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Coaching

Una SEO per le nostre abilità emotive?

Poiché so di provare emozioni sia positive che negative, formerò quotidianamente abitudini che incoraggino lo sviluppo delle emozioni positive e mi aiutino a trasformare quelle negative in una qualche forma di azione utile. (Bruce Lee) In un mondo sempre più digitalizzato, io dico "Uomo", esplora te stesso! Coltiva le tue abilità relazionali, attraverso strumenti che ti possano supportare, come la scrittura, la lettura, il silenzio che facilita l'emergere di consapevolezze e l'incontro con le tue risorse interiori. Nel mondo 4.0 l'intelligenza emotiva sarà una delle 10 soft skills che non potranno mancare: quindi pensiamo da Esseri Umani. Impariamo il digital language, ma non dimentichiamoci della nostra  dimensione relazionale: siamo corpi fisici, mentali ed emotivi in questo  "viaggio", dotati di pensieri, immaginazione, creatività, sensazioni, affettività. Gli strumenti per decodificare il nostro più intimo "sentire" sono la lettura, la scrittura, che diventa autobiografica ed esplorativa, alleata della nostra espressività e il Coaching, come modalità di supporto per focalizzare obiettivi e capacità di portarli a termine o un approccio di Counseling. La nostra "anima sociale" va preservata, ma, prima di tutto, la nostra "anima individuale", che sperimenta, sente, percepisce, accoglie, rifiuta, indaga, desidera, vuole. Quante volte ci fermiamo ad ascoltare il nostro respiro, la nostra voce? Quante volte pensiamo a noi come a universi da scoprire?Abbiamo mai valutato di "ottimizzare" i nostri contenuti? Occupiamoci della "SEO" della nostra capacità relazionale! La scrittura è una porta di riconoscimento a portata di tutti: non conta lo stile, ma la voglia di raccontarsi e di ricostruire le nostre realtà in un modo nuovo, più adeguato ai nostri cambiamenti, ai nostri passaggi di stato. Preserviamo la magia di rimanere sintonizzati con il proprio centro. Il mondo ci spinge ad automatizzarci, alienandoci attraverso un uso dei social non sempre benefico. In questo caos sociale, troviamo un punto fermo e narriamo quello che osserviamo: riprendiamo carta e penna simbolicamente. La mente ha bisogno di essere lasciata in pace ogni tanto e le emozioni devono essere lasciate libere di fluire. Siamo fatto di acqua, di energia, di razionalità e di battiti. Ecco, i battiti. Li sentite?

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Quando il corpo spinge all'azione

Il corpo umano è un tempio e come tale va curato e rispettato, sempre. (Ippocrate) Siamo anime dotate di un corpo in esilio su un meraviglioso giardino. Ho scelto di credere alla dimensione spirituale dell'esistenza, la sento "vera", pertanto la porto con me in ogni aspetto della quotidianità. Abbiamo sentito tutti, in certi momenti, una sorta di "voce" interiore che spinge ad agire, spesso ignorata per paura di "essere nella propria autenticità": siamo intimoriti da una eccessiva istintività, perché non ci sentiamo protetti, siamo un po' "attori allo sbaraglio", pertanto tentenniamo e procastiniamo il "fare". Tutto ciò che "non diventa", ma "è nell'essenza", si aggrappa al corpo fisico, come le unghie di un micio impaurito, che graffiano e bucano la superficie prescelta come àncora di salvezza. In questo "tenersi forte", si producono sintomi, fastidi, "pesi", immobilità, stanchezza, senso di vuoto o vertigini, perché tutto ciò che è vitale, se imbrigliato, implode e fa girare la testa, non sente ossigeno. Il corpo ha un linguaggio, è composto di "parole" e di "melodie" come uno spartito, di note basse o alte, di pause: se ci mettiamo in ascolto, impariamo la musica che esso emette, ne decifriamo il senso, traducendo ciò che esso comunica in un dialogo bidirezionale. La voce del corpo è sottile, ma sempre presente. Occorre "mettersi in relazione con" le vibrazioni e le sensazioni che lo attraversano quando esprimiamo un'emozione, raccontiamo una storia, pensiamo, ci teniamo occupati: impareremmo a conoscerlo meglio, entreremmo più in confidenza con i messaggi che accompagnano il nostro "verbale". Sonorità che promanano dal profondo, dai molti "non detti" che vogliono essere visti, reclamano il diritto di poter dire la loro, finalmente! Esprimiamoci come percepiamo di voler fare, diamo identità alle nostre intenzioni, ai nostri desideri, appoggiamoli su un morbido materasso su cui possano saltellare e farsi notare, far sentire che esistono: è importante alleggerire il corpo dai molti "bozzoli" costruiti, giorno dopo giorno, dalla nostra abilità di nasconderci, filamenti spessi, che non lasciano passare l'aria. Azione! È tempo di muoversi e di mettersi in moto. Il cammino è soltanto all'inizio. Diamo dignità a quanto si muove in noi e seguiamo le orme delle nostre verità sommerse.

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Tra narrazione e realtà: scopri la tua "aret...

