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Contenuti per tag: mal di schiena


Il peso della cultura può essere dannoso, meglio ...

Con l’inizio dell’anno scolastico è facile in questi giorni vedere  bambini che trasportano  “zainetti” giganteschi che comportano un’alterata postura. Acceso infatti il dibattito riguardante la reale necessità di caricare il “peso culturale” sulle spalle dei fanciulli. Pochi sono gli studi  relativi l’insorgenza del mal di schiena nei bambini: su un numero di Spine è stato recentemente pubblicato uno studio dell’Istituto Don Gnocchi di Milano che ha valutato l’impatto del peso dello zainetto e la sensazione di affaticamento dallo stesso indotta. L’analisi dei dati, (piuttosto complessa vista la difficoltà concreta di raccoglierli e dare loro una rilevanza statistica), ha comunque evidenziato che il peso medio dello zainetto, rapportato con un peso medio per l’adulto, andrebbe sensibilmente ridotto perché provoca posture scorrette e tensioni muscolari che sul lungo termine portano all’insorgenza sempre più precoce del mal di schiena. I bambini di oggi perdono velocemente gli schemi motori base, deficitando in forza e stabilità, a causa di uno stile di vita pigro e sedentario condito da cibo spazzatura. Se da un lato il fatto di portare enormi zainetti sulle spalle in  posizione scorretta per 5 giorni la settimana è ritenuto normale,  dall’altro immaginare il proprio figlio in palestra 2 volte a settimana a fare 2 serie da 10 ripetizioni di squat, con tecnica ed esecuzione corretta, viene ritenuto dannoso. Invece i carichi se ben gestiti rafforzano e strutturano un corpo sano e forte, con la conseguenza di prevenire. la paura dell’allenamento con i pesi nei bambini è quindi infondata. Aiutiamo i nostri bambini a non diventare adulti malati, facendoli seguire da personale qualificato e competente.

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Addominali e... mal di schiena!

