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Coaching

Gli ottimisti vendono di più e si ammalano meno

"L’ottimista è colui che vede nella grandine una buona partenza per un mojito” Martin E. P. Seligman, psicologo della Pennsylvania University, considerato il fondatore della psicologia positiva, nel 1988 sottopose il nuotatore della squadra olimpica statunitense Matt Biondi ad un esperimento. Durante una manifestazione sportiva nella quale Biondi doveva testare al massimo le sue capacità, l’allenatore gli comunicò un tempo peggiore di quello ottenuto in realtà. Nonostante la notizia potesse avere un impatto scoraggiante, quando chiesero a Biondi di riposare e di riprovare, la sua prestazione, che in realtà era già stata eccellente, fu ancora migliore. Quando lo stesso esperimento fu ripetuto con altri membri della squadra (dimostratisi pessimisti nell’ambito di altri test) le prestazioni al secondo tentativo furono peggiori. Molti giornalisti erano convinti che durante quelle Olimpiadi Biondi avrebbe eguagliato il record di Mark Spitz che nel 1972 si era aggiudicato sette medaglie d’oro. Ma nella sua prima gara il nuotatore ottenne la medaglia di bronzo, e nella gara successiva arrivò secondo perdendo l’oro nelle ultime bracciate. Due sconfitte del genere avrebbero buttato giù la maggior parte degli atleti ma non Biondi, che si riprese e vinse l’oro nelle cinque gare successive. Seligman definisce l’ottimismo sulla base del modo in cui gli individui spiegano a sé stessi i propri successi e i propri fallimenti. Gli ottimisti attribuiscono il fallimento a dettagli che possono essere modificati, mentre i pessimisti attribuiscono la colpa a circostanze durevoli che essi non hanno la possibilità di modificare. Questi diversi modi di pensare hanno una forte influenza sul modo in cui le persone reagiscono agli eventi della vita. Dal punto di vista dell’intelligenza emotiva, l’ottimismo è un atteggiamento che impedisce all’individuo di sprofondare nell’apatia o nella depressione e di scivolare nella disperazione di fronte a situazioni difficili. Una ricerca condotta dagli scienziati americani dell’Università di Kentucky e pubblicata sulla rivista di psicologia Psychological Science ha dimostrato che chi affronta la vita con fiducia e con ottimismo si ammala meno di chi è pessimista. Gli scienziati hanno studiato un gruppo di centoventi studenti valutando il loro stato d’animo in una serie di test ed è risultato che il sistema immunitario degli studenti ottimisti era più efficiente contro le aggressioni di virus e batteri. L’ottimismo è inoltre un fattore predittivo del successo scolastico. In uno studio su cinquecento studenti appena immatricolati nel 1984 alla Pennsylvania University, i punteggi ottenuti in un test sull’ottimismo si rivelarono un miglior fattore predittivo delle votazioni del primo anno di quanto non fossero i punteggi conseguiti nei test o le stesse votazioni di diploma. Seligman, che studiò questi soggetti, afferma: «Gli esami di ammissione all’università misurano il talento, mentre il modo in cui un individuo spiega i propri insuccessi può dirci se ha un atteggiamento rinunciatario. È la combinazione di un ragionevole talento con la capacità di resistere alla sconfitta che porta al successo. Quello che manca nei test di abilità è una misura della motivazione. È necessario sapere se un individuo continuerà ad andare avanti anche quando la situazione diventerà frustrante. La mia impressione è che, dato un determinato livello di intelligenza, il reale successo di un individuo sia in funzione non solo del talento, ma anche della capacità di sopportare la sconfitta». Seligman svolse un altro importante studio sugli agenti della compagnia assicurativa americana MetLife e scoprì che, nei primi due anni di lavoro, fra i nuovi venditori, quelli che erano per loro natura ottimisti, vendevano il 37% in più rispetto ai colleghi pessimisti. Inoltre durante il primo anno i pessimisti abbandonavano il lavoro con una frequenza doppia rispetto agli ottimisti. Durante la ricerca lo psicologo americano chiese inoltre alla MetLife di assumere un gruppo di aspiranti agenti che aveva ottenuto un elevato punteggio in un test per l’ottimismo ma aveva fallito la normale selezione. Nel primo e nel secondo anno di lavoro, le vendite concluse da questo particolare gruppo superarono quelle dei pessimisti rispettivamente del 21 e del 57 per cento. La ragione per cui l’ottimismo conferisce un così grande vantaggio in un lavoro di vendita è che si tratta di un atteggiamento intelligente dal punto di vista emozionale. Il modo in cui un individuo e nello specifico un venditore reagisce emozionalmente ad un rifiuto è fondamentale per la capacità di darsi una motivazione sufficiente ad andare avanti. Un atteggiamento positivo o negativo nei confronti della vita può benissimo essere qualcosa di innato; alcune persone tendono per natura verso l’uno o l’altro atteggiamento. Ma il carattere può essere modificato dall’esperienza e l’ottimismo, proprio come il senso di impotenza e la disperazione, possono essere appresi. Alla base di entrambi c’è una visione che gli psicologi chiamano autoefficacia, ossia la convinzione di avere il controllo sugli eventi della propria vita e di poter accettare le sfide nel momento in cui esse si presentano. (Goleman 1995) “Un pessimista è uno che crea difficoltà dalle sue opportunità e un ottimista è colui che crea opportunità dalle sue difficoltà.” Harry Spencer Truman Alessandra Puggioni

