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Contenuti per tag: consapevolezza


Come risvegliare la consapevolezza (Vivere alla ma...

Alla consapevolezza del “qui e ora”, tema che può essere sviluppato da più livelli di osservazione, ho dedicato diverse Pillole e un’intera sessione del videocorso Atleta Vincente (http://atletavincente.com). Ciò nonostante, continuo a ricevere numerose richieste di approfondimento, soprattutto per quanto riguarda la consapevolezza in gara, nel momento in cui dovremmo sperimentare la massima attivazione agonistica. Molti atleti mi scrivono per chiedermi come si fa a mantenere la calma e la lucidità nei momenti che precedono una gara, quando la mente si annebbia e sembra di essere dappertutto fuorché nel luogo dove di lì a poco dovremo esprimere la nostra miglior prestazione. In passato ho già spiegato quali strategie adottare per gestire lo stress agonistico (http://www.massimobinelli.it/il-blog-...) e per restare “in bolla” (http://www.massimobinelli.it/il-blog-...), però il presupposto essenziale per far sì che queste tecniche funzionino è essere consapevoli di quel che si sta facendo.Sulla consapevolezza in senso lato ho pubblicato anche una Pillola (http://www.massimobinelli.it/il-blog-...), ma un atleta non può certo mettersi a meditare prima di affrontare una competizione. Dunque, occorre adottare un altro approccio, più specifico, trasversale a tutte le discipline sportive. Cosa occorre fare per restare ancorati al presente ed avere il pieno controllo del proprio corpo e delle proprie emozioni?Scopriamolo assieme…

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Fabio Basile, Tre Trucchi per vincere l'oro a...

Quando ripenso al 200° oro olimpico della storia italiana, conquistato nel judo da Fabio Basile, anche se è già passato più di un mese, provo ancora una grande emozione. Sono fatto così, la gioia di un atleta che raggiunge l’obiettivo più importante di un’intera carriera, in qualunque disciplina, mi fa commuovere, perché so cosa significa soffrire per anni, sacrificare la propria gioventù per lo sport, per una medaglia, anche di latta. Chi non ha questo fuoco dentro, e magari liquida le tue fatiche con un “ma chi te lo fa fare”, il più delle volte detto in modo quasi beffardo, come a lasciare intendere “io mi godo la vita, sono più furbo di te”, mi fa quasi pena, non sa cosa si perde. Nel turbine delle interviste, Basile, ancora tra l’incredulo e il frastornato, ha detto: «A Tokyo, nel 2020, avrò qualcosa da perdere», ricordi? Ma è davvero così? Fabio Basile mi piace, lo confesso. Si racconta in modo spontaneo, mai banale. Ammette di essere «una testa matta», ma poi puntualizza subito che grazie al judo è diventato un uomo. Grazie allo sport puro, interpreto io. Dice di aver sofferto tanto, per arrivare a Rio (e come dubitarne!), poi spiega, con un mezzo sorriso, di aver sofferto così tanto che la sofferenza ha iniziato a piacergli, «perché il trucco per diventare campioni – sono sue parole – è quello di soffrire e allenarsi tantissimo. In tanti mi dicevano di smettere, che non sarei mai diventato un campione: ecco, questa medaglia – è stata la conclusione piena d’orgoglio di Fabio mentre mostrava il trofeo – la dedico anche a loro». Ti ricorda qualcosa questa immagine? Leggi cosa scrivevo nella Pillola numero 74: https://www.youtube.com/watch?v=opPmH...Il secondo trucco di Fabio, che poi è il trucco per diventare campioni, è credere con tutte le proprie forze in un obiettivo ambizioso e nel contempo raggiungibile. «La prima volta che ho visto il nuovo direttore tecnico Kiyoshi Murakami – ha raccontato Basile –, mi ha stretto la mano e mi ha detto: “Tu vai a Tokyo 2020”. Io gli ho risposto: “No Tokyo, ma Rio 2016!”. Mi ha fissato, ha detto “va bene” e poi ha iniziato ad investire su di me. Grazie a lui sono cambiato tanto, perché avevo una forza dentro che non riuscivo a tirare fuori». È la sintesi perfetta della potenza di un obiettivo ben formato, che scatena la motivazione giusta e contagia le persone che devono credere in te per aiutarti a conseguirlo, sei d’accordo?A un certo punto, rispondendo a una domanda riguardo a Tokyo 2020, Fabio si è lasciato sfuggire una umana debolezza. «Qui a Rio ho dato tutto me stesso, perché non avevo niente da perdere, ma tra quattro anni, a Tokyo – ha detto il campione olimpico –, avrò qualcosa da perdere». Ti ricordano qualcosa queste parole? Scopriamolo assieme…

