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Coaching

Rio 2016, come gestire la tensione di una finale (...

Staccare un biglietto per partecipare ai Giochi Olimpici è il sogno di ogni agonista che dedica la propria vita allo sport. Riuscire ad entrare in una finale, a seconda della combinazione atleta-etnia, può rasentare la pia illusione. Basti pensare alle gare di mezzofondo, predominio assoluto dei neri africani, o alla velocità, affare che riguarda giamaicani, americani e pochi altri al mondo. Fino a Rio 2016, anche il tiro a volo era un circolo chiuso, eppure un perfetto sconosciuto, di origine egiziana, alla sua prima esperienza a cinque cerchi, è riuscito ad entrare nella finale a sei del trap, la fossa olimpica, una delle discipline del tiro a volo, e a gestire una tensione potenzialmente devastante. All’inizio del 2016 sono stato ingaggiato da Alessandro Nicotra Di San Giacomo, ex atleta e attuale allenatore della Nazionale Egiziana di trap, in vista delle Olimpiadi di Rio de Janeiro. In pochi mesi di lavoro, svolto nel rispetto della Formula dell’Atleta Vincente, ossia competenza tecnica e fisica, onere di Alessandro, più potenza mentale, compito mio, abbiamo raggiunto l’obiettivo di portare il giovane egiziano Ahmed Kamar non solo alla finale dei Giochi Olimpici, ma addirittura allo shoot-off per una medaglia, miglior risultato di sempre per un tiratore africano.Siamo partiti da zero e, per comprensibili esigenze logistiche, abbiamo lavorato a distanza, in videoconferenza, lui al Cairo, io nel mio studio. Il tiro a volo è uno sport individuale, tuttavia è stato importante “fare squadra” e far percepire agli atleti che tutti noi stavamo puntando ad un unico obiettivo. Le difficoltà e le barriere da superare sono state molte, anche culturali, poiché gli atleti egiziani hanno mostrato una diffidenza particolarmente elevata nell’applicare alcune tecniche, tra cui il dialogo interno e la visualizzazione. Per questo motivo abbiamo adottato la strategia del “come se”, di cui ho parlato nella Pillola 82, ossia abbiamo portato Ahmed a vivere ogni giorno, in modo autentico, come se fosse già a Rio, come se avesse già disputato una finale, come se avesse già vinto una medaglia olimpica, e l’abbiamo fatto grazie a esercizi molto sofisticati di “consapevolezza aumentata”. Lo scopo è stato quello di far maturare in lui, gradualmente, la mentalità dell’Atleta Vincente, che pensa come un campione, agisce come un campione, si allena come un campione e gareggia per vincere, perché sa che non ha nulla da perdere, mentre i suoi avversari, pluridecorati e carichi di responsabilità, hanno tutto da perdere. Gareggiare “per vincere” vuol dire sviluppare la fiducia nelle proprie possibilità, assumersi sempre la responsabilità del proprio operato e dare il meglio in ogni circostanza, senza mettersi a fare calcoli di convenienza. Ogni gara fa storia a sé, ogni serie fa storia a sé, ogni tiro fa storia a sé, e soprattutto un tiro non ha memoria, quindi va affrontato con serenità come se fosse un normale tiro di allenamento, indipendentemente dal fatto che sia il tiro successivo a un errore, il tiro che può determinare il passaggio di un turno o il tiro che vale una medaglia olimpica, che poi è il “segreto” della mia regola numero 9.Vuoi sapere com’è andata? Te lo racconto nel video, oppure puoi leggere l’articolo integrale nel mio Blog.

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Il paradigma del "centro": da dove osser...

“Noi non abbiamo bisogno di più forza o più capacità o di maggiori opportunità. Ciò di cui abbiamo bisogno è di usare ciò che abbiamo”. (Basil Walsh) Viktor Frankl, padre della logoterapia, scrisse: "Ciascuno ha la propria vocazione o dichiarazione di missione nella vita... Di conseguenza non può essere sostituito, né la sua vita può essere replicata. Quindi il compito di ciascuno è unico, come è unica la sua specifica opportunità di realizzarlo". Ognuno di noi ha una propria responsabilità ossia quella di "realizzarsi per ciò che è". Diventa fondamentale, innanzitutto, sapere cosa siamo chiamati a fare e cosa vale davvero la pena per noi. Tutto questo può dare vita a una "dichiarazione di Missione personale", frutto di una profonda introspezione, di una analisi accurata, per accendere i riflettori sulla visione del mondo e dei propri valori, osservati in modo neutro, possibilmente senza condizionamenti, cercando di individuare con chiarezza quelli che ci appartengono nel profondo. L'avvicinarsi a sé stessi, scoprendo cosa mettiamo "al centro" del nostro angolo di osservazione della realtà, significa scoprire con quali occhiali osserviamo ciò che ci capita e come ci comportiamo diventa una diretta conseguenza, filtrata da emozioni, stati d'animo, esperienza. Se al tuo centro collochi il denaro, di fronte a una situazione A, agirai in un certo modo, sicuramente diverso rispetto a quello in cui agiresti se al tuo centro o punto di osservazione collocassi i principi oppure la famiglia o, ancora, i beni, ecc. Devi andare a un appuntamento galante; sono le 16 e il tuo capo di avvisa che dovrai rimanere in ufficio fino a tardi quella sera: significa che devi scegliere se chiamare il compagno o la compagna e disdire oppure rimanere in ufficio. Non è scontato quello che farai, sarai tu a decidere, ma come lo farai? Se al centro del tuo universo, hai collocato la famiglia e l'"altro/a", sarai tentato di dire No al tuo capo e di accontentare la tua metà, in quanto "dipendente" dalle sue aspettative, sapendo, razionalmente, che sarebbe meglio tu rimanessi in ufficio: che dilemma! Se al centro della tua  vita hai collocato dei valori, dei principi che ti appartengono e li porti avanti, sarai più autonomo nelle scelte e meno condizionato da fattori esterni, perturbanti, pertanto sarai più assertivo ed efficace. Il nostro significato proviene del nostro interno, come scrive ancora una volta Viktor Frankl: "In ultima analisi l'Uomo non dovrebbe chiedersi qual è il significato della sua vita, dovrebbe piuttosto riconoscere che è lui a essere interrogato dalla vita. In altre parole, ogni Uomo è esaminato dalla vita e può rispondere alla vita soltanto rispondendo per la propria vita: alla vita può rispondere soltanto essendo responsabile". Ogni cambiamento inizia indossando gli stivali della consapevolezza, quella luce puntata sull'interno che ci permette di  esaminare i nostri pensieri. Quindi se intercettiamo il nostro paradigma, e, se, prima di tutto, diventiamo consapevoli di averne uno che ci guida e ci influenza, ci diamo la possibilità di diventare più protagonisti delle circostanze che si creano e si plasmano anche attraverso il nostro intervento, il nostro essere nel quotidiano dispiegarsi degli eventi. Troviamo il nostro CENTRO e troveremo la nostra direzione, la saggezza, il potere e l'autostima necessari per crescere interiormente nel modo di affrontare la realtà e le relazioni con gli altri. Si diventa "alunni" di sé stessi, soltanto se si lascia aperta la porta dell'umiltà, quella che ci entusiasma all'idea di imparare a essere ciò che siamo in realtà.

