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Coaching

Perché ti va tutto storto? (Legge di Attrazione d...

“Non me ne va mai bene una!”, “La mia vita è uno schifo!”, “Non ci provo nemmeno, tanto so già che sarà un disastro!”: hai mai detto o pensato qualcosa di simile? Se ti è capitato, sappi che avevi proprio ragione, e nel video ti spiego il perché… Iscriviti al mio sito http://www.massimobinelli.it e ricevi la Guida per la tua Crescita Personale.

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Coaching: conosci il tuo limite?

"Limite": in senso più astratto, confine ideale, livello massimo, al disopra o al di sotto del quale si verifica normalmente un determinato fenomeno (Treccani). Qual è il tuo livello massimo, il tuo confine ideale? Bella domanda! Innanzitutto, in quale ambito? Di cosa stiamo parlando? Di lavoro oppure di Vita? Quanto conosciamo di noi stessi al punto da stabilire che questo o quel livello è il "Nostro limite"? Ce lo dice l'esperienza oppure ce lo suggerisce la Mente? Una grande porta si apre, se entriamo nella sfera mentale. Lì, giacciono sedimentati schemi di pensiero e di comportamento appresi e introiettati nel percorso di crescita, dalla nascita al punto in cui siamo oggi. Siamo ciò che abbiamo imparato ad essere: siete sconvolti? Un po' fa pensare... eppure, non lo dico io, lo dicono grandi Maestri del passato, lo dicono studiosi, lo dice una branchia della psicoterapia, lo dice la cultura umanistica, da Carl Rogers ai giorni nostri. Tara Bennet, psicoterapeuta e moglie di Daniel Goleman, teorico dell’Intelligenza Emotiva, è autrice di un interessante manuale, Alchimia Emotiva, in cui esplicita in modo molto chiaro alcuni degli schemi principali ai quali attingiamo per costruire il nostro atteggiamento rispetto agli eventi della vita, tutto rigorosamente a livello non consapevole. Tali "cornici" limitano la nostra azione, costantemente disegnata all'interno di questi spazi pre-costruiti che ci fanno credere di muoverci in totale autonomia. Il limite è nella mente: ciò che decidi di non essere in grado di fare, non lo farai, perché in te si dispone un atteggiamento tale per cui non riuscirai a trovare il modo di procedere, non troverai motivazione, non avrai la vista acuita per guardare lontano. Perché non pensi di farcela? Perché la tua autostima è in pessimo stato, non per colpa tua, ma per la tua storia di vita e per le circostanze in cui ti sei trovato che non hanno fatto altro che potenziarne il dis-valore anziché scioglierla dalle briglie dell'insicurezza e lasciarla libera. Cos'è, dunque, il limite? Un ostacolo davanti a te: come ti comporti? Lo salti, lo raggiri oppure torni indietro? Lì si manifesta il vero pensiero limitante: se lo salti, sai concederti l'onere e l'onore della sfida e sei coraggioso, non hai timore e ti lasci andare, vai a vedere cosa c'è al di là e non ti spaventa "saltare" ossia "correre il rischio" di cadere e, metaforicamente, fanne quello che vuoi per la tua vita attuale... Se lo raggiri, avrai intuito che ciò significa un voler "non vedere" il problema, pertanto è come se chiudessi gli occhi e cercassi la via più semplice per non prenderti alcuna responsabilità: comodo, certo, ma dove ti porta? Se, invece, torni indietro, beh, fatti delle domande: ti spaventa così tanto? Cosa ti fa più paura? Un percorso di Life Coaching è salutare per capirlo se impari ad ascoltarti un po' di più... Insomma il limite non è l'ostacolo, ma il modo in cui tu guardi quell'ostacolo, che ne pensi? Non è il caso di prendere in mano la tua vita e ogni tanto fare un test per vedere a che punto ti sai ancora stupire? Guarda oltre la cima e stai a guardare cosa accade: la vita è un viaggio da vivere intensamente, pertanto, vai, sogna e... osa!   Maria Cristina Caccia

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Perché un atleta, preparato e dotato, perde! (Pau...

Tu hai mai avuto paura di vincere? Sappi che è un problema comune a molte persone, e la “colpa” è sempre di quel fatidico 50% che spesso viene trascurato: un atleta può raggiungere un’ottima preparazione tecnica e fisica, ma siamo ancora a metà dell’opera, perché per forgiare un campione occorre curare anche l’altra metà, quella che riguarda la mente: un campione è l’espressione di un equilibrio perfetto tra il 50% di bagaglio tecnico e fisico e il 50% di potenza mentale. Iscriviti al mio sito http://www.massimobinelli.it e ricevi la Guida per la tua Crescita Personale.

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Da un grande potere derivano grandi responsabilit...

