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Coaching

Obiettivo perdere peso (Raggiungi la forma fisica ...

Quanto ti sono piaciute, in chili, le varie sagre estive, e quanto ti è costato, in calorie, il pranzo di Ferragosto? A giudicare dai messaggi che ho ricevuto, direi che parecchie maniglie dell’amore si sono decisamente irrobustite... Ricordi la domanda della Pillola 28? Eccola: “Si può mantenere il peso forma grazie al coaching?”. A grande richiesta, ho preparato due schede per raggiungere l’obiettivo. Puoi averle GRATIS! Iscriviti al mio sito http://www.massimobinelli.it e ricevi la Guida per la tua Crescita Personale.

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Mi piacerebbe... ma non ho tempo!

Quante volte ci siamo trovati a ripetere questa frase in maniera automatica senza recepirne il reale significato? Ogni cosa che ripetiamo, a lungo andare si ancora nel nostro inconscio il quale finisce per catalogarla come verità assoluta, limitando cosi drasticamente i nostri tentativi di cambiamento e miglioramento, in caso di affermazioni di carattere critico o pessimistico. La rielaborazione della stessa frase può aprirci invece delle finestre che ci permettono di avere uno sbocco ottimistico e di conseguenza indirizzato ad un cambiamento positivo. Proviamo per un attimo a cambiare la frase del titolo dandole un'altra direzione: "Mi piacerebbe farlo: come posso gestire al meglio il mio tempo?" Suona completamente diversa, vero? Quando ci poniamo una domanda infatti, indirizziamo il nostro cervello verso la risposta al quesito ed a questo punto dobbiamo solamente armarci di una penna per fissare velocemente su carta tutte le soluzioni che ci propone: se trovi la causa infatti, lui troverà la soluzione. Se immaginiamo la nostra materia grigia come un computer che possiede tutte le risposte, dobbiamo solamente rivolgergli la domanda nel modo giusto e lui farà il suo lavoro egregiamente, sfruttando in questo modo tutto il suo potenziale. Vi voglio raccontare una storia in merito, cambiando ovviamente i dettagli personali per ragioni di privacy. Poco più di tre mesi fa mi contatta Laura, una ragazza di 27 anni, presentandomi cosi la sua situazione: "Non sono capace di portare a termine niente: sono una fallita, una buona a nulla! Avevo un lavoro a tempo pieno che mi piaceva moltissimo e mi dava parecchie gratificazioni ma da quando è nato mio figlio è cambiato tutto: ho dovuto chiedere il trasferimento in una sede più vicina a casa ed un abbassamento delle mie ore lavorative fino ad avere un contratto part-time. Nello stesso periodo mio marito ha perso il lavoro ed è sempre chiuso in casa, depresso... Io devo occuparmi di tutto!!! Seguire nostro figlio, sistemare casa: insomma adesso siamo in crisi nera e ieri sera abbiamo litigato di brutto.. Risultato? Stamattina se n'è andato, facendo le valigie... Quando ha sbattuto la porta mi è venuto un attacco di panico vedendo mio figlio di 8 mesi e me, da soli in casa..Questa settimana andrò da un avvocato per farmi consigliare: voglio separarmi..." Una situazione tragica, una successione a cascata di eventi negativi... Dopo qualche minuto di sessione mi risulta evidente che Laura ha dei problemi di procrastinazione: ritarda ed evita costantemente i suoi impegni fino a ritrovarsi sommersa da una mole di lavoro talmente elevata che le portano stati di ansia, attacchi di panico ed un conseguente abbassamento della sua autostima. Mi sono fatto raccontare la sua giornata nei dettagli ed alla fine abbiamo concordato insieme che avrebbe dovuto iniziare a divenire più consapevole della quantità di tempo che dedicava alle varie attività: in che modo? Beh, attraverso l'utilizzo di un semplicissimo diario. La prima settimana avrebbe scritto tutte la attività quotidiane compreso il tempo passato al telefono con le amiche e sui vari Social ai quali era particolarmente avvezza. Inizialmente le pagine giornaliere erano piene di definizioni come "Facebook 3 minuti-Whattsapp 2 minuti-Telefonata con amica 4 minuti..." e cosi via: la somma settimanale finale l'ha talmente impressionata che ha disinstallato subito Facebook dal suo telefonino (quando si dice "acquisire consapevolezza")! La settimana successiva, una volta individuate e selezionate le varie attività quotidiane, abbiamo iniziato a segnare con un puntino rosso tutte quelle fondamentali, con uno giallo quelle non particolarmente urgenti e con uno verde tutte quelle "leggere" o decisamente inutili. Non sto a dilungarmi sui dettagli perché illustrerò passo dopo passo ogni passaggio in un  Ebook di prossima pubblicazione, in maniera tale che chi  abbia necessità di migliorare la gestione del proprio tempo possa beneficiare di questa strategia risultata vincente. Passo quindi alla conclusione In poco tempo Laura, oltre ad aver recuperato la sua posizione professionale, diminuito i livelli di ansia ed aumentato la sua autostima ha trovato ben nove ore settimanali da dedicare a se stessa ed alla sua passione, alla quale aveva dovuto rinunciare: il tennis. Il suo prossimo obiettivo è partecipare ad un Torneo, desiderio rimasto in sospeso dal 2004 in seguito al suo trasferimento a Firenze. Ora non lascia mai il suo Diario del Tempo, lo stila con grande cura ed ogni tanto mi manda una foto dello stesso con la dicitura: "Ciao: mi chiamo Laura, ho 27 anni e sono padrona del mio tempo! "...seguita da un emoticon sorridente e quello di una clessidra! Come dite? Il marito? Beh, su questo stiamo continuando a lavorarci ma sono certo che a breve troveremo insieme un piano d'azione anche per recuperare la sua vita amorosa: in fin dei conti ora Laura é molto più Consapevole, Responsabile e fermamente Motivata nel riprendere in mano il controllo della sua vita. Mi auguro di avervi acceso qualche scintilla, ispirato qualche idea per migliorare, ma soprattutto spero che la lettura di questo articolo non sia stata per voi una... PERDITA DI TEMPO! A presto!! Samuele Viotti

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Uomo, unità di psiche e soma

