aumento del raggio di movimento delle giunture scheletriche ed un abbassamento del livello di stress. Sembra inoltre che aiuti a gestire la rabbia, riduca la stanchezza e l’insonnia, abbassi la pressione del sangue ed agevoli il controllo del peso (con l’aiuto di sedute psicoterapiche). Il galleggiamento in gravidanza Le donne in gravidanza, spesso trovano un considerevole sollievo dal dolore e dalla tensione, in particolare mentre galleggiano prone, con i gomiti sul pavimento della vasca ed il mento poggiato sulle mani. In questa posizione il feto è libero di galleggiare e la schiena e la cintura pelvica della madre sono libere dal peso. Controindicazioni In generale le malattie mentali includono depressione clinica che è controindicata perché gli effetti del galleggiamento sono imprevedibili in questi casi. Ovviamente i soggetti con ferite aperte ed affetti da incontinenza non sono i candidati ideali. Potrebbe esserci un piccolo rischio per pazienti con gravi ipertensioni perché possono avere una riduzione della pressione sanguigna e sentirsi svenire. Similmente è rischioso per i pazienti epilettici, di conseguenza è raccomandato avere una presenza qualificata durante la sessione di galleggiamento. Consiglio della ricerca Svedese 05.11.2003 Il rilassamento nella vasca di galleggiamento apporta pace e quiete, aumenta il benessere e riduce il dolore. Una nuova tesi dimostra che il rilassamento in una vasca di galleggiamento può funzionare come una forma alternativa per ridurre lo stress o per alleviare i dolori persistenti e senza effetti collaterali. In questi tempi siamo circondati da stress e problemi da burn-out. Lo stress sembra essere il miglior nemico della buona salute, del benessere e dell’autostima. Il maggiore campo internazionale di ricerca ora si sta focalizzando sulla neuro genesi, vale a dire, il generatore di nuove cellule nervose, contro la perdita di migliaia di cellule nervose al giorno. Negli ultimi anni è stata dimostrata la formazione costante di nuove cellule nervose. L’ultima scoperta sulla neuro genesi indica che lo stress blocca il formarsi di nuove cellule nervose e che un regolare esercizio di rilassamento ed un ambiente favorevole, aumentano ed ottimizzano la formazione di queste cellule. In molti studi effettuati, lo sviluppo della neuro genesi è correlato allo sviluppo della creatività e delle performance intellettuali. Stare distesi di schiena e galleggiare in una vasca piena di acqua con un alto contenuto di sale porta ad un profondo e piacevole stato di relax. Nella vasca c’è buio e silenzio, che facilita il rilassamento ed il benessere. 45 minuti dentro la vasca sono sufficienti per raggiungere ed ottenere tutto questo. I pazienti con dolori cronici al collo e che sono stati curati col rilassamento indotto dal galleggiamento, nelle successive tre settimane avvertono una diminuzione del dolore. In seguito a questa terapia, si sentono anche più felici e meno ansiosi, e la notte si addormentano più facilmente. I campioni di sangue prelevati prima e dopo la cura indicano che il numero degli ormoni dello stress  (MHPG) diminuiscono. Questi studi sono stati effettuati presso i laboratori Human Performance, dipartimento di psicologia, Karlstad University. Chiunque cerchi un ambiente favorevole a ridurre lo stress o trovare un momento di piacevole relax, troverà sollievo in questa terapia. È stato dimostrato che dopo una seduta di galleggiamento, i pazienti sviluppano una maggiore creatività: il numero di idee nuove ed originali aumenta dopo una sessione nella vasca. Si può anche provare questa terapia, anche solo per godere di qualche momento di pace e tranquillità, magari per pensare o per liberarsi dallo stress di ogni giorno. Molte persone raggiungono un piacevole stato simile al dormiveglia o di sognare ad occhi aperti. Quasi tutti coloro che provano la terapia del galleggiamento pensano che sia piacevole e gradevole, e vogliono ripetere l’esperienza. I problemi che riguardano coloro che soffrono di claustrofobia sono minimi: si possono risolvere lasciando la luce accesa o la porta della vasca socchiusa o aperta durante la seduta. La consapevolezza di potersi alzare ed andarsene in qualunque momento della sessione aiuta a creare sicurezza nel paziente. Complessivamente, questi studi accrescono la speranza che il rilassamento in una vasca di galleggiamento può diventare una cura alternativa sicura e senza effetti collaterali per ridurre lo stress ed alleviare i dolori cronici. Se la vasca di galleggiamento riduce lo stress, la conseguenza sarà il ringiovanimento delle cellule nervose, in quella parte del cervello (ippocampo), correlata alla salute ed alla capacità intellettuale. Author of dissertation:  Anette Kjellgren  Title of dissertation:  The experience of flotation–REST (Restricted environmental stimulation technique):Consciousness, subjective stress and pain  Doctoral dissertation at Göteborg University 2003 Department of Psychology, Göteborg University, Sweden. 

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Tecniche di riabilitazione in acqua