Quando possiamo allenare gli addominali? Purtroppo non tutti possono farlo! L'addome, il più amato dagli italiani. Chiunque farebbe di tutto per ridurre il giro vita ed intravedere questa meravigliosa fascia muscolare. La mia non sarà una trattazione mirata alla costruzione della famosa tartaruga (vi basta aprire una qualsiasi rivista per scoprire miliardi di buoni e soliti consigli), piuttosto mi soffermerò su altri argomenti che non trovano molto spazio nei comuni discorsi di fitness. Anche se li adoriamo non tutti possono fare gli esercizi per l'addome, o meglio, ognuno di noi dovrebbe farli in modo diverso (lavoro personalizzato). Mi rivolgo a tutte quelle persone che già avvertono dolori alla schiena durante la giornata o addirittura durante un esercizio per l'addome. Ma sarebbe ancora meglio prevenire; quindi in base al soggetto, consiglio a tutti di apportare le seguenti modifiche. Analizzerò il rapporto che c'è tra comuni esercizi per gli addominali, come il crunch inverso, le alzate delle gambe, il sit up, e la colonna vertebrale delle persone che andiamo ad allenare, dividendole in iper e ipo lordotici. Soggetti IPO LORDOTICI Essi hanno una curva lombare (lordosi) ridotta o addirittura appiattita. Rientrano in questa categoria tutte quelle persone che trovano sollievo da seduti, mentre avvertono un'acutizzazione del dolore specie nello stare troppe ore in piedi. Dal punto di vista muscolare questa mancata curva POTREBBE essere dovuta a: retroversione del bacino per ipotono dei flessori dell'anca (tra i più potenti retto del quadricipite - ileopsoas); ipertono degli ischiocrurali; parete addominale ipertonica. Diciamo che tali soggetti sono i meno adatti a lavorare l'addome, ma con certi accorgimenti e una buona personalizzazione possiamo provarci. Tenendo ben presenti i tre fattori sopra elencati, dobbiamo preparare l'addome con degli esercizi pre-potenziamento. Inizierei con qualche esercizio di stretching, tipo la posizione della sfinge. Inoltre, spenderei un esercizio di allungamento anche per gli ischio crurali. Così facendo, anche se parzialmente, andiamo a ridurre la tensione in quei  punti di criticità che possono provocare dolore.  Consiglierei tranquillamente l'esecuzione dell'esercizio “alzate delle gambe” (disteso sollevo le gambe che sono distese), in quanto, l'addome lavora in modo isometrico e i muscoli flessori (retto quadricipite e ileopsoas) fanno gran parte del lavoro.    Il crunch inverso potrebbe essere fatto con un cuscinetto sotto la zona lombare per enfatizzarne la curva. Il ROM deve essere parziale, massimo allungamento (massima discesa del bacino) e ridotta salita di quest'ultimo.   Anche il sit up può essere fatto ma con gambe distese in modo da mettere in pretensione i soliti flessori. Sicuramente aggiungerei al termine di tutto un esercizio per i muscoli lombari, come le iperestensioni parziali (evitate di scendere troppo con il busto per ovviare all'appiattimento lombare).   Soggetti IPER LORDOTICI Sono l'esatto contrario dei precedenti (curva lombare accentuata). A queste persone è più scomoda una posizione da seduti. Dal punto di vista muscolare questa accentuazione della curva potrebbe essere dovuta a: antiversione del bacino per ipertono dei flessori dell'anca (tra i più potenti retto del quadricipite - ileopsoas); ipotono degli ischio crurali; parete addominale ipotonica. Queste sono le persone più adatte a lavorare con l'addome.  Anche qui, però, inizierei con un lavoro di stretching pre-potenziamento. Allungherei i flessori con una posizione tipo affondo dello schermitore.  Sono consigliati un po' tutti gli esercizi tranne le alzate delle gambe, che andrebbero a potenziare i muscoli flessori, già “corti”. Consiglio molto lavoro in isometria concentrica per cercare di “accorciare” la parete addominale. Crunch inverso, crunch, vanno benissimo ma farei molta attenzione al sit up che sconsiglierei o almeno lo farei fare a gambe piegate. Conclusioni Sicuramente tale trattazione è solo un SEMPLICE inizio per vedere l'esercizio fisico con occhi diversi. Ho trattato settorialmente il rachide lombare, ma il corpo umano andrebbe visto in modo olistico; ad esempio, le curve della colonna vertebrale sono strettamente connesse e l'alterazione di una sola di esse porta inevitabilmente un compenso sulle altre. Inoltre, andrebbe visto e studiato se l'antiversione o retroversione, quindi iper ed ipo lordosi, del bacino è causa o effetto di eventuali dolori.  Ad esempio: delle ginocchia iperestese (recurvatum) potrebbero portare il bacino in antiversione e causare un'iperlordosi di adattamento, che a sua volta porterà degli scompensi adattativi ascendenti. oppure un ileopoas destro troppo teso indurrà una flessione e un inclinazione sul proprio lato di tutta la colonna vertebrale portando probabilmente, nel lungo termine, una spalla più alta rispetto all'altra, con conseguenti dolori a queste ultime. Arrivati a quel punto si inizierà il solito iter: vari trattamenti medici, vari specialisti, antinfiammatori, cerotti e quant'altro. Non sapendo che il lavoro sulle spalle è inutile se non si risolverà la causa di tutto, che in questo caso è rappresentata dalla tensione del muscolo ileopsoas.      

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Ernia discale: sempre da operare?