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Rio 2016, come gestire la tensione di una finale (...

Staccare un biglietto per partecipare ai Giochi Olimpici è il sogno di ogni agonista che dedica la propria vita allo sport. Riuscire ad entrare in una finale, a seconda della combinazione atleta-etnia, può rasentare la pia illusione. Basti pensare alle gare di mezzofondo, predominio assoluto dei neri africani, o alla velocità, affare che riguarda giamaicani, americani e pochi altri al mondo. Fino a Rio 2016, anche il tiro a volo era un circolo chiuso, eppure un perfetto sconosciuto, di origine egiziana, alla sua prima esperienza a cinque cerchi, è riuscito ad entrare nella finale a sei del trap, la fossa olimpica, una delle discipline del tiro a volo, e a gestire una tensione potenzialmente devastante. All’inizio del 2016 sono stato ingaggiato da Alessandro Nicotra Di San Giacomo, ex atleta e attuale allenatore della Nazionale Egiziana di trap, in vista delle Olimpiadi di Rio de Janeiro. In pochi mesi di lavoro, svolto nel rispetto della Formula dell’Atleta Vincente, ossia competenza tecnica e fisica, onere di Alessandro, più potenza mentale, compito mio, abbiamo raggiunto l’obiettivo di portare il giovane egiziano Ahmed Kamar non solo alla finale dei Giochi Olimpici, ma addirittura allo shoot-off per una medaglia, miglior risultato di sempre per un tiratore africano.Siamo partiti da zero e, per comprensibili esigenze logistiche, abbiamo lavorato a distanza, in videoconferenza, lui al Cairo, io nel mio studio. Il tiro a volo è uno sport individuale, tuttavia è stato importante “fare squadra” e far percepire agli atleti che tutti noi stavamo puntando ad un unico obiettivo. Le difficoltà e le barriere da superare sono state molte, anche culturali, poiché gli atleti egiziani hanno mostrato una diffidenza particolarmente elevata nell’applicare alcune tecniche, tra cui il dialogo interno e la visualizzazione. Per questo motivo abbiamo adottato la strategia del “come se”, di cui ho parlato nella Pillola 82, ossia abbiamo portato Ahmed a vivere ogni giorno, in modo autentico, come se fosse già a Rio, come se avesse già disputato una finale, come se avesse già vinto una medaglia olimpica, e l’abbiamo fatto grazie a esercizi molto sofisticati di “consapevolezza aumentata”. Lo scopo è stato quello di far maturare in lui, gradualmente, la mentalità dell’Atleta Vincente, che pensa come un campione, agisce come un campione, si allena come un campione e gareggia per vincere, perché sa che non ha nulla da perdere, mentre i suoi avversari, pluridecorati e carichi di responsabilità, hanno tutto da perdere. Gareggiare “per vincere” vuol dire sviluppare la fiducia nelle proprie possibilità, assumersi sempre la responsabilità del proprio operato e dare il meglio in ogni circostanza, senza mettersi a fare calcoli di convenienza. Ogni gara fa storia a sé, ogni serie fa storia a sé, ogni tiro fa storia a sé, e soprattutto un tiro non ha memoria, quindi va affrontato con serenità come se fosse un normale tiro di allenamento, indipendentemente dal fatto che sia il tiro successivo a un errore, il tiro che può determinare il passaggio di un turno o il tiro che vale una medaglia olimpica, che poi è il “segreto” della mia regola numero 9.Vuoi sapere com’è andata? Te lo racconto nel video, oppure puoi leggere l’articolo integrale nel mio Blog.