Le tecniche classiche sono state integrate con nuove tecniche passive, sia in superficie che in immersione, sviluppatesi in questi ultimi anni e di cui vi è una parziale o scarsa conoscenza e nuove sensibilizzazioni. Esse vanno da una nuova coscienza del contatto, della respirazione, all’utilizzo di nuove prese, di galleggianti evoluti, ad una diverse gestione del galleggiamento e dell’affondamento sia in superficie che in immersione (apnea). Tutto questo esaltando la libertà del corpo durante il galleggiamento: Watsu; Aquawellness.   La meccanica si basa anche sul seguire i ritmi respiratori, su momenti di “non fare” in rilassamento profondo e sul lavoro in funzione dei meridiani miofasciali seguendo i concetti di tensegrità e globalità del corpo umano. Il lavoro passivo, propedeutico per esercizi attivi e più evoluti, è importantissimo nella fase iniziale del percorso riabilitativo, non solo per l’adattamento all’acqua, ma anche perché agisce sia a livello psicosomatico che neurovegetativo favorendo la neurogenesi in virtù degli stati di profondo rilassamento che si raggiungono. L’ultima scoperta sulla neurogenesi, infatti, indica che lo stress blocca il formarsi di nuove cellule nervose e che un regolare esercizio di rilassamento ed un ambiente acquatico favorevole, aumentano ed ottimizzano la formazione di queste cellule. I campioni di sangue prelevati prima e dopo la cura indicano che il numero degli ormoni dello stress (MHPG) diminuiscono. Gli ausili: cuscino galleggiante; collare galleggiante; galleggianti in morbido neoprene con chiusura a velcro per gli arti con misure: S (per donne minute e bambini), M (per donne di media statura e ragazzi), L (per uomini adulti) e XL (per uomini adulti di grande corporatura); tubo galleggiante; tappanaso + auricolari in gomma o cera.   Prima di iniziare la sessione vera e propria bisogna valutare il galleggiamento. Se il corpo affonda eccessivamente, si applicano i moderni galleggianti in neoprene che sono di varie misure e vengono disposti, a secondo delle necessità, in vari punti degli arti (coscia a livello dell’anca o sopra il ginocchio, polpaccio, avambraccio ecc.). Essendo morbidissimi e poco spessi risultano non influenzare minimamente il soggetto rispetto ai galleggianti classici troppo duri e spessi e limitanti nei movimenti. In questa fase, liberi dai vincoli dei galleggianti classici, è anche possibile fare un’analisi posturale in acqua senza i compensi dovuti all’azione della forza gravità; si evidenziano il rollio o il beccheggio del corpo in funzione dei gruppi muscolari contratti.   Precisazioni sul respiro A riposo, rispetto alla capacità polmonare tota­le, il volume è veramente minimo (circa 10%). Se si rimane per diverso tempo (settimane) in questa fascia, la muscolatura respiratoria si indebolisce ed entrando in acqua si può avere la sensazione di soffocare; i muscoli respiratori non sono abi­tuati a contrastare la pressione dell’acqua. Da qui si evince la necessità di stimolare diversi tipi di respirazione. Il lavoro passivo in galleggiamento supino permette con queste tecniche di poter eseguire la respirazione liberi dai vincoli delle tecniche classiche e di essere regolato dall’azione consapevole del fisioterapista.   Precisazioni per la piscina L’altezza della piscina deve essere di 1,20/1,30 m e la temperatura ideale sia per il trattamento che per le complicazioni è tra i 34,5° e i 35°.   Nel trattamento in acqua calda si sfrutta la conducibilità termica dell’acqua (coefficiente di scambio termico) che è 25 volte superiore a quella dell’aria. A temperature che partono dai 34,5° fino ai 37° le reazioni fisiologiche sono simili a quelle ottenute con qualsiasi altra forma di calore, ma in immersione sono più globali. La temperatura dell’acqua deve essere superiore a quella della tempe­ratura cutanea, che è normalmente in media tra i 33,5 e i 34°.   Fattori biologici della Fibromialgia sesso: maschio/femmina – 1:9  Le donne presentano una maggiore dolorabilità, sono più sensibili agli stimoli dolorosi e il loro sistema di modulazione centrale del dolore è influenzato dalle alterazioni fasiche dei livelli ormonali. Le situazioni avverse e stressanti provocano reazioni del sistema nervoso vegetativo, dell’asse ipotalamo ipofisi surrene (determinando alterazioni cognitive e del sonno, astenia e mialgie) e reazioni di tipo psicologico; età: 30/50 anni; disturbi del sonno; è stato dimostrato che la privazione della fase IV non-REM (Rapid Eye Movement) del sonno induce l’insorgenza della sindrome fibrimialgica in soggetti sani; alterazioni del sistema nocicettivo; alterazioni del sistema di risposta allo stress del sistema neuroendocrino (asse ipotalamo-ipofisi- surrene) e del sistema nervoso vegetativo; alterazioni del tessuto muscolare; vi sono alterazioni morfologiche della fibrocellula muscolare con modificazioni strutturali aspecifiche. L’ipossia del tessuto sottocutaneo e muscolare è considerata un possibile fattore di sviluppo dei tender point. Per quanto riguarda la tipologia del dolore più che psicosomatico lo definirei prima somatico poi piscologico.   Effetti fisiologici Durante l'immersione la cute si riscalda, i vasi sanguigni superficiali si dilatano ed aumenta l'afflusso sanguigno periferico. Il sangue che scorre in questi vasi sottocutanei è riscaldato e, per conduzione, la temperatura delle strutture sottostanti, come i muscoli, aumenta, i loro vasi si dilatano con l’ab­bassamento della pressione sanguigna e la loro scorta di sangue aumenta pure. Questo fa derivare una redistribuzione di sangue ed i vasi splancnici (viscerali) si contraggono per sostenere l'aumentato volume di sangue alla periferia. Il metabolismo della cute e dei muscoli aumenta parallelamente all’aumento del ritmo metabolico generale. L’acqua non stringe ma abbraccia con delicatezza ha come una comprensione del dolore, un rispetto.   Effetti terapeutici sollievo del dolo­re e dello spasmo muscolare; rilassamento; migliore respirazione; mantenimento o miglio­ramento della mobilità articolare; rieducazione muscolare e trofismo; miglioramento della deambulazione; miglioramento della circolazione e dello stato della cute; miglioramento dello stato psicologico; miglioramento delle fasi del sonno; effetto linfodrenante importante.   Fasi del trattamento: fase di warm up (ambientamento e riscaldamento); idromassoterapia (5 minuti); esercizi passivi e attivi; idromassoterapia (15 minuti); fase di warm down.   Sia il trattamento in acqua che l’idromassaggio può essere utilizzato con l’aggiunta di ozono con ottimi risultati migliorandone l’efficacia. Gli effetti dell’ozono sono: azione antinfiammatoria, azione antalgica, anti virale, anti batterica, agisce a livello del microcircolo ed è coagulante e riepitelizzante. Meccanismo d’azione dell’ozono: migliora la deformabilità del globulo rosso che può passare facilmente nei capillari più piccoli e liberare più ossigeno; accelera l’utilizzo degli zuccheri, facilita il metabolismo delle proteine, trasforma i grassi insaturi (colesterolemia) in composti idrosolubili.   Massaggio rilassant In galleggiamento supino con il capo sul cuscino o collare ed il tubo sotto il cavo popliteo.   Massaggi terapeutici È anche possibile sfruttare tecniche di massaggio terapeutico adatte al trattamento in acqua.   Induzione miofasciale È una tecnica di valutazione e trattamento tridimensionale per potere eliminare le restrizioni del sistema miofasciale che porta con sé automaticamente reazioni riferite in diverse parti del corpo. Queste reazioni possono essere varie: dai cambiamenti di temperatura e sensibilità, all'assopimento, debolezza o dolore, fino all'incapacità di realizzazione delle attività essenziali e, quel che è peggio, a causa dell’instabilità e del trauma accumulato, lo stabilirsi da parte della memoria propiocettiva di "modelli" del dolore nel sistema nervoso centrale.   Cicatrice - la memoria. Una cicatrice lascia un’impronta fisica ed emozionale. Dal punto di vista fisico, le aderenze più o meno profonde comportano limitazioni dei movimenti tessutali, viscerali e articolari. Dal punto di vista emozionale, la cicatrice mantiene la memoria dell’evento traumatico. La cicatrice non trattata porta ad un disequilibrio che può diventare patologico nel futuro. Porre l’attenzione sulla cicatrice è fondamentale poiché può anche bloccare la meccanica cranio-sacrale. Possiamo curare un dolore articolare, un disturbo viscerale, un blocco emozionale o altri sintomi senza arrivare ad una risoluzione se la causa è una cicatrice, anche se molto vecchia. La pelle ha la stessa origine embrionaria del sistema nervoso centrale, dell’ipofisi, della ghiandola mammaria e delle surrenali. Quando la pelle è toccata, tutta la “famiglia” embrionaria è toccata: sistema nervoso centrale; ipofisi: cambiamenti ormonali (specie l’ossitocina, l’ormone dell’amore e della relazione); ghiandola mammaria (allattamento); ghiandole surrenali (adrenalina e cortisolo). L'armonizzazione delle cicatrici non è un viaggio indietro ma una liberazione per camminare verso i futuro.   Pompages Sappiamo che il meccanismo che sta alla base della patologia del tessuto connettivo, la sua malattia, è collegato alla secrezione e produzione del collagene e alla sua disposizione spaziale. La produzione del collagene è dovuta principalmente alla tensione a cui il tessuto connettivo è sottoposto: se la tensione è continua e prolungata, le molecole di collagene si dispongono in serie e assieme ai fasci del connettivo si allungano, mentre se la tensione è breve e ripetuta, le molecole di collagene si dispongono in parallelo facendo sì che il tessuto connettivo si modifichi diventando più compatto e resistente, ma perdendo progressivamente elasticità e funzione (patologia del connettivo). Le manovre dei Pompages  agiscono sia sulla componente muscolare che su quella articolare. Il pompaggio è eseguito in maniera lenta così da avere un effetto sedativo senza riflessi. Si tratta in sostanza di trazioni assistite molto graduali e progressive che decoaptano le articolazioni e allungano i tessuti. Si esegue in 3 tempi: progressiva messa in tensione del segmento corporeo; mantenimento della tensione; rilascio graduale che deve durare quanto la messa in tensione.   Massaggio connettivale Vengono esercitati stimoli di trazione tangenziale alla cute, al tessuto sottocutaneo e alle fasce e vengono curate attraverso un arco riflesso cutaneo-viscerale reazioni degli organi interni, dell’apparato locomotore e della pelle.   Aree del tessuto connettivo Le aree del tessuto connettivo hanno una localizzazione sovrapponibile e si distinguono per la profondità: epidermide (cute) e derma sottostante (corion) - (piano mobile superficiale); tessuto sottocutaneo e fasce - (piano mobile profondo).   Il significato terapeutico del massaggio connettivale sta nella possibilità di influire sui meccanismi di regolazione neurovegetativa. L’azione esercitata attraverso l’arco riflesso cutaneo-viscerale e cuti-cutaneo porta alla normalizzazione del tono e al rilassamento del connettivo, degli organi interni, della muscolatura, di nervi e vasi. La manipolazione comporta localmente una diminuzione del tono dei vasi sanguigni periferici con un aumento della perfusione.   Massaggio viscerale Si utilizza in questo caso nelle problematiche della colonna vertebrale, del diaframma, dei muscoli quali l’ileopsoas e problematiche riflesse tipo sciatalgia. Mauro Raschini