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Gestire la rabbia

Coloro che sono capaci di controllare le proprie emozioni riescono a riprendersi più velocemente dalle situazioni di difficoltà, mentre chi è privo di questa abilità si trova spesso a combattere con sentimenti tormentosi. Essere capaci di gestire le proprie emozioni non significa essere delle macchine prive di sentimento, significa per esempio controllare l’intensità o la durata dello stato emozionale. Prendiamo la rabbia che di tutti gli stati d’animo, secondo gli studi, è il più difficile da controllare. Dolf Zillmann, psicologo della Alabama University, ha scoperto che uno dei fattori universali scatenanti della rabbia sarebbe la sensazione di trovarsi in pericolo. Il segnale di pericolo può venire sia da una vera e propria minaccia fisica (l’automobilista che non rispetta lo STOP e ci taglia la strada) sia da una minaccia simbolica all’autostima o alla dignità della persona, quando ad esempio ci sentiamo trattati in maniera ingiusta o sgarbata o quando veniamo insultati e umiliati.   Esistono diverse strategie per disinnescare lo stato di rabbia La prima consiste nel fermarsi sui pensieri che la innescano e metterli in discussione. Lo scoppio d’ira viene infatti generato da una nostra convinzione, da un nostro giudizio. Nel caso dell’automobilista che ci taglia la strada saremo sicuramente portati a pensare le peggiori cose su quella persona e sul suo comportamento e queste alimenteranno lo stato di collera. Provare a pensare che forse l’automobilista non ci ha visto o che magari portava qualcuno all’ospedale, insomma avere un atteggiamento più possibilista e una certa apertura mentale, aiuta a mitigare la collera. Il secondo sistema è quello di raffreddarsi fisiologicamente, aspettando che il picco di adrenalina svanisca. Nel corso di un litigio per esempio allontanarsi per fare una passeggiata aiuta a calmarsi. In genere l’attività fisica è un ottimo modo per liberarsi di stati di collera in quanto ci distrae dalla sequenza di pensieri ostili. Infine, uno psichiatra della Duke University, Redford Williams, suggeriva di usare l’autoconsapevolezza per bloccare i pensieri negativi mettendoli per iscritto non appena questi si presentavano. In questo modo i pensieri venivano fissati e potevano essere messi in discussione e rivalutati. Alessandra Puggioni