Per malattia da ernia discale si intendono tutte quelle manifestazioni anatomo-patologiche e cliniche che inducono una salienza o protrusione o estrusione del materiale discale nel canale vertebrale come un cuneo, che a sua volta attua una compressione sul midollo spinale, sulle radici nervose, sui vasi sanguigni e su altri tessuti in essa contenute, provocando il conflitto disco-radicolare o la malattia da ernia discale, quindi il dolore ed altri sintomi. Cause La causa dell'ernia discale è prettamente meccanica e tutte le terapie che non fanno rientrare il disco erniato nella sua sede naturale sono immancabilmente destinate a fallire. Per comprendere meglio il concetto basti pensare alla lussazione di un articolazione: per guarire bisogna unicamente rimettere l'articolazione al suo posto. Così anche nell'ernia discale; il disco è protruso o sublussato dalla sua sede naturale ed è spostato nel canale vertebrale. Qualunque terapia venga applicata senza rimettere il disco al suo posto è un palliativo, inefficace e non risolutivo. Diffusione nel mondo La malattia da ernia discale è una malattia molto diffusa in tutti i paesi del mondo, specialmente nei paesi industrializzati. Circa il 70-80% della popolazione è affetta da patologia lombalgica e cervicoalgica e fra questa una buona percentuale soffre di malattia da ernia discale. E' una malattia molto dolorosa e invalidante, che colpisce prevalentemente i giovani e gli adulti in piena età lavorativa, tra i 20 e i 50 anni, creando enormi problemi sul piano sociosanitario ed economico. In Italia si calcola che almeno 15.000.000 di persone soffrano di tale malattia, e le statistiche sanitarie indicano che ben 50.000 ed oltre sono gli interventi chirurgici che vengono effettuati ogni anno per tentare di risolvere problemi legati all'ernia discale. Oggi i pazienti affetti da ernia discale dopo vari consulti medici specialistici, ortopedici, neurochirurgici e dopo aver provato molteplici terapie mediche, fisiche e tante altre anche per anni, sono confusi, disorientati ed angosciati si dirigono quindi a malincuore verso la terapia chirurgica quando il dolore diventa insopportabile senza però ottenere un reale beneficio. In tale scenario confuso e incerto, un medico indiano con tante specializzazioni italiane, se dicesse che si può guarire dalla malattia da ernia discale senza alcun uso di medicinali e senza ricorrere all'intervento chirurgico, non verrebbe preso in considerazione da nessuno. Ma è vero ed è possibile grazie al "Basculamento Soffice secondo Thekkekara per la cura dell'ernia discale" che dimostra scientificamente l'effettiva guarigione delle ernie discali senza discussioni ed alcun ombra di dubbio con i controlli TAC e RMN effettuati prima e dopo la cura. Le sedi più colpite Le sedi più colpite dall'ernia discale sono soprattutto il tratto basso lombare e quello basso cervicale della colonna vertebrale. Circa il 95% delle ernie colpiscono il disco fra L4-L5 e il disco fra L5-S1 nelle ernie lombari, e il disco fra C5-C6 e il disco fra C6-C7 nelle ernie cervicali. Diagnosi La diagnosi dell'ernia discale rimane essenzialmente una diagnosi clinica. Nell'85% dei pazienti si può fare una diagnosi corretta, con un accurato esame clinico neurologico e anamnestico, senza alcun ausilio di esami strumentali. Con l'avvento delle moderne tecniche visive, come la TAC e la RMN, la diagnosi dell'ernia discale è stata resa ancora più facile. TAC e RMN hanno sostituito le altre metodiche diagnostiche più laboriose di difficile applicazione ed interpretazione. Quindi non esistono grandi difficoltà per una diagnosi corretta della malattia; la vera difficoltà rimane sempre la sua cura. Decorso della malattia Il decorso della malattia si divide in tre stadi: Il primo stadio: protrusione o bulging discale o fase irritativa del nervo. In questa fase il disco è appena protruso e deborda nel canale vertebrale. Quindi non esiste una compressione vera e propria sul nervo, pertanto il dolore è saltuario, vago e non ben definito. In questo stadio il malato non è molto preoccupato perché il dolore è sopportabile, quindi riesce ad occuparsi dei suoi lavori quotidiani e di altre attività, pur con qualche difficoltà. In questa fase tutte le terapie possono dare il sollievo dal dolore; spesso è sufficiente anche il semplice riposo a letto, perché non esiste una vera compressione del nervo. Pertanto tutte le terapie sembrano funzionare, ma in realtà l'ernia rimane quindi la malattia prosegue il suo decorso normale, nonostante sia diminuito il dolore. Il secondo stadio: ernia piccola o grande o fase compressiva del nervo. In questa fase il disco è fuoriuscito ancora di più, pertanto esercita un'azione compressiva vera e propria sul nervo. Il dolore diventa molto forte, spesso anche insopportabile, e compaiono anche altri sintomi deficitari, come formicolio, parestesie, iporiflessia, ipotrofia, ipovalidità, alterazione della sensibilità tattile, termica, dolorifica e altro. In questa fase il malato è molto preoccupato perché spesso gli episodi di dolore sono molto ravvicinati e più acuti; spesso il malato è costretto a stare a letto a riposo, a ricorrere a cicli di cure mediche più frequenti e prolungati, con scarsi benefici. Pertanto necessita spesso di ricoveri ospedalieri e/o di interventi chirurgici e altro con risultati spesso insoddisfacenti. Il terzo stadio: ernia paralizzante o fase paralizzante del nervo. In questa fase il disco è fuoriuscito ancora di più, quindi esercita una massiccia compressione sul nervo; spesso il nervo perde la sua normale funzionalità, quindi non trasmette bene gli impulsi dolorifici, pertanto il malato può avvertire meno dolore, però si accentuano i segni deficitari, con ariflessia, ipovalidità , marcata ipotrofia o atrofia muscolare, ipoestesia o anestesia nei casi gravi. Di conseguenza il paziente rischia di non riprendere più la funzionalità del nervo con qualsiasi cura compreso l'intervento chirurgico.   Ognuno di questi stadi può rimanere come tale per giorni, mesi anche per anni e poi evolvere agli stadi successivi. Quindi ogni modificazione focale del disco compresa la protrusione o bulging devono essere considerate come malattia da ernia discale e vanno risolti quanto prima per non far progredire la malattia agli stadi successivi. Inutili polemiche Le terapie che non hanno una documentazione scientifiche sono terapie palliative, inefficaci e non risolutive. Al di là di qualsiasi discussioni e polemiche è possibile dimostrare scientificamente l'efficacia terapeutica di qualsiasi terapia con i controlli TAC e RMN eseguiti prima e dopo la cura. La vera cura per l'ernia discale è una sola, quella capace di rimettere il disco erniato nella sua sede naturale. Quindi fidatevi solo a quelle terapie che dimostri scientificamente l'avvenuta guarigione delle ernie Conclusioni Oggi pensiamo di avervi fatto scoprire una nuova strada e opportunità, sia che voi soffriate o meno di questa patologia, adesso sta solo a voi approfondire ulteriormente questa tecnica ("Basculamento Soffice secondo Thekkekara per la cura dell'ernia discale") e confrontarvi con qualche vostro specialista di fiducia, prima di fare certe scelte! CAMBIA... ADESSO PUOI. iPersonalTrainer™ Vincenzo Borrelli