Scrivere è un rimedio naturale. Non servono tastiere, bensì un foglio e una penna. Un modo tradizionale 1.0 di raccontarsi, ma estremamente efficace. Cosa posso raccontare di me? Cosa avrà ma da suggerirmi la mia coscienza? Sembrano lontani alcuni momenti, flash di scene vissute che tornano e che rivediamo con occhi diversi, con un ascolto interiore ragionato, rattoppato a volte, ma pur sempre autentico, anche se mediato dai colori delle emozioni. Ricostruire un evento della propria vita e cercare di aprire un dialogo con esso, a cosa serve? La domanda non è "a cosa serve", ma "perché farlo". Abbiamo un bisogno estremo di conoscerci davvero, di ri-conoscerci poi attraverso la nostra stessa vita, che si costruisce, giorno per giorno, attimo dopo attimo, incontro dopo incontro, lasciando tracce che vanno raccolte, riviste, riaperte, interpretate, memorizzate e collocate in uno spazio preciso, per non disperderle. Partiamo da noi. Attraverso la scrittura, anzi la bio-scrittura si entra in forte intimità con se stessi, ci si denuda di vesti scomode e si indossano maschere, forse, oppure, il contrario, si tolgono gli elastici e ciò che copriva il nostro volto cade e lascia trapelare verità, spigoli che non riusciamo a livellare, rotondità di pensieri che si lasciano afferrare. Quante volte abbiamo preso carta e penna per scarabocchiare un foglio, dichiarando guerra, senza nemici contro cui scagliarci, ma soltanto ombre, rimuginii che avremmo voluto disinnescare come mine vaganti! Che liberazione poter scrivere nero su bianco uno sfogo, un insulto passeggero, un'ingiustizia. E poi un senso di libertà e di leggerezza, un punto e virgola in un discorso costellato di punti. Ecco, i punti: a volte sono necessari, altre volte è il caso di toglierli.   Come iniziare a familiarizzare con la scrittura? Beh si può incominciare con una lettera di ringraziamento: a tutto ciò che abbiamo avuto, a ciò che ci ha aiutato a crescere, a ciò che è stato parte di noi. Dimentichiamoci i "momenti bui", diamo spazio, in questa parentesi a ciò per cui possiamo dire grazie alla Vita. Non crediate siano pochi i motivi, nonostante, alcune difficoltà mettano alla prova il miglior ottimista! Scrivere è un atto terapeutico: costruisce percorsi, narra racconti e noi possiamo prendere posto in una scena di cui diventiamo i registi, per rappresentare il nostro film migliore, la nostra esistenza. Un modo per attraversare i luoghi della nostra anima, del nostro "vivere dentro", per portarlo fuori, allo scoperto e per dargli cittadinanza. Partiamo dal "Grazie per...". Poi, in altri appunti di viaggio, scriveremo altre lettere. Buona riflessione!

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Come iniziare ad allenarsi con i pesi

Scopri in questo video come iniziare ad allenarti con i pesi in un contesto di efficacia, divertimento e sicurezza. Per prima cosa assicurati che la motivazione sia molto forte e intrinseca altrimenti alla prima difficoltà desisterai. Quindi valuta se allenarti a casa o in palestra: a casa con poca attrezzatura puoi fare tanto. Quindi è il momento di stabilire un obiettivo specifico in termini di peso, % di grasso etc.Quindi assicurati di aver compreso al meglio il concetto della consapevolezza muscolare per far sì che sia il corpo a guidare l’allenamento in un contesto quindi dove ti ascolti per sentire cosa funzione al meglio per te.

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La neutralità dell'albero

Pensa che in un albero c'è un violino d'amore. Pensa che un albero canta e ride. Pensa che un albero sta in un crepaccio e poi diventa vita.(Alda Merini)   La nostra vita quotidiana può essere paragonata a un albero. Partiamo dalle radici. Essa si radica nel passato, all'origine, alla nascita. Nel tempo si consolida e il piccolo essere umano cresce, così come si sviluppa e diventa possente il tronco, da ramoscello, ad arbusto ricoperto di tenace corteccia. E così spuntano i rami, che si muovono verso l'alto, guardano il cielo e si protendono quasi a chiamare altri rami oltre l'orizzonte. Arrivano le chiome verdastre, rigogliosi capelli di un adulto ormai formato. L'Uomo segue il medesimo percorso: nasce, si origina, si struttura e, passando attraverso le fasi di crescita, diventa grande. L'albero è statico, osserva la realtà e non cambia posizione, ma guarda ogni cosa da diverse angolazioni: dalla terra, al centro, alla posizione sopraelevata delle lunghe braccia che lo sovrastano e lo riempiono di vigore. Dovremmo essere come l'albero, resiliente a ogni attacco, intemperia, possente, ben radicato, ma con lo sguardo a un altrove che sa di spirituale, etereo: avere radici, nell'Io, ma andare alla ricerca del proprio Sé, in quello spazio che si fa immensità e che dà voce ai nostri obiettivi, alla nostra crescita evolutiva, quella dell'anima e della consapevolezza di ciò che vogliamo diventare. Un buon "grounding" aiuta a guardare la vita scorrere e a non esserne totalmente invasi. Come facilitarlo? Attraverso la pratica della consapevolezza del "ciò che accade qui e ora", nel presente, nel momento in cui respiro e sento, mi muovo e parlo: è nel presente che la vita ci appare e in quel "hic et nunc" dovremmo rimanere in ascolto di noi. Mentre laviamo i piatti oppure telefoniamo o, ancora, stiamo mangiando, mentre svolgiamo azioni che sembrano banali, proviamo a focalizzarci su ciò che stiamo facendo, rimaniamo lì e osserviamo. Il futuro lo costruiamo adesso e ne determiniamo la qualità. Esso, di per sé non esiste, se non sotto mentite spoglie come attore protagonista di un calendario, che abbiamo troppa fretta di riempire, dimenticandoci che oggi siamo. Facciamo come l'albero: esso è fermo, integerrimo, lì ad assaporare ogni secondo, ogni battito. Pondera ogni veduta e rimane comunque se stesso, cambiando al cambiar delle stagioni che, metaforicamente diventano per noi fasi di sperimentazione ciclica, in cui, a ogni passaggio, abbiamo di nuovo la possibilità di cambiare strada, di scegliere oppure di accettare quello che giorno dopo giorno impariamo ad accogliere, abbandonando il controllo e la pretesa di volere decidere come andranno le cose. Vivere è lasciarsi attraversare da un fremito senza dirigerne la rotta.

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Come risvegliare la consapevolezza (Vivere alla ma...

Alla consapevolezza del “qui e ora”, tema che può essere sviluppato da più livelli di osservazione, ho dedicato diverse Pillole e un’intera sessione del videocorso Atleta Vincente (http://atletavincente.com). Ciò nonostante, continuo a ricevere numerose richieste di approfondimento, soprattutto per quanto riguarda la consapevolezza in gara, nel momento in cui dovremmo sperimentare la massima attivazione agonistica. Molti atleti mi scrivono per chiedermi come si fa a mantenere la calma e la lucidità nei momenti che precedono una gara, quando la mente si annebbia e sembra di essere dappertutto fuorché nel luogo dove di lì a poco dovremo esprimere la nostra miglior prestazione. In passato ho già spiegato quali strategie adottare per gestire lo stress agonistico (http://www.massimobinelli.it/il-blog-...) e per restare “in bolla” (http://www.massimobinelli.it/il-blog-...), però il presupposto essenziale per far sì che queste tecniche funzionino è essere consapevoli di quel che si sta facendo.Sulla consapevolezza in senso lato ho pubblicato anche una Pillola (http://www.massimobinelli.it/il-blog-...), ma un atleta non può certo mettersi a meditare prima di affrontare una competizione. Dunque, occorre adottare un altro approccio, più specifico, trasversale a tutte le discipline sportive. Cosa occorre fare per restare ancorati al presente ed avere il pieno controllo del proprio corpo e delle proprie emozioni?Scopriamolo assieme…

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Come essere costanti per avere successo (Il potere...

