Filtra: 

Contenuti per tag: crescita personale


Tra narrazione e realtà: scopri la tua "aret...

Scrivere è un rimedio naturale. Non servono tastiere, bensì un foglio e una penna. Un modo tradizionale 1.0 di raccontarsi, ma estremamente efficace. Cosa posso raccontare di me? Cosa avrà ma da suggerirmi la mia coscienza? Sembrano lontani alcuni momenti, flash di scene vissute che tornano e che rivediamo con occhi diversi, con un ascolto interiore ragionato, rattoppato a volte, ma pur sempre autentico, anche se mediato dai colori delle emozioni. Ricostruire un evento della propria vita e cercare di aprire un dialogo con esso, a cosa serve? La domanda non è "a cosa serve", ma "perché farlo". Abbiamo un bisogno estremo di conoscerci davvero, di ri-conoscerci poi attraverso la nostra stessa vita, che si costruisce, giorno per giorno, attimo dopo attimo, incontro dopo incontro, lasciando tracce che vanno raccolte, riviste, riaperte, interpretate, memorizzate e collocate in uno spazio preciso, per non disperderle. Partiamo da noi. Attraverso la scrittura, anzi la bio-scrittura si entra in forte intimità con se stessi, ci si denuda di vesti scomode e si indossano maschere, forse, oppure, il contrario, si tolgono gli elastici e ciò che copriva il nostro volto cade e lascia trapelare verità, spigoli che non riusciamo a livellare, rotondità di pensieri che si lasciano afferrare. Quante volte abbiamo preso carta e penna per scarabocchiare un foglio, dichiarando guerra, senza nemici contro cui scagliarci, ma soltanto ombre, rimuginii che avremmo voluto disinnescare come mine vaganti! Che liberazione poter scrivere nero su bianco uno sfogo, un insulto passeggero, un'ingiustizia. E poi un senso di libertà e di leggerezza, un punto e virgola in un discorso costellato di punti. Ecco, i punti: a volte sono necessari, altre volte è il caso di toglierli.   Come iniziare a familiarizzare con la scrittura? Beh si può incominciare con una lettera di ringraziamento: a tutto ciò che abbiamo avuto, a ciò che ci ha aiutato a crescere, a ciò che è stato parte di noi. Dimentichiamoci i "momenti bui", diamo spazio, in questa parentesi a ciò per cui possiamo dire grazie alla Vita. Non crediate siano pochi i motivi, nonostante, alcune difficoltà mettano alla prova il miglior ottimista! Scrivere è un atto terapeutico: costruisce percorsi, narra racconti e noi possiamo prendere posto in una scena di cui diventiamo i registi, per rappresentare il nostro film migliore, la nostra esistenza. Un modo per attraversare i luoghi della nostra anima, del nostro "vivere dentro", per portarlo fuori, allo scoperto e per dargli cittadinanza. Partiamo dal "Grazie per...". Poi, in altri appunti di viaggio, scriveremo altre lettere. Buona riflessione!

Continua...