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Mal di schiena, meglio prevenirlo

Quattro persone su cinque soffrono, hanno sofferto o soffriranno di mal di schiena. Un disturbo che, oltre ad essere fortemente invalidante, rappresenta anche la principale causa di astensione dal lavoro. Ricorrere subito ai farmaci antidolorifici spesso non serve, perché si elimina il sintomo, ma non la causa. Il mal di schiena... è meglio prevenirlo! Dagli esperti e dalle ultime ricerche scientifiche, i consigli e le tecniche da seguire per prevenire e curare il mal di schiena senza ricorrere a farmaci. Le cause più frequenti Solo il 20% dei casi di mal di schiena sono dovuti a patologie vere e proprie come alterazioni congenite della colonna con schisi, spondilolisi e spondilolistesi. Ci possono essere anche anomalie dello sviluppo come scoliosi e ipercifosi. Oppure patologie legate all'usura come artrosi e osteoporosi. Rientrano nella casistica anche i disturbi del disco come discopatia, ernia, protusione del disco. "L'80% dei casi di mal di schiena" chiarisce il professor Benedetto Toso, docente di posturologia e attività motoria preventiva e compensativa alla Cattolica di Milano "è dovuto a cause non specifiche come posture e movimenti scorretti, stress psicologici, forma fisica scadente, sovrappeso, obesità e fumo, insufficiente conoscenza della colonna vertebrale." Errori dovuti in gran parte alla scarsa conoscenza da parte di molte persone della colonna e del suo funzionamento". Ecco perché si ritiene fondamentale partire proprio da qui per prevenire il mal di schiena che, tra l'altro, oltre ad essere particolarmente invalidante rappresenta ancora oggi la principale causa di astensione dal lavoro e quindi ha anche un costo sociale. Ricordate che prevenire è meglio che CURARE! CAMBIA... ADESSO PUOI...

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Chi dice tacco... dice danno!