Oggi ho deciso di porre questo quesito su differenti social network: “quali sono secondo voi i blocchi, le paure, che fanno sì di non avvalersi di un valido Mental Coach pur sapendo che non potrebbe far altro che migliorare la vostra condizione attuale?” Come immaginavo ho ricevuto molte risposte fra le quali: paura di perdere il controllo, mancanza di tempo e tempi giusti per farlo, investimento troppo oneroso, sicurezza nelle proprie capacità, ecc. Ora vorrei fare una provocazione: “eppure quanti di noi quando le cose non vanno per il verso giusto fanno appello alla propria religione, al proprio Dio, al proprio angelo custode, al fato, alla magia o al sovrannaturale?”   Sapete cosa penso io? Nella mia domanda ho scritto specificatamente: “pur sapendo che non potrebbe far altro che migliorare la vostra condizione attuale”.   Questo per escludere tutte quelle persone che non conoscono la figura del Mental Coach o che ne hanno una visione “distorta”.   Bene, penso che le risposte ricevute e che riceverò nell’arco di questa giornata siano e saranno unicamente delle scuse…   Penso che il vero motivo per cui una persona NON decida di avvalersi di questa collaborazione che può solamente portare un beneficio in qualsiasi ambito (sportivo, lavorativo, vita), è unicamente la... paura di evolversi!   Si, perché chi è entrato a contatto con un vero Mental Coach, chi ha investito per la propria crescita personale ha capito che tutto ciò che farà da li in poi sarà merito o demerito delle proprie capacità, dei propri comportamenti, “governati” dal proprio sistema di credenze, dalla propria scala di valori, dalla propria identità e spiritualità.   In poche parole NON avrà più SCUSE da utilizzare come scudo personale per i propri insuccessi.   Niente più “sfiga”, “destino”, “fato”, “karma”, “ambiente”, “ma loro”, ecc…   Attenzione, non fraintendetemi, non sto dicendo che “dopo” non capiteranno più cose spiacevoli o avvenimenti inspiegabili che sembrano “minare” la nostra felicità.   Sto dicendo che imparerai a comprendere che il “vero segreto” è il come ci si rapporta al mondo intorno a noi, imparerai a comprendere come utilizzare al meglio le tue risorse così da affrontare al meglio ciascun ostacolo trasformandolo in opportunità di crescita. Sto dicendo che ti accorgerai che non c’è un modo giusto e uno sbagliato per fare le cose, ma una strategia più o meno efficace.   Sto dicendo che comprenderai come predisporti al avverarsi del tuo futuro, riuscendo veramente a dirigerti verso di esso, esattamente come tu vuoi e non “semplicemente” cercando di “sopravvivere”.   Ma…esattamente come disse Benjamin "Ben" Parker (lo zio di Peter Parker – Spiderman): “da un grande potere derivano grandi responsabilità” (With great powers comes great responsibility).   Ed ecco che tutto questo discorso si riassume in: io non voglio essere responsabile della mia vita, preferisco scaricare ad altri i miei insuccessi e sperare sempre che qualcosa o qualcuno cambierà la mia situazione. In poche parole: non ho le palle per affrontare in prima persona la mia vita!   Ma, naturalmente, questo è solo il mio pensiero… Fausto Donadelli

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Vivere è sinonimo di apprendere

Non puoi insegnare niente a un uomo, puoi solo aiutarlo a trovare le cose dentro sé stesso. (Galileo Galilei) Se pensiamo alla parola scuola, la nostra mente coglie significati legati al tema dell’apprendimento, dei libri, degli insegnanti, dello studio e dei compiti, anche di obblighi, in un certo senso, quando poi si orienta lo stesso pensiero al momento della verifica o dell’interrogazione che svela il livello di preparazione. Se pensiamo alla Vita, cosa ci viene in mente? Alcuni possono immediatamente pensare a espressioni del tipo “è meravigliosa” oppure “che fatica!” oppure “è l’altra faccia della medaglia” o, ancora, “è severa e a volte ingiusta”. Ognuno, secondo la propria esperienza e secondo il modo in cui “vede” e “si vede” darà un risposta molto personale. Non vi capita mai di pensare alla Vita come a un’aula scolastica? Provateci. Seduti per un po’ e poi ci alziamo, andiamo e torniamo, facciamo esperienza, incontriamo persone (i docenti, i compagni, il bidello, gli altri alunni) come in un “mini-mondo” in cui siamo chiamati a “imparare” qualcosa su cui ci verrà fatta una prova per vedere se abbiamo capito la lezione. Ecco la Vita, in effetti, è una “classe” che ci permette di “conoscere” e di “prenderci cura di noi stessi”, attraverso la cultura e grazie al superamento di “esami”. Qual è il nostro livello di attenzione in questa “aula” speciale? Siamo assonnati oppure vigili? Ascoltiamo o sentiamo le cose che ci vengono presentate? Salutiamo le persone che incontriamo? Come stiamo nel nostro banco, comodi o scomodi? E quando dobbiamo “andare alla lavagna” interrogati, come ci percepiamo? Le circostanze che viviamo sono spesso dei grandi “insegnamenti” che la Vita ci propone e con saggezza ri-propone se si accorge che non abbiamo capito molto bene la lezione. Ci aiuta a ritornare su quel “tema” e a riviverlo per imparare da esso qualcosa in più di noi, del nostro percorso evolutivo personale. Dobbiamo farlo da soli, con fiducia nella nostra intelligenza e nella nostra “Voce”. Non esistono “Libri” più misteriosi di quello della Vita: sembra a volte tutto ingiusto, tutto inutile eppure non lo è, anche le esperienze più dolorose sono dei “testi” sacri, che ci piaccia oppure no. E se affrontiamo la Vita con uno spirito da “alunno” ci predisponiamo ad “apprendere” in ogni istante, ci togliamo di dosso gli abiti dell’arroganza e della pretenziosità e ci sveliamo nella nostra vera essenza, che non teme di essere giudicata ma ha voglia di essere scoperta e amata. La Vita è un’aula in cui si è costantemente bocciati per poi essere rimandati e, infine, promossi. Tutto dipende da noi, proprio come a scuola. Maria Cristina Caccia

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Cosa è meglio per me? (Come gestire tensione e ra...

“Cosa è meglio per me?”. Con questa semplice domanda, che dovresti rivolgerti quando senti che il sangue inizia a ribollirti nelle vene, scoprirai che puoi gestire la rabbia e usare la sua energia in modo positivo, senza sprecarla in azioni potenzialmente dannose, per te e per gli altri. Iscriviti al mio sito http://www.massimobinelli.it e ricevi la Guida per la tua Crescita Personale.