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Cambiamento: fai di necessità virtù

Cambiamento, miglioramento, crescita, chiamalo come vuoi... ma agisci! Quante volte ti sei detto o hai sentito dire da qualcuno: “Se avessi la bacchetta magica e potessi ritornare indietro nel tempo, farei cose diverse da quelle che ho fatto.” Qualcuno avrebbe scelto un lavoro diverso, qualcuno avrebbe dedicato più tempo alla famiglia o ai sentimenti, qualcun’altro avrebbe inseguito la propria passione e così via. Inevitabilmente tutti arriviamo ad un punto della nostra vita nel quale facciamo questa riflessione e in quel preciso momento, vorremmo ricominciare tutto da capo. In molti casi, ricominciare non è sempre possibile, però non è detto che non si possa fare qualcosa, possediamo comunque diverse frecce al nostro arco: abbiamo le nostre esperienze; conosciamo quali siano i nostri difetti e possiamo lavorarci sopra per modificarli; possiamo fare tesoro degli errori fatti con l’intento di non commetterli più o eventualmente insegnare agli altri a non commetterli. Non è mai troppo tardi per migliorare e questo inizio di anno potrebbe essere il momento giusto per incominciare un nuovo periodo della tua vita. Migliorarsi implica in qualche modo un cambiamento, sia di pensiero che di abitudini e in molti casi tutto ciò viene visto come qualcosa di poco praticabile, faticoso e spaventoso, in quanto racchiude delle “false” incognite.   Chi vive il cambiamento in questo modo, spesso si domanda: Ma riuscirò mai a cambiare? E se una volta cambiato, non mi trovo bene? Ma se cambio, gli altri cosa penseranno? Ovviamente, se questi sono i pensieri che popolano la tua mente, troverai molte resistenze al cambiamento. Cambiare e migliorarsi non significa diventare un’altra persona, significa semplicemente fare alcuni ritocchi alle cose, agli atteggiamenti, ai modi di pensare, che non sono utili al tuo vivere, mantenendo inalterato tutto ciò che di buono possiedi già. Un po’ come potrebbe fare un artista, che per impreziosire la sua opera apporta piccoli aggiustamenti, senza per questo, stravolgerne la totalità. Di solito si tende a cambiare quando non se ne può fare a meno, quindi sotto costrizione, e questo ha quasi sempre un effetto non positivo. Il cambiamento viene subìto e forzatamente accettato, con scarsissima soddisfazione personale. Trovandosi davanti ad una separazione, un lutto, o altri eventi verso i quali non esiste un’alternativa e che modificano l’esistenza, non si impara a cambiare, ma si accetta incondizionatamente il cambiamento imparando a conviverci. Quando invece sei tu a decidere di trasformare qualcosa di te, è molto diverso. Parti dal presupposto che stai facendo qualcosa per te, per il tuo benessere e sei molto più motivato a perseguire il tuo obiettivo. In parole povere, quando sei consapevole della tua condizione e decidi autonomamente di cambiare le cose, sei sicuramente più facilitato/a e più preparato/a al cambiamento. E’ consigliabile prendere confidenza con i cambiamenti perché sarà la vita stessa a proporteli, e di solito quelli che si presentano al di fuori della tua volontà sono improcrastinabili. Impara ad accettarli trasformandoli in una lezione che ti servirà per migliorare te e il tuo futuro. Ecco perché dovresti incominciare da te stesso/a, migliorando qualcosa che non ti piace; sarà una sorta di allenamento mentale che ti troverà più preparato/a ad affrontare le mutazioni della tua esistenza. Maurizio Guida

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Intelligenza Emotiva - Riconoscere le Emozioni