L'uso del tacco ha origini un po'... incerte: c'è chi dice che risale alla fine del XVI secolo, quando si usavano calzature che, per impedire ai piedi di sporcarsi con il fango delle strade, si sostenevano su un'alta suola di legno, ponendo allo stesso livello sia il tallone che la pianta. Altre voci, al contrario, affermano che la moda dei tacchi ha origini francesi e riguardava tanto le donne quanto gli uomini; per ultimo, si sa anche che i tacchi, dopo un breve periodo di disuso, tornano in voga con Giacomo I, persistendo fino ad oggi. Ormai è risaputo che il tacco alto e la postura corretta non vanno d'accordo, anzi appare curioso pensare che l'uomo, dopo aver impiegato più di venti milioni di anni per conquistare la stazione eretta, si debba adattare nuovamente ad un condizione che di per sé non è naturale. Dal momento che l'inclinazione provocata dal tacco non è compatibile con il benessere della colonna vertebrale, l'uomo è costretto a correggere la nuova posizione per mantenersi “in piedi” e tale aggiustamento posturale non sempre riesce nel modo migliore. Abbiamo così una colonna che, per adattarsi, va incontro a deformazioni, così come si trasformano anche le articolazioni, le quali comunicano la sofferenza tramite dolori e problemi posturali. Per esempio, l'articolazione della caviglia si piega all'indietro verso il tallone, le ginocchia e le anche si flettono, accentuando di conseguenza le curve naturali del rachide. A questo quadro, già di per sé critico, aggiungiamo anche il comportamento dei tendini, dei muscoli e delle capsule articolari: i muscoli del polpaccio e gli ischiocrurali si retrarranno per l'eccessiva chiusura della catena muscolare, i quadricipiti saranno sottoposti a stress per il loro allungamento continuo, il bacino, per aumentata curva lombare, aumenterà il basculamento in avanti, creando non pochi problemi all'articolazione sacro- iliaca. Come ultimo problema tra tanti, si termina con conseguenze a livello cervicale, risvegliando dolori fastidiosi. La continuità del corpo, come si è visto, può veramente creare problemi anche a lunghe distanze. Con ciò non voglio dire che da domani sarebbe meglio tornare alle origini, quando l'uomo non usava ancora la scarpa, ma basti pensare che questa ha la funzione di proteggere il piede e ciò può essere fatto anche senza il bisogno del tacco. Insomma, quando si crea una condizione di dislivello tra il tallone e l'avampiede, si provoca un'inclinazione del corpo in avanti, direttamente proporzionale all'altezza del tacco: più alto è il tacco, maggiore sarà il danno. Non potendo camminare con un'inclinazione così accentuata, il corpo trova una soluzione adattandosi al nuovo “schema”, portando così il busto in una posizione che permette una postura più o meno accettabile. Tutto ciò causa uno squilibrio generale che, nella maggior parte dei casi, si manifesta con dolori lungo la schiena. In un soggetto lordotico, l'uso costante di tacchi alti porterà ad un'ulteriore accentuazione di tale condizione, perché sarà proprio il tratto di lordosi ad inarcarsi leggermente e mandare il corpo in avanti. Nel soggetto cifotico, invece, aumenterà la curva e si potrà presentare anche un'iperestensione del ginocchio. Le fondamenta sono già nei piedi e se qualcosa non funziona si ripercuote in tutto il corpo; sono le mode a dettare ciò che poi diventa un “must”, ma se l'uomo è stato creato scalzo... vorrà dire qualcosa? Dobbiamo capire fino a che punto si può accettare più un canone estetico che il benessere fisico personale. Concludendo, per mantenere una postura corretta, è sufficiente un tacco né troppo basso (es. infradito) e né troppo alto: l'angolo tra piede e terra non è di 90°, bensì 100° e un tacco medio permette al piede di mantenere il giusto assetto articolare.

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Principi applicazioni e benefici del Pilates