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Coaching: sport e "forza mentale"

Perdere una partita può essere un aspetto difficile da gestire. Alcuni atleti tendono a mettere in discussione il loro talento e la loro preparazione atletica nonché la capacità di giocare al meglio sotto pressione. Ciò nonostante, le avversità si “incrociano” con qualsiasi atleta nel corso della propria carriera sportiva. E’ come gestire le avversità, la forza mentale che determinerà se e quanto velocemente si sarà in grado di uscire dai  “momenti difficili”. “quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare” La domanda allora è:  tu quanto sei “duro”? Perché  perdere fa parte del “gioco”, si può perdere in campo come nella vita… Potrà risultare difficile da elaborare ma è fondamentale ricordarsi il proprio obiettivo, quello di preparare la strada giusta, tenere la mente attiva, “forte” e  continuare a lottare! È imparando di momenti difficili e impegnandosi a migliorare per il futuro che si diventa più forti mentalmente. Un consiglio:  ogni qual volta che vi ritrovate nuovamente in quella situazione, cominciate semplicemente a credere che state per avere nuovamente il successo! Rifiutate di  permettere al passato di definire il vostro futuro e mantenete l'attenzione sul “qui ed ora” e non quello che c'è dietro. Fausto Donadelli

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Alleniamo le nostre emozioni

Tu sei sempre stato uno che tutto sopportando nulla subisce: e con pari animo accoglie i favori e gli schiaffi della Fortuna […] Mostrami un uomo che non sia schiavo delle passioni e me lo porterò chiuso nell’intimo del cuore, nel cuore del mio cuore, come ora te. (Amleto all’amico Orazio) Uno sportivo sa quanto sia importante allenarsi per riuscire a ottenere risultati, soprattutto se stiamo parlando di agonismo, in cui si partecipa a competizioni nazionali se non internazionali, su cui la stampa, gli sponsor, i fans hanno gli occhi puntati. Costanza, allenamento e determinazione, portano, dunque, a risultati non sempre vincenti, ma, sicuramente vicini al podio. Bisogna crederci e lavorare sodo, contando su un fisico sano e predisposto anche a sostenere sforzi e tensioni a lungo termine. Non importa se normodotati o diversamente abili: quando c’è di mezzo la passione, nulla rappresenta un limite, se non è la mente a crearne i presupposti.   Anche le emozioni vanno allenate Prima di tutto, conosciute e poi esercitate per non esserne travolti: loro non devono guidare noi, semmai siamo noi a doverle indirizzare. Per fare questo - come sostiene Daniel Goleman nel volume “Intelligenza Emotiva” - è indispensabile diventare consapevoli di ciò che si agita in noi. “Il consiglio di Socrate - dice - Conosci te stesso, fa proprio riferimento a questa chiave di volta dell’intelligenza emotiva: la consapevolezza dei propri sentimenti nel momento stesso in cui essi si presentano”. Una auto-consapevolezza che Assagioli, nella sua teoria psicosintetica, propone come “disidentificazione” ovvero “autoidentificazione” dell’Io consapevole" ossia osservatore/spettatore di ciò che accade dentro e fuori di Sé. Le emozioni sono parte di noi, alcune nascono dalla rabbia, altre dalla paura, altre da esperienze d’infanzia o, altre ancora, da vissuti che hanno lasciato il segno e si integrano con le vicende quotidiane della vita, accumulandosi nel tempo, lungo i giorni e le notti. Siamo energeticamente vibranti e il nostro corpo trascrive, come un ottimo telegrafo, ogni nostro stato d’animo e lo memorizza, ne lascia intravedere i segni a livello somatico. L’autoconsapevolezza ci rende più liberi di vedere gli eventi per quello che sono e di vivere le emozioni come complici e non come vittime. La positività è contagiosa e libera una forza risanatrice quantomeno dei pensieri che descrivono una realtà più accettabile, mentre la negatività è virulenta e può creare notevoli argini contro il libero fluire della nostra creatività e della nostra vitalità. Maria Cristina Caccia

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Stress ed ansia da... iper connessione

