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Contenuti per tag: ipertrofia


Consiglio n.24 - Se l'allenamento ti ha stanc...

Da sempre si usa dire che “sei settimane” sono quelle che fanno la differenza tra un allenamento e un altro, tra un tipo di alimentazione e l'altra e, soprattutto, tra un risultato e un non risultato ottenuto. Il primo assioma è che il corpo umano, donna, uomo, alto, basso, giovane o meno giovane, tende naturalmente ad adattarsi. Ora, la capacità d'adattamento, qualità immensa che si estende anche a livello mentale, fa sì che da un certo punto in poi, sia l'allenamento, cioè la sequenza d'esercizi previsti in scheda dal trainer, sia l'alimentazione, ovvero il carburante che decidiamo di assumere a tavola dopo aver fronteggiato i pesi in palestra, debbano modificarsi. Per dirla tecnicamente: devono 'ruotare'. Le regole migliori sono quindi dinamiche non statiche. Esempio di allenamento dinamico: tre volte in palestra a settimana con un giorno attività cardiofitness preponderante, un giorno attività coi pesi preponderante e un giorno attività di stretching preponderante. Esempio di alimentazione post-allenamento dinamica: un giorno saremo onnivori, un giorno vegetariani e un altro, se proprio ne sentiremo la necessità, vegani. Le regole che si modificano continuamente sono perciò quelle più fruttuose, perchè costringono corpo e mente a riadattarsi. La ripetitività, invece, vanifica tutti gli sforzi fisici fatti in palestra e riduce quegli stati di forma mentali e del palato che ci tengono iperattivi. Cambiare le regole è vincente, anche nell'allenamento.

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Consiglio n. 11 - Se vuoi essere al top... mangia ...

Da anni c'è la tendenza palestrara a far sempre di più per credere d'ottenere ancora di più. Più allenamenti, più attività e quindi più integrazione. Dal cromo picolinato alle alghe del Madagascar, ogni giorno spunta all'orizzonte, sbancando il mercato, un nuovo integratore dall'effetto incerto ma dal costo certo. Partiamo dal presupposto che un integratore alimentare possa integrare e basta. Perciò, non sostituisce un bel niente ma “integra” quando si è costretti a saltare un pasto, quando si è in una scalata di montagna e non si possono portare dietro i piatti, o quando si è su una bici da ore e non ci si può fermare per un panino stile Gargantua. Ma questi sono gli estremi di chi lavora ininterrottamente a una catena di montaggio, fustigato se si ferma per mangiare. O di chi ascende il Monte Bianco in arrampicata o, per estremizzare, di chi sta partecipando al Giro d'Italia. Un po' d'ironia sulla malattia del “corriamo ad integrare” occorre, specie quando alcuni frequentatori di palestre tolgono la pasta dalla tavola per ricomprare, a centinania d'euro e nei barattoloni, chili di “carbs” realizzati sinteticamente. Provate a verificare sul vostro corpo la sensazione che produce un pasto perfetto “vero” e confrontatelo con l'effetto percepito dopo aver trangugiato un frullato sintetico. L'integratore andrà bene nel post-workout o se si correrà da un giorno intero senza avvicinarsi a una tavola, sennò meglio un piatto di penne al pomodoro per mettere carbs di qualità e mantenere, allenamenti permettendo, una forma perfetta.

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Rimodellamento muscolare indotto dall'allenam...