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Riabilitazione in acqua

La riabilitazione in acqua è una metodologia in evoluzione non propriamente conosciuta ma di grande efficacia nelle malattie reumatologiche e non solo. In questo capitolo sarà presentata una tipologia di lavoro passivo in acqua calda a 34°/35°. È il terapista che lavora sul corpo del paziente che galleggia supino in rilassamento profondo. Il lavoro passivo, propedeutico per esercizi attivi e più evoluti, è importantissimo nella fase iniziale del percorso riabilitativo. Il dolore, le fibrosità, le aderenze, il ritmo respiratorio alterato e gli scompensi posturali possono essere trattati, in questo ambiente e con questo approccio, in modo diverso rispetto al lavoro a secco. Essa permette di agire sulla globalità del paziente intervenendo anche in modo importante sul sistema neurovegetativo e la sfera psicosomatica favorendo anche la neurogenesi in virtù degli stati di profondo rilassamento che si raggiungono. Infatti, lo stress blocca il formarsi di nuove cellule nervose e un regolare esercizio di rilassamento ed un ambiente acquatico favorevole, aumentano ed ottimizzano la formazione di queste cellule. Dopo la cura il numero degli ormoni dello stress diminuiscono. Durante l'immersione mentre la cute si riscalda i vasi sanguigni superficiali si dilatano e aumenta l'afflusso sanguigno periferico; il metabolismo della cute e dei muscoli aumenta parallelamente all’aumento del ritmo metabolico generale. È certamente necessaria una buona capacità di adattamento del paziente a questo ambiente e una attenta osservazione dei tempi d’immersione.   Obiettivi Gli obiettivi sono gli stessi del lavoro a secco ampliati dalle caratteristiche peculiari di questo ambiente: sollievo dal dolo­re; rilassamento; migliore respirazione; miglioramento dell’elasticità tissutale; mantenimento o miglio­ramento della mobilità articolare; miglioramento della circolazione e dello stato della cute; riallineamento posturale; miglioramento dello stato psicologico. Approccio metodologico Ausili: cuscino galleggiante; galleggianti di varie misure in morbido neoprene con chiusura a velcro per gli arti; tubo galleggiante. Prima di iniziare la sessione vera e propria bisogna valutare il galleggiamento. Se il corpo affonda eccessivamente, si applicano i moderni galleggianti in neoprene che sono di varie misure e vengono disposti, a secondo delle necessità, in vari punti degli arti (coscia a livello dell’anca o sopra il ginocchio, polpaccio, avambraccio ecc.). Essendo morbidissimi e poco spessi risultano non influenzare minimamente il soggetto rispetto ai galleggianti classici troppo duri, spessi o limitanti nei movimenti. Il trattamento avviene in assenza di comunicazione verbale. In questa fase, liberi dai vincoli dei galleggianti classici, è anche possibile fare un’analisi posturale in acqua senza i compensi dovuti all’azione della forza gravità. Questo ci permette di individuare con maggior precisione le disfunzioni e di agire su di esse. In galleggiamento supino, si ascolta il respiro lasciando affondare leggermente il bacino in un armonioso e sottile sali scendi. La spina dorsale può finalmente ondeggiare libera senza blocchi. Si vuole affermare che il corpo deve essere lasciato il più libero possibile da vincoli di qualsiasi genere eccetto che dall’azione consapevole del terapista. Raggiunto il rilassamento si possono iniziare le tecniche. Esse vanno da tecniche posturali a tecniche d’induzione miofasciale, pompages, di massaggio rilassante, connettivale e viscerale. Vi è una nuova coscienza del contatto e della respirazione, l’utilizzo di nuove prese e una diversa gestione del galleggiamento.   Indicazioni utili alla persona È assolutamente necessario consultare il proprio medico di riferimento prima di iniziare questo tipo di trattamento per evitare complicanze.   Conclusioni In conclusione si vuole affermare che la vera riabilitazione in acqua calda è una riabilitazione di qualità spesso poco conosciuta e praticata nella sua vera essenza. È una tecnica in continua evoluzione con potenzialità ancora non espresse. Richiede una specifica e qualificata preparazione non solo sulle tecniche da applicare e sulle specifiche patologie ma anche su ciò che riguarda gli impianti, l’igiene, la sicurezza e l’aspetto psicosomatico. Spesso le condizioni di lavoro sono inadatte sia sotto l’aspetto strutturale sia igienico. Questo è dovuto sia alla mancanza di impianti idonei che alla incompetenza nella costruzione degli stessi; quindi, spesso, ci si adatta a quelli esistenti. È una riabilitazione costosa per tutto ciò che comporta a livello di struttura, di consumi energetici e di gestione del personale. Nonostante questo, i riscontri ci permettono di dire che i risultati vanno a compensare tutto ciò. Mauro Raschini 

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Agli appassionati della bicicletta... attenti alla...