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Obiettivo: “Voglio migliorare!” (Come ritrovar...

In quasi tutte le richieste di aiuto che ricevo, è contenuto il proposito “voglio migliorare”. Peccato che questo obiettivo, e più avanti ti spiegherò che detto così non è ancora un obiettivo ben formato, sia soffocato da una lunghissima sequela di piagnistei, di dubbi sul futuro, di tormenti riguardanti il passato. Si può davvero puntare al proprio miglioramento se la mente è inquinata da pensieri velenosi?Molti di coloro che mi scrivono, e sono davvero tanti, tra YouTube, Facebook e Il Blog di MB, fanno lunghe premesse e prima di arrivare al dunque, si autoaccusano, si flagellano per tutto ciò che non sono riusciti a ottenere nella vita fino a oggi e si angosciano per la paura di “non fare in tempo” a ottenere qualcosa di buono nell’immediato futuro. Alla fine di un messaggio chilometrico, piazzano lì quel “voglio migliorare” e invocano il mio aiuto, sperando in un miracolo. Il mio aiuto è garantito, e io leggo tutti i messaggi con attenzione, quindi non sto mettendo alla berlina o giudicando in modo negativo il contenuto di ciò che mi viene scritto, tuttavia siamo sicuri che questo sia il modo giusto per formulare il desiderio di voler migliorare?No, non lo è, per il semplice motivo che più rievochiamo i demoni che abbiamo dentro e più li manteniamo aggrappati alla nostra anima, alla nostra individualità, e questa pesantezza ci condanna all’immobilità e all’impossibilità di cambiare, nonostante le buone intenzioni.Chi si lamenta e si flagella tenta inconsapevolmente di ottenere approvazione e attenzione da parte degli altri, senza rendersi conto che il male prodotto da un simile autosabotaggio supera ampiamente gli effetti positivi riposti nella promessa di voler cambiare. “Voglio migliorare” è un obiettivo indefinito e non innesca il combustibile della volontà, anzi, è fonte di stress, perché non è affatto chiaro quale miglioramento sarà considerato accettabile da chi lo formula.In che modo può essere riformulato un obiettivo così generico, secondo la regola SMART-P, alla quale, tra l’altro, è dedicata un’intera sessione del percorso Atleta Vincente? Scopriamolo assieme…

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La trappola delle “misure” (Concentrati solo s...

Nelle discipline sportive dove gli atleti si confrontano su distanze da percorrere, serie da completare o punteggi da raggiungere, le “misure ufficiali” creano assuefazione e diventano barriere mentali, soprattutto in allenamento, all’approssimarsi delle quali si innesca la profezia che si autoavvera. Per questa ragione, dobbiamo ingannare la nostra mente. Ricordi cosa dicevo nella Pillola 86, a proposito del “muro del trentesimo chilometro”, noto anche come “muro della maratona”? Il podista teme il muro, se lo aspetta, cerca di non pensarci, ma in realtà si logora e quando arriva, per effetto della profezia che si autoavvera, è già mentalmente sfinito.Questo processo si ripete in tutti i casi in cui l’atleta si confronta con misure standard, come ad esempio 100, 200 e 400 metri per un velocista; 5.000 e 10.000 metri per un fondista; serie da 25 piattelli per un tiratore; e così via.Su questi numeri si fissano ancoraggi negativi potenti, che vanno opportunamente disinnescati, perché l’atleta ogni volta che deve confrontarsi con la “sua” misura inizia a rivivere dentro di sé tutta la sofferenza fisica e mentale che tale prova comporta, a discapito della prestazione e delle riserve di energia nervosa. Qual è il trucco per ingannare la mente ed evitare l’autosabotaggio?Per ogni disciplina occorre individuare la soluzione adatta, che esiste, te lo assicuro, e ogni bravo allenatore la conosce, anche se il più delle volte la applica senza dare la giusta enfasi al perché è importante mettere in atto tali stratagemmi. Nel video trovi esempi riferiti all’atletica leggera, al tiro a volo e ad altre discipline.

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Accettazione e Autostima (Fai il tifo per te e per...

La Pillola dedicata all’autostima (https://www.youtube.com/watch?v=LjyEx...) ha suscitato molto interesse e la mia definizione, tratta dalla sesta sessione del videocorso Atleta Vincente (http://atletavincente.com), «Avere autostima vuol dire conoscere il proprio valore, pur nella consapevolezza dei propri limiti», è stata largamente condivisa, tuttavia il cammino verso il potenziamento dell’autostima parte da un’azione consapevole che non può essere data per scontata. Non basta, infatti, avere coscienza della propria dignità, rispettarsi e avere fiducia nelle proprie capacità: per poter sviluppare una sana autostima occorre sperimentare l’accettazione di sé. Accettarsi vuol dire tifare per sé stessi, vuol dire alimentare la propria “vocina” con espressioni quali “io sono la persona che sta facendo questa cosa ORA e mi sta bene così”, “io mi accetto ORA per quello che sono”, “io sto bene con il mio corpo e con la mia mente ORA e ho fiducia in me”, “io mi piaccio così come sono ORA”, “io mi tratto con rispetto perché me lo merito”. In altre parole, significa essere alleati di sé stessi e non avversari.L’accettazione di ciò che siamo scatena una vitalità straordinaria, perché quando impariamo a riconoscere ogni più piccolo dettaglio del nostro corpo e, più in generale, della nostra esistenza, difetti compresi, come qualcosa che ci appartiene e non come un alieno da combattere, l’energia che prima era sprecata in un conflitto interiore dannoso può essere canalizzata in azioni positive e utili per noi e per chi ci circonda. In che modo un atleta può usare la forza dell’accettazione a proprio vantaggio?

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La ricerca della perfezione (accetta i tuoi difett...