Dopo aver pubblicato la mia Pillola numero 100 (http://massimobinelli.it/il-blog-di-m...), in molti mi hanno chiesto come faccio ad avere ancora la voglia di trovare argomenti nuovi, scrivere i testi, registrare i video e promuoverli in Rete, un lavoro che effettivamente assorbe molte delle mie risorse. Rispondo che è la stessa voglia che mi spinge ad allenarmi ogni giorno, anche quando diluvia, da 35 anni a questa parte. Per avere successo, o comunque per raggiungere gli obiettivi che ci siamo prefissati, in qualunque ambito della nostra vita, è necessario essere costanti, evitare di trovare scuse improbabili pur di “rimandare a domani” e perseverare. Vuoi scoprire come si fa? Quando supporto i miei coachee a fissare un obiettivo, adotto il metodo SMART-P (al quale, tra l’altro, è dedicata la quarta sessione del mio percorso Atleta Vincente), quindi li aiuto a formulare un proposito che sia specifico, misurabile, orientato all’azione personale, raggiungibile in un certo arco di tempo e positivo. Poi lavoriamo sulla definizione delle azioni da compiere con regolarità per perseguire il risultato voluto, ed è qui che casca l’asino! Perché se la tabella di marcia prevede cinque allenamenti a settimana, oppure un’ora al giorno da dedicare all’apprendimento di una determinata abilità, questo impegno va rispettato a ogni costo. “Oggi non mi alleno perché c’è una nuvoletta all’orizzonte e il meteo dice che c’è il 17% di probabilità che piova, tanto recupero domani”, giusto per fare un esempio riferito a un obiettivo sportivo o semplicemente alla forma fisica, è una frase che deve scomparire dal lessico dell’aspirante Persona Vincente, ossia della persona che raggiunge i propri traguardi, qualunque essi siano, purché si tratti, lo ribadisco, di obiettivi positivi. La “rimandite” sta alla Persona Vincente come la kryptonite sta a Superman!Ti do due notizie, e come al solito una è buona e una è cattiva. La cattiva notizia è che una forte motivazione a essere costanti nei propri impegni è un fattore chiave di successo. La buona notizia è che il “muscolo della costanza” può essere allenato. Questo allenamento molto particolare fa sì che il cambiamento si consolidi e diventi una nuova abitudine positiva.Vuoi sapere quanto tempo occorre per veder ingrossare questo muscolo?Domanda lecita. Sulla base della mia esperienza, posso dirti che servono dai 30 ai 90 giorni, sostenuti da una forte motivazione, affinché una nuova abitudine, un nuovo comportamento o una nuova tecnica si consolidi. Nessun obiettivo può essere raggiunto se non c’è costanza: non esistono scorciatoie! Per rincuorarti, tuttavia, posso dirti che cambiare un comportamento negativo ricorrente o infrangere una vecchia abitudine rende euforici, apre nuove strade e fa scoprire risorse personali che fino a quel momento ignoravi persino di possedere. Dunque, come si fa ad allenare il muscolo della costanza? Ci sono almeno Tre Strategie. Scoprile assieme a me e scegli quella che preferisci, ma se le applichi tutte, non fa male, giuro!

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Come superare i rimpianti nello sport: accetta il ...

Per questa Pillola prendo spunto dalle parole di Gianmarco “Mezzabarba” Tamberi, alias Gimbo, tratte da un’intervista rilasciata al QN nel giorno di esordio dell’atletica a Rio 2016, il 12 agosto scorso. È passato un po’ di tempo, ma il senso della riflessione è sempre attuale. Rispondendo al cronista che gli chiedeva «cosa pensa ogni volta che rivede quel salto che è costato l’Olimpiade e una probabile medaglia», Gimbo disse (cito testualmente): «L’ho rivisto tante volte il salto. È sbagliato dice il mio mental coach, è sbagliato dice mio padre, è sbagliato dice la mia ragazza. È sbagliato rivederlo, ma non ci riesco perché se ci penso credo sia una cosa impossibile, quindi lo rivedo e penso “è impossibile”». Sembra impossibile, caro Gimbo, perché tutto stava andando a meraviglia, ma è successo, e succede a molti atleti di infortunarsi alla vigilia di un appuntamento importante. Cosa poteva fare Gimbo per archiviare Rio 2016, mettere da parte i rimpianti e puntare a Tokyo 2020, e cosa può fare chi dovesse trovarsi nella sua situazione? Ricordi cosa è capitato a Gimbo, vero? A un mese dall’inizio dei Giochi Olimpici, a Montecarlo, nona tappa della Diamond League, il nostro Mezzabarba stabilisce il nuovo primato italiano con 2,39 (misura che sarebbe valsa un oro a Rio, ma tent’è…). A quel punto tenta il 2,41, ma negli ultimi appoggi della rincorsa qualcosa va storto e proprio nel momento dello stacco la caviglia fa crac. Nei suoi occhi, spalancati in un volto contratto dal dolore, tutto il mondo vede sfumare il sogno olimpico. Tamberi è giovane, avrà modo di rifarsi, ma è ugualmente dura da digerire. L’obiettivo su cui aveva puntato anni di lavoro (e anche l’unica speranza di un oro per l’atletica leggera italiana) sfuma in un attimo. E ora? Come si affronta il futuro, con questo potente ancoraggio negativo che spinge il nostro campione a rivedere fino allo sfinimento il salto fatidico?Nella decima sessione del videocorso Atleta Vincente, parlo di sconfitta, di fallimento, di passi falsi, e mai come in questo caso si può parlare di passo falso. Basta un microniente, un appoggio spostato di qualche millimetro e assieme al legamento della caviglia in un istante si spezza anche il sogno di gloria. L’atleta perfetto e infallibile non è stato ancora inventato e non c’è programma di allenamento mentale e mental coach che tenga: la sconfitta, in senso lato, va messa in conto, prima o poi arriva. Nel caso del nostro Gimbo è arrivata nel momento peggiore, alla vigilia delle Olimpiadi di Rio. Cosa può fare Gimbo per mettere da parte i rimpianti e puntare a Tokyo 2020? Scopriamolo assieme in questa Pillola…

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Autosabotaggio, come uscire dalle sabbie mobili (T...