“Se riesci a tradurre in parole ciò che senti, ti appartiene.” Henry Roth Quando si parla di emozioni si ha spesso la tendenza a classificarle in positive e negative, buone o cattive, utili o inutili. Una classificazione in realtà non esatta, in quanto tutte le emozioni sono da ritenersi utili. Sarebbe più corretto invece parlare di emozioni funzionali o disfunzionali, appropriate o inappropriate al momento o alla situazione che stiamo vivendo. Affrontare un esame in un forte stato di stress o ansia potrebbe rivelarsi poco funzionale per il suo superamento. Per un atleta affrontare una gara con uno stato d’animo dominato dalla paura comporterà una prestazione condizionata e impedirà una performance di alto livello. Dunque, come diceva Aristotele, il problema non risiede nello stato d’animo in sè ma nell’appropriatezza dell’emozione e della sua espressione. La parola emozione deriva dal verbo latino “moveo”, muovere, che con l’aggiunta del prefisso e (movimento da) indica la tendenza ad agire. Di fatto un’emozione è un impulso all’azione. Affinché un’emozione sia funzionale alla situazione che stiamo vivendo è fondamentale che l’impulso sia adeguato all’azione che stiamo andando a compiere, è necessario cioè dotare di intelligenza le nostre emozioni. Nel 1990 i professori Peter Salovey e John D. Mayer introducono il concetto di intelligenza emotiva definendola come “La capacità di controllare i sentimenti e le emozioni proprie ed altrui, distinguere tra di esse e di utilizzare queste informazioni per guidare i propri pensieri e le proprie azioni”. Il termine fu poi reso maggiormente popolare da Daniel Goleman, insegnante di psicologia ad Harvard, mediante la pubblicazione del suo libro “Intelligenza Emotiva” (1995) in cui quest’ultima viene descritta come un insieme di competenze o caratteristiche che sono fondamentali per affrontare con successo la vita. Secondo Goleman, Mayer e Salovey queste competenze sono: conoscere le proprie emozioni; controllare le proprie emozioni; motivare sé stessi; riconoscere le emozioni degli altri; utilizzare le competenze sociali nell’interazione con gli altri. Per quanto riguarda il riconoscere le proprie emozioni, Goleman fa riferimento allo stato di consapevolezza di sè che rende una persona in grado di dare un nome alle emozioni quando queste emergono. Secondo l’autore questa capacità è una delle basi dell’intelligenza emotiva perché incrementa il livello di autoconsapevolezza dell’individuo, la capacità di compiere scelte consapevoli e l’abilità di controllare e monitorare la propria vita. E’ attraverso l’educazione e lo sviluppo di queste abilità che possiamo imparare ad essere emotivamente intelligenti e ad usare le emozioni a nostro vantaggio anziché esserne sopraffatti. Il prof. Mark Greenberg, uno dei più importanti esperti mondiali di educazione alle emozioni, ci fa capire quanto sia importante l’alfabetizzazione emotiva: “… Anzitutto, la ricerca indica che quando i genitori riconoscono le emozioni negative dei loro bambini – la rabbia e la tristezza – e li aiutano ad affrontarle, a lungo andare i bambini riescono a regolare meglio le proprie emozioni sotto il profilo fisiologico e a sostenere un comportamento positivo. D’altro canto, quando i genitori ignorano o puniscono i bambini se mostrano tali emozioni, oppure quando si arrabbiano con loro, a lungo andare i figli, sapendo che tali emozioni non possono essere condivise, si chiudono in se stessi. Raggiunta l’età di un anno alcuni bambini, quando sono arrabbiati e sconsolati, anziché andare dalla madre evitano il contatto con lei. L’elemento cruciale è, in questo caso, che i rapporti durante l’infanzia segnano il corso del successivo sviluppo sociale-emotivo. La quantità di emozioni positive, ad esempio la gioia, nei rapporti durante l’infanzia, è fondamentale per impostare i percorsi cerebrali più corretti.” Spesso i genitori non hanno nozione di questi concetti e il sistema scolastico non si preoccupa minimamente di introdurre l’alfabetizzazione emotiva nell’educazione dei bambini e dei ragazzi. Per questo, una volta presa consapevolezza dell’importanza della qualità delle emozioni che viviamo e della capacità di riconoscerle e gestirle, si può scegliere da adulti di lavorare per sviluppare ed utilizzare al meglio queste capacità. In primis per sé stessi ma ancor di più se si è genitori, insegnanti, educatori o comunque persone che hanno a che fare con l’educazione dei bambini. Il primo passo è lavorare sul riconoscimento delle nostre emozioni, sul dare un nome alle emozioni che proviamo. Ogni tanto prendetevi il tempo di fermarvi e di chiedervi che cosa provate in quel preciso momento e annotate su un quaderno o un diario l’emozione che avete individuato. Può sembrare un esercizio banale ma risulta invece molto utile per chi vuole iniziare a controllare e utilizzare in maniera adeguata ed efficace le proprie emozioni. Tornerò ad occuparmi di emozioni nei prossimi articoli nei quali continuerò l’analisi delle competenze necessarie e vi suggerirò alcuni semplici esercizi per sviluppare l’intelligenza emotiva. Alessandra Puggioni