Il perfezionismo, in senso lato, può essere definito come il rifiuto di qualsiasi difetto, anche minimo, che in genere si accompagna all’incapacità di accettare i propri errori. La persona perfezionista è alla continua ricerca di risultati impossibili da raggiungere, un atteggiamento che può portare a frustrazione e a isolamento. Ma dal perfezionismo possono emergere anche aspetti positivi, in ambito sportivo e nella vita di tutti i giorni. Sul lavoro, il perfezionista non è mai soddisfatto del risultato che ottiene o della prestazione che si appresta a svolgere. Rimanda, non decide, non chiede aiuto e non delega ad altri, perché li ritiene incapaci di conseguire risultati all’altezza dei suoi standard, dunque tiene tutto per sé, accumula e si logora per il carico che aumenta. E più tenta di raggiungere la “sua” perfezione, sulla base di un modello di valutazione che in genere è ben più elevato di quanto la situazione richieda, più resta intrappolato in un labirinto mentale senza via d’uscita.Il segreto è buttarsi quando si ha la sensazione di essere all’80% del proprio obiettivo, per poi correggere il tiro in corso d’opera, perché la corsa verso il 100% porta a non iniziare mai, anzi: rischia di trasformarsi nel paradosso di Achille che insegue la tartaruga, lo conosci, vero?I ricercatori della scuola di Randy O. Frost, professore di psicologia allo Smith College di Northampton, hanno individuato diverse cause del perfezionismo negativo, tra le quali metto in evidenza queste quattro:1. la paura, del tutto irragionevole, di commettere errori per evitare di essere giudicati male o ritenuti dei falliti;2. il volersi imporre standard di qualità troppo elevati rispetto alle reali necessità;3. la bassa autostima e la conseguente insicurezza che scatena il bisogno irrefrenabile di verificare in modo ossessivo i propri comportamenti e i propri risultati, nel timore che siano errati;4. l’eccessiva ricerca dell’organizzazione e di un sistema rigido e schematico nella programmazione di un’azione, che alla fine comporta ritardi e il mancato raggiungimento degli obiettivi, ossia l’opposto di ciò che si intendeva conseguire.Il perfezionismo è patologico se ti frena, ma è un amplificatore della motivazione se ti spinge ad impegnarti per migliorare.

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Botta e Risposta: come controllare ansia e tension...

Tu chiedi e Massimo Binelli Coach risponde. Questa settimana si parla del caso di un bravo portiere che in allenamento fa faville, ma in partita diventa una statua di marmo, paralizzato dall’ansia tra i pali della porta.Ecco cosa mi ha scritto Massimo un mio omonimo:«Buongiorno, mi chiamo Massimo e gioco a pallamano, sono un portiere. In allenamento do tutto e credo di essere anche un buon portiere, ma appena si gioca in campionato e mi ritrovo tra i pali divento un pezzo di marmo, sbianco, praticamente vado nel panico più totale.Vorrei un tuo consiglio su come eliminare questo mio punto debole, perché non vado in guerra, ma semplicemente pratico lo sport che amo e ciò nonostante non riesco a divertirmi. Spero che tu mi risponda presto». L’ansia da prestazione sportiva è un “mostro” con il quale molti atleti si trovano spesso a combattere. Cos’è l’ansia? È uno stato emotivo alterato che provoca disagio o addirittura ci fa diventare un pezzo di marmo, come dici tu, associato ad emozioni quali tensione, preoccupazione, nervosismo, agitazione, apprensione, paura e pensieri negativi. Se l’ansia supera una determinata soglia di guardia, diversa da atleta ad atleta, e più in generale da individuo a individuo, influisce in modo negativo sulla prestazione fisica e mentale, perché porta a perdita di lucidità, di attenzione e di concentrazione. Il “segreto” consiste nel riuscire a identificare la nostra personale soglia di ansia benefica, perché, entro certi limiti, l’ansia è un’alleata, non una nemica, e con questa “ansia amica” un Atleta Vincente deve imparare ad andare d’accordo. Per gestire nel modo giusto questo stato di tensione fisica, psichica e nervosa che si manifesta dentro di te non appena ti ritrovi tra i pali, ribalta la prospettiva. In allenamento dai tutto e ti ritieni un buon portiere? Applica la mia regola 9:Allenati ogni giorno con consapevolezza e concentrazione, come se fosse la tua gara più importante, e affronta la tua gara più importante come se fosse un normale allenamento.Riesci a percepire dentro di te l’effetto di questa strategia? Se affronti gli allenamenti immaginando, grazie alla visualizzazione, di essere in campo per una partita importante, farai diventare “normale” ciò che per te adesso è “eccezionale”. Quando poi sarai tra i pali per disputare una partita vera, non dovrai fare altro che ritrovare dentro di te le sensazioni sperimentate ogni giorno in allenamento. L’allenamento, oltre a servire per migliorare la preparazione tecnica e fisica, per te deve diventare il banco di prova delle tue emozioni, affinché il controllo dell’ansia si trasformi in routine, ossia in un automatismo, in una competenza inconscia.A questo punto ti stai forse chiedendo su quali aspetti dovrai lavorare maggiormente per eliminare il tuo punto debole?

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Il motore dell’autostima (Meritare la felicità ...

Nella sesta sessione del videocorso Atleta Vincente do questa definizione di autostima: «Avere autostima vuol dire conoscere il proprio valore, pur nella consapevolezza dei propri limiti». Significa che bisogna avere coscienza della propria dignità, prima come persona e poi come atleta. Significa che dobbiamo possedere la chiara percezione del proprio sé, rispettarsi e avere fiducia nella capacità di esercitare il controllo efficace delle possibili situazioni che ci troviamo ad affrontare, nella vita, in allenamento o in gara. Ecco la domanda: si può potenziare il motore dell’autostima? Partiamo da un presupposto: se affrontiamo la vita con un atteggiamento di bassa autostima è come scattare dall’ultimo posto della griglia di partenza del MotoGP a seguito di una penalità inflitta al pilota, e darsi per vinti ancor prima del via.Come dici? Ti sta venendo in mente la gara conclusiva del MotoGP 2015, a Valencia, quella del “biscottone” confezionato tra Jorge Lorenzo e Marc Marquez, dove Valentino Rossi fu costretto a partire dalle retrovie?Quando gareggi “per vincere”, non hai nulla da perdere, mentre quando gareggi “per non perdere”, hai tutto da perdere e nulla da guadagnare.Se mi segui, sai che uso lo sport come metafora potente della vita, pertanto il messaggio che intendo trasmettere ricordando l’impresa di Valentino è questo: se ci fidiamo delle nostre potenzialità e sappiamo di meritare ciò per cui stiamo lottando, in primis la felicità, che è lo scopo primario della vita, riusciamo ad essere più consapevoli delle nostre azioni e in un certo senso modifichiamo il nostro futuro. Chi è consapevole del proprio valore e ha sviluppato una sana autostima è attratto da persone come lui e vive meglio, perché si circonda di positività e adotta un atteggiamento proattivo, ossia reagisce ancor prima che gli eventi accadano, e coglie ogni opportunità mettendo in campo tutte le risorse e le potenzialità personali necessarie a conseguire un obiettivo. Chi vive nella pesantezza della propria bassa stima di sé, invece, tende ad essere attratto da persone negative, perché nella melma si sguazza molto meglio in compagnia, ci si consola condividendo le proprie disgrazie, cercando di conquistare il poco invidiabile primato della sfiga più grande di tutte. Se le nostre azioni sono guidate dalla paura, prima o poi finiremo per attrarre proprio gli eventi dai quali volevamo fuggire, perché nella nostra mente si formano pensieri e immagini di ciò che spaventa, e questo meccanismo innesca la profezia che si autoavvera. Il fatto di pensare a una cosa negativa, per la nostra mente, che rimuove la negazione, equivale a desiderare. Grazie all’allenamento mentale possiamo imparare ad alzare l’asticella del livello di felicità e del livello di successo giusti per noi, per far sì che si modifichi la nostra “immagine dell’io” e che la profezia che si autoavvera faccia accadere cosa è meglio per noi al posto di sabotarci.