Come affrontare il proprio ego

Che cos’è l’Ego di una persona? Che differenza c’è fra Ego e Anima? Ed è possibile affrontare il proprio Ego? A queste domande hanno provato a dare una risposta filosofi, psicologi, pedagoghi da tempo immemore, e il dibattito è ancora tutto aperto. Differenza fra Anima ed Ego Noi partiamo da un concetto laico di anima, quello per intenderci che nega l’idea di “anima come parte immortale dell’uomo” ereditato dalla religione. Un concetto negato dal positivismo e dal materialismo di fine ottocento e inizio novecento. Con lo sviluppo della fisiologia, della psicologia sperimentale e delle neuroscienze, quando si parlava di “anima”, ci si riferiva all’attività della psiche e all'universo infinito della mente umana. Grazie alla psicanalisi e la scoperta dell'inconscio, l’anima diventò nel XX° secolo l’insieme degli stati di coscienza e dei meccanismi di organizzazione della psiche. E con Freud si cominciò a parlare di: Es, serbatoio delle energie psichiche, in gran parte inconsce; Io (Ego), la sfera delle relazioni e contatti con la realtà esterna; Super-io, la sede dei valori e della coscienza morale. Ma senza scomodare la psicoanalisi, possiamo dire, semplificando, che l’anima è il nostro nucleo, ossia ciò che siamo veramente. E chi siamo e che cosa siamo veramente? Siamo tutto e il contrario di tutto. Un universo affascinante di contrasti che formano quell’unicum che si chiama persona. Animali sociali intelligenti che conservano l’istinto animalesco della competizione, la quale spinge a prevalere sugli altri per conquistare il “potere”; ma anche esseri umani dotati che, grazie al pensiero, alla creatività, alla cultura, sono capaci di evoluzioni che prediligono sempre più beni spirituali - come l’amore - ai beni materiali e alla prevaricazione. Insomma, è nell’anima che risiede la chiave di volta in grado di portare a una vera e propria mutazione etica che può condurre l’umanità, se vuole sopravvivere, ad amarsi piuttosto che combattersi. Invece che cos’è l’Ego di una persona? Per “Ego” si intende la conoscenza che noi abbiamo di noi stessi, ma in relazione agli altri e alle nostre esperienze passate. L’Ego è la conoscenza sul nostro essere e sugli altri che deriva dal nostro vissuto. E’ tutto quanto dal passato siamo riusciti a imparare su di noi, sulle nostre emozioni, sui nostri desideri. L’Ego si nutre dell’imitazione diretta di modelli sociali che assumiamo come nostri. L’Ego è ciò che ci fa perdere di vista il vero “io” per identificarsi con il ruolo che svolgiamo. L’Ego, in pratica, è la maschera che indossiamo per relazionarci con la società in cui viviamo. Ergo, l’Ego è un’illusione della nostra identità. Perciò mentre l’Anima (Sé Superiore) può portare alla crescita e al miglioramento di sé, l’Ego (Sé Inferiore) può farci deragliare dai binari della vita perché ci fa identificare con le maschere che indossiamo a uso e consumo di noi stessi e degli altri. Le resistenze dell’Ego Osservato dal punto di vista dell’Io destabilizzante, l’Ego diventa il nostro nemico numero uno, un pericoloso mostro da abbattere poiché è lui il responsabile primario dei nostri problemi emotivi, comportamentali e, di conseguenza, anche materiali. L’Ego ci rende eccessivamente suscettibili, predilige l'ostentazione e si siede sull’apparenza: in sostanza è un castello di sabbia con tanto di torri e ponte levatoio, maestoso e bello a vedersi, ma fragile e tragicamente vuoto al suo interno. Per intenderci, l’Ego è quella parte di noi che si piega, si destruttura quando si sente umiliato, detronizzato ogni volta che abbiamo la sensazione di non essere rispettati, ogni volta che non riceviamo le giuste (secondo noi) attenzioni. Più l’Ego è ipertrofico, più aumenta a dismisura la suscettibilità e, quindi, peggiori diventano le reazioni. Le resistenze dell’Ego nascono sovente da un bisogno di autodifesa. L’Ego, per garantirsi la propria sicurezza, sviluppa una serie di meccanismi atti a evitare ansia o angoscia. Questi meccanismi, entrando in gioco anche in condizioni normali, finiscono per influenzare in modo determinante il carattere di una persona e, di conseguenza, il comportamento di ciascun individuo. Così la “difesa” diventa la parola chiave con la quale è possibile spiegare l’agire di chi ha un Ego ingombrante. Questi soggetti di solito si sentono al centro dell’universo e, in quanto tali, non riescono ad ammettere i propri errori; si difendono attribuendo la propria colpa agli altri. La sicurezza l’Ego la rincorre con la forza fisica, con la doppiezza, con i dogmi. E se parla d’amore, di generosità, di solidarietà, di giustizia, l’Ego ipertrofico lo fa solo per darsi un tono, ma è solo un’ipocrita facciata. L’Ego in definitiva ha bisogno di una sola cosa: il potere. E in questa spasmodica rincorsa, non è capace di relazionarsi, non accetta punti di vista diversi dai suoi, non comprende, e perciò finisce per isolarsi. Alla fine, anche se l’affermazione “l’Ego provoca solo  dolore e sofferenza”, potrebbe sembrare un po’ esagerata, in essa è racchiusa una buona dose di verità. Ego, riconoscerlo per sconfiggerlo Per sconfiggere l’Ego bisogna prima saperlo riconoscere.  Si parla sempre di Ego quando ci troviamo di fronte a narcisismo o vanità fuori dal comune, quando il desiderio di possesso è accecante, quando ci sono forme di dipendenza o di attaccamento che rasentano la follia. E' altresì utile avere consapevolezza piena che l’Ego trova l’humus ideale nella paura e usa sempre “io” in contrapposizione a “tu/voi”. Perciò il primo passo da fare per sconfiggere l’Ego, è proprio di iniziare a mettere da parte l’idea di “io” per riportare in primo piano il “noi”, ossia l’umanità che ci circonda. Come affrontare il proprio Ego Per sapere come affrontare il proprio Ego, l’aiuto di uno psicoterapeuta diventa spesso necessario. Ogni Ego è un mondo a sé: difficile che un'unica terapia possa andare bene per tutti. Tuttavia le basi dalle quali partire per liberarsi dall’Ego, sono uguali per tutti. Abbiamo detto che l’Ego si alimenta di “momenti illusori” legati al passato, e anche al futuro: ciò fa vivere in continuo stato di desiderio anch’esso illusorio e perciò inappagabile perché creato sul passato che non esiste più, o sul futuro che ancora non esiste. E’ inevitabile che questo continuo anelito finisca per provocare sofferenza e insoddisfazione. Perciò la prima cosa da fare è cercare di vivere il presente impegnando il massimo delle proprie energie nel raggiungimento dell’obiettivo:"hic et nunc", “qui e ora”. Subito dopo bisogna imparare a essere soddisfatti di quanto si ha, cominciando ad apprezzare le piccole gioie che il quotidiano regala anche nei giorni in cui sembra che nulla vada per il verso giusto. Bisogna sforzarsi di ricordare che anche nelle giornate più nere c’è sempre qualcosa per cui vale la pena di sorridere: il sorriso del proprio partner, l’abbraccio di un figlio, il calore di un amico, il film più amato, la canzone più sentita o il piatto preferito. Altro step: capire quali sono le proprie paure e capirne l'origine. Questa è una prova difficile da affrontare senza l’aiuto di un bravo psicologo. E anche quando da soli si riesce a identificare qual è la paura che ci attanaglia, lavorarci sopra per eliminarla presuppone l’aiuto di un esperto. Un buon terapeuta riuscirà a far venire fuori la grande persona che sta in quasi ognuno di noi, quel Sé Superiore che paura ed egocentrismo tentano di soffocare, permettendo all’Ego di oscurarci e di tirare fuori il peggio di noi.