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Neutralizzare i pensieri negativi

La nostra vita è il risultato dei nostri pensieri. (Marco Aurelio) Avete mai provato ad ascoltare quello che vi dite? Che tipo di pensieri fate? Il modo in cui sono formulati? Ciò che pensiamo e ciò che ci diciamo, il nostro dialogo interno, ha un impatto determinante sulla nostra vita. Un pensiero ripetuto più volte con il passare del tempo diventa una convinzione e le convinzioni ci guidano a mettere in atto determinati comportamenti.   Mai sentito parlare di profezia che si autoavvera? Si tratta di un concetto introdotto in sociologia da Robert K. Merton nel 1948, nel suo libro “Teoria e struttura sociale”, l’idea di base è che un’opinione pur essendo falsa, per il solo fatto di essere creduta vera porta la persona a comportarsi in modo da farla avverare. L’esempio celebre della profezia che si autoavvera fornito dallo stesso Merton riguarda il caso nel quale un insieme di risparmiatori, temendo il crollo finanziario di una banca, si reca in pochi giorni a ritirare i propri risparmi. Fino a quel momento la banca era un istituto solido e garantito, ma quando i risparmiatori, oltre che credere, agiscono come se il fallimento fosse davvero imminente recandosi tutti quanti a ritirare i depositi, allora essi fanno in modo che le loro aspettative diventino reali, ossia la banca fallisce. Le nostre convinzioni possono diventare veramente limitanti perché creano delle certezze a cui crediamo ciecamente senza rendercene conto e che non rappresentano affatto la realtà, ma nel momento in cui le facciamo diventare azioni le rendiamo reali. Una volta che una convinzione si fa strada dentro di noi, saremo consciamente e inconsciamente portati ad agire per confermarla. Se per esempio ti presenti ad un colloquio di lavoro con la convinzione di non essere assunto, metterai in atto tutta una serie di comportamenti inconsci che andranno a confermare quella convinzione. Molto probabilmente la tua postura trasmetterà insicurezza ed incertezza, il tono della voce sarà tremolante e basso, etc. Tutti elementi che determineranno un cattivo esito del colloquio e l’avverarsi della tua profezia. Lo stesso meccanismo funziona anche in positivo, quando una convinzione è positiva può essere un’ottima alleata che ci spinge a porre in essere le azione necessarie per raggiungere i nostri obiettivi. Per questo è importante cominciare a “controllare” la qualità dei nostri pensieri e del nostro dialogo interno. Per iniziare a farlo può essere utile partire con un semplice esercizio tratto dal libro “Tu puoi essere felice” di Paul McKenna. Ascoltate la vostra voce interna mentre pensate; fate attenzione a tutte le volte che nei vostri pensieri sono presenti le seguenti parole o frasi: “Non posso”, “niente”, “non ce la farò mai”, “solo”, “ogni”, “nessuno”, “mai”; se intercettate una di queste parole domandatevi se quel pensiero vi fa stare bene o male; se vi fa stare male trasformate la frase generica in una più specifica. Per esempio: “Nessuno mi capisce” può essere trasformata in “Francesco non ha capito quello che gli ho detto poco fa”. (Le generalizzazioni sono processi mentali limitanti che ci portano a trasformare un esperienza specifica e contestualizzata in una più generica e valida in altri ambiti); ora a quell’affermazione collegatene subito una positiva. Ad esempio “Francesco non ha capito quello che gli ho detto poco fa. Parlerò con lui più tardi e mi assicurerò che questa volta abbia capito”. Ogni grande cambiamento è determinato da piccoli passi, cominciare ad ascoltare quello che ci diciamo, individuare i pensieri negativi e agire per neutralizzarli è un primo importante step verso il cambiamento di convinzioni limitanti e poco funzionali per la nostra vita. Alessandra Puggioni   Vorrei acquistare il libro "Tu puoi essere felice" di Paul McKenna