La medicina psicosomatica considera la salute come un “armonico funzionamento dell’uomo, inteso nella sua unità di psiche e soma, inserito nel proprio ambiente, nel rispetto delle caratteristiche funzionali del corpo, dei suoi ritmi, dell’intensità e della sua capacità di autoregolazione, detta omeostasi”. Esisterebbe, dunque, un’intima interconnessione fra vita psichica e biologica, tesa a riscoprire la dimensione più intima e spirituale dell’individuo, fatta di emozioni, passioni, stati d’animo, vissuti depositati in quello spazio buio e inconscio che pulsa dentro di noi. Diventa, quindi, fondamentale comprendere che, dietro la malattia, esiste un “soggetto sofferente”, che ne disegna i contorni, li definisce, fino a immedesimarsi in quel dolore che, probabilmente, viene da molto lontano e ha una storia da raccontare. Nel IV secolo a.C., Ippocrate, considerato il padre della medicina moderna, teorizzò l’esistenza di una fondamentale interrelazione tra corpo, mente e ambiente. Giunse a definire gli equilibri chimici e ormonali come “umori” in contrapposizione con le “passioni”, sostenendo che è necessario un  reciproco equilibrio, affinché gli uni non prevalgano sulle altre e viceversa, pena il verificarsi di alterazioni cagionevoli per il benessere del corpo. Nel corso dei secoli, la medicina scientifica si è sempre più specializzata, fino a vantare scoperte importantissime per la cura e la prevenzione, in grado di salvare la vita a generazioni di persone, ma, questa corsa verso sperimentazioni sempre più sofisticate si è svolta a discapito della dimensione emozionale dell’uomo. Le “passioni” sono forze che vibrano dentro di noi, energia pura che alimenta i nostri stati d’animo, guida il nostro comportamento e il nostro modo di essere nel mondo. Le circostanze quotidiane, intrise di monotonia e, spesso, eccessiva superficialità, a lungo andare paralizzano la nostra spontaneità che teme di essere giudicata e, quindi, rifiutata, condannandosi alla solitudine. Per questo motivo, tendiamo a omologarci agli altri per non sentirci diversi e, quindi, più facilmente accettati. Così facendo, ci dimentichiamo di noi stessi. L’anima si appesantisce, il respiro si accorcia e l’ossigeno circola tra gli organi vitali in maniera insufficiente. Qualcosa, dentro, inizia a cambiare e il nostro corpo sembra procedere in completa autonomia. Lo scollamento tra mente e fisico è riconducibile allo sganciarsi di un carro dal suo prode cavallo: senza guida, la traiettoria è perduta e quel carro è destinato a sbattere, prima o poi, e a spezzarsi. L’approccio psicosomatico suggerisce di dedicare più attenzione ai messaggi del corpo, che riflettono il nostro sentire più profondo. Ascoltiamo cosa ha da dirci. Esistono dolori contro cui nulla possiamo e, che, per la loro stessa natura, difficilmente riusciremmo a vivere come espressione di un Io lacerato, ma un ritrovato rapporto con la propria interiorità, può rivelarsi un eccellente risorsa per non perdere mai il coraggio di guardare avanti e portare la vita in trionfo, contro l’irreversibile finitezza che ci appartiene dalla notte dei tempi.   Maria Cristina Caccia

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Come funziona la visualizzazione (Allenamento ment...

“Se lo vedi, ci credi!”. Quanto sei disposto a impegnarti per incrementare le tue abilità, nello sport, per rendere più veloce l’apprendimento di un’abilità, o nella vita privata, ad esempio per potenziare lo studio o per imparare a suonare uno strumento? Quanto sei disposto ad assumerti la responsabilità dei tuoi errori?

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Gli anti-Obiettivi (Se puoi immaginarlo, puoi farl...

Fino ad oggi, ho massacrato i miei quattro Amici del Blog parlando di obiettivi specifici, misurabili eccetera, a cui puntare, ma spesso mi è stata rivolta questa domanda: «Al momento non ho un obiettivo, sono un caso disperato?». Niente panico: ho inventato gli anti-obiettivi, ossia l’anti-materia del coaching… Iscriviti al mio sito http://www.massimobinelli.it e ricevi la Guida per la tua Crescita Personale.

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Esplorazione di sé: il nostro... bambino emoziona...

Non vi è mai capitato di pensare che, forse, molti dei nostri atteggiamenti riflettono condizionamenti subiti durante l’infanzia e interiorizzati nella parte più profonda di ognuno di voi? Come agiscono tali influenze sul nostro modo di essere, di vivere, di affrontare le varie situazioni che, giorno dopo giorno, si presentano più o meno difficili, più o meno comprensibili? Thomas Trobe, in arte Krishnananda, uno psichiatra americano, ci guida all’interno di questa interessante esplorazione di sé stessi, rivelandoci che, dentro di noi esiste un “bambino emozionale” ferito e spaventato con cui è necessario confrontarsi per capire quali e quante ferite porta con sé, superarle e raggiungere uno stato di quiete e di equilibrio interiore.  Tanto maggiore è l’identificazione con i traumi e le ferite del nostro “bambino”, che sfuggono al nostro controllo e creano un’immagine “deviata” di noi stessi, tanto più ci convinciamo di essere realmente quello che il “bambino emozionale”, in realtà, ci induce a sperimentare, pensare, credere. Esso rappresenta uno spazio interiore fatto di antiche paure, vergogna e insicurezza, bisogno e vuoto, angoscia, sfiducia e rabbia. A ognuna di queste emozioni è associata una determinata risposta comportamentale, ovverosia reazione e controllo, aspettative e pretese, compromesso, assuefazione e pensiero magico. “Identificati” in questo “spazio” reagiamo in maniera automatica agli eventi della vita, agli atteggiamenti degli altri; dallo stimolo passiamo subito alla reazione in maniera quasi compulsiva, senza riflettere.  Il “bambino” è impaziente, spaventato, incapace di contenere le emozioni più intense, la rabbia, la pressione del mondo esterno: è una miccia pronta ad “esplodere”. In balia di questa energia, reagiamo, dunque, perché ci sentiamo minacciati, per soddisfare i nostri bisogni oppure per contrastare la sensazione di non essere amati o accettati. Il “bambino ferito” nutre aspettative su di sé e sugli altri, pensa di dover essere liberato o salvato da qualcuno…del resto, in questo stato di insicurezza e impotenza, cos’altro potrebbe pensare per sentirsi al sicuro? In questa condizione mentale, di vergogna e paura, rischiamo di cedere al compromesso: siamo spaventati dal fatto di essere rifiutati, temiamo il giudizio degli altri, percepiti come migliori di noi, così perdiamo il contatto con il nostro “centro”, con la forza interiore che non “ascoltiamo”. Come uscirne? Con la consapevolezza. Con la lucida presa di coscienza che esiste questo “infante” laddove la coscienza diventa oscurità, che fa il bello e il cattivo tempo, scalpita e un attimo dopo giudica, nutre il rimorso e il senso di colpa e frena l’agire della nostra reale personalità. Impareremo che è fondamentale “accogliere” ogni tipo di emozione, senza negarla o giudicarla, come farebbe il “bambino”, senza alcun bisogno di lottare per eliminarla o reprimerla. Il vero cambiamento deve avvenire in noi. Riusciremo a costruire relazioni più consapevoli, basate su affettività più autentiche. Affrontare la vita con maggiore lucidità per capire chi siamo e dove vogliamo andare è un grande compito che richiede impegno e dedizione e, soprattutto, tempo. Dobbiamo interiorizzare il fatto che siamo sostanzialmente soli, quindi tutto ciò di cui abbiamo bisogno lo troviamo dentro di noi, laddove l’anima nel silenzio interiore riconosce di essere unica e speciale. Ciò che conta è il naturale dispiegarsi delle nostre qualità: dobbiamo ritrovare il nostro centro, entrando in un dialogo profondo e infinito con noi stessi per far crescere quel “bambino incontrollabile” e renderlo finalmente un adulto, irripetibile e meravigliosamente libero.  Maria Cristina Caccia 