La storia Joseph Hubertus Pilates nacque nel 1880 in Germania, nei pressi di Düsseldorf. Inizialmente era un ragazzo di struttura fisica piuttosto esile e, timoroso della possibilità di contrarre la tubercolosi, si dedicò duramente alla pratica della cultura fisica (concetto molto diverso da quello conosciuto oggi come body building) tanto che all’età di 14 anni iniziò a posare per la realizzazione delle tavole anatomiche. I concetti chiave dell’anatomia, lo sviluppo muscolare, l’interesse per le discipline orientali, divennero così oggetto di studio e parte integrante della sua adolescenza. Nel 1912 si trasferì in Inghilterra dove intraprese la carriera di istruttore per la scuola di polizia locale. Quando scoppiò la Prima Guerra Mondiale, fu internato per un anno. Durante questo periodo non si perse d’animo ed organizzò l’allenamento proprio e dei suoi compagni di prigionia, ampliando in tal modo i concetti da lui studiati. Fu motivo di orgoglio, a dimostrazione dell’efficacia del suo metodo, il fatto che nel 1918 un’influenza epidemica, diffusasi in Inghilterra, uccise migliaia di persone ma nessuno di coloro che si sottoposero al suo training fisico contrasse tale morbo (il lavoro organico ottenuto con un corretto allenamento va ben oltre il risultato estetico). Trasferito sull’Isola di Man, trovò una realtà completamente differente da quella che aveva precedentemente vissuto nel Lancaster (luogo in cui fu recluso il primo anno di guerra): soldati reduci dalla battaglia menomati dalle ferite, costretti a letto dalle malattie, immobilizzati da tempo e psicologicamente demoralizzati .Decise così di darsi da fare a costruire macchinari, di cui alcuni sono ancora in uso tutt’oggi, che potessero servire alla riabilitazione di quelle persone. Giunto a New York, J.H.Pilates aprì uno studio, nello stesso edificio dove risiedeva il New York City Ballet, e cominciò a codificare la sua tecnica; la prima parte era incentrata esclusivamente sul Mat Work, ovvero una serie di esercizi eseguiti a corpo libero su di un materassino (“mat”). Al momento il “MAT WORK” è il metodo più diffuso, in quanto semplice da applicare, da comprendere e da eseguire. L’assenza di attrezzi e di macchinari lo rende adatto a tutti senza particolari controindicazioni. Unico limite è la ridotta personalizzazione. E’ particolarmente adatto ad i corsi collettivi Questo programma venne disciplinato in un libro chiamato Return to life through Contrology. Il lavoro in seguito si estese al perfezionamento di particolari attrezzi. Ai tempi della sua prigionia in Inghilterra, infatti, J.H.Pilates applicò delle molle alle brande dei pazienti con lo scopo di aiutarli a ritrovare e mantenere il tono muscolare, mentre erano ancora costretti a letto. Come risultato nacque la “Cadillac” o Rehabilitation Table l’attrezzo che a tutt’oggi è parte centrale del metodo. J.H.Pilates morì attorno agli anni Sessanta; il suo studio di New York fu rilevato da Romana Kryzanowska, allieva di J.H. Pilates. Joseph Pilates morì senza aver dato il suo placit ad un programma di certificazione della sua tecnica. J. H. P. realizzò la sua “macchina” considerando il fatto che taluni muscoli, nonostante necessitino, in alcuni casi, di essere fortificati, evitando un lavoro concentrico, ed allontanando così la possibilità di un eventuale e dannoso accorciamento, presentino la necessità di essere allenati staticamente (e non isometricamente, in quanto non prese in considerazione lo sforzo massimale) Da ciò, con il tempo, sono andate sviluppandosi numerose scuole che insegnano tale disciplina e che hanno contribuito alla sua evoluzione, prendendo anche strade diverse. Ad esempio i programmi “Pilates with the Tender Ball”, esercizi a corpo libero che si avvalgono dell’ausilio di una sfera morbida di circa 20 cm di diametro, e “Pilates with swiss ball”, tecnica che si avvale dell’ausilio di una sfera di gomma molto più grande. L’excursus vitae ora descritto ritrae un “uomo come tanti” la cui vita ha dedicato allo studio ed al benessere proprio e degli altri, ed appunto questa caratteristica ne ha fatto un “uomo fuori dal comune”. Conoscere la storia di Joseph Hubertus Pilates è importante al fine di comprendere al meglio quelle che erano le sue idee ed applicarle secondo quelli che erano i canoni del Contrology. Le applicazioni I campi d’applicazione del Contrology, o metodo Pilates, variano dal puro mantenimento del benessere fisico al campo specifico della riabilitazione ortopedica, del recupero funzionale e posturale, nonché al miglioramento della forma fisica e quindi al puro e non meno importante elemento estetico.E’ chiaro che l’estrema versatilità della tecnica la rende unica nel suo genere e quindi particolarmente adatta ad ogni tipo di utenza. Artisti e ballerini nello specifico che trovano una distinta applicazione del metodo Pilates per la danza classica e moderna, sportivi ed atleti che vogliono migliorare la propria performance o che eseguono programmi di riabilitazione dopo eventi traumatici, adolescenti che correggono vizi posturali e che apprendono