Lo stress da iper connessione è uno di quegli aspetti che affronto spesso con i miei coachee, nelle sessioni di life coaching, ma sovente anche in quelle di business ed executive. Oramai, grazie alle nuove tecnologie, smartphone e tablet ci permettono di essere connessi con il mondo, o forse dovremmo meglio dire iper connessi. La teoria che sosteneva che queste tecnologie ci avrebbero fatto guadagnare, in termini di qualità della vita, viene in qualche modo messa in discussione da quello che invece accade nella realtà. Se, da un lato, i nuovi mezzi tecnologici ci consentono di ricevere mail, di navigare in internet, dall’altro, un uso non consapevole di questi strumenti, potrebbe portare a fare crollare le barriere tra tempo lavorativo/tempo personale e familiare, con la conseguenza che uno si troverebbe di fatto sempre a lavorare, in prima linea. Vediamo sempre più frequentemente persone che, mentre mangiano, controllano la posta sul tablet e smartphone, o persone che mentre stanno con i loro figli contemporaneamente socializzano virtualmente sui social media. Questi sono degli esempi di come, oramai, per molti di noi non esista più una divisione netta tra il lavoro e il tempo per sé. Tutto iniziò negli anni '80, quando fecero la loro comparsa le prime poste elettroniche… Poi, all’inizio degli anni '90, quando nacquero i primi telefonini, con i quali si poteva solo telefonare. Già in quel momento, professionisti, rappresentanti, imprenditori, sfruttando questo nuovo strumento, di fatto si trovarono a ricevere telefonate alla sera, al sabato o alla domenica. Ma era permesso, di fatto era lavoro, e al cliente non si poteva dire di no. Anzi all’inizio veniva venduto come un “plus” che veniva fornito: “Mi puoi rintracciare quando vuoi”. Ora, grazie agli smartphone, di fatto, siamo sempre connessi: posta, reti aziendali, social media, skype. Tutto ciò è splendido…ma se viene gestito! Perché se, al contrario, viene subìto, ci si ritrova in mezzo ad un mare di notifiche, sms, posta in arrivo, chiamate varie, che arrivano magari anche di notte, che ci travolgono, provocandoci, senza che noi ce ne rendiamo conto, uno stress da iper connessione. Molto spesso, si tratta di lavoro che invade il tempo personale, ma è vero anche il contrario. Basti pensare che la quantità maggiore di scarico di materiale pornografico avviene durante l’orario di lavoro. C’è di che pensare… Tutto questo comporta sicuramente un costo. Un costo in termini di stress, visto che si è sottoposti ad una potente e continua pressione. Un costo in termini di mancata focalizzazione e concentrazione, visto che spesso si è interrotti dai suoni delle varie notifiche. Un costo finanziario, perché spesso si passa molto tempo a gestire la iper connessione, piuttosto che a lavorare. Infine, c’è un costo per così dire “umano”, perché subire questa iper connessione, ci porta in un labirinto senza uscita. Un labirinto in cui si crede che vivere sia essere connessi. Ma non è così… Anzi, per vivere bisogna riprendere il controllo e la gestione di questa connessione con il mondo.   Ma come si può riprendere il controllo, per evitare di subire questa nuova circostanza? Innanzitutto, prendendo consapevolezza della situazione e modificando alcuni comportamenti, dandosi cioè delle regole per fare fronte a questo nemico subdolo.  Guarda questo video, molto attentamente, ti aiuterà… Per prima cosa, è bene eliminare le notifiche di posta, social, giochi ecc… Sono tutte cose utili ed interessanti, a volte piacevoli, ma devi essere tu a decidere quando guardare le mail o guardare i post di twitter, facebook, ecc. Per quanto riguarda le mail, scegli tu quando scaricare la posta, ricorda che basta impostare in automatico l’eliminazione dei suoni di notifica. Rammenta che un’infinità di mail sono inutili e che non sei tenuto a rispondere a tutti e subito! Se tu fossi in volo non potresti farlo. Immagina di essere in aereo e rilassati. Per quanto riguarda i social, anche in questo caso elimina sia i suoni di notifica che le evidenze a video… sono una tentazione. Se puoi, una volta a casa, lascia il telefono al suo posto. Goditi la famiglia, e te stesso. Non farti tirare dentro dagli automatismi da iper connessione, che distruggono il tuo tempo personale. Sfrutta le potenzialità del tuo smartphone: quasi tutti i modelli ormai hanno opzioni come “non disturbare”. In questo modo puoi staccare con tutti, tranne che con i tuoi numeri preferiti. E’ una bella opzione che, a me per primo, ha portato un gran bel miglioramento in questo senso. Insomma, per concludere, questa connessione con il mondo ritengo che sia straordinaria, ma deve essere ben gestita. Bisogna ritrovare un nuovo equilibrio, per far fronte a questo nuovo scenario, per riprendere in mano il tempo personale e lasciare nel cassetto lo stress da iper connessione. Ti ringrazio fin d’ora se metterai MI PIACE a questo articolo, e se vorrai inserire un tuo commento nella sezione “LASCIA UN COMMENTO” in fondo alla pagina per condividere, con me e gli altri, le tue riflessioni… Pierre Joseph Vicari

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Cadere e rialzarsi a testa alta (Credere in un obi...

Sai che esiste un modo per passare dalla disperazione a una forza interiore potente, lavorando su sé stessi e sui propri obiettivi? Ti racconto come un’atleta che seguo è riuscita ad ottenere questo importante risultato e come puoi riuscirci anche tu, in breve tempo, con l’allenamento mentale. Iscriviti al mio sito http://www.massimobinelli.it e ricevi la Guida per la tua Crescita Personale.

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Sei tu il peggior nemico di te stesso!

Sei tu il peggior nemico di te stesso! Possiamo girarci intorno quanto vogliamo, possiamo pensare di dare la colpa alla sfortuna, al fato, al momento poco propizio, al compagno poco capace, all’avversario più forte, alla mancanza della giusta motivazione, alla perdita temporanea di energia, alla stanchezza emotiva e, sicuramente… potrei, potremmo trovare altre 100, 1000 scuse per non ammettere che la colpa è solo ed unicamente nostra.   Attenzione, non discuto che ognuno di noi possa commettere degli sbagli, è umano ci mancherebbe, la mia è una semplice provocazione atta a focalizzare l’attenzione unicamente sul nostro atteggiamento mentale! Si, perché è in base a come noi ci poniamo di fronte alle varie situazioni che ci si presentano che possiamo o meno fare la differenza. Perciò certo che si può sbagliare ma, dobbiamo credere, fortemente credere, che disponiamo di tutte le risorse necessarie affinché l’errore non venga ripetuto. Senza perdersi troppo in “seghe mentali”, in analisi piene di parolone che non fanno altro che contestualizzare e radicare ancor più profondamente dentro la nostra testa l’esistenza “del problema”… dobbiamo, perché vogliamo, investire pochi secondi e chiederci semplicemente:   “cosa sono disposto a fare io perché ciò non si ripeta?”   “di quali risorse posso disporre per migliorare la mia prestazione?”   “quali capacità posseggo?”   “in che modo d’ora in poi mi comporterò?”   Già solo il fatto di porci le domande ci predispone ad un atteggiamento in grado di fornirci una o più soluzioni. Spostiamo la nostra attenzione su tutto ciò che è costruttivo e realmente utile a raggiungere il nostro scopo… perciò, smettiamola di pensare che sono necessari tempi lunghi per trasformare una situazione, cancelliamo definitivamente la credenza che sarà qualcun altro a risolvere il tutto a nostro favore e cominciamo a CREDERE in noi stessi!   Cominciamo a PRETENDERE che il nostro cervello, le nostre emozioni, si alleino al nostro obiettivo e ci accompagnino a perseguirlo nel migliore dei modi… è ora di REAGIRE, di PRENDERE possesso della nostra vita, di dimostrare a NOI STESSI il nostro valore. Fausto Donadelli