Il ciclismo offre tanti piaceri, vantaggi e opportunità che lo rendono per alcuni una professione, per altri un diversivo, per altri ancora un’occasione di ritrovo. Potrebbe quindi essere difficile prendere atto di una realtà che, comunque, non ne sminuisce né tantomeno compromette tutti i benefici: malgrado i suoi lati positivi infatti, l’utilizzo intensivo della bicicletta può anche provocare MAL DI SCHIENA. La causa sembrerebbe essere l’insieme delle sollecitazioni che si ripercuotono sulla colonna vertebrale e il rimanere per lunghi periodi in una posizione obbligata. Quanto più il ciclista mantiene una posizione rigida, quindi, con le mani abbassate sul manubrio e con braccia e spalle in tensione, tanto più i microtraumi ripetuti e trascurati possono causare nel tempo contratture muscolo-tendinee, sofferenza di fasce muscolari e legamenti... quindi dolore. Pertanto, la corretta posizione sulla bici è un presupposto fondamentale per i più esperti, ma anche per i principianti. Deve soddisfare due requisiti soggettivi: il comfort, in relazione alla necessità di mantenere a lungo la stessa posizione; una giusta biomeccanica dalla quale dipende l’efficienza della pedalata e del profilo aerodinamico. In definitiva... quali sono i criteri per una terapia risolutrice e preventiva al mal di schiena? Tralasciando tutte le soluzioni di Fans, Antinfiammatori e miorilassanti che sono di competenza medica e non nostra, potremmo consigliarvi tali suggerimenti: astensione da attività che comportano un sovraccarico della colonna e, se necessario, riposo temporaneo; ri-educazione e ginnastica specifica per rafforzare la muscolatura paravertebrale, gli addominali e i glutei; modificazione, ove necessario, delle abitudini e dello stile di vita (norme posturali, controllo del peso, regolarità dell’attività sportiva). L’altra strategia di prevenzione consiste in un corretto programma di allenamento: il ciclista, soprattutto con l’avanzare degli anni, dovrebbe dedicare da un quarto d’ora a mezz’ora quasi tutti i giorni all’esecuzione di specifici esercizi di mobilizzazione e rafforzamento muscolare. CAMBIA. ADESSO PUOI.™ Vincenzo Borrelli

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Colpo di frusta in auto… 5 anni e "bussa&qu...

Oggi vi portiamo a conoscenza di un’altro nostro caso quotidiano, dove tanti di voi si rispecchieranno. Il signor L. di 53 anni, si presenta presso il nostro centro lamentando una tensione cervicale, su consiglio medico che aveva già appurato l’inesistenza di patologie meccaniche e articolari. Dopo averlo ascoltato, veniamo a conoscenza che lavora in un ufficio, è a sedere per diverse ore al giorno e ha subito un tamponamento 5 anni fà. Tutto questo gli crea STRESS e TENSIONI lungo l’arto superiore destro. Ecco la causa che ha scatenato tutto ciò... IL COLPO DI FRUSTA!   1) Che cos’è? Il colpo di frusta è un trauma che consiste nel brusco piegamento (in avanti o laterale) del capo, seguito da un movimento molto rapido nella direzione opposta. Oggi è definito come distorsione cervicale. Molti pensano che il problema del colpo di frusta, sia solo l’infiammazione del tratto cervicale. In realtà tale trauma può portare a: discopatie, ernie discali, lesioni legamentose, contratture muscolari e blocchi articolari.   2) Perché l'allievo dopo aver eseguito solo le cure strumentali (Tens, Ultrasuoni, ecc.) avverte ancora un dolore che diventa cronico? Spesso il disturbo del paziente è di tipo meccanico, cioè (si apprende dai testi medici) una vertebra si è ruotata o spo stata rispetto alle altre di una distanza piccolissima, ma non abbastanza da essere notata in una radiografia. E’ opinione comune che il colpo di frusta sia solo l’infiammazione del tratto cervicale, ma tanti soggetti hanno dolore Dorsale, Lombare e Mandibolare, inoltre ci sono alcuni casi in cui il fastidio è avvertito anche al Polso o al Gomito.   3) Quali sono i sintomi? La cosa più importante da sapere è che il colpo di frusta non da dolore immediato, ma spesso si inizia ad avvertire fastidio dal giorno dopo. I sintomi variano in base all’età, la costituzione fisica del soggetto, la violenza del trauma. La sintomatologia, generalmente, comprende: dolore e limitazione del movimento del cervicale, fitte lungo il braccio, cefalea, vertigini, nausea, vomito, sensazioni di stordimento o confusione, visione offuscata, raramente si verifica difficoltà nella deglutizione, formicolio nell’area compresa tra il collo e la mano e dolore alla mandibola. Di solito, la maggioranza di questi sintomi sparisce nel giro di alcuni giorni spontaneamente. Il colpo di frusta non colpisce solo il Collo, ma anche la parte inferiore della schiena, infatti il primo trauma avviene a livello della colonna vertebrale Lombare. Spesso si presentano da noi persone col mal di schiena nella zona lombare, dato da colpo di frusta come in questo caso che oggi vi abbiamo presentato. In conclusione, non sottovalutate questo trauma e cercate di prevenire prima di dover "curare" tutte le conseguenze. Le reazioni a catena scatenate dal "colpo di frusta" potrebbero essere dietro l'angolo... CAMBIA. ADESSO PUOI.™ Vincenzo Borrelli

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Alterazioni posturali e dismetrie torsionali. In s...