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Il paradigma del "centro": da dove osser...

“Noi non abbiamo bisogno di più forza o più capacità o di maggiori opportunità. Ciò di cui abbiamo bisogno è di usare ciò che abbiamo”. (Basil Walsh) Viktor Frankl, padre della logoterapia, scrisse: "Ciascuno ha la propria vocazione o dichiarazione di missione nella vita... Di conseguenza non può essere sostituito, né la sua vita può essere replicata. Quindi il compito di ciascuno è unico, come è unica la sua specifica opportunità di realizzarlo". Ognuno di noi ha una propria responsabilità ossia quella di "realizzarsi per ciò che è". Diventa fondamentale, innanzitutto, sapere cosa siamo chiamati a fare e cosa vale davvero la pena per noi. Tutto questo può dare vita a una "dichiarazione di Missione personale", frutto di una profonda introspezione, di una analisi accurata, per accendere i riflettori sulla visione del mondo e dei propri valori, osservati in modo neutro, possibilmente senza condizionamenti, cercando di individuare con chiarezza quelli che ci appartengono nel profondo. L'avvicinarsi a sé stessi, scoprendo cosa mettiamo "al centro" del nostro angolo di osservazione della realtà, significa scoprire con quali occhiali osserviamo ciò che ci capita e come ci comportiamo diventa una diretta conseguenza, filtrata da emozioni, stati d'animo, esperienza. Se al tuo centro collochi il denaro, di fronte a una situazione A, agirai in un certo modo, sicuramente diverso rispetto a quello in cui agiresti se al tuo centro o punto di osservazione collocassi i principi oppure la famiglia o, ancora, i beni, ecc. Devi andare a un appuntamento galante; sono le 16 e il tuo capo di avvisa che dovrai rimanere in ufficio fino a tardi quella sera: significa che devi scegliere se chiamare il compagno o la compagna e disdire oppure rimanere in ufficio. Non è scontato quello che farai, sarai tu a decidere, ma come lo farai? Se al centro del tuo universo, hai collocato la famiglia e l'"altro/a", sarai tentato di dire No al tuo capo e di accontentare la tua metà, in quanto "dipendente" dalle sue aspettative, sapendo, razionalmente, che sarebbe meglio tu rimanessi in ufficio: che dilemma! Se al centro della tua  vita hai collocato dei valori, dei principi che ti appartengono e li porti avanti, sarai più autonomo nelle scelte e meno condizionato da fattori esterni, perturbanti, pertanto sarai più assertivo ed efficace. Il nostro significato proviene del nostro interno, come scrive ancora una volta Viktor Frankl: "In ultima analisi l'Uomo non dovrebbe chiedersi qual è il significato della sua vita, dovrebbe piuttosto riconoscere che è lui a essere interrogato dalla vita. In altre parole, ogni Uomo è esaminato dalla vita e può rispondere alla vita soltanto rispondendo per la propria vita: alla vita può rispondere soltanto essendo responsabile". Ogni cambiamento inizia indossando gli stivali della consapevolezza, quella luce puntata sull'interno che ci permette di  esaminare i nostri pensieri. Quindi se intercettiamo il nostro paradigma, e, se, prima di tutto, diventiamo consapevoli di averne uno che ci guida e ci influenza, ci diamo la possibilità di diventare più protagonisti delle circostanze che si creano e si plasmano anche attraverso il nostro intervento, il nostro essere nel quotidiano dispiegarsi degli eventi. Troviamo il nostro CENTRO e troveremo la nostra direzione, la saggezza, il potere e l'autostima necessari per crescere interiormente nel modo di affrontare la realtà e le relazioni con gli altri. Si diventa "alunni" di sé stessi, soltanto se si lascia aperta la porta dell'umiltà, quella che ci entusiasma all'idea di imparare a essere ciò che siamo in realtà.

