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Comunicare è un'arte?

Sembra un concetto molto semplice, quasi scontato. Eppure, molti di noi, non ne considerano le conseguenze: il non aver espresso alcuna parola, non significa soltanto “non aver emesso suoni vocali”, ma rientra, invece, in un vero e proprio comportamento comunicativo. Capita, in certe situazioni, di avvertire l’esigenza di “nascondersi” dietro ad un atteggiamento che consideriamo “neutro e distaccato”, in realtà falliamo miserevolmente! Abbiamocomunque, fatto una scelta: quella di non comunicare e, paradossalmente, la comunichiamo.

I nostri pensieri, gli atteggiamenti, la volontà, i desideri, le contrarietà, possono essere non espressi direttamente, ma ciò non ci difende dal rischio che qualcuno si accorga di loro, perché in un modo o nell’altro, trapelano all’esterno.
In che modo? L’emotività, il suono e il tono della voce, i colori, la respirazione, la postura, la gestualità, la mimica, l’aspetto fisico, l’abbigliamento, un profumo, “parlano” un linguaggio misterioso, silente, ma tremendamente esplicito.

La sensorialità ci rappresenta molto più di una parola pronunciata senza consapevolezza, tenendo sempre in debito conto che non è necessario dire sempre tutto quello che si pensa, ma è necessario pensare tutto ciò che si dice. Il pensiero è energia e plasma l’espressività. Il corpo è dotato di un linguaggio che supera le barriere dei codici simbolici tradizionali, al di di ogni fattore di disturbo: rimanda a un senso universale e, pertanto, comprensibile e immediato.

Un elemento imprescindibile del processo comunicativo è l’ascolto. Un grande comunicatore è, prima di tutto, un grande ascoltatore. La volontà di aprirsi all’altro e la curiosità di conoscere quello che ha da dirci sono due premesse fondamentali per instaurare una buona “empatia” (dal greco empatheia, significa “sentirsi dentro” ovverosia sensibilità nell’immedesimarsi nell’interlocutore, fino a coglierne i pensieri e gli stati d’animo). “Ed ecco il mio segreto, un segreto molto semplice: è soltanto con il cuore che si riesce a vedere correttamente; ciò che è essenziale è invisibile all’occhio”, (Antoine De Saint Exupéry).

Un comunicatore che non ascolta è come un giocatore di ping pong che non riesce a prendere la pallina quando gli viene ribattuta dall’avversario. La retorica classica definiva questo aspetto con termine pathos ovvero il sentimento: come dev’essere l’ascolto?
In quanto riceventi, diamo prova di comprensione se ascoltiamo con rispetto, senza interrompere, senza giudicare criticare, rivolgendo domande per dimostrare interesse per quanto ci è stato espresso.
In quanto emittenti, ovverosia responsabili della comunicazione, dimostriamo comprensione se sappiamo utilizzare un linguaggio adatto all’interlocutore, preoccupandoci che il messaggio giunga in maniera chiara e adeguata.

Nella società attuale, l’incomunicabilità è un lusso che non possiamo permetterci: l’uomo è “un essere sociale” e, in quanto tale, non può isolarsi, pena la sua sopravvivenza fisica, mentale, e spirituale.
Il confronto con l’altro è fondamentale per crescere, migliorarsi, arricchirsi e, soprattutto, conoscersi. “I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo”, (Ludwig Wittgenstein).
Chiarezza espressiva, codice linguistico adeguato, tranquillità, sintesi, sicurezza interiore, autostima, sono elementi “fisiologici” fondamentali per comunicare in maniera adeguata, attenuando il rischio di malinteso e dubbio. Ansia, insicurezza, tono della voce costante, linguaggio inadeguato, eccessivo carisma, scarsa competenza della materia, sono alcuni dei peggiori nemici della comunicazione, considerati “fattori patologici”.

Lo studioso Paul Watzlawick sostiene che “in ogni comunicazione vi è un aspetto di contenuto e un aspetto di relazione”, intendendo sottolineare che una comunicazione non soltanto trasmette informazioni, ma, nello stesso tempo, impone un comportamento”. 
È sempre presente sia un messaggio di contenuto (la notizia, l’oggetto, i dati) sia un messaggio di relazione (le indicazioni, il comando/richiesta, l’empatia, l’ascolto). Jonathan Swift diceva: “Le parole giuste al posto giusto fanno la vera definizione di stile”. Spesso è molto più importante il “come” comunichiamo del “cosa”: un medesimo messaggio può essere trasmesso con modalità differenti e ottenere effetti differenti a parità di significato semantico

Comprensione, cortesia, chiarezza, coraggio e coscienza sono le cinque dimensioni  della cosiddetta “pentacomunicazione”, un modello innovativo globale di comunicazione, il cui slogan è ben rappresentato da “la comunicazione a tutto tondo per una persona a tutto tondo: non c’è comunicazione senza l’aspetto psicologico e non vi è aspetto psicologico senza comunicazione". “Quando lungo la via o nel mercato incontrate l’amico, lasciate che sia lo spirito a muovervi le labbra e a guidare la vostra lingua. Lasciate che la voce nella vostra voce parli all’orecchio del suo orecchio; la sua anima tratterrà la verità del vostro cuore così come si rammenta il sapore del vino” (Il Profeta, Khalil Gibran). 



Maria Cristina Caccia 

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