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L’ascolto di Sé

 “A volte le parole non bastano. E allora servono i colori. E le forme. E le note. E le emozioni“. (Alessandro Baricco) Siamo immersi da mille rumori. Alcuni sono suoni soavi, quelli della voce delle persone che amiamo. Altri sono fragorosi, tuonanti e si ingarbugliano nel caos del traffico quotidiano, delle sirene spiegate di ambulanze che corrono per salvare una vita, delle sirene delle fabbriche, dei clacson delle auto. Altri ancora sono silenziosi: un ossimoro, rumore silenzioso, come è possibile? Eppure i rumori del “silenzio” sono quelli più assordanti, quando è un silenzio di attesa, di angoscia, di solitudine. La nostra capacità di ascoltare è superficiale e raccoglie i rimandi, gli echi di questi fruscii continui e anestetizza la nostra capacità di sentire, che è ben diversa. Ascolto con la mente, sento con il cuore: una persona parla, un’altra tende l’orecchio, ma non è detto che sia totalmente presente a quel momento preciso in cui avviene lo scambio comunicativo. Una persona parla, l’altra fissa lo sguardo su di lei e non viene distratto da altri suoni, per “sentire” il significato delle parole, le emozioni correlate, per vederne la gestualità. Sentire è diverso da ascoltare, sono due livelli di attenzione paralleli. Sentire noi stessi è un atto di grande responsabilità verso i nostri pensieri, le nostre sensazioni, i nostri “suoni interiori”. Fermiamoci, ogni tanto, e sentiamo come stiamo: sentiamo il nostro corpo, il nostro respiro, il nostro ritmo, il battito del cuore. Siamo fisicamente interi, ma energeticamente scarichi, e ciò accade molto più spesso di quanto noi crediamo. Fermiamoci a raccontarci qualcosa di noi, ogni tanto, dove siamo, quale obiettivo abbiamo, come intendiamo raggiungerlo, come ci sentiamo rispetto a quello che pensiamo e a quello che agiamo? Sentiamo cosa risponde la “vocina” dentro di noi. Sentire come stiamo e coccolarci un po’ ogni tanto è un atto d’amore verso noi stessi, ne traiamo grande giovamento. Vi suggerisco di provare… Maria Cristina Caccia 

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I miei Maestri

Oggi ho fatto un incidente e son caduto nei ricordi con la mente. Riaffiorano da essa tanti ricordi legati ad alcune persone(che considero tra i miei maestri) che hanno condizionato il mio pensiero ed il mio operato come Tecnico. Alcuni di essi li ho conosciuti personalmente, altri studiando i loro libri. Il primo è Emilio They che ho conosciuto personalmente. Da Lui ho appreso anche delle tecniche di allenamento, le quali erano applicate in ambito dell’addestramento militare (Emilio era stato un legionario). They oltre ad essere un Bodybuilder era anche uno studioso eclettico ed i suoi interessi spaziavano in vari ambiti scientifici. Era un grande osservatore di ciò che gli stava attorno, era come un bambino assetato di conoscenze; bambino travestito da adulto, probabilmente felice. Rispettava profondamente i suoi Allievi ma, da essi, non si aspettava la gratitudine; infatti, a tal proposito diceva: “Quando alleni una persona non aspettarti la gratitudine, se sarai fortunato l’avrai”. Perso nalmente questa frase mi risulta difficile da digerire, ma riconosco che fa parte del gioco della vita( anche Einstein diceva una frase simile: “l’ingratitudine è il morbillo della razza umana”). Sull’allenamento diceva anche: “Quando non sei convinto di ciò che proponi ad un tuo allievo, fagli fare meno di ciò che pensi”. Diceva anche: "tu sei ciò che pensi e sei quello che vedi negli altri”. Gli dava fastidio che il Fitness avesse rubato tanto dal Bodybuilding e che lo abbia poi sopraffatto. Fondamentale per me è questa sua frase: “Nella mia vita ho fatto sempre ciò che ritenevo giusto, questo mi ha procurato molti nemici compensati dall’alta qualità dei miei pochi amici”. Di Lui hanno detto: “Ha fatto ciò che ha detto e ciò che ha detto ha pensato, per gli esseri umani è veramente imperdonabile”. E’ morto nel sonno nel suo letto con la tuta addosso (come vorrei morire io). La seconda persona è il Prof. V.E. Leonardi, ex Docente di Teoria dell’allenamento, mio Docente presso l’ISEF di Napoli, il quale diceva spesso: “Siamo ciò che siamo stati e saremo ciò che siamo”. Questa frase nasconde in sé una profonda verità; inoltre egli era bravissimo nell’insegnarci la struttura, le varianti e le componenti di un macrociclo di allenamento (come pure la diversità dell’impostazione di un macrociclo della Scuola Italiana in confronto a quella Russa, Bulgara, ecc). La terza persona è Albert Einstein. Di Einstein, oltre ai suoi testi scientifici, mi interessa la Filosofia Relativistica (Popper, ecc). Egli diceva spesso: “L’unica certezza della Scienza è il dubbio”. Mi ha insegnato, indirettamente, che più strade possono portare allo stesso risultato e che lo stesso allenamento applicato su un allievo può essere proficuo oggi ma non domani o addirittura inutile e/o dannoso in futuro. Come diceva Newton: “Bisogna salire sulle spalle dei giganti del passato e del presente per imparare qualcosa”.    Queste persone hanno acceso una fiammella per illuminarmi la lunga e tortuoso strada della conoscenza. Grazie a loro ed a tanti altri sono ciò che sono, anche se non so chi sono, ma ho dei forti sospetti. Ringrazio Dio che ha fatto incrociare le nostre strade.     Nello Iaccarino

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Percorso di Business e Sport Coaching (Obiettivo t...