Ho parlato per la prima volta di autosabotaggio nella Pillola 89. Dicevo che chi non ha fiducia nelle proprie potenzialità tende a fare di tutto per confermare le sue convinzioni negative, e più la realtà si discosta dalle attese nefaste, magari lasciando intravvedere all’orizzonte dei barlumi di felicità, più cresce il bisogno irrefrenabile e inconsapevole di darsi una tagliente zappata sui piedi, perché sente di non meritare nulla di diverso dalla sofferenza. Chi ha poca autostima ha paura della felicità e si autosabota, gli manca il coraggio di goderne. Perché talvolta, pur sapendo perfettamente cosa sarebbe “meglio per noi”, facciamo l’esatto contrario? Autosabotarsi vuol dire farsi del male, più o meno consapevolmente. I modi che la nostra mente escogita per metterci i bastoni tra le ruote, per impedirci di raggiungere qualsiasi obiettivo, sono pressoché infiniti, e non credo di avere tempo a sufficienza per affrontarli tutti. Nelle 100 Pillole che ho sfornato finora, ho trattato i casi più ricorrenti:• incapacità di mantenere i segreti: http://www.massimobinelli.it/il-blog-...• giudicarsi e criticarsi ferocemente: http://www.massimobinelli.it/il-blog-...• non saper dire di NO: http://www.massimobinelli.it/il-blog-...• paura di sbagliare: http://www.massimobinelli.it/il-blog-...• tendenza a cristallizzare la realtà con MAI e SEMPRE: http://www.massimobinelli.it/il-blog-...• vittimismo: http://www.massimobinelli.it/il-blog-...• perfezionismo esasperato: http://www.massimobinelli.it/il-blog-...• restare impantanati nel passato: http://www.massimobinelli.it/il-blog-...• incapacità di accettarsi: http://www.massimobinelli.it/il-blog-...• sensi di colpa: http://massimobinelli.it/il-blog-di-m...È sufficiente che uno soltanto di questi virus infesti il nostro cervellone per far sì che la macchina funzioni male o addirittura si inchiodi. Cosa farebbe un informatico in caso di contaminazione? Installerebbe un buon antivirus, poi farebbe un bel riavvio del sistema. Ecco, anche la nostra mente ha bisogno di un trattamento energico, perché occorre disinstallare i programmi malefici e far ripartire il computer inceppato.Cosa puoi fare per disinstallare dalla tua mente il virus dell’autosabotaggio?Te lo dico in tre Azioni…

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Diventa un Atleta Vincente in Cinque Passi (Prepar...

Nella quarta sessione del videocorso Atleta Vincente (http://atletavincente.com), parlo di Strategie da adottare in allenamento e di Autovalutazione della propria prestazione. Inoltre, grazie alla “Scheda Obiettivo SMART-P”, uno strumento potente che ho progettato per aiutare gli agonisti a definire i loro obiettivi sportivi, che trovi sempre nella quarta sessione, puoi individuare i tuoi punti di forza, i tuoi punti deboli e le azioni immediate da intraprendere, ma soprattutto puoi imparare a percorrere i Cinque Passi che ti separano dal Successo. Immaginiamo che manchi un anno al tuo appuntamento più importante, la gara su cui hai investito molte risorse, fisiche, mentali ed economiche, perché potrebbe dare una svolta alla tua vita e alla tua carriera. Dopo tanti sacrifici, è arrivato il momento di iniziare a sviluppare la consapevolezza che puoi farcela, che l’obiettivo è alla tua portata. Ti mancano soltanto Cinque Passi:Primo Passo: vivi ogni giorno nella tua mente l’esperienza che affronterai tra 12 mesiSecondo Passo: immagina gli ostacoli che troverai lungo il cammino e superaliTerzo Passo: visualizzati sul gradino più alto del podioQuarto Passo: dormi con la medaglia d’oro sotto al cuscinoQuinto Passo: definisci ogni mattina l’azione più importante da compiere OGGI per avvicinarti all’obiettivoVuoi percorrerli assieme a me? Ascolta la Pillola con attenzione…

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Fiducia in sé stessi, Tre Mosse per ritrovarla (R...