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Perché è importante investire su sé stessi

Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e difficoltà, violenta il suo stesso talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni. La vera crisi, è la crisi dell’incompetenza. L’ inconveniente delle persone e delle nazioni è la pigrizia nel cercare soluzioni e vie di uscita. (Albert Einstein) La crescita personale ha molto a che vedere con il concetto socratico: “Conosci te stesso!” Ascoltarsi, scoprirsi, prendere consapevolezza dei propri schemi mentali, capire perché mettiamo in essere determinati comportamenti, conoscere quali sono i bisogni e i valori che ci guidano sono tutti elementi che compongono la nostra identità, che ci aiutano a capire chi siamo e qual è lo scopo della nostra vita. Fin da quando siamo bambini ci viene detto chi e come dovremmo essere, cosa dovremmo fare, cosa sarebbe meglio per noi e cresciamo con l’ansia di dover soddisfare le aspettative che gli altri hanno su di noi. Il sistema scolastico poi ci porta ad omologarci anziché incoraggiarci a scoprire e soddisfare le nostre inclinazioni ed aspirazioni. Tutto questo soffoca e ci fa perdere contatto con la nostra vera essenza, con la nostra natura e ci allontana da ciò che ci renderebbe davvero felici. La crescita personale è il processo con il quale ritorniamo a noi stessi liberandoci da queste sovrastrutture, dai pregiudizi, dai condizionamenti e dalle convinzioni limitanti. Ci aiuta insomma a scoprire la nostra vera identità e ci guida a ritrovare la strada dell’auto realizzazione intesa come la soddisfazione delle proprie inclinazioni, dei propri bisogni, e delle proprie potenzialità. Siamo la cosa più preziosa che abbiamo e quanto più ciò che siamo si avvicina a ciò che vorremmo essere tanto più ci sentiamo felici e realizzati. Quando esprimo questi concetti con gli amici spesso mi sento dire “Hai perfettamente ragione, se solo avessi soldi e tempo farei subito un percorso del genere”. Non si rendono conto che per avere più soldi e/o tempo hanno bisogno di cambiare i loro schemi di comportamento, di fare proprio un nuovo atteggiamento mentale, di vedere le cose da un punto di vista nuovo, di sviluppare nuove abilità. È proprio nei momenti di maggior crisi che è necessario rivolgere lo sguardo dentro a se stessi, che è necessario lavorare per cambiare quello che non va e che ci rende infelici. Einstein ha detto: Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose. Se vogliamo che qualcosa cambi dobbiamo essere in primis disposti a cambiare qualcosa di noi stessi e in questo spesso i momenti di crisi sono le migliori opportunità di sviluppo che la vita ci offre. E’ proprio con questo tipo di approccio che, nella crescita personale, la parola “crisi” diventa una parola positiva, anticipando il cambiamento e generando una fase nuova caratterizzata da migliori opportunità per sé stessi e per gli altri. Alessandra Puggioni

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Flow: la sua importanza per ottenere ottimi risult...