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Come affrontare e risolvere i problemi (Tira fuori...

«I problemi sono indispensabili per il raggiungimento di un autentico benessere e per la vera felicità, perché forniscono il solo mezzo disponibile per tirar fuori il meglio di noi stessi, per diventare individui più forti, più felici, più determinati e ottimisti». Tu come affronti i problemi? Iscriviti al mio sito http://www.massimobinelli.it e ricevi la Guida per la tua Crescita Personale.

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Comunicare è un'arte?

Sembra un concetto molto semplice, quasi scontato. Eppure, molti di noi, non ne considerano le conseguenze: il non aver espresso alcuna parola, non significa soltanto “non aver emesso suoni vocali”, ma rientra, invece, in un vero e proprio comportamento comunicativo. Capita, in certe situazioni, di avvertire l’esigenza di “nascondersi” dietro ad un atteggiamento che consideriamo “neutro e distaccato”, in realtà falliamo miserevolmente! Abbiamo,  comunque, fatto una scelta: quella di non comunicare e, paradossalmente, la comunichiamo. I nostri pensieri, gli atteggiamenti, la volontà, i desideri, le contrarietà, possono essere non espressi direttamente, ma ciò non ci difende dal rischio che qualcuno si accorga di loro, perché in un modo o nell’altro, trapelano all’esterno. In che modo? L’emotività, il suono e il tono della voce, i colori, la respirazione, la postura, la gestualità, la mimica, l’aspetto fisico, l’abbigliamento, un profumo, “parlano” un linguaggio misterioso, silente, ma tremendamente esplicito. La sensorialità ci rappresenta molto più di una parola pronunciata senza consapevolezza, tenendo sempre in debito conto che non è necessario dire sempre tutto quello che si pensa, ma è necessario pensare tutto ciò che si dice. Il pensiero è energia e plasma l’espressività. Il corpo è dotato di un linguaggio che supera le barriere dei codici simbolici tradizionali, al di là di ogni fattore di disturbo: rimanda a un senso universale e, pertanto, comprensibile e immediato. Un elemento imprescindibile del processo comunicativo è l’ascolto. Un grande comunicatore è, prima di tutto, un grande ascoltatore. La volontà di aprirsi all’altro e la curiosità di conoscere quello che ha da dirci sono due premesse fondamentali per instaurare una buona “empatia” (dal greco empatheia, significa “sentirsi dentro” ovverosia sensibilità nell’immedesimarsi nell’interlocutore, fino a coglierne i pensieri e gli stati d’animo). “Ed ecco il mio segreto, un segreto molto semplice: è soltanto con il cuore che si riesce a vedere correttamente; ciò che è essenziale è invisibile all’occhio”, (Antoine De Saint Exupéry). Un comunicatore che non ascolta è come un giocatore di ping pong che non riesce a prendere la pallina quando gli viene ribattuta dall’avversario. La retorica classica definiva questo aspetto con termine pathos ovvero il sentimento: come dev’essere l’ascolto? In quanto riceventi, diamo prova di comprensione se ascoltiamo con rispetto, senza interrompere, senza giudicare né criticare, rivolgendo domande per dimostrare interesse per quanto ci è stato espresso. In quanto emittenti, ovverosia responsabili della comunicazione, dimostriamo comprensione se sappiamo utilizzare un linguaggio adatto all’interlocutore, preoccupandoci che il messaggio giunga in maniera chiara e adeguata. Nella società attuale, l’incomunicabilità è un lusso che non possiamo permetterci: l’uomo è “un essere sociale” e, in quanto tale, non può isolarsi, pena la sua sopravvivenza fisica, mentale, e spirituale. Il confronto con l’altro è fondamentale per crescere, migliorarsi, arricchirsi e, soprattutto, conoscersi. “I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo”, (Ludwig Wittgenstein). Chiarezza espressiva, codice linguistico adeguato, tranquillità, sintesi, sicurezza interiore, autostima, sono elementi “fisiologici” fondamentali per comunicare in maniera adeguata, attenuando il rischio di malinteso e dubbio. Ansia, insicurezza, tono della voce costante, linguaggio inadeguato, eccessivo carisma, scarsa competenza della materia, sono alcuni dei peggiori nemici della comunicazione, considerati “fattori patologici”. Lo studioso Paul Watzlawick sostiene che “in ogni comunicazione vi è un aspetto di contenuto e un aspetto di relazione”, intendendo sottolineare che “una comunicazione non soltanto trasmette informazioni, ma, nello stesso tempo, impone un comportamento”.  È sempre presente sia un messaggio di contenuto (la notizia, l’oggetto, i dati) sia un messaggio di relazione (le indicazioni, il comando/richiesta, l’empatia, l’ascolto). Jonathan Swift diceva: “Le parole giuste al posto giusto fanno la vera definizione di stile”. Spesso è molto più importante il “come” comunichiamo del “cosa”: un medesimo messaggio può essere trasmesso con modalità differenti e ottenere effetti differenti a parità di significato semantico.  Comprensione, cortesia, chiarezza, coraggio e coscienza sono le cinque dimensioni  della cosiddetta “pentacomunicazione”, un modello innovativo globale di comunicazione, il cui slogan è ben rappresentato da “la comunicazione a tutto tondo per una persona a tutto tondo: non c’è comunicazione senza l’aspetto psicologico e non vi è aspetto psicologico senza comunicazione". “Quando lungo la via o nel mercato incontrate l’amico, lasciate che sia lo spirito a muovervi le labbra e a guidare la vostra lingua. Lasciate che la voce nella vostra voce parli all’orecchio del suo orecchio; la sua anima tratterrà la verità del vostro cuore così come si rammenta il sapore del vino” (Il Profeta, Khalil Gibran).  Maria Cristina Caccia 