La dismetria torsionale è costituita da un movimento del corpo dovuto ad una rotazione essenziale del bacino con movimento antitetico dell’asse bi- omerale e con opposizione del cranio in asse opposto. Tali serie di rotazioni indicano tensioni muscolari che in una turbe della rotazione iniziale, cioè del bacino, divengono asimmetriche nei due emimeri. Questa catena di rotazioni sovrapposte ed in opposizione l’una con l’altra, può prendere il via dall’inizio dell’appoggio dei piedi allorquando il bambino incomincia la deambulazione. Si nota, nel piccolo soggetto, lo scatenarsi di contratture muscolari che prendono l’avvio dalle dita dei piedi e misurabili con il segno clinico, sempre presente , consistente nella diminuzione della escursione pronatoria dell’avampiede. Questo è almeno quanto risulta dalle osservazioni fatte e che richiederebbe una ricerca più approfondita di quella a disposizione. Abbiamo parlato di diminuzione della pronazione dell’avampiede e notiamo che, nella normalità, la pronazione è di 15° e la supinazione di 25°, per una escursione totale di 40°. Questi dati sono, generalmente, perduranti nel corso della vita ed inoltre le possibili variazioni di tali misure comportano il formarsi di compensi rotatori delle articolazioni più craniali nonché a variazioni degli assi tibiali e femorali. Per esempio, vediamo dapprima, per chiarezza, cosa succederebbe in una alterazione del genere che compaia bilateralmente. La catena delle contratture continuerebbe, dal punto a cui siamo giunti, sino ai piani superiori, interessando prima il bacino, trazionandolo in anteposizione per la contrattura degli ileo-psoas e del muscolo sartorio bilateralmente nonché dei tensori della fascia lata e dei muscoli ischio crurali. A favorire tale anteposizione del bacino e continuando la catena delle contratture, si avrebbe la tensione dei muscoli paralombari che, con la loro azione di contenimento di una caduta in avanti, costringono la colonna in iper- lordosi. Continuando a seguire i compensi successivi si assisterebbe al formarsi di una iper-cifosi dorsale  e, contemporaneamente, di una azione di accorciamento degli addominali, unitamente, a sua volta, ad una contrazione della cassa toracica  dovuta all’iper- cifosi    con il risultato di una minor escursione diaframmatica e conseguente ipoventilazione. Salendo ancora si avrebbe un accorciamento dei pettorali, una anteposizione delle articolazioni scapolo omerali, con formazione posteriormente di scapole alate e tensione anomala dei deltoidi. A livello cervicale, secondo una logica, si dovrebbe pensare di trovare, a mo’ di compenso, una iper- lordosi cervicale, invece, data la contrattura dei muscoli paracervicali che mantengono l’occipite in basculamento anteriore e in opposizione a tale contrattura, si ha la tensione dei muscoli sterno cleido mastoidei i quali, cercando di contenere la contrattura predetta, provocano, come risultato, un arretramento della mandibola. Nel contempo si avranno delle contratture dei muscoli mimici della faccia con alterazione delle pieghe genio- labiali che verranno a divergere dalle labbra. Si dà il fatto, che il piano dell’osso occipitale sia parallelo dell’osso sacrale e che questo parallelismo venga conservato durante tutti gli spostamenti. Abbiamo sin qui parlato di alterazioni posturali contemporanee in entrambi gli emimeri del corpo. Ora tali alterazioni bilaterali, del tutto rarissime e quasi mai riscontrabili, sono state ipotizzate per mera necessità esplicativa, come già detto, escludendo tutte le alterazioni rotatorie che vengono a stabilirsi monolateralmente, come avviene in realtà. Quando, monolateralmente, vi sono alterazioni della pronazione dell’avampiede, viene a svilupparsi la dismetria torsionale rilevabile sul piano bisiliaco e sulla occlusione dentaria. La cosa, estremamente interessante, è che lo stesso valore del deficit della escursione pronatoria dell’avampiede nei confronti del controlaterale, corrisponde al grado di inclinazione del bacino, come dismetria torsionale, per cui la linea  bisiliaca non è orizzontale , ma inclinata ad essa ed il termine di torsionalità è riferito al fatto che per tale inclinazione le creste iliache divengono asimmetriche e di conseguenza le spine iliache anteriori- superiori vengono ad avere livelli diversi. Radiograficamente la controprova è la differenza morfologica dei forami otturatori nella loro proiezione sul piano della lastra radiografica. Da questa partenza si sviluppa la catena reattiva per la conservazione  dell’equilibrio sia statico che dinamico: per i compensi vengono attivati il peroneo lungo, per cercare di annullare il deficit pronatorio dell’avampiede, torcendo la tibio- tarsica che, a sua volta, verrà a trascinare la tibia in rotazione  interna e inducendo una recurvatura  del ginocchio con iperpressione rotulea (nel giovane scatenante frequentemente una patologia dell’inserzione del tendine rotuleo). Questa situazione viene contenuta dalla contrazione del sartorio che ha un effetto derotante, però la contrattura di tale muscolo favorisce la trazione in avanti ed in basso dell’emibacino omolateralmente. Tali spostamenti inducono una orizzontalizzazione della piastra sacrale il cui margine superiore si muove in senso antero inferiore. Da un punto di vista osteo- articolare, l’inclinazione del bacino da un lato provoca lo scivolamento della lamina quadrilatera del cotile opposto, verso la fovea capitis femorale, con conseguente scompaginamento, dei carichi e quindi maggior usura delle superfici articolari Mutando in tal modo la planarità del piano di appoggio del passaggio sacro lombare, viene provocata la formazione di una curva lombare a convessità omolaterale al lato dismetrico e quindi, sul piano frontale, si avrà anche una apertura altrettanto omolaterale degli emispazi vertebrali e conseguentemente schiacciamento discale opposto nonché compressione delle faccette e relativi peduncoli. Al limite può ritenersi possibile il restringimento del neurodoco con conseguente patologia radicolare o addirittura la spondilolisi . Tale catena di apertura degli spazi intervertebrali può compensare una inclinazione di bacino di ben 3 mm. Per ogni disco intervertebrale. Si intende tale dato nella media delle osservazioni escludendo dovute eccezioni. Viene così a crearsi una scoliosi a convessità omolaterale alla parte del bacino più bassa, lato al quale, va bene ripeterlo, va riferita la dizione di dismetria torsionale. Inoltre sia per fenomeni di scivolamento, sia seguendo la legge della Fisica, circa la flessione dei tubi semi- rigidi, la colonna stessa  subisce nel contempo una torsione che formerà così l’evidente gibbo paravertebrale posto nel lato della convessità. Per quanto riguarda la porzione toracica della colonna vertebrale e le spalle, queste vengono a porsi in opposizione alla torsione del bacino per mantenere il baricentro, per cui, per esempio, nella dismetria torsionale sinistra, quella cioè con la spina iliaca anteriore – superiore più bassa, si avrà un abbassamento ed anteposizione della spalla destra. Per ottenere questa anteposizione si attivano i pettorali omolaterali e, all’unisono, il deltoide destro. Infatti in tutti i soggetti visti, la distanza, dal profilo del margine della spalla al margine del collo, è più breve a dx che a sin. Da un punto di vista vertebrale si noterà una curva dx convessa che compensa la sottostante lombare per una questione gravitaria. E’ però sottinteso che tale curva con relativo gibbo, ben più visibile perché coinvolgente le coste, è altresì sostenuta da opportune contratture muscolari. Per trattenere la caduta in rotazione dell’emitorace dx si attivano i paravertebrali omolaterali la cui catena superiore va ad inserirsi assieme ai paracervicali diffusamente sui margini occipitali. Questa caduta è l’artefice della estensione della colonna cervicale e del basculamento dell’occipite in avanti e contemporanea rotazione a destra. Tale proiezione in avanti del massiccio occipito – mascellare, fa sì che la mandibola rimanga relativamente arretrata (generalmente ci consta che lo spostamento sia pari ad un decimo dell’abbassamento dell’emibacino), e trazionata verso sinistra . In tale modo vengono compromesse sia l’articolazione temporo – mandibolare nonché l’occlusione dentaria, provocando in essa un mancato contatto dei molari di sinistra e precontatto dei molari di destra, causa questo della loro precoce usura. Questo lato destro, per giunta, è preferenziale nella masticazione- Il contatto predetto, inoltre, innesca una maggior contrattura dei muscoli mimici e masticatori di destra, con il risultato di un abbassamento della piega genio-labiale di tale lato. Una accurata osservazione giunge persino ad altra ulteriore conclusione e cioè che l’assetto dl viso che, in effetti volge a destra, porta, di necessità, a far convergere, per una visione frontale, l’occhio destro. Nel giovane tale assetto oculare, di necessità, comporta una maggior stanchezza dell’apparato visivo destro, provocandone divergenza.