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Le 25 regole di un Atleta Vincente (Strategie e af...

Nella mia lunga esperienza di sportivo e di mental coach, ho avuto a che fare con centinaia di atleti, compagni di squadra, avversari e coachee, che è il termine usato per definire i clienti di un coach. Ho trovato un’umanità molto variegata, formata da persone positive e persone negative; eterni ottimisti e insopportabili lamentosi; compagnoni logorroici e orsi solitari. Con ognuno di questi individui ho adottato adeguate modalità di relazione, fuggendo a gambe levate dai lamentosi e negativi, lasciati con piacere a crogiolarsi nel loro pantano mentale, e cercando di trovare le parole giuste per entrare in empatia con tutti gli altri, anche se non sempre ci sono riuscito. E sai cosa ho capito? Che certe volte è sufficiente una frase, un aforisma noto o inventato sul momento, per sbloccare energie nascoste. Nel tempo, ho raccolto 25 frasi suggestive ed efficaci, alcune mie e altre tratte da citazioni famose, e ho pensato di proporle in questa Pillola, che dunque esce dal solito schema dell’argomento specifico, sotto forma di regole. Se farai tue queste regole, o anche solo alcune di esse, potrai richiamare alla memoria quella giusta quando nella testa iniziano a formarsi pensieri negativi. Al posto di darti spiegazioni cervellotiche e spesso inutili, metti a tacere la tua vocina con una regola, vedrai che funziona!Ecco 3 delle 25 regole. Scopri le altre 22 nel video…1. Non ci sono scuse che tengano: la responsabilità della tua prestazione è soltanto tua.2. Quando gareggi “per vincere”, non hai nulla da perdere, mentre quando gareggi “per non perdere”, hai tutto da perdere e nulla da guadagnare.3. Allenati ogni giorno con consapevolezza e concentrazione, come se fosse la tua gara più importante, e affronta la tua gara più importante come se fosse un normale allenamento.Alla fine, scegli le tre regole che ti hanno colpito di più, che hanno suscitato in te le reazioni più potenti. Scrivilo nei commenti. Sarà utile a tutti avere un quadro dei diversi livelli di osservazione, ossia dei tasti che ciascuna regola riesce a far suonare, delle sensazioni che scatena e del perché ciò accade.

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Come vincere l’ansia anticipatoria (Sconfiggere ...

Sai cosa si intende con “ansia anticipatoria”? Perché ha un effetto così devastante in chi ne soffre? L’ansia anticipatoria si basa sul noto meccanismo della profezia che si autoavvera: so che avrò paura, e mi viene l’ansia, e più si avvicina il momento che scatenerà in me la reazione di paura e più l’ansia cresce. È come una valanga che diventa sempre più devastante man mano che scende a valle aumentando dimensione e velocità: l’ansia anticipatoria si autoalimenta fino ad assorbire tutte le mie energie vitali, senza via di scampo. E il guaio è che questo cortocircuito ogni volta si chiude con maggiore anticipo rispetto alla volta precedente. Torno ancora alla paura di volare. La prima volta può nascere in aereo, come conseguenza di una forte turbolenza. La seconda volta, l’ansia potrebbe iniziare a fare il suo mestiere in coda al check-in. La terza, potrebbe scatenarsi nel momento in cui si inizia a preparare la valigia, e così via, fino al punto che il solo pensiero di un aereo diventa paralizzante, perché il pensiero negativo scatena immagini negative; le immagini negative provocano sensazioni ed emozioni negative, quali angoscia, panico, insonnia; e tutto questo fa star male, molto male, ben più a lungo del tempo di volo. In ambito sportivo, l’ansia anticipatoria correlata a una gara importante può minare la struttura mentale dell’atleta che ne soffre, perché ben prima dell’evento agonistico la mente si inquina di pensieri negativi e il corpo subisce le conseguenze nefaste dell’effetto psicosomatico, a discapito della qualità degli ultimi importanti allenamenti di messa a punto della competizione. Vincere l’ansia anticipatoria vuol dire riuscire a vivere gli appuntamenti importanti della vita, lavorativi, sportivi o personali che siano, senza rinunciare a nulla di ciò che consideriamo importante per noi, con aumento di autostima e fiducia. Lasciamo sprofondare nell’oblio l’illusione che possiamo controllare tutto, e dunque, per tornare alla paura di volare, abbandoniamo l’idea balzana che guidare l’auto sia più sicuro che volare in aereo perché l’auto la guidiamo noi mentre l’aereo no: è una balla spaziale! Il segreto per vivere felici è imparare a riconoscere ciò che si può e ciò che non si può controllare, accettandone con serenità le conseguenze.Per combatterla, nella vita e in ambito sportivo, ti suggerisco tre tecniche che considero efficaci e attuabili da chiunque, in piena autonomia.

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Maratona, il muro del trentesimo chilometro (Abbat...

Il cosiddetto “muro del trentesimo chilometro”, noto anche come “muro della maratona”, è l’incubo di molti maratoneti. Anche quando il crollo fisico non avviene, si verifica comunque un pesante calo di energia mentale, per effetto della profezia che si autoavvera: temo il muro, me lo aspetto, cerco di non pensarci ma in realtà mi logoro e quando arriva sono mentalmente sfinito. E su quel muro spesso si infrange rovinosamente il sogno di arrivare al traguardo dei 42 chilometri e 195 metri.Dopo la Maratona di Roma 2016, ho ricevuto molte email da parte di atleti che per la prima volta hanno “visto” il muro. Anziché prendere spunto per uno dei miei Botta e Risposta (http://www.massimobinelli.it/il-blog-...) da uno dei tanti messaggi, tutti più o meno simili tra loro, il che mi avrebbe costretto a scegliere a caso, ho pensato di affrontare l’argomento “muro” in modo più ampio e, spero, più esaustivo per ogni runner. Sgomberiamo subito il campo da un possibile equivoco, per evitare di creare false aspettative in chi si immagina che adesso io mi metta a ragionare di preparazione atletica, di scorte organiche di carboidrati, di bilancio idrico o di integratori alimentari. Nella prima sessione del videocorso Atleta Vincente, parlo della Formula dell’Atleta Vincente (se ancora non la conosci, puoi approfondire subito, l’iscrizione è gratis!): http://atletavincente.com/ Ti rivolgo una domanda binelliana: secondo te, quanta energia hai ancora in corpo quando si accende la spia della riserva e la vocina che hai in testa inizia a ululare, ti grida di smettere, ti viene da vomitare dal dolore muscolare?Quando ti trovi di fronte al muro, sappi che in linea di principio ne hai ancora per percorrere altri 30 chilometri, come minimo, perché questi meccanismi ormai fanno parte del nostro patrimonio genetico, dunque la tua spia funziona ancora come funzionava un milione di anni fa.