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Endorfine: gli ormoni della Felicità

Buongiorno a tutti! Con questo articolo vorrei parlare di un argomento che ho molto a cuore e che monitoro e seguo da moltissimi anni, con la curiosità che mi contraddistingue: quello delle endorfine. Eviterò di spiegarvi cosa sono, come vengono rilasciate ed altre formalità accademiche che potrete tranquillamente cercare su Wikipedia o su altre fonti, limitandomi a proporvi un esercizio da me utilizzato nelle sessioni di Coaching al fine di capire quale sia la vostra "Sorgente di Felicità", la vostra personale riserva di buonumore e benessere.   Inizierò con un piccolo racconto Sin dall'età di 8 anni, cioè da quando ho iniziato a praticare sport, ho notato che il mio umore migliorava nettamente cosi come la mia energia nei periodi degli allenamenti... Mi piaceva cosi tanto fare attività sportiva che la mia mente era costantemente focalizzata su di essa: questo manteneva il mio stato di benessere e di buonumore sui livelli massimi per tutto il tempo! Ovviamente non ero a conoscenza degli effetti di queste meravigliose sostanze prodotte dal nostro organismo, associavo semplicemente il mio costante senso di felicità allo sport che praticavo al momento. In particolare i momenti più intensi e felici, li associo a quando giocavo a football americano: la preparazione della borsa prima degli allenamenti e delle partite, il profumo dell'erba del campo, i rumori sul campo e tutto l'insieme, provocavano in me una costante felicità e sensazione di benessere che provo ancora oggi scrivendo queste parole. Molti di voi immagino provino oppure abbiano provato le stesse sensazioni in ambiti anche differenti da quello sportivo: per esempio il classico profumo degli interni di una macchina nuova, la voce del proprio partner, un piatto particolarmente apprezzato e del quale siete particolarmente ghiotti..ora ad ognuno verrà in mente qualcosa che lo rende particolarmente felice.. Che cosa hanno in comune tutte queste situazioni? Da dove parte questa sensazione di felicità? In qualità di Coach professionista, l'argomento della felicità è una costante nella mia giornata: sono arrivato alla conclusione che la secrezione endorfinica altro non sia che un segnale di un raggiunto stato di felicità, un segnale del nostro cervello che ci dice "Bravo ragazzo, ti stai facendo del bene: questo è quello che devi fare SEMPRE: sei nato per fare questo!"... e le endorfine sono il suo modo di comunicarci che siamo sulla strada giusta. Cosa ci indica quella sensazione di benessere? Ci indica una direzione, una risposta alle nostre domande più profonde: stai facendo quello per il quale sei portato, stai scoprendo una potenzialità...   Ecco un esercizio da fare per capire quale possa essere una vostra Sorgente di Felicità Prendetevi dieci minuti del vostro tempo, nel quale possiate stare da soli e in tranquillità: spegnete cellulari e limitate al massimo le interferenze esterne... Dovete comunicare con voi stessi ed avete bisogno di ascoltarvi. Ci siamo? Bene, ora prendete un foglio ed una penna e fatevi queste domande: "Quando mi sento veramente felice? Qual è quella cosa che farei sempre e che mi fa stare veramente bene?" Attenzione ai trabocchetti del cervello, a questo punto: cercate quelle sensazioni di piacere e felicità che non vi diano disagio una volta terminate, il senso di colpa indica che state facendo qualcosa che non è in sintonia con i vostri valori personali... Alcol, zuccheri, eccesso di attività sessuale, droghe provocano per effetto della chimica cerebrale uno scarico di endorfine, certo, ma gli strascichi dati dalle sensazioni negative ne annullano subito i benefici. Al termine dei dieci minuti rivedete cosa avete elencato e fatene una lista di tre, di quelle che sentite veramente VOSTRE. Può essere suonare uno strumento, andare a correre, viaggiare... insomma, ognuno di noi si conosce abbastanza per sapere cosa lo rende felice. Ora che abbiamo una lista della nostra Sorgente di endorfine, passiamo a capire con l'ultima domanda "Come posso fare per inserire nella mia giornata almeno una di queste attività?" Siate creativi, ingegnatevi e trovate ogni giorno almeno una mezzora da dedicare alla vostra felicità: una mezzora nella quale, come avete fatto adesso, vi dedicate completamente alla cura di voi stessi. Niente e nessuno deve interrompere questo momento cosi importante per voi, fate in modo che questo avvenga quotidianamente: create l'abitudine attraverso la ripetizione... Fatto? Bene, eccellente: avete fatto un passo da giganti verso il miglioramento del vostro quotidiano! Pochissime persone possono concedersi del tempo per capire "cosa le rende felici"! Vi elencherò per finire tutta una serie di lati positivi del praticare quotidianamente, attività piacevoli che stimolano il rilascio di endorfine cosi che abbiate una serie di motivazioni reali e concrete. Alla prossima! Le endorfine Svolgono un ruolo antidepressivo Danno benessere fisico e mentale, energia, ottimismo, allegria ed euforia. Potenziano le motivazioni e favoriscono un senso di soddisfazione Attenuano il senso di fame e aiutano il relax Contrastano i disturbi del sonno Sono degli antidolorifici naturali poiché alzano la soglia del dolore e ne diminuiscono la percezione Favoriscono la concentrazione e l'apprendimento Secondo il dottor S. Haruyama hanno un compito nell'autoguarigione di alcune malattie comprese quelle autoimmuni.   Samuele Viotti

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Scrivere di sé stessi è... prendersi cura di sé