«Ci sono momenti in cui mi sento inadeguato, senza motivo. In altri mi sento poco considerato oppure temo di essere criticato o giudicato per quello che dico o che faccio. Mi capita anche di provare insicurezza mentre mi trovo con una persona, e spesso è la stessa persona con cui la volta precedente stavo bene. Vorrei ritrovare la fiducia in me stesso». Questo messaggio mi è stato inviato da Giuseppe e avrei potuto trattarlo in un Botta e Risposta, ma ho preferito sviluppare il tema della fiducia in sé stessi in modo più ampio, perché non si tratta di un caso isolato. Può capitare a tutti, uomini e donne. A un certo punto ti sembra di essere diventato invisibile. Il partner prende le distanze. Nessuno ti cerca. Si avvicina il fine settimana e speri che qualcuno ti inviti, ma il cellulare non trilla, né una chiamata né un messaggio o una notifica. Così, sabato sera, dopo una cena a base di tonno e pomodori, ti ritrovi a rincorrere il fiume delle notizie feisbucchiane, vedi gente che ride, che ostenta al mondo i piatti che sta mangiando assieme agli amici, e tu riconosci tra questi amici i tuoi amici, quelli da cui speravi che arrivasse un cenno di vita, perché in fondo, anche se hai sempre biasimato chi fa la fotocronaca della cena boccone dopo boccone, ti farebbe piacere essere lì con loro. Ti avvolge un alone di fallimento totale. In un lampo ti viene voglia di fuggire, di ricominciare da capo in un altro Paese, o addirittura in un altro continente, magari laggiù in Australia, ma ti fermo subito: non servirebbe a nulla. Gli schemi con i quali è programmata la tua mente si ripeterebbero anche a 16mila chilometri di distanza, perciò, dopo un primo periodo di euforia, torneresti ad essere invisibile anche per i canguri. Ricordi cosa dicevo nella Pillola 92 (https://www.youtube.com/watch?v=uiaM4...) a proposito del legame tra accettazione, responsabilità personale, fiducia e autostima? Dicevo che si parte dall’accettazione di sé stessi, perché accettare i propri errori e le proprie colpe significa iniziare un percorso di miglioramento; l’accettazione sviluppa responsabilità personale e fiducia nelle proprie capacità; la responsabilità personale e la fiducia potenziano l’autostima.Dunque, non serve a nulla fuggire, e ancora meno serve farsi contagiare dalla sindrome di Calimero, il povero pulcino abbandonato dalla mamma perché nero (in verità era solo sporco…): il vittimismo paga ancora meno. Occorre controllare emozioni e pensieri negativi e accettare che tutto sta effettivamente come lo vedi: il mondo ti ha momentaneamente messo da parte. Punto. Una volta preso atto di questa inconfutabile verità, inizia a domandarti il perché. Sarà forse perché quando sei con le altre persone il tuo linguaggio non verbale (https://www.youtube.com/watch?v=jGSco...) comunica qualcosa di diverso, ambiguo o eccessivo rispetto a ciò che intendi realmente dire? Oppure perché il tuo comportamento viene percepito come soffocante, provocatorio, arrogante o eccessivamente rigido, sebbene nulla di tutto ciò sia nelle tue intenzioni (consapevoli)?Puoi ritrovare la fiducia in te stesso in Tre Mosse, ed è questo il momento giusto per metterle in atto, perché adesso nessuno si aspetta nulla di eclatante da te, quindi non hai niente da perdere. Scopriamole assieme…

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Fabio Basile, Tre Trucchi per vincere l'oro a...

Quando ripenso al 200° oro olimpico della storia italiana, conquistato nel judo da Fabio Basile, anche se è già passato più di un mese, provo ancora una grande emozione. Sono fatto così, la gioia di un atleta che raggiunge l’obiettivo più importante di un’intera carriera, in qualunque disciplina, mi fa commuovere, perché so cosa significa soffrire per anni, sacrificare la propria gioventù per lo sport, per una medaglia, anche di latta. Chi non ha questo fuoco dentro, e magari liquida le tue fatiche con un “ma chi te lo fa fare”, il più delle volte detto in modo quasi beffardo, come a lasciare intendere “io mi godo la vita, sono più furbo di te”, mi fa quasi pena, non sa cosa si perde. Nel turbine delle interviste, Basile, ancora tra l’incredulo e il frastornato, ha detto: «A Tokyo, nel 2020, avrò qualcosa da perdere», ricordi? Ma è davvero così? Fabio Basile mi piace, lo confesso. Si racconta in modo spontaneo, mai banale. Ammette di essere «una testa matta», ma poi puntualizza subito che grazie al judo è diventato un uomo. Grazie allo sport puro, interpreto io. Dice di aver sofferto tanto, per arrivare a Rio (e come dubitarne!), poi spiega, con un mezzo sorriso, di aver sofferto così tanto che la sofferenza ha iniziato a piacergli, «perché il trucco per diventare campioni – sono sue parole – è quello di soffrire e allenarsi tantissimo. In tanti mi dicevano di smettere, che non sarei mai diventato un campione: ecco, questa medaglia – è stata la conclusione piena d’orgoglio di Fabio mentre mostrava il trofeo – la dedico anche a loro». Ti ricorda qualcosa questa immagine? Leggi cosa scrivevo nella Pillola numero 74: https://www.youtube.com/watch?v=opPmH...Il secondo trucco di Fabio, che poi è il trucco per diventare campioni, è credere con tutte le proprie forze in un obiettivo ambizioso e nel contempo raggiungibile. «La prima volta che ho visto il nuovo direttore tecnico Kiyoshi Murakami – ha raccontato Basile –, mi ha stretto la mano e mi ha detto: “Tu vai a Tokyo 2020”. Io gli ho risposto: “No Tokyo, ma Rio 2016!”. Mi ha fissato, ha detto “va bene” e poi ha iniziato ad investire su di me. Grazie a lui sono cambiato tanto, perché avevo una forza dentro che non riuscivo a tirare fuori». È la sintesi perfetta della potenza di un obiettivo ben formato, che scatena la motivazione giusta e contagia le persone che devono credere in te per aiutarti a conseguirlo, sei d’accordo?A un certo punto, rispondendo a una domanda riguardo a Tokyo 2020, Fabio si è lasciato sfuggire una umana debolezza. «Qui a Rio ho dato tutto me stesso, perché non avevo niente da perdere, ma tra quattro anni, a Tokyo – ha detto il campione olimpico –, avrò qualcosa da perdere». Ti ricordano qualcosa queste parole? Scopriamolo assieme…