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Il punto zero della consapevolezza

Ognuno di noi vive in "diverse scarpe": oggi indossiamo quelle di figlio o figlia, domani quelle di adulto e adulta, poi quelle di manager, professionista, marito o moglie, collega, e così via. Ogni "scarpa" lascia una propria impronta e di cosa sia fatta quell'impronta dipende molto da noi.Proviamo a vedere ogni scarpa come un luogo o spazio vitale che ci caratterizza; pensiamo, a esempio, a un nome casuale, Davide e al suo ruolo di figlio, marito, collega, compagno, marito: ciò che riamane fisso è Davide, individuato in un punto zero centrale, attorno al quale si snodano i vari "luoghi" in cui egli abita nella sua quotidiana esistenza. Dove si trova Davide nella sua autenticità? Quanto è in contatto con la consapevolezza di essere all'interno di un ruolo o dell'altro, convinto di essere tutto quel ruolo o l'altro? Ovvero: essere nello spazio di "figlio" porta con sé dinamiche emotive, cognitive, sensoriali, immaginative diverse dall'essere nello spazio di "compagno". Se invece rimango nel mio essere "figlio" anche nello stato di "compagno", cosa accade?E' molto importante prendere consapevolezza di dover fare ritorno a un "proprio punto zero" in cui torniamo presenti a noi stessi, distinguendo ciò che si muove in noi, schemi, automatismi, immagini che forse, se poniamo attenzione, non fanno altro che trascinarsi da un ruolo o da uno spazio all'altro, nutrendo le nostre inquietudini e impedendoci di essere "veri" nelle singole relazioni che costruiamo. Non è facile, per nulla, ma in un percorso di coaching o counseling rivolto all'auto-conoscenza diventa più chiaro il passaggio da una identificazione settoriale a un ritrovamento di una propria area di libera percezione di sé. Prova a disegnare un fiore; al centro scrivi il tuo nome e ai lati, all'interno dei petali, scrivi i vari spazi che costellano la tua vita, dal lavoro, alla relazione affettiva, a quella amicale, a quella genitoriale, ecc., e prova a "osservarti" e a scrivere "come ti vedi?". E' un esercizio interessante, che ti porta a sperimentare per un po' il senso dell'essere "al centro" di un punto zero da cui riprendere fiato, fare benzina, per ripartire, con un motore più snello e disinquinato da molte increspature.    “Una volta accettata la consapevolezza che anche fra gli esseri più vicini continuano a esistere distanze infinite, si può evolvere una meravigliosa vita, fianco a fianco, se quegli esseri riescono ad amare questa distanza fra loro, che rende possibile a ciascuno dei due di vedere l'altro, nella sua interezza, stagliato contro il cielo”.(Rainer Maria Rilke)

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Vivi come guidi la tua auto (guarda avanti con con...

Saresti capace di guidare la tua auto guardando sempre e soltanto nello specchietto retrovisore? E riusciresti a guidare con i piedi infilati in due scarponi da sci, mentre con una mano stai scrivendo un messaggino sul cellulare e con l’altra spippoli sul navigatore? In futuro, quando le auto a guida automatica saranno sul mercato, forse potresti rispondere sì, che tutto ciò sarebbe possibile, ma quel futuro è ancora abbastanza lontano, quindi la risposta corretta è no: per evitare di spiaccicarti sul primo platano, devi guardare avanti e devi avere la piena padronanza del tuo corpo. Riesci ad afferrare la potenza di tale immagine? In questa metafora, l’auto rappresenta la tua vita, che governi e conduci dove vuoi tu solamente se usi i tuoi sensi con piena consapevolezza. Cosa succede se guidi guardando nello specchietto retrovisore, perché stai ancora pensando al bivio appena superato, dove avresti preferito svoltare ma non l’hai fatto? E cosa succede se hai entrambe le mani impegnate? E cosa succede, infine, se, pur vedendo la curva e pur riuscendo a sterzare, non riesci a frenare perché hai i piedi immobilizzati dentro a due ingombranti scarponi da sci? Per riuscire a governare la nostra auto, ossia per essere davvero padroni della nostra vita, delle nostre scelte, dobbiamo sempre guardare avanti con consapevolezza, padronanza e attenzione, perché continuare a rimuginare sugli errori commessi è dannoso e inquina la mente. Dobbiamo riuscire a dire a noi stessi, con convinzione, che se stiamo percorrendo la strada lungo la quale cui ci troviamo adesso è a causa o per merito delle scelte fatte in corrispondenza di tutti gli incroci che abbiamo superato fino a quel momento, e questa piena consapevolezza ci consente di pensare in modo proattivo a quale direzione prendere prima del prossimo bivio, mettendo così in atto, passo dopo passo, tutte le azioni necessarie a far emergere le nostre potenzialità e a indirizzare al meglio le nostre risorse.Vuoi saperne di più su come sviluppare un atteggiamento consapevole e proattivo nei confronti delle scelte da compiere giorno per giorno? Contattami e ne parliamo.

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Come un calciatore può superare lo stress della p...