Il muscolo scheletrico esibisce una plasticità eccellente in risposta variazioni nelle domande funzionali. Incrementi cronici dell’attività contrattile del muscolo scheletrico, come nel caso di un esercizio di resistenza, determinano una serie di adattamenti fisiologici e biochimici nel muscolo scheletrico, incluse biogenesi mitocondriale, angiogenesi e trasformazione del tipo di fibra. Questi mutamenti adattivi sono alla base del miglioramento della prestazione fisica e di altri benefici alla salute. La malleabilità del muscolo scheletrico che ne permette il rimodellamento strutturale secondo le esigenze è un fenomeno particolarmente impressionante nel regno animale. Questa plasticità si traduce negli adattamenti di forza, resistenza e velocità in seguito a variazioni dei carichi: questo accade negli atleti nei quali le modificazioni fenotipiche che massimizzano le prestazioni specifiche sono impressionanti. Un aspetto importante della plasticità è la sua specificità per cui l’intensità del carico e il numero delle contrazioni muscolari costituiscono gli stimoli per gli adattamenti. Quindi il profilo delle perturbazioni muscolari esercita un controllo essenziale sul fenotipo muscolare. Questa rassegna indica Fin dall’Antichità era noto che un esercizio regolare producesse notevoli benefici, inclusi un miglioramento delle prestazioni e una sana longevità. Più recentemente è stato dimostrato che l’esercizio procura un impatto significativamente positivo su un numero crescente di malattie negli umani, comprese obesità, diabete e patologie cardiovascolari, mentre l’inattività fisica ha rilevanti ricadute negative. Dal momento che queste malattie croniche rappresentano una causa diretta di mortalità o tra i principali fattori di rischio, e che sussiste una forte e nefasta associazione tra capacità di esercizio e mortalità per tutte le cause, l’esercizio regolare dovrebbe diventare una strategia fondamentale nella lotta a molti disturbi connessi allo stile di vita. Sebbene l’esercizio influisca inevitabilmente su tutti gli organi del corpo, si ritiene che i maggiori impatti positivi derivino direttamente dagli adattamenti dei muscoli scheletrici. Come conseguenza, il muscolo adattato manifesta al contempo un miglioramento prestazionale e benefici alla salute. È risaputo che l’esercizio di resistenza promuove adattamenti fenotipici nel muscolo scheletrico, nel senso di un fenotipo più ossidativo. Nello specifico, l’esercizio di resistenza promuove una trasformazione del tipo di fibra (da tipo IIb/IId/x a tipo IIa), biogenesi mitocondriale, angiogenesi e altri mutamenti fenotipici, incluso un miglioramento nella sensibilità insulinica e nella flessibilità metabolica. Questi processi adattivi sono analoghi al controllo della meccanica, della generazione di potenza e delle componenti per l’afflusso del carburante in un motore meccanico. Un preciso controllo di ogni singola componente in una maniera altamente coordinata è un prerequisito per ottenere un motore efficiente e controllabile. Un muscolo scheletrico è una sorta di “motore biologico”. Gli effetti benefici di una regolare attività fisica su una varietà di condizioni patologiche come l’obesità, malattie cardiovascolari, o il diabete sono indiscusse. Gli adattamenti delle fibre muscolari scheletriche all’esercizio fisico si manifestano, ad esempio, tramite l’espressione di specifiche proteine contrattili ed un aumento nell’attività e nel contenuto dei mitocondri, ovvero della capacità ossidativa. I cambiamenti nella composizione delle isoforme delle catene pesanti della miosina (MHC) nel muscolo, in seguito ad esercizio fisico, contribuiscono notevolmente alla eterogeneità muscolare oltre che costituire un importante meccanismo adattativo. Considerando la classificazione tradizionale delle fibre muscolari, le fibre fast 2B (nelle specie animali che le possiedono) e fast 2X dipendono principalmente da pathways glicolitiche per la produzione di ATP, mentre le fibre di tipo fast 2A e 1 o slow si affidano quasi esclusivamente a vie ossidative (Smerdu et al., 1994). L’esercizio fisico induce un incremento a livello mitocondriale e cambiamenti nell’espressione delle isoforme delle catene pesanti della miosina (MHC), provocando in questo modo uno switch dal tipo 2B al 2X e al 2A e, in rari casi, anche al tipo 1. L’aumentata attività contrattile, in seguito ad allenamento fisico, accende diverse vie di segnale per attivare un vasto set di geni, portando a cambiamenti fenotipici nel muscolo scheletrico, che includono transizioni di fibre, una biogenesi mitocondriale potenziata, ed angiogenesi, e che permettono di ottenere una capacità fisiologica in grado di rispondere a determinate richieste funzionali. PGC-1α (peroxisome proliferator-activated receptor γ co-activator 1 α), un co-attivatore trascrizionale, è stato identificato come un importante regolatore della termogenesi, del metabolismo del glucosio, della biogenesi mitocondriale e della specializzazione del tipo di fibre muscolari (Knutti et al., 2001). L’overespressione muscolospecifica di PGC-1α in topi transgenici da luogo ad una biogenesi potenziata e ad una maggiore formazione di fibre slow (MHC1); inoltre l’allenamento fisico induce l’espressione e del messaggero e della proteina PGC-1α sia nei ratti che nell’uomo. L’attività e l’espressione di questo gene viene up-regolata dalla proteina chinasi p38 MAPK, costituendo una via di segnale importante nel processo di adattamento del muscolo scheletrico (Akimoto et al., 2005). Cambiamenti nel pattern di espressione delle isoforme MHC nelle cellule muscolari scheletriche, in risposta a diversi protocolli di allenamento, sono alla base delle modificazioni di forza e potenza a cui il muscolo va incontro (Bottinelli et al. 1999). Diversi studi condotti sull’uomo hanno riportato che uno strength training (detto anche resistance training o allenamento di forza) porta alla presenza di una bassa percentuale di fibre fast 2X, un concomitante aumento di fibre di tipo 2A e ibride 2A/2X, ed un aumento della CSA, indice di un effetto ipertrofico, in tutti i tipi di miofibre ed è pertanto utilizzato per migliorare lo sviluppo di forza e velocità (Liu et al., 2003). Inoltre, le fibre muscolari di tipo 2A nel muscolo scheletrico umano presentano un profilo enzimatico ed una velocità di contrazione che rende tali fibre più adatte per performance di forza rispetto alle fibre contenenti l’isoforma MHC 1 (Kesidis et al., 2008). L’endurance training (allenamento di resistenza), invece, induce simili transizioni di fibre, fast to slow (da 2X a 2A, ed in rari casi 1), tuttavia i valori di CSA rimangono invariati. Il vantaggio fisiologico delle transizioni delle isoforme MHC è probabilmente legato alla più grande efficienza di trasduzione dell’energia meccanica associata alle fibre 2A rispetto alle 2X. Gli incrementi nella proporzione delle fibre di tipo 1 potrebbero dipendere dai regimi (protocolli) di allenamento i quali possono indurre danni significativi a cui seguirebbe una rigenerazione di fibre ed una rigenerazione del nervo periferico (Staron et al., 1991). Pertanto, l’assenza di danno a livello cellulare, determinato dall’assenza dell’espressione di isoforme embrionali di miosina (MHC) a livello delle singole fibre, potrebbe spiegare il caso in cui, come altri studi riportano, non si abbiano variazioni delle fibre di tipo 1 in seguito a protocolli di allenamento (Putman et al., 2004). Ovviamente è da tenere presente che gli effetti sulle transizioni MHC potrebbe variare in base ai diversi metodi di allenamento e ai diversi muscoli presi in esame.