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Accettazione e Autostima (Fai il tifo per te e per...

La Pillola dedicata all’autostima (https://www.youtube.com/watch?v=LjyEx...) ha suscitato molto interesse e la mia definizione, tratta dalla sesta sessione del videocorso Atleta Vincente (http://atletavincente.com), «Avere autostima vuol dire conoscere il proprio valore, pur nella consapevolezza dei propri limiti», è stata largamente condivisa, tuttavia il cammino verso il potenziamento dell’autostima parte da un’azione consapevole che non può essere data per scontata. Non basta, infatti, avere coscienza della propria dignità, rispettarsi e avere fiducia nelle proprie capacità: per poter sviluppare una sana autostima occorre sperimentare l’accettazione di sé. Accettarsi vuol dire tifare per sé stessi, vuol dire alimentare la propria “vocina” con espressioni quali “io sono la persona che sta facendo questa cosa ORA e mi sta bene così”, “io mi accetto ORA per quello che sono”, “io sto bene con il mio corpo e con la mia mente ORA e ho fiducia in me”, “io mi piaccio così come sono ORA”, “io mi tratto con rispetto perché me lo merito”. In altre parole, significa essere alleati di sé stessi e non avversari.L’accettazione di ciò che siamo scatena una vitalità straordinaria, perché quando impariamo a riconoscere ogni più piccolo dettaglio del nostro corpo e, più in generale, della nostra esistenza, difetti compresi, come qualcosa che ci appartiene e non come un alieno da combattere, l’energia che prima era sprecata in un conflitto interiore dannoso può essere canalizzata in azioni positive e utili per noi e per chi ci circonda. In che modo un atleta può usare la forza dell’accettazione a proprio vantaggio?

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Il motore dell’autostima (Meritare la felicità ...

Nella sesta sessione del videocorso Atleta Vincente do questa definizione di autostima: «Avere autostima vuol dire conoscere il proprio valore, pur nella consapevolezza dei propri limiti». Significa che bisogna avere coscienza della propria dignità, prima come persona e poi come atleta. Significa che dobbiamo possedere la chiara percezione del proprio sé, rispettarsi e avere fiducia nella capacità di esercitare il controllo efficace delle possibili situazioni che ci troviamo ad affrontare, nella vita, in allenamento o in gara. Ecco la domanda: si può potenziare il motore dell’autostima? Partiamo da un presupposto: se affrontiamo la vita con un atteggiamento di bassa autostima è come scattare dall’ultimo posto della griglia di partenza del MotoGP a seguito di una penalità inflitta al pilota, e darsi per vinti ancor prima del via.Come dici? Ti sta venendo in mente la gara conclusiva del MotoGP 2015, a Valencia, quella del “biscottone” confezionato tra Jorge Lorenzo e Marc Marquez, dove Valentino Rossi fu costretto a partire dalle retrovie?Quando gareggi “per vincere”, non hai nulla da perdere, mentre quando gareggi “per non perdere”, hai tutto da perdere e nulla da guadagnare.Se mi segui, sai che uso lo sport come metafora potente della vita, pertanto il messaggio che intendo trasmettere ricordando l’impresa di Valentino è questo: se ci fidiamo delle nostre potenzialità e sappiamo di meritare ciò per cui stiamo lottando, in primis la felicità, che è lo scopo primario della vita, riusciamo ad essere più consapevoli delle nostre azioni e in un certo senso modifichiamo il nostro futuro. Chi è consapevole del proprio valore e ha sviluppato una sana autostima è attratto da persone come lui e vive meglio, perché si circonda di positività e adotta un atteggiamento proattivo, ossia reagisce ancor prima che gli eventi accadano, e coglie ogni opportunità mettendo in campo tutte le risorse e le potenzialità personali necessarie a conseguire un obiettivo. Chi vive nella pesantezza della propria bassa stima di sé, invece, tende ad essere attratto da persone negative, perché nella melma si sguazza molto meglio in compagnia, ci si consola condividendo le proprie disgrazie, cercando di conquistare il poco invidiabile primato della sfiga più grande di tutte. Se le nostre azioni sono guidate dalla paura, prima o poi finiremo per attrarre proprio gli eventi dai quali volevamo fuggire, perché nella nostra mente si formano pensieri e immagini di ciò che spaventa, e questo meccanismo innesca la profezia che si autoavvera. Il fatto di pensare a una cosa negativa, per la nostra mente, che rimuove la negazione, equivale a desiderare. Grazie all’allenamento mentale possiamo imparare ad alzare l’asticella del livello di felicità e del livello di successo giusti per noi, per far sì che si modifichi la nostra “immagine dell’io” e che la profezia che si autoavvera faccia accadere cosa è meglio per noi al posto di sabotarci.