Questa settimana si parla del caso di un calciatore professionista che si è ritrovato in anchina dopo un infortunio e sta vivendo un periodi di grande stress e pessimismo.Ecco cosa mi ha scritto Alex:«Ciao Massimo, ho 22 anni, attualmente gioco nella xxx, in Lega Pro. La mia carriera è stata molto veloce, perché 4 anni fa, dopo una stagione in Serie D e quella successiva in serie B, ho fatto l’esordio in Serie A. Era un sogno che si avverava, ero felicissimo, però dopo poche giornate ho avuto un grave infortunio.Quando ho ripreso ad allenarmi, dopo la riabilitazione, non mi sentivo più aggressivo come prima, ero debole di testa. Le ultime partite del campionato, come puoi immaginare, le ho fatte in panchina e da quel momento ho perso la fiducia in me stesso. A fine stagione sono stato ceduto alla xxx, ma è stato un anno deludente, per me. Mi sentivo dire che non credevo più nei miei mezzi e così, anno dopo anno, sono tornato indietro, fino alla Lega Pro. Anche in questo periodo sono in panchina perché il Mister preferisce mettere in campo un altro attaccante, più anziano di me. La settimana scorsa mi ha fatto entrare a due minuti dalla fine, in una partita che stavamo perdendo. Speravo che mi facesse entrare molto prima, ero lì che fremevo per giocare e dentro di me dicevo, scusa la franchezza, ma è per farti capire, “Sono qui a farmi prendere per il cxxo”, “Mi sono rotto il cxxxo di questa situazione” e così via. Sono entrato e non vedevo l’ora che quei due minuti finissero. Così non posso andare avanti. Forse devo smettere di giocare. Grazie». Il grave infortunio che ha subito ha minato alle fondamenta la sua autostima. Se avessimo avuto la possibilità di lavorare assieme fin da quei primi momenti di pessimismo e di sfiducia, forse oggi la sua storia sarebbe diversa, e lo sottolineo soltanto per ribadire l’importanza dell’allenamento mentale nella fase di recupero post infortunio, nei periodi di inattività o di riabilitazione, quando un atleta è molto vulnerabile, dal punto di vista psicologico. Il segreto, che vale per te, per tutti i calciatori, e più in generale per tutti gli atleti che si trovano a ricoprire il ruolo delle riserve, perché in una squadra ci sono titolari e riserve, fa parte del gioco, è questo: allenati, entra in campo, pensa e comportati COME SE tu fossi nella formazione ufficiale, mettendo da parte ogni pensiero negativo, semplicemente perché non ti è utile. Devi farti trovare pronto a dare il meglio in qualunque istante, perché questo è il ruolo della riserva, e vedrai che ben presto arriverà la svolta.

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Pensa, allenati, gareggia e vivi come un campione ...

Quando spiego come funziona la visualizzazione ad atleti in erba, soprattutto se si tratta di insegnare il modo migliore per costruire nella mente, grazie alla potenza dell’immaginazione, un gesto atletico, una tecnica o un movimento ancora non ben assimilato, suggerisco di guardare un video del loro idolo mentre esegue proprio quell’azione. Questo stratagemma aiuta i più piccoli, che hanno la capacità di lavorare con la fantasia ancora intatta, a calarsi nei panni del campione da imitare, a muoversi e ad agire come lui, e produce dei benefici che vanno molto al di là degli scopi per cui si inizia a praticare la visualizzazione. Per puro divertimento, i più piccoli, si immedesimano spontaneamente nel loro campione preferito. Quando vengono avviati all’attività agonistica, finché non sviluppano la piena consapevolezza delle loro potenzialità, si allenano e gareggiano immaginando di essere nei panni del fuoriclasse che vorrebbero diventare, e questo esercizio, che va incentivato, funziona, perché è il principio che sta alla base della visualizzazione, del “se lo vedi, puoi crederci”. I bambini pensano di essere OGGI dei campioni, vivono nel loro presente magico, giocano sempre per vincere e apprendono nuove abilità con una velocità sorprendente.Purtroppo, questa straordinaria capacità si affievolisce con la crescita e l’immaginazione fervida e spontanea lascia il posto alla presa di coscienza della realtà, ai pensieri, positivi o negativi, e alle immagini, altrettanto positive o negative. Subentrano le paure, ossia tanto la paura di vincere quanto la paura di perdere, l’ansia da prestazione e tutto ciò che può condizionare il raggiungimento del successo. Ecco la domanda fatidica: si può ritrovare lo spirito del “facciamo finta che…”, ossia la capacità che avevamo da bambini di immaginare e di credere fermamente di essere un campione o un personaggio importante, per diventare Atleti Vincenti? La risposta è sì. Anche quando abbiamo perso la capacità di giocare avvolti dai fumi magici del mondo della fantasia, grazie alla forza di volontà possiamo imparare a vivere in modo autentico in una circostanza immaginaria, come se fossimo attori che devono interpretare una parte. Proprio come fa un bravo attore, anche l’atleta che inizia a pensare e a vivere da campione pian piano sviluppa la consapevolezza dell’agire per vincere e fa in modo che qualcosa di positivo accada sempre. Se gareggi “per vincere”, non hai nulla da perdere, perché anche in caso di mancato raggiungimento dell’obiettivo dirai a te stesso che OGGI non ce l’hai fatta, e così facendo metterai subito da parte la sconfitta e ripartirai verso il nuovo obiettivo vincente. Se gareggi “per non perdere”, invece, ti cali fin dall’inizio nella parte del “non vincente”, un ruolo in cui hai tutto da perdere e nulla da guadagnare. Se gareggi per vincere, vuol dire che hai fiducia nelle tue possibilità e darai il meglio di te, mentre se gareggi per non perdere significa soltanto che adotti una strategia di sopravvivenza o, ancora peggio, che hai paura, e la paura è un mostro che va spezzettato.Se intendi diventare un Atleta Vincente, pensa come un campione, agisci come un campione, allenati come un campione, gareggia come un campione: vivi e comportati da campione. Il resto, te lo assicuro, sono soltanto chiacchiere dalle quali stare alla larga. Vuoi percorrere con me la strada che ti porterà a diventare un Atleta Vincente, ossia un atleta che adotta le strategie dei campioni e che in gara dà il massimo senza farsi pippe mentali? Contattami e ne parliamo.

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Le bolle di comfort: amiche-nemiche!

Cosa c'è di meglio di un risveglio il mattino, dopo una lunga dormita? Ci si sente riposati, anche se a volte l'effetto benessere fa nascere il desiderio di non alzarsi per niente e di proseguire in un altro asset di sogni e sonnecchi. Cosa ha permesso di dormire così a lungo, senza interruzioni? Probabilmente l'eccessiva stanchezza oppure una buona tisana rilassante o, ancora, una adeguata posizione corporea. L'ultima opzione è quella maggiormente coinvolta nel garantire un sonno riposante, laddove la giusta inclinazione della testa, in linea con la schiena, le gambe e le braccia, prende il posto quasi di una coccola posturale e il comfort che ne consegue dà sollievo e accoglie la cosiddetta "sana dormita". Spesso questo comfort è proprio ciò che, nella vita, fuor di metafora, ci fa dormire un po' troppo a lungo e ci dà l'illusione di essere in un mondo rassicurante, a tal punto che chi ce lo fa fare di andarsene fuori? E' vero, ma chiusi in questa bolla non ci permettiamo di conoscerci, nella misura in cui non ci permettiamo di essere in svariate situazioni che rifuggiamo perché distoniche dalla nostra bolla. In questo modo, barattiamo la novità e la vitalità dell'esistenza con ciò che è certo, caldo, accogliente, sicuro, come un grande lettone dove preferiamo rimanere stesi e addormentati. Non ne siamo consapevoli e quando ce ne rendiamo conto? Quando capitano situazioni in cui la vita ci mette alla prova e ci chiede di essere alunni diversi da come siamo sempre stati; ci chiede di agire e/o re-agire come non abbiamo mai fatto, e proprio perché non lo abbiamo mai fatto ci tiriamo indietro, senza sperimentare quello che sarebbe potuto accadere. Una, due, tre, infinite volte torniamo come allo stesso punto, viviamo circostanze o eventi simili e ripetiamo a noi stessi: "Ma, anche stavolta? Mi sembra che mi sia già capitato!". Ecco, se vi ripetete queste parole, l'invito è fermatevi: è qui che dovreste sostare, un attimo, in ascolto di voi stessi, perché significa che, forse, quella circostanza o quell'evento vi sta "raccontando" qualcosa di voi, se cambiate punto di osservazione e se avete voglia di incontrare voi stessi in modo nuovo e più autentico. Non è facile! Molto meglio rimanere stesi e dormire profondamente, ma ci perdiamo tante cose: nuove albe, nuovi tramonti, nuove tempeste, nuove giornate di sole o di pioggia, insomma nuovi spazi di crescita e di consapevolezza. Le bolle di comfort sono amiche-nemiche: imparare a dosarle e a usarle è un cambio di prospettiva, che ci pone in una sfera di influenza guidata dalla nostra volontà di agire e di essere protagonisti delle nostre storie, lontano da una sfera di coinvolgimento in cui rimaniamo passivi e impauriti, vittime del destino ingrato. Fare un percorso di riconoscimento delle proprie bolle di comodità o comfort, può rappresentare un cammino di svestizione di molti nostri veli e sapete cosa vi dico? E' strepitoso guardare da un teleobiettivo senza tappo: si vede tutto molto più nitido. Soltanto chi osa spingersi un po’ più in là scopre quanto può andare lontano.(Sergio Bambarén)