un corretto stile di vita grazie ad un programma variato e divertente, persone che trovano nel metodo Pilates il miglior modo di mantenersi in forma ed in salute, donne in gravidanza che preparano il loro corpo e la loro mente al parto e che divenute mamme vogliono riacquistare velocemente il tono muscolare ed il benessere fisico nonché recuperare la perduta funzionalità, persone anziane che vogliono ritrovare la giovinezza del corpo e l’elasticità della mente vivendo più serenamente la loro senilità. La pratica del metodo Pilates permette, inoltre, un’ottimale preparazione muscolare prima di un eventuale intervento chirurgico o può servire come efficace tecnica di riabilitazione, anche postoperatoria. I benefici  Il metodo Pilates è in accordo con i principi della fisiologia e della biomeccanica. Infatti volendo analizzare solo una piccola parte dei benefici che un corretto utilizzo di tale metodica è in grado di dare vengono rilevati notevoli miglioramenti sia a livello meccanico che estetico e funzionale, nonchè psicologico. Tali migliorie riguardano principalmente: la flessibilità e l’estensione di del movimento in genere; la coordinazione; la forza la resistenza ed il tono muscolare; la postura statica e dinamica; il controllo del centro del corpo ovvero de baricentro e, di conseguenza, dell’equilibrio; la qualità della vita; la capacità di adattamento e percezione; l’autostima e la propriocezione (consapevolezze de proprio corpo nello spazio); la respirazione che diviene più efficace; il rapporto tra mente e corpo; la concentrazione; la qualità della vita. Non bisogna poi tralasciare il fatto che agendo sul tronco, e sulla colonna vertebrale in particolare, aiuta a prevenire disfunzioni del rachide, e le algie sciatalgiche.   I principi Per godere dei reali vantaggi di questo metodo è necessario familiarizzare con gli otto principi base ancor prima di affrontare gli esercizi proposti dal trainer durante una lezione (maggiormente esente da rischi, e sicuramente più proficua, se individuale). concentrazione: concentrarsi su i giusti movimenti in modo da evitare di compierli in maniera errata, perdendo così ogni beneficio che da questi ne può derivare; respirazione: per respirare in maniera corretta bisogna eseguire le singole fasi (inspirazione ed espirazione) con particolare intensità, cioè completamente; ricerca del centro: una buona postura può essere acquistata con successo quando l’intero corpo è sotto controllo; controllo: “contrology” ha inizio con un completo controllo muscolare ad opera della nostra mente; precisione: eseguiti correttamente questi esercizi si traducono in grazia ed equilibrio inconsciamente nella vita di tutti i giorni; fluidità: armonia che contrology è in grado di dare a tutte le più comuni attività come camminare, lavorare, giocare; isolamento: è il concetto chiave secondo cui ogni singolo muscolo lavorando al meglio coopera allo sviluppo degli altri; ripetizione: acquisizione meccanica di un ritmo naturale ed ottimale del movimento. Cosa da non trascurare assolutamente durante l’esecuzione di esercizi “Pilates” è la respirazione. Gestire la nostra respirazione può apparire semplice, ma così non è in quanto essendo un’azione che compiamo incondizionatamente, risulta essere particolarmente difficoltoso adattarla a quelle che possono essere le nostre esigenze in quel particolare momento. JHP preferiva adottare una respirazione completa e “laterale”, in quanto ciò dovrebbe garantire una migliore ossigenazione dei tessuti e non di meno una migliore coordinazione. Non è semplice imparare a respirare in questo modo ed ancor più difficile è renderlo meccanico, ma per riuscire a farlo bisogna cominciare ad esercitarsi: ESERCIZIO 1: Appoggiate le mani sulla parte bassa del torace (con le dita in contatto per le estremità), e provate ad inspirare immaginando di espandere il torace lateralmente, facendo attenzione a non sollevare le spalle, in modo tale da far si che le dita si separino per poi tornare a toccarsi espirando. A questo punto dovreste sentire un intervento sensibile del dorso nell’atto respiratorio. Presa confidenza con questa tecnica provate a d eseguirla senza l’ausilio delle mani concentrandovi unicamente sull’espandere il torace lateralmente. ESERCIZIO 2: Ponete le mani sul costato con le dita rivolte verso l’interno e verso il basso, agganciate alle arcate costali inferiori. Inspirate seguendo il movimento delle coste, espirate cercando di limitare il movimento delle coste verso il basso. Ripetete questa sequenza per 4/5 volte per poi accompagnare, durante l’espirazione, le coste verso il basso e verso l’interno. Ripetete l’intera successione per 3/4 volte. E’ importante comunque praticare questa disciplina (come tutte d’altronde) sempre dopo aver effettuato una visita medica accurata, il beneplacito medico è fondamentale, così come lo è farsi assistere e supervisionare da un trainer esperto e competente quando e se si dovesse necessitare di un lavoro specifico e particolarmente mirato.

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