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Il "regolamento" interiore

Le regole sono la fonte del piacere e del dolore che proviamo mentre ci muoviamo verso la soddisfazione dei nostri valori, in altre parole sono gli standard o i 'criteri' che abbiamo costruito in noi per sentirci o meno dentro l’emozione che vogliamo provare. (Robert Dilts, 1987)   Cosa è importante per me? Rispondere a questa domanda significa rintracciare, dentro di noi, quell'insieme di valori definibili come "bussole" che ci orientano nelle scelte coerenti con bisogni e desideri che sentiamo di voler appagare. I valori possono essere "mezzi" oppure "fini": nel primo caso, si tratta di un elenco che comprende la famiglia, il lavoro, il denaro, una casa grande, ecc.; nel secondo caso, la scala di valori si indirizza verso stati emotivi quali benessere, felicità, serenità, tranquillità. È importante comprendere come ci muoviamo verso la soddisfazione di questi valori che rafforza un senso di coerenza del sé: quindi l'attenzione si rivolge alle regole interne che, nella definizione di Dilts, sono dei "criteri" per andare verso ciò che vogliamo sentire, per essere dentro quell'emozione. Lo schema seguito da queste regole interne è "se ... allora ...", quindi "se si verifica una  certa cosa, allora ...". Esempio: "se cambio lavoro, mi sentirò molto meglio"; "se mi ami, mi sento felice" e così via ... Nel primo esempio, la regola è interna, nel secondo esempio la regola è esterna ovvero fa dipendere l'emergere di una certa emozione desiderata in corrispondenza di una azione altrui.   Quali sono le nostre regole interne, qual è il nostro regolamento?  Abbiamo delle “regole” interne che ci guidano verso  scelte appropriate che ci fanno stare bene, sentendoci vigorosi e motivati, e quanto più queste regole sono chiare, tanto più riusciamo ad agire in modo adeguato al nutrimento delle nostre ambizioni, dei nostri bisogni. Le cose ci complicano se siamo governati da schemi "se ... allora ...", maladattivi e disfunzionali al nostro stato di benessere, di cui, nella maggior parte dei casi, non siamo consapevoli: ad esempio, facciamo dipendere la nostra felicità da cause esterne, un amore che ci ama, un sì che aspettavamo, e via dicendo, ma cosa succede in questa circostanza? Accade che si struttura un circuito tale per cui, se si verificano determinate situazioni, allora tutto è apparentemente sistemato per noi, come dire “se lui mia ama, io mi riconosco persona di valore, mi piaccio” … e se non mi ama più? Cosa accade? La felicità “apparente” sarebbe in pericolo, arrivando a farci sperimentare un senso di vuoto incolmabile, dove tutto sembrerà inutile e senza senso. Diventa importante, ad esempio, in una relazione di Coaching e, soprattutto, di Counseling far emergere valori e criteri di autoregolazione, per svelarne il peso interno o esterno, attivando una certa attenzione e consapevolezza che dia la possibilità, in primis, di conoscere i propri valori e, soprattutto, le proprie regole,  i meccanismi che ci siamo costruiti oppure che abbiamo introiettato o ereditato, che stanno alla base di molti nostri atteggiamenti e, quindi, comportamenti limitanti, e reazioni. L’intreccio di valori e regole interne offre un territorio interiore su cui soffermarsi per comprendere molto di noi, di come agiamo, di come ci sentiamo, di come diamo significato a ciò che ci accade e di come ci muoviamo o meno per il raggiungimento dei nostri obiettivi. Diventa fondamentale raggiungere uno stato di maggiore complicità con se stessi e di fiducia nelle proprie risorse e nella relazione che attiviamo con il mondo relazionale che gira intorno a noi.

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Senso di colpa, Cinque Regole per superarlo (Viver...

Se affermo che almeno una volta, nella tua vita, hai provato un ingombrante senso di colpa, dico la verità, giusto? Ad esempio, quella volta, ricordi vero?, quando la tua vocina ti ha martellato per giorni e giorni dicendoti che sarebbe stato meglio non fare, non dire o non scrivere quella cosa… Senso di colpa, che poi si trasforma facilmente in rimorso, un tarlo che continuerà a tormentarci per il resto dei nostri giorni. Ma c’è una buona notizia: il senso di colpa può essere superato. Innanzitutto, cos’è il senso di colpa? È uno stato d’animo negativo “totalizzante”, con conseguenze psicosomatiche, perché viene vissuto sia a livello fisico, con il classico crampo allo stomaco o con il mal di testa dovuto al pensiero fisso, sia a livello psicologico, con un senso di malessere generale che dall’ansia, nei casi più estremi, può arrivare fino alla depressione.Se lasciamo sedimentare il senso di colpa, commettiamo l’errore più grave, nei confronti del quale cerco di metterti in guardia in quasi tutte le mie Pillole: restiamo impantanati nel passato, ossia perdiamo il contatto con il presente, con quel fatidico “qui e ora”. Ricordi cosa dico sempre a proposito della necessità di vivere nel presente?Non mi stanco mai di ripetere che dobbiamo evitare di tormentarci per il passato, perché quel che è fatto è fatto e perché rimuginare è dannoso e inquina la mente. Il senso di colpa, come ho detto, ci mantiene ancorati al passato, e se restiamo con la mente nel passato, non viviamo serenamente il presente e ci angosciamo per il futuro.Per capire cosa possiamo fare per lasciar cadere nell’oblio il senso di colpa, vediamo da dove nasce e perché, se non prendiamo provvedimenti, tende a rimanere vivo e vegeto dentro di noi. C’è ovviamente una causa scatenante, alla quale è legata la percezione dell’evento che provoca emozioni negative. Causa scatenante, percezione soggettiva ed emozioni negative: si tratta di tre aspetti molto soggettivi, come è evidente, perché la causa può essere un comportamento considerato censurabile per il nostro sistema di valori, ma ritenuto accettabile da altri. La percezione degli effetti del nostro comportamento, ossia della sofferenza che abbiamo provocato, può essere fortemente distorta dal filtro che usiamo per giudicare l’accaduto, e dunque è possibile che per noi sia gravissimo un atto ritenuto banale da altri. Di conseguenza, le emozioni correlate al nostro rimorso possono essere spropositate rispetto alla reale portata dell’accaduto, ossia, rischiamo di farci del male del tutto gratuitamente a causa di uno squilibrio che si crea tra l’immagine reale del nostro sé e l’immagine percepita. Torno alla domanda iniziale. Come possiamo superare il senso di colpa?In questa Pillola ti propongo cinque regole per vivere serenamente e in pace con sé stessi, scopriamole assieme.

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Rio 2016, come gestire la tensione di una finale (...