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Consiglio n. 2 - Se ripeti sempre lo stesso schema...

Il volume muscolare per l'uomo o il tono muscolare per la donna, prevedono un'infinità di percorsi. Se piacciono i pesi pesanti, caricare al massimo e chiudere il training in quaranta minuti è la via ideale. Se invece piacciono i pesi leggeri sollevati con più tecnica e  massima concentrazione, viva il super-slow system, che comporta però ben più di un'ora di palestra. Tutto qui. La cosa curiosa è che entrambe le scuole di pensiero (pesi pesanti, pesi leggeri) sono bugiarde, ma tutte e due portano al risultato. Cosa fare quindi? Supponiamo di stare allenando il petto-uomo o seno-donna e che il trainer ci abbia detto di fare dodici serie complessive di esercizi. Il dubbio sarà: eseguo solo tre esercizi fondamentali o molti movimenti in più e più specifici? Il presupposto ideale è lavorare ogni muscolo da qualsiasi angolo, perciò sempre meglio sei esercizi che due. Ma anche questa è un'opinione, perchè per le donne i push-up bastano e avanzano per tonificare il seno al top. Un'altra bugia? Non del tutto. Una sorta di bussola per andare a destinazione dobbiamo pur fornirla, ed è eseguire 12/15 serie per i muscoli grandi e la metà, cioè 6/8, per quelli piccoli. Quali sono i muscoli grandi? Pettorali, dorsali, spalle e gambe. E i muscoli piccoli? Tricipiti, bicipiti e polpacci. I numeri poi ce li metteremo noi secondo tempo a disposizione e volontà. E poi, questi benedetti numeri iper-variabili dipenderanno, da altrattante variabili, tipo: quanto abbiamo mangiato e dormito il giorno prima? Sorta di allenamento “all-inclusive” tuttavia esiste: se al polo-nord c'è il peso pesante e al polo sud il peso leggero, sei esercizi diversi ne prevederanno tre pesanti e tre leggeri. Soluzione diplomaticamente ideale.