L’Uomo ha bisogno di raccontare e raccontarsi, aprendo porte su sé stesso anche per sentirsi “meno solo”. Le parole descrivono l’intensità di uno stato d’animo, ne raccontano l’aspetto positivo o negativo, che traspare dal racconto e dal modo in cui esso viene veicolato attraverso la gestualità, il tono della voce, il respiro. Spesso non abbiamo nessuno con cui dialogare proprio nell’istante esatto in cui l’ansia non ci fa respirare oppure una gioia immensa ci inebria. Un foglio di carta e una penna diventano ottimi interlocutori cui affidare i nostri segreti più profondi, le nostre immediate emergenze del cuore: scrivere è una forma di sollievo dell’anima, come Jung sottolineò “…scrivere equivale a creare, ed il processo creativo risulta terapeutico in sé”. La scrittura come terapia è intesa in senso rigenerativo, in quanto facilita l’auto-conoscenza e la riscoperta di una rinnovata intimità con sé stessi. Mentre si scrive un’emozione, la si oggettivizza, diventando spettatori esterni disidentificati, secondo la visione psicosintetica, così, nella rilettura, la prospettiva cambia, è più lucida e generosa di “calmanti mentali” che, pochi istanti prima, non erano neppure immaginabili. Affidare l’impeto dell’Anima all’inchiostro di una penna che scorre veloce e non lascia tregua e disegna strani simboli, mentre ci si prende una pausa in cui si  rimugina, si pensa, si riflette, è un gesto di grande aiuto. Nell’atto di depositare sfoghi, sogni, visioni, intuizioni, dubbi, estraiamo parti importanti dal “nostro scrigno” più profondo, concedendoci la libertà di dire quello che non osiamo esprimere a voce, di interrompere e ricominciare, di cancellare e riscrivere un finale differente. La scrittura diventa una forma di auto-esplorazione, in cui emergono vissuti, intrisi di ricordi e riformulazioni personali, interpretazioni e immagini di un passato che sembra quasi più simpatetico e meno ostile. Il diario giornaliero su cui prendere appunti di vita è un compagno di viaggio davvero affidabile: ascolta i nostri pensieri, ci rimanda verità a volte scomode ma autentiche, non ci tradisce mai e, soprattutto, non cambia idea. Semmai la conserva per le “migliori occasioni”. Lascio che i pensieri si succedano sotto la penna nello stesso ordine in cui i temi si sono presentati alla mia riflessione: così potranno rappresentare meglio i moti e il cammino della mia mente. (D. Diderot) Maria Cristina Caccia

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Coaching: Cervello docet!

Chi di voi sogna la notte? Qualcuno potrà dire: “Io non ricordo di averlo mai fatto”. Ecco, appunto “non ricordo”. Il fatto che “non si ricordi” non significa che non si sogni. Questo stato di “coscienza” attiva ma non vigile, su cui il nostro sistema “frenante” non ha controllo e che produce rappresentazioni, scene, colori e addirittura suoni, avviene nella fase cosiddetta REM acronimo di Rapid Eye Movement, quell’unica fase nota al feto nel grembo materno. Il mattino ci svegliamo con una certa quantità di sinapsi e recettori attivi. Nel corso della giornata, viviamo, introiettiamo, impariamo e tutto ciò che è stato filtrato attraverso il nostro pensiero, così come la rielaborazione della realtà diventa materiale prezioso per la costruzione di nuove sinapsi. Un mondo quasi magico. Di notte, mentre dormiamo, nella nostra Mente avvengono tantissimi processi osservati ogni giorno dalla Scienza, che ancora si interroga. Quanto rumore dev’esserci là dentro eppure noi non lo avvertiamo, è un “rumore silenzioso” per usare un ossimoro calzante.  Ciò che più elettrizza è sapere che “siamo nuovi ogni giorno”. Eh già. Nuovi! E veniamo allo stato di veglia. Quanta fatica facciamo a cambiare un’abitudine? Ci costa, anzi, potremmo andare per gradi: alcune abitudini saremmo anche disposti a cambiarle, ma per altre diventa più difficile e cambiare costa fatica, per non parlare di quelle che non cambieremmo per niente al mondo. Sulla base di cosa “decidiamo di affezionarci all’una o all’altra abitudine”? Bisogni? Emozioni? Vissuti esperenziali? Schemi? E sulla base di quali motivazioni scegliamo se cambiare o meno? Motivazione, una parola per descrivere un “atteggiamento dell’Anima” non così scontato.  Quindi, noi siamo “portatori di un Cervello che neanche i luminari della neuropsicobiologia riescono a spiegare al 100%”, quindi, deteniamo un “tesoro dal valore inestimabile” e ce lo portiamo appresso quotidianamente, eppure non siamo capaci di svestire gli abiti del “solito modo di fare”? Cosa ci blocca? Sinapsi mancanti? Oppure la “volontà” di cambiare davvero? Perché, poi, dovremmo “cambiare” e cosa? Innanzitutto “il modo di guardare noi stessi” rispetto al mondo e poi il mondo.  Cercare di cambiare le abitudini delle persone e il loro modo di pensare è come scrivere nella neve durante una tormenta. Ogni 20 minuti dovete ricominciare tutto da capo. Solo con una ripetizione costante riuscirete a creare il cambiamento. (Donald L. Dewar) Siamo spesso ancorati a un'unica visuale e ci perdiamo il contorno, come colui che è affetto da un’anomalia oculare tale per cui il “campo visivo” è limitato. Se fossimo coerenti con la miriade di connessioni sinaptiche che compongono il nostro Cervello, dovremmo vivere la complessità e, quindi, la molteplicità come una regola di vita e questo ci aiuterebbe a vedere più soluzioni rispetto a un problema.   Cervello. Un apparato col quale pensiamo di pensare. (Ambrose Bierce) In un percorso di Coaching non si apprendono i meccanismi di costruzione di vescicole contenenti i neurotrasmettitori, ma si percorrono strade che possono avere numerose diramazioni, quasi a simulare un “circuito sinaptico” della nostra esistenza day by day.  Il Coach diventa un driver per trovare nuove vie e per studiare nuove traiettorie dalle quali ripartire per ridisegnare un problema che ci assilla e che “non ci fa dormire”. Dal momento che aumentare lo stato di veglia è nocivo all’attività onirica notturna, perché è un dispendio eccessivo di energia psichica, è salutare preservare un buon sonno mettendo a nudo i piccoli “nodi emozionali o cognitivi” che si aggrovigliano in circostanze particolari. Così la dis-identificazione ci aiuta a prendere le distanze da quello che potrebbe diventare un nostro alter-ego infausto, aiutandoci a dire: “Ho un problema, ma non sono quel problema”. Il Cervello registrerà questa nuova consapevolezza e così pure lo stato emotivo imprimerà nuovi stimoli e darà diverse tipologie di risposte. La nostra Mente è un congegno apparentemente perfetto. Tutto è al posto giusto come in una grande centralina che ci troviamo per Natura e che si alimenta, cresce o deperisce, grazie alla nostra interazione con noi stessi e con gli Altri, nel continuo faccia a faccia con il contesto in cui attiviamo Relazioni e in cui cerchiamo, costantemente, di riconoscerci.  La bellezza in tutto questo è che il nostro Cervello sa perfettamente cosa deve fare, noi, invece, spesso, siamo confusi, ma abbiamo la possibilità di schiarire le nubi e di vedere anche nuovi scenari. E nel frattempo si originano connessioni neurali. E noi non siamo già più quelli di pochi istanti fa. Senza volerlo, abbiamo già iniziato a cambiare. Maria Cristina Caccia  