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Il punto zero della consapevolezza

Ognuno di noi vive in "diverse scarpe": oggi indossiamo quelle di figlio o figlia, domani quelle di adulto e adulta, poi quelle di manager, professionista, marito o moglie, collega, e così via. Ogni "scarpa" lascia una propria impronta e di cosa sia fatta quell'impronta dipende molto da noi.Proviamo a vedere ogni scarpa come un luogo o spazio vitale che ci caratterizza; pensiamo, a esempio, a un nome casuale, Davide e al suo ruolo di figlio, marito, collega, compagno, marito: ciò che riamane fisso è Davide, individuato in un punto zero centrale, attorno al quale si snodano i vari "luoghi" in cui egli abita nella sua quotidiana esistenza. Dove si trova Davide nella sua autenticità? Quanto è in contatto con la consapevolezza di essere all'interno di un ruolo o dell'altro, convinto di essere tutto quel ruolo o l'altro? Ovvero: essere nello spazio di "figlio" porta con sé dinamiche emotive, cognitive, sensoriali, immaginative diverse dall'essere nello spazio di "compagno". Se invece rimango nel mio essere "figlio" anche nello stato di "compagno", cosa accade?E' molto importante prendere consapevolezza di dover fare ritorno a un "proprio punto zero" in cui torniamo presenti a noi stessi, distinguendo ciò che si muove in noi, schemi, automatismi, immagini che forse, se poniamo attenzione, non fanno altro che trascinarsi da un ruolo o da uno spazio all'altro, nutrendo le nostre inquietudini e impedendoci di essere "veri" nelle singole relazioni che costruiamo. Non è facile, per nulla, ma in un percorso di coaching o counseling rivolto all'auto-conoscenza diventa più chiaro il passaggio da una identificazione settoriale a un ritrovamento di una propria area di libera percezione di sé. Prova a disegnare un fiore; al centro scrivi il tuo nome e ai lati, all'interno dei petali, scrivi i vari spazi che costellano la tua vita, dal lavoro, alla relazione affettiva, a quella amicale, a quella genitoriale, ecc., e prova a "osservarti" e a scrivere "come ti vedi?". E' un esercizio interessante, che ti porta a sperimentare per un po' il senso dell'essere "al centro" di un punto zero da cui riprendere fiato, fare benzina, per ripartire, con un motore più snello e disinquinato da molte increspature.    “Una volta accettata la consapevolezza che anche fra gli esseri più vicini continuano a esistere distanze infinite, si può evolvere una meravigliosa vita, fianco a fianco, se quegli esseri riescono ad amare questa distanza fra loro, che rende possibile a ciascuno dei due di vedere l'altro, nella sua interezza, stagliato contro il cielo”.(Rainer Maria Rilke)

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Vivi come guidi la tua auto (guarda avanti con con...