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La supercompensazione muscolare

Riposare… per migliorare: la legge della supercompensazione   L’allenamento in generale è in grado di indurre profondi cambiamenti nell’organismo umano; riuscire a valutare e pilotarne gli effetti, è di estrema importanza affinché esso venga indirizzato nella maniera corretta, e dia i risultati prefissati. Per riuscire a raggiungere l’obiettivo che ci si è prefissati (forza, ipertrofia, resistenza ecc...) bisogna seguire scrupolosamente certe regole ben precise, quali le leggi della teoria dell’allenamento, scaturite dalla conoscenza di quella catena di risposte fisiologiche che l’organismo oppone a stimoli esterni definita come “sindrome generale di adattamento“. Tale definizione trae le sue origini dal concetto espresso da Selye secondo cui l’organismo reagisce sempre ad uno stress dovuto sia a fattori esterni (allenamento) che interni (stato d’animo), per mantenere il suo equilibrio interiore, attraverso tre fasi che si articolano sempre in successione: 1. – reazione di allarme: fase di shock (nella quale l’organismo subisce passivamente l’azione dell’agente alterativo) seguita da una di contro-shock, (nella quale l’organismo mobilita le sue difese); in questa fase le reazioni dell’organismo sorpassano il reale bisogno di compensazione 2. – fase di resistenza nella quale l’organismo aumenta la sua resistenza verso il fattore dannoso contro le azioni nocive che lo colpiscono. 3. – fase di esaurimento nella quale l’organismo soccombe agli agenti dannosi. Essa può comparire più o meno tardivamente in rapporto alle capacità di risposta dell’organismo stesso e all’intensità dello stress, come può anche mancare qualora lo stress si esaurisca in tempo utile. L’attività muscolare diventa uno degli “stressor” (stimolo abnorme che aggredisce l’organismo) più importanti ed è caratterizzato dal fatto di provocare un periodo di shock intenso, seguito da fenomeni molto pronunciati di contro-shock. La ripetizione dello stress fisico (esercizio fisico o STIMOLO ALLENANTE) determina un effetto variabile secondo l’intensità della precedente esposizione allo stress stesso, e la durata del periodo di riposo fra le due esposizioni (fase di ADATTAMENTO). E’ proprio in questa fase che si instaurano e si consolidano i fenomeni di adattamento ricercati dalla specificità dello stimolo proposto. Se la prima esposizione non è stata troppo severa, e la durata della fase di adattamento (riposo) è stata sufficiente, la seconda esposizione trova l’organismo già predisposto e con un grado di adattamento superiore in partenza (SUPERCOMPENSAZIONE) fig 1. FIG..1 Ciclo della supercompensazione. Nel settore I si ha un carico C. la curva a in discesa evidenzia l’affaticamento. Nel settore II avviene il riposo con l’ascesa della curva b in compensazione.   Nel settore I’ la curva c mostra una supercompensazione che oltrepassa il valore iniziale di prestazione x . Terminato il “ciclo” la curva c diminuisce FIG. 2 Ciclo della supercompensazione con un periodo di riposo ottimale. Quando il periodo di riposo è ottimale ( II, II1, II2 eccetera), un incremento ideale di prestazione (X1) viene ottenuto quando il carico ( C, C1, C2, ecc..) successivo, inizia al culmine della fase di supercompensazione. Ciò porta ad un successivo innalzamento della resistenza allo stimolo specifico rispetto a quella che aveva la prima volta (fig.2), purché il tempo intercorso tra le due esposizioni non sia eccessivo e l’organismo ne conservi il ricordo. In questo caso, una nuova esposizione ben dosata anche se più intensa della precedente, farà aumentare ancora la capacità di adattamento e di resistenza; si costituirà così per ripiani di allenamento, un aumento della resistenza predisponendo il sistema ad impegni sempre più gravosi.L’organismo si adatta a tale successione di stress con precise “reazioni specifiche” che si esplicano con l’ipertrofismo muscolare, aumento della forza, aumento del VO2 MAX ecc… Contrariamente, se le esposizioni allo stress fisico sono troppo severe per intensità e durata o intervallate da periodi troppo brevi di riposo, il risultato è inverso al precedente (fig.3). La resistenza si installa ad un ripiano più basso in modo da prevaricare tale fase e favorire l’insorgere della fatica acuta (fase di esaurimento corrispondente alla “sindrome da superallenamento” (tabella 1). Una corretta organizzazione del lavoro muscolare, quindi, deve prevedere una razionale distribuzione del rapporto stimolo adattamento affinché si possa esaltare al massimo l’effetto della supercompensazione. Il collocamento di uno stimolo (CARICO DELLA SEDUTA DI LAVORO) maggiore va inserito quando la supercompensazione precedente può essere considerata completamente avvenuta. Dott.Mauro Panzeri

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