Staccare un biglietto per partecipare ai Giochi Olimpici è il sogno di ogni agonista che dedica la propria vita allo sport. Riuscire ad entrare in una finale, a seconda della combinazione atleta-etnia, può rasentare la pia illusione. Basti pensare alle gare di mezzofondo, predominio assoluto dei neri africani, o alla velocità, affare che riguarda giamaicani, americani e pochi altri al mondo. Fino a Rio 2016, anche il tiro a volo era un circolo chiuso, eppure un perfetto sconosciuto, di origine egiziana, alla sua prima esperienza a cinque cerchi, è riuscito ad entrare nella finale a sei del trap, la fossa olimpica, una delle discipline del tiro a volo, e a gestire una tensione potenzialmente devastante. All’inizio del 2016 sono stato ingaggiato da Alessandro Nicotra Di San Giacomo, ex atleta e attuale allenatore della Nazionale Egiziana di trap, in vista delle Olimpiadi di Rio de Janeiro. In pochi mesi di lavoro, svolto nel rispetto della Formula dell’Atleta Vincente, ossia competenza tecnica e fisica, onere di Alessandro, più potenza mentale, compito mio, abbiamo raggiunto l’obiettivo di portare il giovane egiziano Ahmed Kamar non solo alla finale dei Giochi Olimpici, ma addirittura allo shoot-off per una medaglia, miglior risultato di sempre per un tiratore africano.Siamo partiti da zero e, per comprensibili esigenze logistiche, abbiamo lavorato a distanza, in videoconferenza, lui al Cairo, io nel mio studio. Il tiro a volo è uno sport individuale, tuttavia è stato importante “fare squadra” e far percepire agli atleti che tutti noi stavamo puntando ad un unico obiettivo. Le difficoltà e le barriere da superare sono state molte, anche culturali, poiché gli atleti egiziani hanno mostrato una diffidenza particolarmente elevata nell’applicare alcune tecniche, tra cui il dialogo interno e la visualizzazione. Per questo motivo abbiamo adottato la strategia del “come se”, di cui ho parlato nella Pillola 82, ossia abbiamo portato Ahmed a vivere ogni giorno, in modo autentico, come se fosse già a Rio, come se avesse già disputato una finale, come se avesse già vinto una medaglia olimpica, e l’abbiamo fatto grazie a esercizi molto sofisticati di “consapevolezza aumentata”. Lo scopo è stato quello di far maturare in lui, gradualmente, la mentalità dell’Atleta Vincente, che pensa come un campione, agisce come un campione, si allena come un campione e gareggia per vincere, perché sa che non ha nulla da perdere, mentre i suoi avversari, pluridecorati e carichi di responsabilità, hanno tutto da perdere. Gareggiare “per vincere” vuol dire sviluppare la fiducia nelle proprie possibilità, assumersi sempre la responsabilità del proprio operato e dare il meglio in ogni circostanza, senza mettersi a fare calcoli di convenienza. Ogni gara fa storia a sé, ogni serie fa storia a sé, ogni tiro fa storia a sé, e soprattutto un tiro non ha memoria, quindi va affrontato con serenità come se fosse un normale tiro di allenamento, indipendentemente dal fatto che sia il tiro successivo a un errore, il tiro che può determinare il passaggio di un turno o il tiro che vale una medaglia olimpica, che poi è il “segreto” della mia regola numero 9.Vuoi sapere com’è andata? Te lo racconto nel video, oppure puoi leggere l’articolo integrale nel mio Blog.

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Il paradigma del "centro": da dove osser...

“Noi non abbiamo bisogno di più forza o più capacità o di maggiori opportunità. Ciò di cui abbiamo bisogno è di usare ciò che abbiamo”. (Basil Walsh) Viktor Frankl, padre della logoterapia, scrisse: "Ciascuno ha la propria vocazione o dichiarazione di missione nella vita... Di conseguenza non può essere sostituito, né la sua vita può essere replicata. Quindi il compito di ciascuno è unico, come è unica la sua specifica opportunità di realizzarlo". Ognuno di noi ha una propria responsabilità ossia quella di "realizzarsi per ciò che è". Diventa fondamentale, innanzitutto, sapere cosa siamo chiamati a fare e cosa vale davvero la pena per noi. Tutto questo può dare vita a una "dichiarazione di Missione personale", frutto di una profonda introspezione, di una analisi accurata, per accendere i riflettori sulla visione del mondo e dei propri valori, osservati in modo neutro, possibilmente senza condizionamenti, cercando di individuare con chiarezza quelli che ci appartengono nel profondo. L'avvicinarsi a sé stessi, scoprendo cosa mettiamo "al centro" del nostro angolo di osservazione della realtà, significa scoprire con quali occhiali osserviamo ciò che ci capita e come ci comportiamo diventa una diretta conseguenza, filtrata da emozioni, stati d'animo, esperienza. Se al tuo centro collochi il denaro, di fronte a una situazione A, agirai in un certo modo, sicuramente diverso rispetto a quello in cui agiresti se al tuo centro o punto di osservazione collocassi i principi oppure la famiglia o, ancora, i beni, ecc. Devi andare a un appuntamento galante; sono le 16 e il tuo capo di avvisa che dovrai rimanere in ufficio fino a tardi quella sera: significa che devi scegliere se chiamare il compagno o la compagna e disdire oppure rimanere in ufficio. Non è scontato quello che farai, sarai tu a decidere, ma come lo farai? Se al centro del tuo universo, hai collocato la famiglia e l'"altro/a", sarai tentato di dire No al tuo capo e di accontentare la tua metà, in quanto "dipendente" dalle sue aspettative, sapendo, razionalmente, che sarebbe meglio tu rimanessi in ufficio: che dilemma! Se al centro della tua  vita hai collocato dei valori, dei principi che ti appartengono e li porti avanti, sarai più autonomo nelle scelte e meno condizionato da fattori esterni, perturbanti, pertanto sarai più assertivo ed efficace. Il nostro significato proviene del nostro interno, come scrive ancora una volta Viktor Frankl: "In ultima analisi l'Uomo non dovrebbe chiedersi qual è il significato della sua vita, dovrebbe piuttosto riconoscere che è lui a essere interrogato dalla vita. In altre parole, ogni Uomo è esaminato dalla vita e può rispondere alla vita soltanto rispondendo per la propria vita: alla vita può rispondere soltanto essendo responsabile". Ogni cambiamento inizia indossando gli stivali della consapevolezza, quella luce puntata sull'interno che ci permette di  esaminare i nostri pensieri. Quindi se intercettiamo il nostro paradigma, e, se, prima di tutto, diventiamo consapevoli di averne uno che ci guida e ci influenza, ci diamo la possibilità di diventare più protagonisti delle circostanze che si creano e si plasmano anche attraverso il nostro intervento, il nostro essere nel quotidiano dispiegarsi degli eventi. Troviamo il nostro CENTRO e troveremo la nostra direzione, la saggezza, il potere e l'autostima necessari per crescere interiormente nel modo di affrontare la realtà e le relazioni con gli altri. Si diventa "alunni" di sé stessi, soltanto se si lascia aperta la porta dell'umiltà, quella che ci entusiasma all'idea di imparare a essere ciò che siamo in realtà.