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Consigli... per essere un bravo Personal Trainer

Ciao a tutti! Oggi voglio scrivere un articolo per tutti coloro che svolgono l'attività di Personal Training. In questo Articolo vi riporto le qualità più importanti che cerco di mettere in campo ogni giorno con i miei clienti.   Ricerca e Progresso Ormai sono tante le persone che decidono di avvicinarsi a un Personal Trainer per sentirsi più seguiti e guidati nell'attività fisica. L'importante è mantenere sempre alta la motivazione del proprio cliente, affinché posso continuare ad essere attivo per sempre. La ricetta giusta è trovare sempre nuovi esercizi oppure utilizzare nuovi attrezzi che possano stimolare l'allenamento. Il cliente verrà colpito dalla vostra costante Sorpresa e Competenza.   Adattamento Ogni cliente ha i propri bisogni, il proprio temperamento e le proprie esigenze. Cercate di percepire le richieste sia dirette (con anamnesi) che indirette (linguaggio corporeo oppure dialoghi durante gli allenamenti) del vostro cliente. Evitate di usare con tutti la stessa confidenza o lo stesso linguaggio: alcuni sono riservati altri hanno bisogno della vostra energia per continuare. Fate attenzione e interpretate... tutto verrà con l'esperienza.   Attenzione unica al cliente Don Milani usava una frase: "I care"... io mi prendo cura... Quando accogliete un nuovo cliente pensate che sia un dono: la persona ha deciso di cambiare la propria vita e vuole affidarsi a voi. Per questo fate il massimo per non deluderlo. Studiate, documentatevi e siate sempre con il sorriso. Magari non riuscirete soddisfare le sue esigenze, ma lui vedrà il vostro impegno e la vostra passione.   Buon lavoro a tutti!!   Martina Marchiori

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Conosci la tua... respons-abilità?

Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo (Mahatma Gandhi) Facile dare la colpa agli altri, al destino, al fato. Molto semplice. Eppure le cose non stanno proprio così. Siamo “respons-abili” ovvero capaci di dare una risposta alle circostanze ovvero di agire rispetto allo stimolo: la scelta è nostra, conscia o inconscia, scegliamo di vedere quel problema o di sentire quelle emozioni prevaricare in noi. Reattivi o proattivi – come suggerisce Covey – (cit. “Le 7 regole per avere successo”), ci apprestiamo a vivere quanto ci accade convinti di essere spontanei e di non avere altro modo di uscirne o di vederne vie di uscite. Convinti, questo è il punto. Tra lo stimolo e la risposta che noi diamo esistono le interferenze, quei condizionamenti che ci portiamo dentro e che ormai alla mente suonano così familiari da metterli in atto automaticamente, che ci piaccia oppure no. Questo non significa che creiamo situazioni sfavorevoli e chi le vorrebbe! Significa che il modo in cui rispondiamo cambia il colore delle circostanze. Dal linguaggio del “devo fare” o “devo avere” il cambio di paradigma è “posso essere” o “posso fare”: dipende da quanto decidiamo di lavorare sulla nostra area di influenza, quella che possiamo controllare, quella che vede coinvolti in prima linea noi stessi. Impariamo a conoscerci, per comprenderci e andare verso una nostra indipendenza dalle situazioni per poi passare alla sfera pubblica, quella in cui si intrecciano relazioni e confronti con “gli altri”, dai quali non dobbiamo far dipendere il nostro stato d’animo, ma con i quali possiamo provare a vivere i nostri valori, tutelandoli e integrandoli. Il win-win è un approccio vincente per noi stessi: ci fa essere in mezzo agli altri senza snaturarci. E’ importante preservare la propria originalità, ma questo agire richiede impegno e volontà, oltre a immaginazione e coscienza vigile. E’ necessario voler lavorare su stessi per essere attori e non solo protagonisti di quanto ci accade. Decidiamo noi se vogliamo o meno essere felici in qualsiasi situazione gestibile. Inutile cercare di fare gli eroi di fronte a eventi che non possiamo controllare: meglio allora scegliere come affrontarli e qui inizia il gioco. Buona partita! Maria Cristina Caccia