Saresti capace di guidare la tua auto guardando sempre e soltanto nello specchietto retrovisore? E riusciresti a guidare con i piedi infilati in due scarponi da sci, mentre con una mano stai scrivendo un messaggino sul cellulare e con l’altra spippoli sul navigatore? In futuro, quando le auto a guida automatica saranno sul mercato, forse potresti rispondere sì, che tutto ciò sarebbe possibile, ma quel futuro è ancora abbastanza lontano, quindi la risposta corretta è no: per evitare di spiaccicarti sul primo platano, devi guardare avanti e devi avere la piena padronanza del tuo corpo. Riesci ad afferrare la potenza di tale immagine? In questa metafora, l’auto rappresenta la tua vita, che governi e conduci dove vuoi tu solamente se usi i tuoi sensi con piena consapevolezza. Cosa succede se guidi guardando nello specchietto retrovisore, perché stai ancora pensando al bivio appena superato, dove avresti preferito svoltare ma non l’hai fatto? E cosa succede se hai entrambe le mani impegnate? E cosa succede, infine, se, pur vedendo la curva e pur riuscendo a sterzare, non riesci a frenare perché hai i piedi immobilizzati dentro a due ingombranti scarponi da sci? Per riuscire a governare la nostra auto, ossia per essere davvero padroni della nostra vita, delle nostre scelte, dobbiamo sempre guardare avanti con consapevolezza, padronanza e attenzione, perché continuare a rimuginare sugli errori commessi è dannoso e inquina la mente. Dobbiamo riuscire a dire a noi stessi, con convinzione, che se stiamo percorrendo la strada lungo la quale cui ci troviamo adesso è a causa o per merito delle scelte fatte in corrispondenza di tutti gli incroci che abbiamo superato fino a quel momento, e questa piena consapevolezza ci consente di pensare in modo proattivo a quale direzione prendere prima del prossimo bivio, mettendo così in atto, passo dopo passo, tutte le azioni necessarie a far emergere le nostre potenzialità e a indirizzare al meglio le nostre risorse.Vuoi saperne di più su come sviluppare un atteggiamento consapevole e proattivo nei confronti delle scelte da compiere giorno per giorno? Contattami e ne parliamo.

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Le bolle di comfort: amiche-nemiche!

Cosa c'è di meglio di un risveglio il mattino, dopo una lunga dormita? Ci si sente riposati, anche se a volte l'effetto benessere fa nascere il desiderio di non alzarsi per niente e di proseguire in un altro asset di sogni e sonnecchi. Cosa ha permesso di dormire così a lungo, senza interruzioni? Probabilmente l'eccessiva stanchezza oppure una buona tisana rilassante o, ancora, una adeguata posizione corporea. L'ultima opzione è quella maggiormente coinvolta nel garantire un sonno riposante, laddove la giusta inclinazione della testa, in linea con la schiena, le gambe e le braccia, prende il posto quasi di una coccola posturale e il comfort che ne consegue dà sollievo e accoglie la cosiddetta "sana dormita". Spesso questo comfort è proprio ciò che, nella vita, fuor di metafora, ci fa dormire un po' troppo a lungo e ci dà l'illusione di essere in un mondo rassicurante, a tal punto che chi ce lo fa fare di andarsene fuori? E' vero, ma chiusi in questa bolla non ci permettiamo di conoscerci, nella misura in cui non ci permettiamo di essere in svariate situazioni che rifuggiamo perché distoniche dalla nostra bolla. In questo modo, barattiamo la novità e la vitalità dell'esistenza con ciò che è certo, caldo, accogliente, sicuro, come un grande lettone dove preferiamo rimanere stesi e addormentati. Non ne siamo consapevoli e quando ce ne rendiamo conto? Quando capitano situazioni in cui la vita ci mette alla prova e ci chiede di essere alunni diversi da come siamo sempre stati; ci chiede di agire e/o re-agire come non abbiamo mai fatto, e proprio perché non lo abbiamo mai fatto ci tiriamo indietro, senza sperimentare quello che sarebbe potuto accadere. Una, due, tre, infinite volte torniamo come allo stesso punto, viviamo circostanze o eventi simili e ripetiamo a noi stessi: "Ma, anche stavolta? Mi sembra che mi sia già capitato!". Ecco, se vi ripetete queste parole, l'invito è fermatevi: è qui che dovreste sostare, un attimo, in ascolto di voi stessi, perché significa che, forse, quella circostanza o quell'evento vi sta "raccontando" qualcosa di voi, se cambiate punto di osservazione e se avete voglia di incontrare voi stessi in modo nuovo e più autentico. Non è facile! Molto meglio rimanere stesi e dormire profondamente, ma ci perdiamo tante cose: nuove albe, nuovi tramonti, nuove tempeste, nuove giornate di sole o di pioggia, insomma nuovi spazi di crescita e di consapevolezza. Le bolle di comfort sono amiche-nemiche: imparare a dosarle e a usarle è un cambio di prospettiva, che ci pone in una sfera di influenza guidata dalla nostra volontà di agire e di essere protagonisti delle nostre storie, lontano da una sfera di coinvolgimento in cui rimaniamo passivi e impauriti, vittime del destino ingrato. Fare un percorso di riconoscimento delle proprie bolle di comodità o comfort, può rappresentare un cammino di svestizione di molti nostri veli e sapete cosa vi dico? E' strepitoso guardare da un teleobiettivo senza tappo: si vede tutto molto più nitido. Soltanto chi osa spingersi un po’ più in là scopre quanto può andare lontano.(Sergio Bambarén)