Continua...

La neutralità dell'albero

Pensa che in un albero c'è un violino d'amore. Pensa che un albero canta e ride. Pensa che un albero sta in un crepaccio e poi diventa vita.(Alda Merini)   La nostra vita quotidiana può essere paragonata a un albero. Partiamo dalle radici. Essa si radica nel passato, all'origine, alla nascita. Nel tempo si consolida e il piccolo essere umano cresce, così come si sviluppa e diventa possente il tronco, da ramoscello, ad arbusto ricoperto di tenace corteccia. E così spuntano i rami, che si muovono verso l'alto, guardano il cielo e si protendono quasi a chiamare altri rami oltre l'orizzonte. Arrivano le chiome verdastre, rigogliosi capelli di un adulto ormai formato. L'Uomo segue il medesimo percorso: nasce, si origina, si struttura e, passando attraverso le fasi di crescita, diventa grande. L'albero è statico, osserva la realtà e non cambia posizione, ma guarda ogni cosa da diverse angolazioni: dalla terra, al centro, alla posizione sopraelevata delle lunghe braccia che lo sovrastano e lo riempiono di vigore. Dovremmo essere come l'albero, resiliente a ogni attacco, intemperia, possente, ben radicato, ma con lo sguardo a un altrove che sa di spirituale, etereo: avere radici, nell'Io, ma andare alla ricerca del proprio Sé, in quello spazio che si fa immensità e che dà voce ai nostri obiettivi, alla nostra crescita evolutiva, quella dell'anima e della consapevolezza di ciò che vogliamo diventare. Un buon "grounding" aiuta a guardare la vita scorrere e a non esserne totalmente invasi. Come facilitarlo? Attraverso la pratica della consapevolezza del "ciò che accade qui e ora", nel presente, nel momento in cui respiro e sento, mi muovo e parlo: è nel presente che la vita ci appare e in quel "hic et nunc" dovremmo rimanere in ascolto di noi. Mentre laviamo i piatti oppure telefoniamo o, ancora, stiamo mangiando, mentre svolgiamo azioni che sembrano banali, proviamo a focalizzarci su ciò che stiamo facendo, rimaniamo lì e osserviamo. Il futuro lo costruiamo adesso e ne determiniamo la qualità. Esso, di per sé non esiste, se non sotto mentite spoglie come attore protagonista di un calendario, che abbiamo troppa fretta di riempire, dimenticandoci che oggi siamo. Facciamo come l'albero: esso è fermo, integerrimo, lì ad assaporare ogni secondo, ogni battito. Pondera ogni veduta e rimane comunque se stesso, cambiando al cambiar delle stagioni che, metaforicamente diventano per noi fasi di sperimentazione ciclica, in cui, a ogni passaggio, abbiamo di nuovo la possibilità di cambiare strada, di scegliere oppure di accettare quello che giorno dopo giorno impariamo ad accogliere, abbandonando il controllo e la pretesa di volere decidere come andranno le cose. Vivere è lasciarsi attraversare da un fremito senza dirigerne la rotta.