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L'incanto della mente

Capitano, a volte, situazioni in cui si è talmente concentrati su una convinzione che non si riesca a discernere la parola scritta da quello che crediamo ci sia scritto. Esempio classico quando si riceve un sms, in cui leggiamo un significato, in mancanza di punteggiature e codici veloci e abbreviati, inclusa qualche sbavatura linguistica, che, in realtà non è quello inteso dal mittente, eppure si dà una risposta secondo quello che si è fissato nella mente, attraverso un’emozione. Poi accade che un lumino improvviso si accende e… finalmente vediamo quello che in realtà era un semplice senso che non poteva essere frainteso, era lì, a guardarci, nella sua ingenua verità. Quante volte leggiamo significati che, di fatto, non appartengono a quella situazione? Sono automatismi della mente che si attivano, attraverso una nostra “parte” o Subpersonalità in termini psicosintetici, per cui “diventiamo e vediamo altro” da ciò che siamo e da ciò che avremmo dovuto intendere in modo oggettivamente incontrovertibile. In pieno “ruolo attivato” funzione mentale e funzione emozionale si intrecciano e possono distorcere la “mappa” e rimandarci un “falso intendimento”. Spesso siamo in balìa di queste “Subpersonalità” che ci fanno essere oggi in un modo, domani in un altro, con il datore di lavoro un altro ancora, e via dicendo: non siamo pazzi o disgregati, bensì siamo parti e dovremmo impegnarci a fondo per “sintetizzare” queste nostre “voci”, dando spazio e cittadinanza a ognuna di loro, cercando di “vederle” ogni volta che si manifestano. Una parola molto cara a Goleman è attenzione: è importante prestare attenzione a sé stessi, al proprio stile comunicativo ed espressivo, al proprio sentire, al proprio modo di intrecciare i pensieri, i dubbi, le zone d’ombre che ci fanno diventare diffidenti a prescindere. Siamo “mondi complessi” e dobbiamo andarci piano, che la mente è come una sirena incantatrice a volte: ci fa credere di aver perso il lume della ragione e, in realtà, si sta portando dove vuole lei. Gli automatismi sono davvero potenti: impariamo a riconoscerli. Provate a scrivere, per una settimana, la sera, ritagliandovi un momento per voi, quello che avete vissuto, in sintesi, durante il giorno, provate a tornare sul vostro stato d’animo in due o tre situazioni diverse: come eravate, sempre gli stessi? Che linguaggio avere utilizzato? Negativo o positivo? Eravate titubanti, sospettosi oppure i pensieri fluivano liberamente? Come stavate emotivamente? Scegliete tre momenti della giornata, mattino, pomeriggio e sera e provate… avete prestato attenzione a sufficienza?   Il nostro cervello è fatto in modo che l’attenzione sia tanto più alta quanto più un avvenimento suscita emozioni. (Piero Angela)   Maria Cristina Caccia

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La dimensione dell'errore

Cosa vi viene in mente quando pronunciate la parola “errore”? Quali emozioni vi suscita? Rabbia? Inadeguatezza? Senso di inutilità oppure di incapacità? La natura umana è di per sé stessa imperfetta, pertanto tendente all’errore. Ho trovato un simpatico post-it su Facebook che recita: “L’uomo compie errori, è per questo che hanno messo le gomme sulle matite”. Già un modo per ricordarci che sbagliare è umano e capita a chiunque. Per alcuni l’errore è imperdonabile, diventa un modo per castigare sé stessi, rischiando di disattivare l’autostima.   Innanzitutto cosa significa “errore”? Sbaglio, impeto che avremmo potuto controllare, una parola di troppo oppure detta al momento inopportuno, evento che ci costringe a rivedere una posizione, a discutere, a perdere tempo. Tutto negativo? Non è proprio così. L’errore è come un punto nero su un bel viso: può ingigantire e diventare un foruncolo, ma quanto incide sulla “bellezza dello sguardo”? Aumentano i “punti neri”? Cosa fare? Una bella “pulizia del viso” e la pelle ricomincia a splendere, è depurata e pulita. Chi è “l’estetista” più adatto a noi in questo caso? E’ quella voce interiore che dovremmo alimentare e che ci suggerisce una importante verità: “Tu non sei quell’errore. Tu sei molto di più. Il tuo limite è lo specchio di un atto o di un’azione che hai l’opportunità di rimediare e di migliorare”. La sentite questa voce? Le date spazio di esprimersi? Guardate che esiste in voi, ma, spesso, un SuperIo tosto e strutturato le tarpa le ali e fa prevalere la propria forza fatta di ricatti, critiche, giudizi, severità e allora noi ci condanniamo a sentirci sciocchi, a darci dei falliti. L’errore è un momento in cui ricordiamo a noi stessi che ci stiamo provando, che siamo coinvolti in un progetto, in un obiettivo. Chi nulla fa, nulla sbaglia. Siete d’accordo? Quindi i nostri errori sono punti di partenza o di ri-partenza per ampliare il nostro campo di coscienza e consapevolezza di quanto sia affascinante sapere che a ogni caduta, nel momento in cui ci rialziamo, senza punirci, diventiamo più forti. “Io non sono il mio errore, ma un centro di volontà che sperimenta questa situazione, la accoglie, la vive, la trasforma in una nuova opportunità di apprendimento”. Siamo in cammino e si può inciampare. Forza, in piedi e avanti tutta.    Maria Cristina Caccia

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Coaching: il valore della relazione

I mezzi “meccanici” di comunicazione sono molto importanti, ma sono soltanto strumenti ausiliari. Nulla può sostituire l’incontro personale tra esseri umani. (W.G.Werner) Se dovessimo chiedere a un ragazzino degli anni ‘40 cosa significa “sms”, cosa risponderebbe? Forse penserebbe si tratti di una sigla di qualche società segreta oppure un nome in codice di qualche segreto da non svelare o che è meglio non sapere. Se lo chiedessimo a un adolescente degli anni ‘80, cosa risponderebbe? Di sicuro, quest’ultimo non avrebbe titubanza e darebbe la risposta perché ne conosce il senso e il bisogno, essendone lui stesso un “creatore”. Il messaggio telefonico, la chat di whatsapp e chi più ne ha più ne metta. Oggi si comunica così, più o meno. Più facile scrivere poche righe, molto più difficile avere la certezza che il destinatario comprenda al 100%. Dato che l’efficacia di uno scambio comunicativo si misura dal feedback ricevuto, come la mettiamo? Ah, fermiamoci un attimo: “scambio comunicativo” significa “emissione di numeri e parole di senso compiuto” e tutto finisce lì? Certamente si “scambiano concetti”, ma non è mai del tutto vero: noi parliamo con la voce, il ritmo, lo sguardo, gli occhi, il sorriso, il volto, la gestualità, la postura, il respiro. Noi parliamo con il corpo. Eh già.  Quanto ci perdiamo con un sms e chi lo riceve non ha la minima idea di quale fosse il nostro stato d’animo mentre premevamo “invia”. Non lo percepisce oppure, alla mala peggio, lo ipotizza. Accidenti, non è pericoloso? E se non capisce cosa intendevamo dire? Ce ne preoccupiamo o siamo convinti di essere stati così chiari da evitare equivoci?  Il problema è quando affidiamo a questi canali questioni di noi più intime, più profonde che hanno bisogno di essere “accolte”, messe in dubbio, sperimentate, rifiutate, comprese, ricevute. Siamo “Uomini” non “macchine” e, spesso, ci dimentichiamo a tal punto di noi stessi e del nostro valore che diventiamo “quelle macchine”.  Quanto vale il tuo sorriso a illuminarti il volto? Non vale molto di più di uno “smile” in chat? Le Relazioni ci fanno sentire vivi e ci danno una grande opportunità: conoscerci attraverso la conoscenza dell’altro. Così sperimentiamo l’ “essere” nel mondo, altrimenti pigiamo solo tasti. Maria Cristina Caccia 

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Mettiti nei miei panni (La prospettiva dell'A...