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Esercizi da palestra: la Leg Extension

Dal punto di vista biomeccanico, ciò che avviene quando effettuiamo una ripetizione alla Leg Extension è l’estensione dell’articolazione del ginocchio. È un esercizio a catena cinetica aperta che coinvolge solamente un’articolazione, quella femoro-rotulea per l’appunto. Per comprendere con chiarezza ciò che accade quando utilizziamo questa macchina è utile un piccolo ripasso anatomico del ginocchio in alcuni suoi aspetti.   Quest’articolazione è composta dai condili femorali (superiormente) e dal piatto tibiale (inferiormente). I primi poggiano perfettamente sulla tibia grazie a due cuscinetti, i menischi, che hanno il compito di creare una base di appoggio anatomicamente compatibile e di permettere lo scorrimento dei due capi ossei nella flessione ed estensione del ginocchio. Sono poi presenti due legamenti crociati che legano la tibia con i condili femorali, uno anteriore (LCA) e uno posteriore (LCP). In questo caso è utile soffermarci sull’LCA, quello cioè che ha la funzione di limitare lo scivolamento anteriore della tibia quando questa viene trazionata in avanti. Invece, i muscoli su cui ci dobbiamo soffermare in questa trattazione sono: il quadricipite femorale, muscolo anteriore della coscia che con il suo tendine si inserziona sulla parte antero-superiore della tibia (tuberosità tibiale) dopo essere passato sulla patella (rotula) e che permette l’estensione del ginocchio; i femorali o Hamstrings e cioè i muscoli posteriori della coscia (tra cui semimembranoso e semitendinoso) che si inseriscono sulla parte postero-superiore della tibia (tuberosità tibiale mediale) e che permettono la flessione del ginocchio oltre ad avere l’importante compito di trazionare la tibia posteriormente durante la flessione di ginocchio o l’estensione del tronco (essendo bi-articolari). Biomeccanica della leg extension Ma arriviamo finalmente alla biomeccanica della leg extension: durante l’estensione del ginocchio la tibia scivola in avanti a causa delle cosiddette forze di taglio create dal quadricipite femorale e questo movimento viene limitato solamente dall’LCA poiché, essendo seduti, risulta pari a zero il lavoro dei femorali posteriori. Ecco che allora il legamento in questione si trova costretto a sostituire in toto il lavoro che in condizioni normali, come per esempio durante la camminata o l’esecuzione dello squat (non al multypower!), verrebbe svolto dai femorali. Detto tutto ciò, abbiamo scoperto finalmente perché all’interno delle palestre gira quella famosa affermazione “la leg extension fa male, lo squat no”. Ma sarà proprio così?? Il nostro corpo è nato per poter sopportare tutte queste forze esterne e interne al nostro organismo, quindi non dobbiamo allarmarci o organizzare con gli amici una retata in palestra per distruggere tutte le leg extension presenti. Va infatti annotato che questa macchina può dimostrarsi più che utile in fase di recupero funzionale dell’articolazione del ginocchio utilizzando carichi leggeri e per enfatizzare il lavoro del fascio esterno o interno del quadricipite in caso di problemi alla rotula o lassità legamentosa; inoltre va sempre valutato il soggetto in questione se è o non è in grado di eseguire esercizi più complessi o gravosi come lo squat o la leg press, come può accadere per persone anziane o sedentari.

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Asma ed esercizio fisico, ecco come allenarsi

Cos'è l'Asma bronchiale L'Asma può essere definita come una malattia caratterizzata da ostruzione ed infiammazione delle vie aeree inferiori (bronchi) completamente o in parte reversibile, spontaneamente o terapauticamente; si manifesta nei casi più gravi con episodi di dispnea (difficoltà del respiro) con espirazione prolungata e sibilante, nei casi più lievi con tosse insistente e modesta difficoltà respiratoria. Si distinguono varie forme di Asma in base all'eziologia: Estrinseca: dovuta all'esposizione a fattori ambientali esterni detti "allergeni" quali Pollini di numerose piante a fusto alto, Acari della polvere, Micofiti, peli di animali domestici, allergeni di origine alimentare derivanti dal pomodoro,noccioline,proteine del latte, ecc... Intrinseca: non allergica, è di origine genetica avente forte caratteristiche di familiarità, (nel caso di genitori entrambi affetti si osserva fino nell'80%dei casi nei figli); Professionale:  riconducibile alla esposizione ai fattori estrinseci sopra esposti ma in ambito lavorativo (agenti fisici, chimici e biologici). L'esercizio fisico Non vi sono particolari controindicazioni all'esercizio fisico in presenza di Asma, se siete affetti da questa "malattia" sarà opportuno, prima di intraprendere un protocollo di allenamento (in qualsiasi attività sportiva e di qualsiasi intensità), effettuare una visita medica specialistica per ricevere l'idoneità fisica alla pratica sportiva, il certificato dovrete consegnarlo in palestra o direttamente al vostro trainer che se competente in materia vi stilerà un programma ad hoc. L'igiene dell'ambiente dove vi allenerete è importantissimo, valutate la struttura da questo punto di vista perchè la presenza di polveri in eccesso ed altri allergeni potrebbero essere causa di episodi asmogeni, la temperatura e l'umidità dell'ambiente devono essere ottimali e cioè rispettivamente non superiore ai 22°C e non superiore al 50%, in tutti i casi evitate di esporvi ad ambienti troppo freddi o caldi. Infine portate sempre con voi un inalatore per i casi d'emergenza ed evitate di eseguire esercizi distesi sul pavimento per la notevole presenza di polveri al suolo.                                                                                          Il Programma in palestra Fermo restando che per stilare un programma di allenamento bisogna valutare numerosi parametri caso per caso di seguito vi propongo una scheda adatta ad un soggetto di livello intermedio (cioè con almeno 6-7 mesi di pratica in palestra), scheda tranquillamente eseguibile da un "neofita" semplicemente eliminando qualche esercizio di condizionamento muscolare ed aumentando un pò i tempi di recupero... passiamo all'azione! Riscaldamento Camminata su tapìs o Bike 10' al 55% della FCmax; Voltabraccia con elastico x mobilità scapolo-omerale 3 x 15 con 30'' di rec tra le serie. Cardiotraining Run su tapìs 15' al 60-65% della FCmax; Armoergometro 6' al 70% della FCmax; Esercizi di ginnastica respiratoria x 5'; Condizionamento muscolare Squat a corpo libero senza sovraccarichi 3 x 15 con 90'' di rec. Chest press verticale 3 x 12  65% dell' 1RMcon 90'' di rec. Lat machine avanti presa larga e prona 3 x 12 65% dell' 1 RM 90'' di rec. Alzate laterali in piedi 3 x 12 65% dell'1RM 90'' di rec. Crunch su panca (meglio se inclinata)  4 x 15 60'' di rec. Defaticamento Stretching globale attivo tipo Souchard non al pavimento x 5'-10' Conclusioni In base a quanto detto un soggetto asmatico può tranquillamente praticare attività fisica godendone dei tanti benefici semplicemente prendendo le giuste precauzioni, rispettando il proprio corpo ed affidandosi ad un trainer competente e qualificato... il programma sopraesposto non costituisce un dogma da seguire ma semplicemente uno spunto per farvi iniziare gli allenamenti in palestra in sicurezza e tranquillità.. in base agli obbiettivi da raggiungere ed ai gusti personali si potranno effettuare le dovute modifiche nel rispetto del principio fondamentale dell'allenamento e cioè  "Salute e Sicurezza" . Buon allenamento e Sportivi Saluti

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Ti senti perennemente rigido e contratto? Scopri i...