Continua...

Come superare i rimpianti nello sport: accetta il ...

Per questa Pillola prendo spunto dalle parole di Gianmarco “Mezzabarba” Tamberi, alias Gimbo, tratte da un’intervista rilasciata al QN nel giorno di esordio dell’atletica a Rio 2016, il 12 agosto scorso. È passato un po’ di tempo, ma il senso della riflessione è sempre attuale. Rispondendo al cronista che gli chiedeva «cosa pensa ogni volta che rivede quel salto che è costato l’Olimpiade e una probabile medaglia», Gimbo disse (cito testualmente): «L’ho rivisto tante volte il salto. È sbagliato dice il mio mental coach, è sbagliato dice mio padre, è sbagliato dice la mia ragazza. È sbagliato rivederlo, ma non ci riesco perché se ci penso credo sia una cosa impossibile, quindi lo rivedo e penso “è impossibile”». Sembra impossibile, caro Gimbo, perché tutto stava andando a meraviglia, ma è successo, e succede a molti atleti di infortunarsi alla vigilia di un appuntamento importante. Cosa poteva fare Gimbo per archiviare Rio 2016, mettere da parte i rimpianti e puntare a Tokyo 2020, e cosa può fare chi dovesse trovarsi nella sua situazione? Ricordi cosa è capitato a Gimbo, vero? A un mese dall’inizio dei Giochi Olimpici, a Montecarlo, nona tappa della Diamond League, il nostro Mezzabarba stabilisce il nuovo primato italiano con 2,39 (misura che sarebbe valsa un oro a Rio, ma tent’è…). A quel punto tenta il 2,41, ma negli ultimi appoggi della rincorsa qualcosa va storto e proprio nel momento dello stacco la caviglia fa crac. Nei suoi occhi, spalancati in un volto contratto dal dolore, tutto il mondo vede sfumare il sogno olimpico. Tamberi è giovane, avrà modo di rifarsi, ma è ugualmente dura da digerire. L’obiettivo su cui aveva puntato anni di lavoro (e anche l’unica speranza di un oro per l’atletica leggera italiana) sfuma in un attimo. E ora? Come si affronta il futuro, con questo potente ancoraggio negativo che spinge il nostro campione a rivedere fino allo sfinimento il salto fatidico?Nella decima sessione del videocorso Atleta Vincente, parlo di sconfitta, di fallimento, di passi falsi, e mai come in questo caso si può parlare di passo falso. Basta un microniente, un appoggio spostato di qualche millimetro e assieme al legamento della caviglia in un istante si spezza anche il sogno di gloria. L’atleta perfetto e infallibile non è stato ancora inventato e non c’è programma di allenamento mentale e mental coach che tenga: la sconfitta, in senso lato, va messa in conto, prima o poi arriva. Nel caso del nostro Gimbo è arrivata nel momento peggiore, alla vigilia delle Olimpiadi di Rio. Cosa può fare Gimbo per mettere da parte i rimpianti e puntare a Tokyo 2020? Scopriamolo assieme in questa Pillola…

Continua...

Fiducia in sé stessi, Tre Mosse per ritrovarla (R...