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Botta e Risposta: come si fa a restare “in bolla...

Nelle mie Pillole uso con una certa frequenza il termine “bolla” e l’espressione “stare in bolla”. Tra l’altro, a questa strategia mentale molto efficace è dedicata l’ottava sessione del videocorso Atleta Vincente, al quale, ne approfitto per ricordarlo, ti puoi iscrivere gratuitamente con un clic e guardare tre video molto importanti: http://atletavincente.comDunque, cos’è questa “bolla” e come si fa a restarci dentro?Ecco cosa mi ha scritto Paolo:«Ciao Massimo, mi chiamo Paolo, pratico il tiro al volo, specialità skeet. Ti seguo da tempo e cerco di mettere in atto tutti i tuoi consigli per migliorare le prestazioni sportive. Il mio problema è che quando sbaglio un colpo, soprattutto se succede nell’ultimo giro, comincio a pensare a un milione di cose e, come dici tu, vado “fuori bolla”. Come posso fare per restare nella mia bolla per tutto il tempo che mi serve, e cioè almeno fino all’ultimo piattello? Grazie».A beneficio di chi non ne avesse ancora sentito parlare, facciamo un po’ di ripasso. Cos’è questa “bolla”?È una metafora che mi serve per far capire che quando siamo al massimo, concentrati su ciò che stiamo facendo e consapevoli del nostro presente, attorno a noi si crea una zona di energia molto potente e noi riusciamo a dominare le nostre emozioni e a dare il meglio senza sforzo. Questa zona però non è confinata e protetta da uno scudo spaziale a prova di missile atomico, ma è racchiusa da un velo trasparente, sottile e vulnerabile proprio come quello di una bolla di sapone. Ecco, è questa l’immagine che meglio di ogni altra rappresenta la nostra bolla: un involucro molto fragile, perché basta poco per farla scoppiare. Ho reso l’idea?Finché siamo nel nostro “stato di grazia”, ossia per tutto il tempo in cui sperimentiamo consapevolmente il livello ottimale di attivazione e di concentrazione, in funzione dell’attività sportiva praticata, la mente è sgombra da pensieri negativi, siamo totalmente immersi nello stato presente e proviamo la piacevole sensazione di avere il pieno controllo del nostro corpo e delle nostre azioni. Dentro alla bolla, la consapevolezza del presente, ossia di quello che stiamo facendo, è massima e non c’è alcun bisogno di ricevere altri stimoli esterni. Il problema, ed è qui che nascono i guai di Paolo e di tutti coloro che a un certo punto vanno in tilt, è che questa protezione, come dicevo, è molto vulnerabile.

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