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Botta e Risposta: come si fa a restare “in bolla...

Nelle mie Pillole uso con una certa frequenza il termine “bolla” e l’espressione “stare in bolla”. Tra l’altro, a questa strategia mentale molto efficace è dedicata l’ottava sessione del videocorso Atleta Vincente, al quale, ne approfitto per ricordarlo, ti puoi iscrivere gratuitamente con un clic e guardare tre video molto importanti: http://atletavincente.comDunque, cos’è questa “bolla” e come si fa a restarci dentro?Ecco cosa mi ha scritto Paolo:«Ciao Massimo, mi chiamo Paolo, pratico il tiro al volo, specialità skeet. Ti seguo da tempo e cerco di mettere in atto tutti i tuoi consigli per migliorare le prestazioni sportive. Il mio problema è che quando sbaglio un colpo, soprattutto se succede nell’ultimo giro, comincio a pensare a un milione di cose e, come dici tu, vado “fuori bolla”. Come posso fare per restare nella mia bolla per tutto il tempo che mi serve, e cioè almeno fino all’ultimo piattello? Grazie».A beneficio di chi non ne avesse ancora sentito parlare, facciamo un po’ di ripasso. Cos’è questa “bolla”?È una metafora che mi serve per far capire che quando siamo al massimo, concentrati su ciò che stiamo facendo e consapevoli del nostro presente, attorno a noi si crea una zona di energia molto potente e noi riusciamo a dominare le nostre emozioni e a dare il meglio senza sforzo. Questa zona però non è confinata e protetta da uno scudo spaziale a prova di missile atomico, ma è racchiusa da un velo trasparente, sottile e vulnerabile proprio come quello di una bolla di sapone. Ecco, è questa l’immagine che meglio di ogni altra rappresenta la nostra bolla: un involucro molto fragile, perché basta poco per farla scoppiare. Ho reso l’idea?Finché siamo nel nostro “stato di grazia”, ossia per tutto il tempo in cui sperimentiamo consapevolmente il livello ottimale di attivazione e di concentrazione, in funzione dell’attività sportiva praticata, la mente è sgombra da pensieri negativi, siamo totalmente immersi nello stato presente e proviamo la piacevole sensazione di avere il pieno controllo del nostro corpo e delle nostre azioni. Dentro alla bolla, la consapevolezza del presente, ossia di quello che stiamo facendo, è massima e non c’è alcun bisogno di ricevere altri stimoli esterni. Il problema, ed è qui che nascono i guai di Paolo e di tutti coloro che a un certo punto vanno in tilt, è che questa protezione, come dicevo, è molto vulnerabile.

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Ottimismo e guarigione (I ‘miracoli’ del Pensi...

Sai cos’è l’“effetto placebo”? Il placebo è una pillola, non di Coaching ma di zucchero, che viene somministrata in una sperimentazione “spacciandola” per farmaco potente. Se chi la assume è effettivamente convinto che si tratti di un rimedio utile per la patologia di cui è affetto, può conseguire un miglioramento delle sue condizioni di salute, in taluni casi paragonabile all’effetto che avrebbe avuto un farmaco vero. Questo miglioramento, indotto dalle aspettative legate alla presunta medicina miracolosa, ossia dal pensiero positivo che tali speranze scatena nella mente del malato, viene definito “effetto placebo”. Riesci a indovinare cosa accade, invece, se una persona malata non ripone fiducia in un farmaco o in una terapia, cioè se rinuncia a credere nella possibilità di guarire? In tutte le Pillole, questa volta sì, di Coaching, in cui parlo di pensiero positivo, spiego che i pensieri scatenano la produzione di immagini, e poiché il nostro sistema nervoso non è in grado di distinguere la differenza tra un evento reale e uno intensamente immaginato, è evidente che un pensiero negativo scatenerà soltanto immagini negative, laddove un pensiero positivo farà affiorare immagini positive. Quando parlo di pensiero positivo, intendo definire un atteggiamento nei confronti della vita improntato sulla curiosità, sulla creatività, sulla voglia di imparare ogni giorno qualcosa di nuovo. Le persone positive e proattive vivono e mantengono corpo e mente efficienti molto più a lungo delle persone negative, perciò il “miracolo” del pensiero positivo, come l’ho definito, non è altro che il risultato dell’entusiasmo, della forza interiore che attira energia vitale. Occorre mantenere intatta la fiducia nelle proprie capacità di “guarigione”, trovare il coraggio di osare sempre e sfoderare l’ottimismo di dirsi “ce la posso fare anche questa volta”. Attenzione: uso il termine “guarigione” nel suo significato più esteso possibile, perché si può e si deve avere fede nella possibilità di guarire da una malattia, da una delusione, da un piccolo insuccesso o da un grande fallimento. La persona positiva e vincente non conosce la frase malefica “è troppo tardi per…”: non è MAI troppo tardi per …ricominciare da capo, …sorprendersi nei confronti del nuovo, …svolgere attività fisica, anche vigorosa e per qualsiasi altra iniziativa che possa essere definita con un obiettivo SMART-P, ossia un obiettivo Specifico, Misurabile in modo oggettivo, orientato all’Azione, Realistico, cioè considerato effettivamente raggiungibile, fissato in un arco di Tempo ben preciso e Positivo.Che poi, lasciamelo dire, l’unico vero scopo della vita non è proprio quello di vivere a lungo in modo intenso, consapevole e positivo?A mio modesto parere, vivere una vita intensa, consapevole, ricca di entusiasmo e di aspettative positive si avvicina molto al concetto ideale di felicità. Il resto sono solo chiacchiere…Vuoi saperne di più sul percorso che potresti fare assieme a me per cambiare qualcosa nella tua vita e produrre il “miracolo” del pensiero positivo? Contattami e ne parliamo.