«Ci sono momenti in cui mi sento inadeguato, senza motivo. In altri mi sento poco considerato oppure temo di essere criticato o giudicato per quello che dico o che faccio. Mi capita anche di provare insicurezza mentre mi trovo con una persona, e spesso è la stessa persona con cui la volta precedente stavo bene. Vorrei ritrovare la fiducia in me stesso». Questo messaggio mi è stato inviato da Giuseppe e avrei potuto trattarlo in un Botta e Risposta, ma ho preferito sviluppare il tema della fiducia in sé stessi in modo più ampio, perché non si tratta di un caso isolato. Può capitare a tutti, uomini e donne. A un certo punto ti sembra di essere diventato invisibile. Il partner prende le distanze. Nessuno ti cerca. Si avvicina il fine settimana e speri che qualcuno ti inviti, ma il cellulare non trilla, né una chiamata né un messaggio o una notifica. Così, sabato sera, dopo una cena a base di tonno e pomodori, ti ritrovi a rincorrere il fiume delle notizie feisbucchiane, vedi gente che ride, che ostenta al mondo i piatti che sta mangiando assieme agli amici, e tu riconosci tra questi amici i tuoi amici, quelli da cui speravi che arrivasse un cenno di vita, perché in fondo, anche se hai sempre biasimato chi fa la fotocronaca della cena boccone dopo boccone, ti farebbe piacere essere lì con loro. Ti avvolge un alone di fallimento totale. In un lampo ti viene voglia di fuggire, di ricominciare da capo in un altro Paese, o addirittura in un altro continente, magari laggiù in Australia, ma ti fermo subito: non servirebbe a nulla. Gli schemi con i quali è programmata la tua mente si ripeterebbero anche a 16mila chilometri di distanza, perciò, dopo un primo periodo di euforia, torneresti ad essere invisibile anche per i canguri. Ricordi cosa dicevo nella Pillola 92 (https://www.youtube.com/watch?v=uiaM4...) a proposito del legame tra accettazione, responsabilità personale, fiducia e autostima? Dicevo che si parte dall’accettazione di sé stessi, perché accettare i propri errori e le proprie colpe significa iniziare un percorso di miglioramento; l’accettazione sviluppa responsabilità personale e fiducia nelle proprie capacità; la responsabilità personale e la fiducia potenziano l’autostima.Dunque, non serve a nulla fuggire, e ancora meno serve farsi contagiare dalla sindrome di Calimero, il povero pulcino abbandonato dalla mamma perché nero (in verità era solo sporco…): il vittimismo paga ancora meno. Occorre controllare emozioni e pensieri negativi e accettare che tutto sta effettivamente come lo vedi: il mondo ti ha momentaneamente messo da parte. Punto. Una volta preso atto di questa inconfutabile verità, inizia a domandarti il perché. Sarà forse perché quando sei con le altre persone il tuo linguaggio non verbale (https://www.youtube.com/watch?v=jGSco...) comunica qualcosa di diverso, ambiguo o eccessivo rispetto a ciò che intendi realmente dire? Oppure perché il tuo comportamento viene percepito come soffocante, provocatorio, arrogante o eccessivamente rigido, sebbene nulla di tutto ciò sia nelle tue intenzioni (consapevoli)?Puoi ritrovare la fiducia in te stesso in Tre Mosse, ed è questo il momento giusto per metterle in atto, perché adesso nessuno si aspetta nulla di eclatante da te, quindi non hai niente da perdere. Scopriamole assieme…

Continua...

Il "regolamento" interiore

Le regole sono la fonte del piacere e del dolore che proviamo mentre ci muoviamo verso la soddisfazione dei nostri valori, in altre parole sono gli standard o i 'criteri' che abbiamo costruito in noi per sentirci o meno dentro l’emozione che vogliamo provare. (Robert Dilts, 1987)   Cosa è importante per me? Rispondere a questa domanda significa rintracciare, dentro di noi, quell'insieme di valori definibili come "bussole" che ci orientano nelle scelte coerenti con bisogni e desideri che sentiamo di voler appagare. I valori possono essere "mezzi" oppure "fini": nel primo caso, si tratta di un elenco che comprende la famiglia, il lavoro, il denaro, una casa grande, ecc.; nel secondo caso, la scala di valori si indirizza verso stati emotivi quali benessere, felicità, serenità, tranquillità. È importante comprendere come ci muoviamo verso la soddisfazione di questi valori che rafforza un senso di coerenza del sé: quindi l'attenzione si rivolge alle regole interne che, nella definizione di Dilts, sono dei "criteri" per andare verso ciò che vogliamo sentire, per essere dentro quell'emozione. Lo schema seguito da queste regole interne è "se ... allora ...", quindi "se si verifica una  certa cosa, allora ...". Esempio: "se cambio lavoro, mi sentirò molto meglio"; "se mi ami, mi sento felice" e così via ... Nel primo esempio, la regola è interna, nel secondo esempio la regola è esterna ovvero fa dipendere l'emergere di una certa emozione desiderata in corrispondenza di una azione altrui.   Quali sono le nostre regole interne, qual è il nostro regolamento?  Abbiamo delle “regole” interne che ci guidano verso  scelte appropriate che ci fanno stare bene, sentendoci vigorosi e motivati, e quanto più queste regole sono chiare, tanto più riusciamo ad agire in modo adeguato al nutrimento delle nostre ambizioni, dei nostri bisogni. Le cose ci complicano se siamo governati da schemi "se ... allora ...", maladattivi e disfunzionali al nostro stato di benessere, di cui, nella maggior parte dei casi, non siamo consapevoli: ad esempio, facciamo dipendere la nostra felicità da cause esterne, un amore che ci ama, un sì che aspettavamo, e via dicendo, ma cosa succede in questa circostanza? Accade che si struttura un circuito tale per cui, se si verificano determinate situazioni, allora tutto è apparentemente sistemato per noi, come dire “se lui mia ama, io mi riconosco persona di valore, mi piaccio” … e se non mi ama più? Cosa accade? La felicità “apparente” sarebbe in pericolo, arrivando a farci sperimentare un senso di vuoto incolmabile, dove tutto sembrerà inutile e senza senso. Diventa importante, ad esempio, in una relazione di Coaching e, soprattutto, di Counseling far emergere valori e criteri di autoregolazione, per svelarne il peso interno o esterno, attivando una certa attenzione e consapevolezza che dia la possibilità, in primis, di conoscere i propri valori e, soprattutto, le proprie regole,  i meccanismi che ci siamo costruiti oppure che abbiamo introiettato o ereditato, che stanno alla base di molti nostri atteggiamenti e, quindi, comportamenti limitanti, e reazioni. L’intreccio di valori e regole interne offre un territorio interiore su cui soffermarsi per comprendere molto di noi, di come agiamo, di come ci sentiamo, di come diamo significato a ciò che ci accade e di come ci muoviamo o meno per il raggiungimento dei nostri obiettivi. Diventa fondamentale raggiungere uno stato di maggiore complicità con se stessi e di fiducia nelle proprie risorse e nella relazione che attiviamo con il mondo relazionale che gira intorno a noi.