Basta con antinfiammatori e antidolorifici, placano "la situazione", ma non la risolvono all'origine! Il metodo PANCAFIT ® può essere un grande alleato contro tanti disturbi e patologie. Ovviamente non è un attrezzo miracoloso, la differenza sta nelle conoscenze del professionista e nel suo utilizzo. In realta è pura semplicità… ad un tecnico del settore potremmo riassumere questo metodo in una squadra di mezieres con sblocco del diaframma, ma Pancafit ha reso tutto ciò molto piú versatile, in grado di adattarsi ad ogni persona e ad ogni limitazione del nostro corpo. Questo è considerato l’unico attrezzo, brevettato in tutto il mondo, capace di riequilibrare la postura con semplicità ed in tempi brevissimi, agendo sulla globalità delle catene. E’ in grado di ridare libertà e benessere a tutto il corpo attraverso l’ALLUNGAMENTO MUSCOLARE GLOBALE DECOMPENSATO. Non si tratta di un semplice stretching analitico o classico. È un allungamento muscolare fatto in postura corretta e senza permettere “compensi”, cioè quei meccanismi antalgici che il corpo mette in atto per sfuggire alle tensioni, ai dolori o ai semplici disagi che reputa non graditi, o contro la sua normale sopravvivenza. Inoltre tale allungamento utilizza tecniche respiratorie per sbloccare anche il diaframma. Pancafit è adatta a tutti coloro che, a causa di tensioni muscolari, stress etc. soffrono dei più svariati disturbi (cervicalgie, lombalgie, lombosciatalgie, tendiniti, borsiti, sinoviti, nevriti, periartriti, dolenzie alla spalle, alle mani, crampi, rigidità alle anche, artrosi alle anche, alla colonna, alle spalle, alle mani, protrusioni discali, ernie discali). Inoltre è stato riscontato un notevole successo anche su valgismi di vario genere. Solo la professionilità e lo studio approfondito su queste patologie o disturbi cronici potranno migliorare o addirittura risolvere queste problematiche, perché ognuna di esse andrá trattata in maniera differente. CAMBIA. ADESSO PUOI

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Flessibilità muscolare: via gli acciacchi lombari...

I tessuti che interessano la Flessibilità Muscolare: tessuto muscolare: composto di cellule muscolari (fibre), caratteristica principale l’elasticità; tessuto connettivo: riveste il muscolo in toto e le sue diverse parti: si evidenzia l’endomisio che riveste la fibra muscolare, il perimisio che riveste l'insieme di fibre (fascicoli) ed i tendini che radunano il reticolo intramuscolare di tessuto connettivo e s’inseriscono sull’osso (periostio). I fattori che influenzano la flessibilità: età e sesso; anatomia funzionale: articolazioni: diversi gradi di libertà; capsule e legamenti; elasticità: aspetto meccanico (materiale viscoelastico) e aspetto neuromuscolare (tono muscolare, muscoli anti gravitari); coordinazione intermuscolare: muscolo agonista, muscolo antagonista; regolazione dell’equilibrio nel bipide: * fusi neuromuscolari: riflesso miotattico di stiramento, * ricettori del Golgi (GTO Golgi Tendon Organs) sensibili alla contrazione, nello stiramento sensibili oltre i 6 sec., che determina il riflesso miotattico inverso o inibizione autonoma; aspetti metabolici: fatica, temperatura, ritmi circadiani,; aspetti psicologici: eccitazione – depressione (modulazioni del tono muscolare). Effetti della Flessibilità Muscolare: riduzione della tensione muscolare; prevenzione e limitazione dei traumi all’apparato locomotore; attenuazione di dolori e contratture muscolari; miglioramento della circolazione sanguigna e conseguente facilitazione della fase di riscaldamento e della fase di recupero; miglioramento della coordinazione ed esecuzione tecnica più economica ed efficace; esecuzione dei movimenti in maniera più ampia, quindi anche più veloce; miglioramento della consapevolezza del proprio corpo e agevolazione del rilassamento generale. Quindi, conviene adottare le tecniche di ALLUNGAMENTO MUSCOLARE (stretching), POSTURALI e RELAX PERSONALIZZATI... o continuare a lamentarsi quotidianamente rimanendo "corti" e contratti muscolarmente? CAMBIA. ADESSO PUOI.

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Per tutte le donne in dolce attesa... possiamo all...

In gravidanza l’attività fisica, può essere intrapresa o proseguita tranquillamente ad eccezione di particolari condizioni di non idoneità o qualora si verifichino complicazioni mediche.   Benefici dell'esercizio fisico I benefici apportati dall’allenamento durante la gravidanza sono molteplici, partendo innanzitutto dal mantenimento di una buona condizione psicofisica. Segue la diminuzione di vene varicose, diminuisce le situazioni di sofferenza, come il mal di schiena, e crea una buona resistenza muscolare sia per il parto che per il post parto. Aiuta inoltre ad aumentare stabilizzazione articolare e a minimizzare l’eventuale eccessivo accumulo di grasso. Per poter allenare una donna in gravidanza, bisogna in primis conoscere i vari cambiamenti anatomici e fisiologici della gestante. Partiamo dall’aumento di peso corporeo che si aggira da un minimo di 10-11 kg dei quali la maggior parte si accumulano negli ultimi due trimestri, non mancherà quindi un aumentato senso dell’ appetito a causa della rimozione di nutrienti da parte del feto e per cause ormonali. Se non si cercherà di controllare o gestire queste voglie, l’aumento di peso potrà raggiungere anche i 30 kg ed oltre. Il metabolismo della donna in gravidanza aumenta di circa il 15% a causa di varie secrezioni ormonali. Queste variazioni fanno si che la donna abbia spesso caldo, e una temperatura corporea sopra la media. Bisognerà quindi mantenere la frequenza cardiaca massimale tra il 60-65%. Le donne gravide avranno inoltre un abbassamento glicemico perché producendo più insulina si accorcia il tempo in cui il glucosio rimane nel sangue, quindi è importante che una donna incinta consumi uno spuntino a base di carboidrati circa 90 min prima di fare esercizio fisico. Seguiranno anche cambiamenti gastrointestinali e urinari, cambiamenti cardiovascolari con un aumento del volume ematico (del sangue) di circa il 30%, oltre a cambiamenti respiratori, dove si verifica un aumento della richiesta di ossigeno, bisogna quindi evitare allenamenti ad alta intensità, perché esiste uno squilibrio tra anidride carbonica ed ossigeno e questo potrà causare una iperventilazione. Infine a causa della crescita del feto e della placenta si assiste anche ad un cambiamento scheletrico. L’aumento a livello addominale porta l’accentuazione della curva lombare, a questa modificazione si associa l’allungamento dei muscoli addominali ed il loro indebolimento. L’aumento del seno invece provoca un’accentuazione più o meno marcata della cifosi dorsale. Esercizi di resistenza e di allineamento sono quindi consigliati per evitare lo sviluppo di una cattiva postura, che potrà protrarsi nel tempo anche dopo il parto. È importante sapere che a causa dell’aumento della secrezione di un ormone chiamato relaxina le articolazioni della gestante risultano decisamente più lasse, assicurarsi quindi che tutti i movimenti con i pesi siano eseguiti lentamente, evitando esercizi pluriarticolari affinchè diminuiscano il rischio di spiacevoli conseguenze. Nei primi tre mesi non vi sono controindicazioni nell’eseguire esercizi partendo dalla posizione supina, a differenza del secondo trimestre dove bisognerà evitarli ,al fine di limitare il flusso del sangue al cuore per il peso del feto. Si effettueranno inoltre esercizi per rinforzare il pavimento pelvico per diminuire i problemi di incontinenza urinaria. Sono ammesse sedute aerobiche fino i 35-40 min, e si può allenare qualsiasi muscolo del tronco e degli arti, l’importante è allenarsi con moderazione ed in piena sicurezza.   Post gravidanza Avvenuto il parto prende il via la seconda fase ovvero il recupero della forma fisica, ma anche psicologica. Non mancheranno infatti piccole alterazioni dell’umore, a causa della trasformazione e della conseguente perdita di una figura snella ed attraente, oppure per la sensazione di non essere più una persona libera o dal fatto che possa verificarsi la perdita della propria identità con la conseguente necessità di costruirne una nuova da donna a donna-mamma. Sarà quindi importante rimettersi subito nelle giuste condizioni per affrontare meglio il periodo post nascituro, applicando un graduale e corretto recupero dei tessuti e delle condizioni scheletrico posturali della neo mamma. Si devono aspettare almeno 14 giorni se il parto è avvenuto in modo naturale, circa un mesetto se il parto è stato fatto con taglio cesareo. Per quanto riguarda il rapporto allattamento-allenamento si consiglia per comodità di allattare prima del work-out o diversamente 90 minuti post esercizio. A ridosso dell’allenamento può verificarsi il rifiuto al latte da parte del nascituro per causa di un possibile aumento dell’acidità, fermo restando che un esercizio moderato non aumenta il livello di acido lattico, ne il volume del latte ne del ph. Per cui forza DONNE... cariche e motivate, affrontate nelle migliori condizioni il parto e rimettetevi subito in forma dopo l'evento più emozionante della vostra vita! CAMBIA. ADESSO PUOI. iPersonalTrainer™ Vincenzo Borrelli