Dopo il Coaching in Barca a Vela (che sta riscuotendo grande successo: pochi i posti ancora disponibili!), ecco un altro progetto di team building, con attività che spaziano dal gioco al benessere, il cui scopo è la “costruzione” di un gruppo di persone. Unito al coaching, questo percorso formativo e di crescita personale è più efficace e divertente. Il “gruppo” può essere formato da neoassunti oppure da figure che, all’interno di un’azienda, necessitano di accrescere il loro “benessere organizzativo”.

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Coaching: la... non urgenza della relazione

In una relazione di Coaching è importante “fare pulizia” delle proprie emozioni e dei propri “schemi”. Il “campo” tra Coach e Coachee dev’essere “sgombro”, come si dice, da influenze propriocettive per non influenzare il cliente. La prima persona che deve lavorare su sé stessa in modo costante è il Coach: il meccanismo delle proiezioni è attivo nelle nostre interazioni con l’altro e non si disattiva in un “colloquio di coaching”, pertanto è necessario esserne consapevoli e fare in modo che l’unico vero protagonista del confronto sia “la persona unica interessata dei fatti” ossia il Coachee. Si favorisce una “ecologia della relazione” all’interno di una comunicazione autentica, scevra da sovrastrutture, “pulita”, neutra. Colui che ci sta di fronte deve sentirsi liberamente ascoltato e liberamente in grado di essere o non essere, di dire e non dire, di scegliere il silenzio e di non essere giudicato, osservato, interpretato. Non si interpreta in una relazione di Coaching, si ascolta e si dà la parola all’interiorità. Si cresce sul campo, ci si rigenera ogni volta. In questa “relazione di aiuto” il Coach accompagna l’altro alla conoscenza ulteriore di sé stesso attraverso l'esplorazione delle proprie risorse cognitive, emotive, fisiche e in questo agire gioca un ruolo di grande importanza la dimensione della “non urgenza”.   Cosa significa “non urgenza”? Per il Coach vuol dire non avere “fretta” di depositare consigli o suggerimenti che gli derivano da coinvolgimenti personali, dinamiche irrisolte che colgono l’occasione di emergere alla ricerca di conferme.  Coinvolgersi, etimologicamente, rimanda al concetto di “avvolgere insieme” quindi mescolarsi, farsi “un tutt’uno con l’altro”, ruotare “nel medesimo vortice emozionale” ed  è una circostanza da evitare per non alterare la cosiddetta situazione ideale del “campo” ovverosia quella in cui Coach e Coachee siedono uno di fronte all’altro, senza confondersi.  Diventa conditio sine qua non lo “spaesarsi” ovverosia “uscire dal proprio paese” narcisistico, costituto dalla paure, dalle emozioni represse, dagli schemi, dai filtri che fanno parte di noi ma che nell’espletare il ruolo di “ascoltatore attivo e neutro” non devono prevalere né essere assecondati. Su queste dinamiche personali è necessario lavorare costantemente per disapprendere, in fase di colloquio, l’urgenza di interpretare. Si fa strada, invece, la  capacità di riformulare e chiarificare i concetti espressi dal Coachee aiutato ad analizzarli sotto un’altra veste, con radicamento sul qui e ora per orientare scelte future oppure con visione sul domani per comprendere punti di osservazione presenti.  La pratica del rilassamento aiuta il Coach a “spaesarsi” e quindi a dialogare con le proprie emozioni “urgenti” per dare loro uno spazio interiore in cui rimanere sedute e osservare senza interferire nella relazione di aiuto e di ascolto empatico, che, allo stesso tempo, si mantiene lucido e razionale. Difficile pensare a sé stessi come ad esseri neutrali nel momento in cui ascoltiamo il vissuto di un’altra persona con il quale, a volte, ci identifichiamo. Diventa quasi automatico “farsi specchio” dell’altro, perché in fondo, in noi, traspare un “bisogno di aiutare” e di “salvare”. Nel coaching non si operano “conversioni”. Non si “porta l’altro” a pensare in un certo modo, ma lo si accompagna a riformulare il proprio pensiero, che significa dare degli strumenti per uscire dalla “bolla di comfort” e camminare sulla “sponda” verso un cambiamento di paradigma ovverosia di “lettura” di un modo di essere o di credere come un nuovo orizzonte da cui osservare sé stessi per cogliere soluzioni e stimolare la creatività e l’intuizione. Il Coach segue l’arte maieutica che mira a definire la comprensione di processi di trasformazione e di apprendimento come motivazione interna, soggettiva, lontana da qualsiasi forma di persuasione. Socrate agiva come una “levatrice” per “tirare fuori” dall’allievo pensieri assolutamente personali, da ascoltatore “paziente” e “spaesato”.   Maria Cristina Caccia

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Mamma e figlio: l'importanza del linguaggio