Continua...

Senso di colpa, Cinque Regole per superarlo (Viver...

Se affermo che almeno una volta, nella tua vita, hai provato un ingombrante senso di colpa, dico la verità, giusto? Ad esempio, quella volta, ricordi vero?, quando la tua vocina ti ha martellato per giorni e giorni dicendoti che sarebbe stato meglio non fare, non dire o non scrivere quella cosa… Senso di colpa, che poi si trasforma facilmente in rimorso, un tarlo che continuerà a tormentarci per il resto dei nostri giorni. Ma c’è una buona notizia: il senso di colpa può essere superato. Innanzitutto, cos’è il senso di colpa? È uno stato d’animo negativo “totalizzante”, con conseguenze psicosomatiche, perché viene vissuto sia a livello fisico, con il classico crampo allo stomaco o con il mal di testa dovuto al pensiero fisso, sia a livello psicologico, con un senso di malessere generale che dall’ansia, nei casi più estremi, può arrivare fino alla depressione.Se lasciamo sedimentare il senso di colpa, commettiamo l’errore più grave, nei confronti del quale cerco di metterti in guardia in quasi tutte le mie Pillole: restiamo impantanati nel passato, ossia perdiamo il contatto con il presente, con quel fatidico “qui e ora”. Ricordi cosa dico sempre a proposito della necessità di vivere nel presente?Non mi stanco mai di ripetere che dobbiamo evitare di tormentarci per il passato, perché quel che è fatto è fatto e perché rimuginare è dannoso e inquina la mente. Il senso di colpa, come ho detto, ci mantiene ancorati al passato, e se restiamo con la mente nel passato, non viviamo serenamente il presente e ci angosciamo per il futuro.Per capire cosa possiamo fare per lasciar cadere nell’oblio il senso di colpa, vediamo da dove nasce e perché, se non prendiamo provvedimenti, tende a rimanere vivo e vegeto dentro di noi. C’è ovviamente una causa scatenante, alla quale è legata la percezione dell’evento che provoca emozioni negative. Causa scatenante, percezione soggettiva ed emozioni negative: si tratta di tre aspetti molto soggettivi, come è evidente, perché la causa può essere un comportamento considerato censurabile per il nostro sistema di valori, ma ritenuto accettabile da altri. La percezione degli effetti del nostro comportamento, ossia della sofferenza che abbiamo provocato, può essere fortemente distorta dal filtro che usiamo per giudicare l’accaduto, e dunque è possibile che per noi sia gravissimo un atto ritenuto banale da altri. Di conseguenza, le emozioni correlate al nostro rimorso possono essere spropositate rispetto alla reale portata dell’accaduto, ossia, rischiamo di farci del male del tutto gratuitamente a causa di uno squilibrio che si crea tra l’immagine reale del nostro sé e l’immagine percepita. Torno alla domanda iniziale. Come possiamo superare il senso di colpa?In questa Pillola ti propongo cinque regole per vivere serenamente e in pace con sé stessi, scopriamole assieme.