Due esempi, uno in ambito sportivo e l’altro in ambito aziendale, per comprendere l’importanza di “mettersi nei panni dell’altro”, al fine di capire efficacemente le dinamiche delle situazioni. Tu hai mai provato a “cambiare prospettiva”, per entrare davvero in sintonia con un’altra persona? Iscriviti al mio sito http://www.massimobinelli.it e ricevi la Guida per la tua Crescita Personale.

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I poteri della mente: l'atteggiamento mentale...

Penso che LA FITNESS, intesa come grado di performance psico-fisica e stato di salute di un essere umano, sia dovuto essenzialmente a tre fattori:   ESERCIZIO FISICO; ALIMENTAZIONE; ATTEGGIAMENTO MENTALE. Quest'ultimo punto viene spesso (erroneamente) tralasciato, anche se in realtà è importante, anzi il più importante, poiché un corretto atteggiamento mentale, è fondamentale per proseguire in maniera duratura e stabile con un corretto piano di attività fisica e con un corretto stile alimentare. Il cervello poi è il nostro organo più potente, ed è attraverso di esso che riusciamo a vedere e percepire tutto cio che ci circonda (il mondo al di fuori di noi). Un corretto atteggiamento mentale risulta quindi essere fondamentale, non solo per quanto riguarda allenamento e alimentazione, ma anche in tutte le altre sfaccettature della vita.   Se siamo negativi, il nostro cervello processerà (quindi poi ci farà vedere ) solo cose negative. Questo atteggiamento mentale risulta essere deleterio, poiché un perenne stato di negatività non ci fa vedere le opportunità che ad esempio si possono celare in una situazione apparentemente normale e routinaria. Quando vi sentite negativi, quando pensate che la situazione che state affrontando non stia andando per il verso giusto, fermatevi e riflettete, basta poco. Molte volte vi accorgerete che basta guardare la situazione da un'altra prospettiva, perché tutto si risolva per il meglio. Vi lascio ora con una piccola poesia che trovai molto tempo fa in un libricino su Bruce Lee (Il Tao del Dragone), con la cui lettura comincio sempre la giornata:   Se pensi di essere sconfitto, lo sei. Se pensi di non osare, non lo farai. Se vuoi vincere, ma pensi che non ce la farai, è quasi certo che non vincerai. Se pensi che perderai, sei perso. Perchè fuori nel mondo capiamo che il successo COMINCIA con la VOLONTA' dell'individuo. Tutto dipende dallo stato mentale. Se pensi di essere un perdente, lo sei. Per crescere hai bisogno di pensare in grande. Hai bisogno di essere sicuro di te stesso per poter vincere un premio. La battaglia della vita non è sempre a favore  dell'uomo più forte o più veloce. Prima o poi chi vince è colui CHE SA DI POTERCELA FARE. Se i vostri intenti sono SANI e non ledono la LIBERTA' ALTRUI, andate avanti per la vostra strada, anche quando le cose si fanno difficili, un passo alla volta, un obbiettivo alla volta. NON MOLLATE!!! OVER THE TOP Alberto Fanin

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Facebook, per sentirsi meno soli?

"Bisogno di contatti umani". Una delle tante spiegazioni emotive dell’uso smisurato, a volte, della vetrina più gettonata del web, “il libro delle facce”. Dal mondo della scienza arrivano considerazioni non proprio ottimistiche. Secondo uno studio condotto dall’Università americana di Pittsburgh e della Columbia Business School, chi utilizza spesso Facebook ed è abituato a postare frequentemente idee e contenuti, potrebbe dar troppo peso ai “Mi piace” ricevuti dagli amici e perdere il giusto contatto con la realtà. Quindi più le nostre foto o i nostri “post” ricevono apprezzamenti, più si rischia una “overdose di autostima”, che potrebbe scontrarsi con una realtà dalle tinte meno accese, dando luogo a disagi emozionali. Pertanto l’eccessiva esposizione e immedesimazione del proprio avatar su Facebook, quello che creiamo dando immagini di noi, a volte, non veritiere, potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio proporzionalmente a quanto distoglie dalla realtà di tutti i giorni, quella in cui siamo chiamati “così come siamo” o proviamo ad essere. Dal mondo degli internauti, invece, arrivano considerazioni piuttosto diverse, nel momento in cui questo grande “hosting virtuale” diventa un luogo dove sentirsi meno soli, quando l’essere soli è un limite che, dietro a uno schermo su cui si affacciano dieci, cento, mille volti, trova il modo di aprire una finestra sul “mondo” da cui, in alcune situazioni, ci isoliamo, per volontà oppure per “sopravvenute circostanze”. L’Uomo è un essere sociale, Aristotele lo sapeva molto bene e come dargli torto. Le persone, su Facebook, scrivono “il proprio stato emotivo”, raccontano le proprie vacanze o avventure, notificano il legame sentimentale, si arrabbiano, si sfogano, insomma vivono e “si rivelano” attraverso un “mezzo” che le aiuta a “dialogare”. Chi sceglie di non poter fare a meno di Facebook, sceglie, in fondo, una “compagnia di amici” che si allarga a macchia d’olio. Poco interessano le logiche da spionaggio di chi ruba identità o dati personali per venderli come preziosi database: prevale il senso del Sé come “parte del sistema” e su questo… poco valgono le teorie scientifiche. Facebook come “un grande fratello” autogestito. Un fenomeno di transfert che metterebbe in crisi, forse, anche Freud? Viviamoci come desideriamo, ciò che conta è “che ci faccia stare bene”… Maria Cristina Caccia  

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Per vincere bisogna saper perdere (Imparare dai fa...

Sei consapevole dell’importanza di accettare gli insuccessi per continuare a crescere, ossia, per dirla in altre parole, del fatto che per riuscire a vincere bisogna saper perdere? La delusione deve diventare una forza esplosiva per la vittoria più bella, «quella che deve ancora venire», come amava dire il Drake, Enzo Ferrari. Iscriviti al mio sito http://www.massimobinelli.it e ricevi la Guida per la tua Crescita Personale.

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