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Le cinque porte del Coaching

Massimo Piovano, formatore consulente aziendale, esperto di tematiche di psicologia e comunicazione, ha individuato un approccio sistemico della Comunicazione identificato nella “Pentacomunicazione o Modello delle Cinque C”: comprensione, cortesia, chiarezza, coraggio e coscienza. Tale struttura, rappresentata attraverso la favola di un castello a cinque porte, sintetizza l'efficacia di una relazione comunicativa inserita nel proprio contesto sociale ed emozionale. Immaginando ognuna delle cinque "porte", la Chiarezza si riferisce al modo in cui interloquiamo con gli altri, avendo cura di evitare, ad esempio, possibili fraintendimenti. Vengono proposte specifiche azioni, quali la riformulazione o la parafrasi di quanto ci viene comunicato oppure l’intercettazione delle diverse violazioni linguistiche (generalizzazioni, cancellazioni, deformazioni) attraverso l’uso del meta-modello, come insegnano Richard Bandler e John Grinder, padri della Programmazione Neurolinguistica, che Piovano, nella sua rielaborazione, definisce “bussola del linguaggio”.  La Cortesia rimanda al modo in cui ci rapportiamo agli altri, il grado in cui entriamo in empatia e cerchiamo di porci dal loro punto di vista, attivando un atteggiamento collaborativo (win win). Tale qualità, secondo il Modello, si affina attraverso la consapevolezza di quanto sia importante la prima impressione che diamo al nostro interlocutore. Studi ed esperimenti di psicologia cognitiva hanno rivelato che l’aspetto esteriore influenza il parametro di giudizio relativo alla percezione di maggiore o minore competenza; così aspetti estetici piacevoli (cura di sé, abbigliamento, gestualità, familiarità) allorché siano considerati “belli”, si associano a elementi quali “bravo, professionale”, ecc.  La dimensione del Coraggio riguarda il grado di assertività che sappiamo mettere in campo quando si tratta di far valere le nostre idee, di avanzare richieste senza dimenticare di assumere un atteggiamento equilibrato, senza farci calpestare ma senza calpestare l’altrui spazio. Quindi il tono di voce, la scelta del momento giusto, la sicurezza nell’enunciare i nostri pensieri, determinano un bilanciato rapporto comunicativo e ci aiutano ad ottenere gli obiettivi prefissati. La porta del Cuore è legata al mondo emotivo ed empatico inteso in senso stretto, quello in cui ci immedesimiamo nell’altro e rispettiamo le vibrazioni che ci rimanda, senza interferire troppo. Nella Coscienza è racchiusa l’anima di ciascuna delle quattro porte e si definisce come il nostro sistema di valori, di credenze e costituisce la nostra “Carta costituzionale”, il nostro “Codice etico” di comportamento in cui dovrebbero essere previste queste quattro frequenze comunicative. Il Coach passa attraverso queste cinque porte nella propria attività. Da quella della Comprensione, che è insita nella Relazione di Aiuto che giustifica la sua attività e la sua volontà di porsi come “accompagnatore verso un percorso di crescita personale” a quella della Chiarezza, per la sua capacità di porsi in termini trasparenti, stringendo un patto di obiettivi da raggiungere con il Coachee. Le porte del Coraggio e della Cortesia si aprono nel momento in cui il Coach si impegna a essere un ascoltatore attivo, senza interferire con sguardi, osservazioni o commenti e senza farsi prendere dall’urgenza di dare risposte o soluzioni che rappresenterebbero una violazione del proprio ruolo. E, infine, la porta della Coscienza riassume queste peculiarità che dalla responsabilità di “farsi neutro” con sé stesso per accogliere il Coachee ed essere ai suoi occhi una tabula rasa, per non agire commenti o giudizi, giunge alla volontà di fare emergere un “Libero pensatore” ovverosia un individuo in grado di prendere decisioni e di costruire un proprio progetto di Vita, secondo ciò che egli “sente e deve diventare” per talento, volontà, predisposizione.

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Coaching, il pensiero negativo e la trappola della...

Questa settimana si parla della trappola del pensiero negativo, quel processo per cui hai l’illusione di formulare pensieri positivi ma in realtà nella tua mente è in corso un diluvio universale di pensieri negativi e velenosi, e di conseguenza di immagini negative e malefiche.Ecco cosa mi ha scritto Irina (il nome è di fantasia), una giocatrice di freccette di livello nazionale:«Ciao Massimo, sono Irina. Ieri ho avuto una gara di freccette e mi è andata malissimo! Sono disperata, mi viene da piangere... Non ho fatto altro che ripetermi pensieri positivi e cercare di concentrarmi al 100% sulle partite, ma non c’è stato niente da fare. Non riesco a restare concentrata, mi faccio prendere dal panico, perché quello che visualizzo con la testa non coincide con i fatti reali. Non sono stata capace di lottare come una degna avversaria. Mi sembra di avere perso lo smalto, e di non essere più capace in niente. Forse non ho compreso bene i tuoi insegnamenti, ho bisogno di aiuto. Mentre giocavo mi venivano strani pensieri, proprio mentre lanciavo le freccette. Mi sono detta STOP, ma questi pensieri non mi hanno mollata un secondo. Cosa devo fare? Ciao Irina».Irina, giocatrice di freccette che fa parte della squadra nazionale, mi aveva già contattato qualche settimana fa per dirmi che nell’ultimo anno aveva attraversato momenti di totale fiducia in sé stessa e momenti pieni di paure e insicurezze, di perdita di concentrazione. Diceva che le capita molto spesso di avere dei pensieri negativi durante le partite, che le provocano ansia e paura di non farcela. Altre volte le tremano le gambe e le braccia, il cuore le va a mille e proprio la freccetta più importante da lanciare, quella che servirebbe per chiudere la partita, la sente «pesante come un macigno». Sa che può «diventare la numero uno» (sono sempre sue parole), ma le serve aiuto.Ascolta cosa le ho risposto…Hai una domanda da rivolgermi? Scrivila nei commenti, oppure visita il sito massimobinelli.it, inserisci il tuo nome e la tua email più importante per iscriverti e per ricevere subito la mia Guida per la tua crescita personale, poi clicca su Contattami: trovi tutte le istruzioni per inviarmi un messaggio. Se il tuo quesito sarà di interesse generale, ti risponderò in uno dei prossimi Botta e Risposta!

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