Continua...

Il paradigma del "centro": da dove osser...

“Noi non abbiamo bisogno di più forza o più capacità o di maggiori opportunità. Ciò di cui abbiamo bisogno è di usare ciò che abbiamo”. (Basil Walsh) Viktor Frankl, padre della logoterapia, scrisse: "Ciascuno ha la propria vocazione o dichiarazione di missione nella vita... Di conseguenza non può essere sostituito, né la sua vita può essere replicata. Quindi il compito di ciascuno è unico, come è unica la sua specifica opportunità di realizzarlo". Ognuno di noi ha una propria responsabilità ossia quella di "realizzarsi per ciò che è". Diventa fondamentale, innanzitutto, sapere cosa siamo chiamati a fare e cosa vale davvero la pena per noi. Tutto questo può dare vita a una "dichiarazione di Missione personale", frutto di una profonda introspezione, di una analisi accurata, per accendere i riflettori sulla visione del mondo e dei propri valori, osservati in modo neutro, possibilmente senza condizionamenti, cercando di individuare con chiarezza quelli che ci appartengono nel profondo. L'avvicinarsi a sé stessi, scoprendo cosa mettiamo "al centro" del nostro angolo di osservazione della realtà, significa scoprire con quali occhiali osserviamo ciò che ci capita e come ci comportiamo diventa una diretta conseguenza, filtrata da emozioni, stati d'animo, esperienza. Se al tuo centro collochi il denaro, di fronte a una situazione A, agirai in un certo modo, sicuramente diverso rispetto a quello in cui agiresti se al tuo centro o punto di osservazione collocassi i principi oppure la famiglia o, ancora, i beni, ecc. Devi andare a un appuntamento galante; sono le 16 e il tuo capo di avvisa che dovrai rimanere in ufficio fino a tardi quella sera: significa che devi scegliere se chiamare il compagno o la compagna e disdire oppure rimanere in ufficio. Non è scontato quello che farai, sarai tu a decidere, ma come lo farai? Se al centro del tuo universo, hai collocato la famiglia e l'"altro/a", sarai tentato di dire No al tuo capo e di accontentare la tua metà, in quanto "dipendente" dalle sue aspettative, sapendo, razionalmente, che sarebbe meglio tu rimanessi in ufficio: che dilemma! Se al centro della tua  vita hai collocato dei valori, dei principi che ti appartengono e li porti avanti, sarai più autonomo nelle scelte e meno condizionato da fattori esterni, perturbanti, pertanto sarai più assertivo ed efficace. Il nostro significato proviene del nostro interno, come scrive ancora una volta Viktor Frankl: "In ultima analisi l'Uomo non dovrebbe chiedersi qual è il significato della sua vita, dovrebbe piuttosto riconoscere che è lui a essere interrogato dalla vita. In altre parole, ogni Uomo è esaminato dalla vita e può rispondere alla vita soltanto rispondendo per la propria vita: alla vita può rispondere soltanto essendo responsabile". Ogni cambiamento inizia indossando gli stivali della consapevolezza, quella luce puntata sull'interno che ci permette di  esaminare i nostri pensieri. Quindi se intercettiamo il nostro paradigma, e, se, prima di tutto, diventiamo consapevoli di averne uno che ci guida e ci influenza, ci diamo la possibilità di diventare più protagonisti delle circostanze che si creano e si plasmano anche attraverso il nostro intervento, il nostro essere nel quotidiano dispiegarsi degli eventi. Troviamo il nostro CENTRO e troveremo la nostra direzione, la saggezza, il potere e l'autostima necessari per crescere interiormente nel modo di affrontare la realtà e le relazioni con gli altri. Si diventa "alunni" di sé stessi, soltanto se si lascia aperta la porta dell'umiltà, quella che ci entusiasma all'idea di imparare a essere ciò che siamo in realtà.

Continua...

Obiettivo: “Voglio migliorare!” (Come ritrovar...