Il rapporto tra madre e figlio, o sarebbe meglio dire tra genitori e figli, rappresenta un pilastro portante nella formazione della personalità del bambino. Questo rapporto passa attraverso le abitudini, i gesti e le parole, che hanno un grande impatto sulla nostra parte inconscia, soprattutto quando si è bambini. Ed è proprio l’inconscio che governa gran parte delle nostre scelte e dei nostri comportamenti. In questo articolo voglio concentrarmi soprattutto sulle parole e sul tono con cui i genitori parlano ai propri figli. Sì, perché bisogna rendersi conto che le parole, soprattutto quando ci si rapporta con i bambini, possono essere dei veri e propri mattoni sui quali il bambino costruirà giorno dopo giorno la sua autostima, oppure possono essere delle vere e proprie voragini di insicurezza, dentro le quali il ragazzo crescendo sprofonderà poco a poco. Molto spesso mi chiamano delle madri per portarmi i loro figli a fare delle life coaching, affinché io possa aiutarli a raggiungere una maggiore autostima e fiducia in sé stessi. E mentre le ascolto parlare, sono le frasi che esse usano che mi raccontano i loro figli. “Ma sai Pierre, lei è una che non ha mai avuto fiducia in sé stessa. Certo non potrà eccellere nello studio, non sarà mai una cima”. Quello che si deve comprendere bene è che, se si aspira ad avere un figlio con una migliore autostima, il genitore deve essere il primo a seminare autostima nel proprio figlio. Sì, perché l’autostima non la si compra in farmacia. L’autostima è qualcosa che si costruisce, lentamente, giorno dopo giorno, già da piccoli, anzi, soprattutto da piccoli. Ecco perché è molto importante comunicare con i propri figli, con la consapevolezza che quando comunichiamo con loro, in realtà stiamo gettando in loro dei semi. Potrebbero essere dei semini di insicurezza, scarsa autostima, oppure semini di coraggio, di intraprendenza e di fiducia in sé stessi. Di questi semi vedremo i primi frutti nell’adolescenza… Le frasi tipo: “Sbagli sempre”, “Sei un disastro”, “Sei il solito, non finisci mai le cose che inizi”, “Cosa sto a perder tempo con te che non capisci”, “Da grande non combinerai mai nulla”, “Non capisci proprio le cose”, sono delle frasi che non contribuiscono proprio a gettare semi di autostima. Anzi, se poi si pensa che a queste parole si aggiungono sempre toni alti, atteggiamento non verbale aggressivo, emozioni negative, ecco che si aprono nel cervello del bambino crateri di insicurezza in sé stesso. A volte, quando spiego questi concetti, in qualità di life coach, mi sento rispondere: “… Ma i miei genitori non si sono mica posti tutti questi problemi eppure sono ben cresciuto anch’io!”… Sicuramente i nostri genitori, hanno cercato di dare il meglio di loro. E il modo che spesso hanno scelto è di fare quello che hanno fatto i loro genitori. Ma si può sempre migliorare! “Tutti sbagliano nella vita, tranquillo!. La prossima volta ti impegnerai di più e vedrai che andrà meglio”, “Ho fiducia in te, e stai certo che le cose miglioreranno se darai il meglio di te”, “E’ solo sbagliando che si impara e si cresce”, “Aumenta il tuo impegno e sfrutta tutto il tuo potenziale”, “Hai tutto quello che serve per riuscire... Ora basta che ci unisci l’impegno”. Questi sono solo alcuni esempi di come si può comunicare lo stesso concetto in modo più potenziante. Una cosa molto importante poi, è dare il giusto riconoscimento ai progressi che il bambino compie, anche i più piccoli: “Bene, hai fatto un buon lavoro”, “Bravo, vedi che se ti impegni riesci sempre”. Serve molto di più rafforzare un progresso, anche se minimo… Se non ci sono problemi o tensioni, così come se non ci sono particolari situazioni di successo conseguito dal bambino, può essere più utile seminare sensazioni positive andando a riprendere successi del passato. “Sono orgoglioso di te”, magari con un gesto, una carezza, una pacca sulla spalla, sono semini che un giorno germoglieranno e daranno quei frutti di una buona autostima. Pierre Joseph Vicari

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Forza del pensiero: affrontiamo la giornata con il...