Scopri in questo video l'importanza del Flow per ottenere ottimi risultati dal tuo allenamento. Quello che conta quando ti alleni non è tanto compiere i movimenti meccanicamente rispettando la scheda di allenamento quanto piuttosto sentire quello che stai facendo a livello di consapevolezza entrando nel Flow. Il flow (flusso in inglese), rappresenta quello stato in cui letteralmente fluisci nel momento presente con quello che stai facendo (allenamento) senza pensare razionalmente. E' uno stato relativamente facile da raggiungere e che ti può permettere di ridurre la fatica e raggiungere migliori risultati.

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Perché non ti dico cosa devi fare (domande potent...

Perché con il mental coaching si ottiene lo sviluppo delle potenzialità personali? Perché grazie a domande appropriate, ciascuno riesce a trovare risposte, risorse e motivazioni dentro di sé. Si passa dalla logica del comando e del controllo a una strategia in cui le domande fanno emergere consapevolezza e generano responsabilità.

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Gerarchie di Valori e Priorità (gestire i conflit...

Gerarchie di Valori e di Priorità. Ascolta la Pillola. Scoprirai qual è la strategia giusta da potenziare grazie al coaching per prendere una decisione importante senza vivere una lacerante situazione di conflitto interiore. Iscriviti al mio canale YouTube (http://goo.gl/YQHuPn) e al Blog di MB (http://goo.gl/TMeFN6). Ogni settimana tanti spunti utili per la tua crescita personale!

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La potenza dell'Autovalutazione (Feedback)

Perché è così importante l’autovalutazione? Perché soltanto noi stessi, e nessun altro meglio di noi, possiamo sapere da dove siamo partiti e se il punto in cui siamo arrivati ci soddisfa, e quanto ci soddisfa. In più, il fatto di “osservarci”, ossia di coinvolgere tutti i nostri sensi, mentre stiamo svolgendo il compito o l’esercizio, fa sì che spariscano le tensioni e aumenti l’efficacia della nostra azione.

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Sport e Dipendenza (benessere psicologico come dop...

L’abbinamento di due termini antitetici, quali sono Sport e Dipendenza, è provocatorio, però mi dà lo spunto per farti riflettere su un concetto molto importante. Se impari ad ascoltare il tuo cuore, seguire il tuo respiro, vivere il momento della pratica sportiva con consapevolezza, si crea una piacevole dipendenza, uno stato in cui mente e corpo sviluppano il massimo del loro potenziale.

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Apprendimento e Piacere (da incompetenza a compete...

Si può potenziare il processo di apprendimento con un percorso di coaching? Sì, si può potenziare l’apprendimento partendo dall’identificazione dell’abilità o della qualità che vogliamo migliorare, in qualsiasi ambito, sportivo (un gesto atletico), lavorativo (un’attività altamente specialistica) o di vita quotidiana. E grazie ad un metodo che ho messo a punto nel corso di anni di esperienza, si può fare in modo che con il coaching si possa imparare ad apprendere in modo più rapido ed efficace e, soprattutto, con maggior piacere, coinvolgendo tutti i sensi.

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La Consapevolezza (forza e potere personale)

Il coaching è costruito sulla consapevolezza, che consente di cogliere tutte le possibilità che abbiamo attorno e dentro di noi con lucidità, attenzione mirata e concentrazione. Consapevolezza significa avere massima confidenza con le sensazioni fisiche, ad esempio durante l’esecuzione di un esercizio sportivo, ma significa anche sviluppare la percezione netta di ciò che avviene nell’ambiente di lavoro o nella vita di tutti i giorni, onde selezionare le informazioni e i fatti rilevanti da tutto il resto che costituisce il “rumore di fondo”.

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