In quasi tutte le richieste di aiuto che ricevo, è contenuto il proposito “voglio migliorare”. Peccato che questo obiettivo, e più avanti ti spiegherò che detto così non è ancora un obiettivo ben formato, sia soffocato da una lunghissima sequela di piagnistei, di dubbi sul futuro, di tormenti riguardanti il passato. Si può davvero puntare al proprio miglioramento se la mente è inquinata da pensieri velenosi?Molti di coloro che mi scrivono, e sono davvero tanti, tra YouTube, Facebook e Il Blog di MB, fanno lunghe premesse e prima di arrivare al dunque, si autoaccusano, si flagellano per tutto ciò che non sono riusciti a ottenere nella vita fino a oggi e si angosciano per la paura di “non fare in tempo” a ottenere qualcosa di buono nell’immediato futuro. Alla fine di un messaggio chilometrico, piazzano lì quel “voglio migliorare” e invocano il mio aiuto, sperando in un miracolo. Il mio aiuto è garantito, e io leggo tutti i messaggi con attenzione, quindi non sto mettendo alla berlina o giudicando in modo negativo il contenuto di ciò che mi viene scritto, tuttavia siamo sicuri che questo sia il modo giusto per formulare il desiderio di voler migliorare?No, non lo è, per il semplice motivo che più rievochiamo i demoni che abbiamo dentro e più li manteniamo aggrappati alla nostra anima, alla nostra individualità, e questa pesantezza ci condanna all’immobilità e all’impossibilità di cambiare, nonostante le buone intenzioni.Chi si lamenta e si flagella tenta inconsapevolmente di ottenere approvazione e attenzione da parte degli altri, senza rendersi conto che il male prodotto da un simile autosabotaggio supera ampiamente gli effetti positivi riposti nella promessa di voler cambiare. “Voglio migliorare” è un obiettivo indefinito e non innesca il combustibile della volontà, anzi, è fonte di stress, perché non è affatto chiaro quale miglioramento sarà considerato accettabile da chi lo formula.In che modo può essere riformulato un obiettivo così generico, secondo la regola SMART-P, alla quale, tra l’altro, è dedicata un’intera sessione del percorso Atleta Vincente? Scopriamolo assieme…

Continua...

La ricerca della perfezione (Accetta i tuoi difett...

Il perfezionismo, in senso lato, può essere definito come il rifiuto di qualsiasi difetto, anche minimo, che in genere si accompagna all’incapacità di accettare i propri errori. La persona perfezionista è alla continua ricerca di risultati impossibili da raggiungere, un atteggiamento che può portare a frustrazione e a isolamento. Ma dal perfezionismo possono emergere anche aspetti positivi, in ambito sportivo e nella vita di tutti i giorni. Sul lavoro, il perfezionista non è mai soddisfatto del risultato che ottiene o della prestazione che si appresta a svolgere. Rimanda, non decide, non chiede aiuto e non delega ad altri, perché li ritiene incapaci di conseguire risultati all’altezza dei suoi standard, dunque tiene tutto per sé, accumula e si logora per il carico che aumenta. E più tenta di raggiungere la “sua” perfezione, sulla base di un modello di valutazione che in genere è ben più elevato di quanto la situazione richieda, più resta intrappolato in un labirinto mentale senza via d’uscita.Il segreto è buttarsi quando si ha la sensazione di essere all’80% del proprio obiettivo, per poi correggere il tiro in corso d’opera, perché la corsa verso il 100% porta a non iniziare mai, anzi: rischia di trasformarsi nel paradosso di Achille che insegue la tartaruga, lo conosci, vero?I ricercatori della scuola di Randy O. Frost, professore di psicologia allo Smith College di Northampton, hanno individuato diverse cause del perfezionismo negativo, tra le quali metto in evidenza queste quattro:1. la paura, del tutto irragionevole, di commettere errori per evitare di essere giudicati male o ritenuti dei falliti;2. il volersi imporre standard di qualità troppo elevati rispetto alle reali necessità;3. la bassa autostima e la conseguente insicurezza che scatena il bisogno irrefrenabile di verificare in modo ossessivo i propri comportamenti e i propri risultati, nel timore che siano errati;4. l’eccessiva ricerca dell’organizzazione e di un sistema rigido e schematico nella programmazione di un’azione, che alla fine comporta ritardi e il mancato raggiungimento degli obiettivi, ossia l’opposto di ciò che si intendeva conseguire.Il perfezionismo è patologico se ti frena, ma è un amplificatore della motivazione se ti spinge ad impegnarti per migliorare.

Continua...

Pagina 1 di 9
Are you looking for the best website template for your web project? Look no further as you are already in the right place! In our website templates section you will find tons of beautiful designs - for any kind of business and of any style. You are in a unique place - join us today BIGtheme NET

Schede Allenamento

Alcune schede proposte da PTOnline

Prodotti in evidenza

Alcuni prodotti proposti da PTOnline

Filtro contenuti

Filtra: 
DMC Firewall is developed by Dean Marshall Consultancy Ltd