"Usa la Forza, Luke." (Guerre Stellari - Episodio IV  "Una nuova speranza" 1977) Questa frase mi è entrata subito nella testa, fin da quando ero bambino... usa la Forza. Poi, crescendo, si è aggiunto "Magnum P.I." con la sua frase tipica "La mia vocina mi diceva...". La mia vocina mi diceva... E così, prima ancora di intraprendere qualsiasi studio che riguardasse la comunicazione e lo sviluppo personale, sono cresciuto con la consapevolezza che ci fosse qualcosa di piú di ció che è ai nostri occhi, del "concreto", convivendo fin da subito con quello che poi ho scoperto chiamarsi "inconscio" e "Pensiero Positivo/Creativo". Ma torniamo a noi, quanto puó cambiare la giornata se decidiamo di affrontarla con il giusto atteggiamento? La risposta è molto semplice: completamente! Non ci credete? Provate ad alzarvi la mattina con il sorriso, dicendo a voi stessi "oggi è un nuovo giorno! Ed io sono pronto ad affrontarlo nel migliore dei modi, con il sorriso, la voglia e la gratitudine di poter essere ancora qui... in questo mondo". Non c'è crisi, lite, capo, collega, automobilista, debito... niente di niente che possa farmi cambiare idea.. oggi è un nuovo giorno! Vedrete che come per magia il vostro volto si "illuminerà", i vostri occhi avranno un'altra luce e, non solo chi vi sarà vicino noterà la differenza, ma ne rimarrà contagiato (naturalmente parlo di coloro che sono predisposti al miglioramento). Ma non finisce qui, per un'inspiegabile ragione anche la "realtà" intorno a voi cambierà forma. Non voglio parlare di legge d'attrazione, pensiero positivo o "segreti" da svelare.. .parlo di realtà... semplice realtà delle cose. Perchè non è necessario "studiare" alcunché, affrontare per-corsi "mistici" per rimanere piacevolmente affascinati dall'effetto della Forza del nostro pensiero (quello puó essere un di piú). Semplicemente cominciare a guardare il bicchiere mezzo pieno per una volta, concentrandosi sulle possibili soluzioni e non sul problema, ponendo l'attenzione su tutto ció che ci incuriosisce, che ci fa stare bene, prendendo coscienza che non c'è nulla di "inevitabile", non c'è un "destino avverso", la "sfiga che ci perseguita"... La nostra mente è talmente potente che, se ci convinciamo che nulla andrà bene nella nostra vita, nulla poi andrà per il verso giusto... Al contrario, non se ci convinciamo, ma se vogliamo che tutto vada bene, se siamo disposti ad affrontare giorno per giorno, attimo per attimo, la nostra vita con la certezza di poterla "cavalcare" e non "subire"... tutto andrà per il verso giusto. Ci saranno alti e bassi, momeni In e momenti Out, le incomprensioni e le perdite di persone care... ma voi vivrete tutto in modo differente... credeteci... scommetteteci... Siete ancora un po' scettici? Pensate che sia "folle"? E allora vi sfido... un bel respiro... profondo... spalle alte! Sorriso, e trasformate questi "consigli" in CREDO per una settimana... una sola settimana... e poi ci "risentiamo"! Pensate di riuscirci? Cosa avete da perdere? Avete la Forza per farlo? Fausto Donadelli

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In risposta alla domanda: "ma cosa fa un Ment...

Il Mental Coaching, noto anche come Allenamento mentale, è quel segmento di formazione sportiva che si concentra in specifico su come aiutare gli atleti ad abbattere le barriere mentali che impediscono loro di esprimersi al meglio del proprio potenziale. Il Mental Coach focalizza l'attenzione sulle abilità mentali necessarie per avere successo in qualsiasi competizione sportiva, utilizzando differenti metodologie e tecnologie a seconda della persona e delle problematiche individuate, così da "riprodurre" il proprio stato di peak performance, perché uno dei segreti dei grandi campioni è la capacità di riprodurre quello stato emotivo di grazia in cui si è certi di poter fare qualsiasi cosa. Il Mental Coach un esperto che aiuta gli atleti a definire gli obiettivi in modo efficace e ad innalzare costantemente il livello di performance, attraverso l'allenamento mentale. Focalizza l'attenzione e le azioni degli sportivi sul raggiungimento di risultati concreti, fornisce metodi, tecniche e strategie per utilizzare al massimo le risorse personali.   In particolare, ha l’abilità di individuare e far sviluppare a livello mentale i punti di forza di ciascun atleta, fino a realizzare una combinazione vincente di risorse fisiche, tecniche e mentali che consenta di raggiungere i massimi livelli di performance. Per fare questo è fondamentale "governare" gli elementi che compongono i nostri stati d’animo: la fisiologia, il linguaggio e il focus mentale. Come? Semplice... avvalendosi di un valido Mental Coach! Fausto Donadelli

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Coaching: come imparare a sfruttare i nostri error...

Ti è mai capitato di perdere l’attenzione in un momento critico della prestazione così da incappare in un errore?   E, una volta finita la prestazione, ti sei chiesto esattamente cosa ha causato l’errore?   È stato un errore fisico o mentale?   Spesso si sente parlare di errori causati dall’ansia, perché uno stato ansioso può compromettere la vostra attenzione, ma c’è qualcosa di più della “sola” ansia. Una cosa è certa: il modo migliore per sfruttare a nostro vantaggio e imparare a gestire gli errori è quello di conoscere il processo con cui si verificano.   Molte persone commettono l’errore di analizzare l’errore unicamente dal livello più superficiale ovvero dal risultato della prestazione in base all’inefficacia dell’azione fisica mentre, come per quasi tutte le cose, il “problema” è in un substrato. Immagina semplicemente di “scomporre” un momento in cui hai riconosciuto di aver commesso un errore, ora, mentre stai leggendo… immagina di poter fermare l’azione del tuo “errore” a pochi centesimi di secondo prima che si “realizzasse”… la tua prestazione perciò è ancora incerta.   Puoi però cominciare a verificare se la tua azione, in termini di comportamento e capacità tecniche, è svolta in maniera efficace, ed ecco che, come per magia, ti accorgi che qualcosa non è stato svolto come avresti voluto.   Ora, chiediti a cosa stavi pensando in quel preciso istante… dov’è la tua attenzione?   Quale emozione predominava durante lo svolgimento dell’azione?   E… cosa ancora più importante… quanto eri convinto delle tue capacità?   Prestazione < Azione Fisica < Attenzione < Emozione < Fiducia   Ecco che prendiamo coscienza del fatto che spesso è possibile ridurre gli errori fisici, semplicemente migliorando la fiducia in noi stessi, nelle nostre capacità, così da essere in grado di gestire le emozioni durante tutta la fase di gioco e conseguentemente mantenere l’attenzione sul qui ed ora.     Un ultimo consiglio Quando ti poni un obiettivo fallo non per cercare di ottenere l'approvazione degli altri (allenatori, genitori, compagni di squadra), perché quando ti preoccupi di quello che pensano le altre persone le probabilità che tu giochi per non sbagliare sono altissime e giocare accompagnati dalla paura di fallire non ti permetterà mai di esprimerti al meglio delle tue capacità. Fausto Donadelli

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