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Obiettivo: “Voglio migliorare!” (Come ritrovar...

In quasi tutte le richieste di aiuto che ricevo, è contenuto il proposito “voglio migliorare”. Peccato che questo obiettivo, e più avanti ti spiegherò che detto così non è ancora un obiettivo ben formato, sia soffocato da una lunghissima sequela di piagnistei, di dubbi sul futuro, di tormenti riguardanti il passato. Si può davvero puntare al proprio miglioramento se la mente è inquinata da pensieri velenosi?Molti di coloro che mi scrivono, e sono davvero tanti, tra YouTube, Facebook e Il Blog di MB, fanno lunghe premesse e prima di arrivare al dunque, si autoaccusano, si flagellano per tutto ciò che non sono riusciti a ottenere nella vita fino a oggi e si angosciano per la paura di “non fare in tempo” a ottenere qualcosa di buono nell’immediato futuro. Alla fine di un messaggio chilometrico, piazzano lì quel “voglio migliorare” e invocano il mio aiuto, sperando in un miracolo. Il mio aiuto è garantito, e io leggo tutti i messaggi con attenzione, quindi non sto mettendo alla berlina o giudicando in modo negativo il contenuto di ciò che mi viene scritto, tuttavia siamo sicuri che questo sia il modo giusto per formulare il desiderio di voler migliorare?No, non lo è, per il semplice motivo che più rievochiamo i demoni che abbiamo dentro e più li manteniamo aggrappati alla nostra anima, alla nostra individualità, e questa pesantezza ci condanna all’immobilità e all’impossibilità di cambiare, nonostante le buone intenzioni.Chi si lamenta e si flagella tenta inconsapevolmente di ottenere approvazione e attenzione da parte degli altri, senza rendersi conto che il male prodotto da un simile autosabotaggio supera ampiamente gli effetti positivi riposti nella promessa di voler cambiare. “Voglio migliorare” è un obiettivo indefinito e non innesca il combustibile della volontà, anzi, è fonte di stress, perché non è affatto chiaro quale miglioramento sarà considerato accettabile da chi lo formula.In che modo può essere riformulato un obiettivo così generico, secondo la regola SMART-P, alla quale, tra l’altro, è dedicata un’intera sessione del percorso Atleta Vincente? Scopriamolo assieme…

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La trappola delle “misure” (Concentrati solo s...

Nelle discipline sportive dove gli atleti si confrontano su distanze da percorrere, serie da completare o punteggi da raggiungere, le “misure ufficiali” creano assuefazione e diventano barriere mentali, soprattutto in allenamento, all’approssimarsi delle quali si innesca la profezia che si autoavvera. Per questa ragione, dobbiamo ingannare la nostra mente. Ricordi cosa dicevo nella Pillola 86, a proposito del “muro del trentesimo chilometro”, noto anche come “muro della maratona”? Il podista teme il muro, se lo aspetta, cerca di non pensarci, ma in realtà si logora e quando arriva, per effetto della profezia che si autoavvera, è già mentalmente sfinito.Questo processo si ripete in tutti i casi in cui l’atleta si confronta con misure standard, come ad esempio 100, 200 e 400 metri per un velocista; 5.000 e 10.000 metri per un fondista; serie da 25 piattelli per un tiratore; e così via.Su questi numeri si fissano ancoraggi negativi potenti, che vanno opportunamente disinnescati, perché l’atleta ogni volta che deve confrontarsi con la “sua” misura inizia a rivivere dentro di sé tutta la sofferenza fisica e mentale che tale prova comporta, a discapito della prestazione e delle riserve di energia nervosa. Qual è il trucco per ingannare la mente ed evitare l’autosabotaggio?Per ogni disciplina occorre individuare la soluzione adatta, che esiste, te lo assicuro, e ogni bravo allenatore la conosce, anche se il più delle volte la applica senza dare la giusta enfasi al perché è importante mettere in atto tali stratagemmi. Nel video trovi esempi riferiti all’atletica leggera, al tiro a volo e ad altre discipline.

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Accettazione e Autostima (Fai il tifo per te e per...

La Pillola dedicata all’autostima (https://www.youtube.com/watch?v=LjyEx...) ha suscitato molto interesse e la mia definizione, tratta dalla sesta sessione del videocorso Atleta Vincente (http://atletavincente.com), «Avere autostima vuol dire conoscere il proprio valore, pur nella consapevolezza dei propri limiti», è stata largamente condivisa, tuttavia il cammino verso il potenziamento dell’autostima parte da un’azione consapevole che non può essere data per scontata. Non basta, infatti, avere coscienza della propria dignità, rispettarsi e avere fiducia nelle proprie capacità: per poter sviluppare una sana autostima occorre sperimentare l’accettazione di sé. Accettarsi vuol dire tifare per sé stessi, vuol dire alimentare la propria “vocina” con espressioni quali “io sono la persona che sta facendo questa cosa ORA e mi sta bene così”, “io mi accetto ORA per quello che sono”, “io sto bene con il mio corpo e con la mia mente ORA e ho fiducia in me”, “io mi piaccio così come sono ORA”, “io mi tratto con rispetto perché me lo merito”. In altre parole, significa essere alleati di sé stessi e non avversari.L’accettazione di ciò che siamo scatena una vitalità straordinaria, perché quando impariamo a riconoscere ogni più piccolo dettaglio del nostro corpo e, più in generale, della nostra esistenza, difetti compresi, come qualcosa che ci appartiene e non come un alieno da combattere, l’energia che prima era sprecata in un conflitto interiore dannoso può essere canalizzata in azioni positive e utili per noi e per chi ci circonda. In che modo un atleta può usare la forza dell’accettazione a proprio vantaggio?

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