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Da dove iniziamo? Dall'attività fisica... o ...

In fisiatria, ortopedia, odontoiatria, oculistica, angiologia, ecc. si parla ormai costantemente di postura. In effetti, gli studi della postura, grazie alle innovazioni tecnologiche, hanno compiuto negli ultimi anni grossi passi avanti. Sempre più la postura risulta implicata in molte problematiche muscolo-scheletriche ed organiche. La POSTURA è l'adattamento personalizzato di ogni individuo all'ambiente fisico, psichico ed emozionale. In altre parole è il modo con cui reagiamo agli stimoli esterni ed interni a noi stessi. La POSTUROLOGIA si trova così, per forza di cose, a essere una scienza multidisciplinare che abbraccia numerose branche della medicina e della tecnica. Compito della posturologia è il ripristino dei corretti gesti motori, in statica e in dinamica, riprogrammando il sistema tonico posturale in un ambito fisiologico e funzionale, tramite un intervento ed un programma personalizzato multidisciplinare. Quindi da dove iniziamo? Dall'attività fisica o posturale? CAMBIA. ADESSO PUOI.  iPersonalTrainer™ Vincenzo Borrelli

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Cervicalgia: uno dei disturbi più diffusi

Le cause principali della cervicalgia sono la sedentarietà e gli errori nella postura, ma può soffrirne anche chi ha praticato o pratica Sport di tipo traumatico (boxe, rugby, football americano) e chi subisce il cosiddetto colpo di frusta (il trauma distorsivo del rachide cervicale). Vi sono poi fattori che predispongono alle cervicalgie, in particolare, difetti di postura come la cifosi dorsale o l'iperlordosi lombare. Le cervicalgie possono essere divise in 3 GRUPPI: Cervicalgia vera e propria (il dolore colpisce soprattutto la regione cervicale); Sindrome cervico-cefalica (cefalea, vertigini, disturbi della vista e dell'udito, disturbi della deglutizione); Sindrome cervico-brachiale (dolore alla nuca e al braccio, a volte anche alla mano).  La DIAGNOSI è di fondamentale importanza (non sta al Personal Trainer farla!) per un corretto trattamento di questa patologia, soprattutto per la scelta fra l'opzione farmaci/fisioterapia ed Attività Fisica.  Dal punto di vista della PREVENZIONE, è indispensabile controllare i fattori di rischio, è dunque necessaria: la correzione della postura, soprattutto per chi, come gli operatori al computer, tende ad assumere posizioni fisse per molto tempo, con affaticamento generale dei muscoli del collo, braccia e spalle; l'esercizio fisico, soprattutto rivolto a coloro il cui movimento giornaliero della parte superiore del tronco e quindi del collo, è veramente limitato; lo stretching o Allungamento Muscolare, in quanto il problema persiste con un'articolazione rigida e poco funzionale.  Tutte queste tecniche sono ottime terapie preventive per EVITARE l'insorgenza delle cervicalgie, che se applicate e collocate in un programma personalizzato portano alla RISOLUZIONE del problema. Ora valuta se continuare a SOFFRIRE o... dire basta al DOLORE! CAMBIA. ADESSO PUOI. iPersonalTrainer™

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Involuzione posturale e cifosi

Uno dei difetti posturali che incontro più frequentemente tra i miei clienti, ma che noto sempre più osservando tra tutti coloro che trascorrono lunghi periodi seduti e per di più davanti ad un computer (dopo aver trascorso lunghi anni "sui libri") è l'accentuazione della cifosi dorsale (arrotondamento della parte alta della schiena... a mo' di gobba) con anteposizione delle spalle (spalle chiuse in avanti).   Cause Questa brutta posizione della parte alta del corpo è dovuta il più delle volte ad  ipotonia (poco tono) dei muscoli che avvicinano le scapole e dei muscoli rotatori esterni delle braccia oppure più frequentemente fra i soggetti di sesso maschile alla ipertonicità (molto tono) dei muscoli del torace; l'eccessivo allenamento dei pettorali può portare a questo difetto di postura. In tutti questi casi è importante e doveroso per un istruttore, ma ancor di più per un personal trainer qualificato, attuare un riequilibrio posturale eseguendo esercizi specifici per li raddrizzamento delle spalle in tutta la sua componente posteriore con particolare riguardo ai muscoli infraspinato, piccolo e grande rotondo.   Esempi di esercizi Esempi di esercizi che da personal trainer consiglio e faccio eseguire sono le alzate posteriori con busto a 90° e tirate ai cavi alti incrociati. Per raddrizzare bene le spalle bisogna utilizzare carichi moderati (video) e concentrarsi sulla parte finale del movimento, al fine di addurre (avvicinare) bene fra loro le scapole. Infine non è da trascurare il fatto che questo atteggiamento posturale porta con sé una rettilineizzazione della curva fisiologica lordosi cervicale con conseguenti e frequenti mal di testa e dolori agli arti superiori. Come sempre ricordo che, come mi hanno insegnato i miei maestri, bisogna allenare massimizzando i benefici ma riducendo al massimo i rischi. E non è cosa da tutti.

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