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Facebook, per sentirsi meno soli?

"Bisogno di contatti umani". Una delle tante spiegazioni emotive dell’uso smisurato, a volte, della vetrina più gettonata del web, “il libro delle facce”.
Dal mondo della scienza arrivano considerazioni non proprio ottimistiche. Secondo uno studio condotto dall’Università americana di Pittsburgh e della Columbia Business School, chi utilizza spesso Facebook ed è abituato a postare frequentemente idee e contenuti, potrebbe dar troppo peso ai “Mi piace” ricevuti dagli amici e perdere il giusto contatto con la realtà.

Quindi più le nostre foto o i nostri “post” ricevono apprezzamenti, più si rischia una “overdose di autostima”, che potrebbe scontrarsi con una realtà dalle tinte meno accese, dando luogo a disagi emozionali. Pertanto l’eccessiva esposizione e immedesimazione del proprio avatar su Facebook, quello che creiamo dando immagini di noi, a volte, non veritiere, potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio proporzionalmente a quanto distoglie dalla realtà di tutti i giorni, quella in cui siamo chiamati “così come siamo” o proviamo ad essere.

Dal mondo degli internauti, invece, arrivano considerazioni piuttosto diverse, nel momento in cui questo grande “hosting virtuale” diventa un luogo dove sentirsi meno soli, quando l’essere soli è un limite che, dietro a uno schermo su cui si affacciano dieci, cento, mille volti, trova il modo di aprire una finestra sul “mondo” da cui, in alcune situazioni, ci isoliamo, per volontà oppure per “sopravvenute circostanze”.
L’Uomo è un essere sociale, Aristotele lo sapeva molto bene e come dargli torto. Le persone, su Facebook, scrivono “il proprio stato emotivo”, raccontano le proprie vacanze o avventure, notificano il legame sentimentale, si arrabbiano, si sfogano, insomma vivono e “si rivelano” attraverso un “mezzo” che le aiuta a “dialogare”.

Chi sceglie di non poter fare a meno di Facebook, sceglie, in fondo, una “compagnia di amici” che si allarga a macchia d’olio. Poco interessano le logiche da spionaggio di chi ruba identità o dati personali per venderli come preziosi database: prevale il senso del Sé come “parte del sistema” e su questo… poco valgono le teorie scientifiche.
Facebook come “un grande fratello” autogestito. Un fenomeno di transfert che metterebbe in crisi, forse, anche Freud? Viviamoci come desideriamo, ciò che conta è “che ci faccia stare bene”…



Maria Cristina Caccia

 

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