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Psicologia

Nasce un nuovo sintomo: la paura sars cov2

Purtroppo stiamo vivendo una anno molto difficile e travagliato a causa dell'emergenza sanitaria dovuta ad un Virus sconosciuto. Il virus del Covid19 ci impone nuovi stili di vita e cambiamenti repentini ai quali spesso, non tutti, riescono a far fronte e molti subiscono passivamente molte problematiche che vanno ad innescarsi a causa della triste realtà, una realtà che non avremmo mai immaginato di essere costretti a vivere. Già la chiusura forzata dei mesi di marzo- aprile e maggio hanno creato molteplici difficoltà a coloro che erano labili psicologicamente, inoltre molte persone si sono trovate a fare i conti con tensioni ed ansie e stati d'animo ai quali non erano mai stati esposti prima d'ora e che non conoscevano assolutamente. L'estate ha fornito un pò di respiro ma abbiamo abbassato, erroneamente, la guardia ed ecco che il virus è tornato. La paura, in tutti noi, si è riattivata e sta creando moltissime complicazioni psicologiche se non addirittura psicopatologiche che vanno ad alterare la vita di tutti i giorni. Sono in tanti a soffrire di attacchi di panico a causa di una vita che cambia, spesso, senza la propria volontà senza che riusciamo a decidere per noi stessi e per le nostre famiglie. Si inizia a soffrire di ansia e di depressione perchè ci si trova nuovamente di fronte ad un futuro incerto e così sale il timore di non riuscire a stare di nuovo in situazioni difficili, iniziano a sudare le mani, a sentirsi soffocati dentro una stanza, a non dormire la notte. E' fondamentale riuscire a chiedere aiuto ad un professionista, poichè se questi timori e/o problemmatiche passano "inosservate" hanno la possibilità di ingrandirsi prendendo il sopravvento fino al punto di far diventare poco funzionale ogni cosa che facciamo, dal lavoro, allo studio, alla gestione dei rapporti con i familiari e con la realtà sociale che abbiamo intorno. Quali sono i sintomi che ci mettono in allarme? Non riuscire a dormire la notte, svegliarsi sudati, avere poca fame od al contrario senso di fame eccessivo, sentirsi nervosi senza motivo, chiudersi in se stessi, avere poca voglia di parlare, far uso ed abuso di alcool o di sostanze stupefacenti, non riuscire a concentrarsi, gonfiore di stomaco, areofagia, apatia, tachicardia, sonnolenza, problemi di stitichezza, spossatezza.

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L'atleta e la gestione della sconfitta sporti...

Ogni atleta, sia di sport individuale che di squadra sportiva, sa che prima o poi farà i conti con un sconfitta, un risultato negativo, una prestazione sottotono. La vittoria sembra essere l'unico metro per misurare il successo o l'insuccesso di una persona. Occorre primeggiare, sempre: a scuola, al lavoro, nella vita privata, nel raggiungimento dei propri obiettivi. La sconfitta non è contemplata, l'unico fine sembra essere il vincere. Nella nostra società, e sopratutto tra i più giovani, sembra completamente essersi persa la cultura della sconfitta. La sconfitta spaventa, sempre. Spaventano le insufficienze, spaventa il perdere una partita, spaventa il non vincere una gara, spaventa non passare un esame, spaventa l'essere rifiutato a un colloquio di lavoro. La vita di ciascuno di noi si svolge principalmente in un lungo elenco di sconfitte. Perdere non è il migliore degli eventi sportivi e anche gli atleti e le squadre migliori sanno che la sconfitta può di diventare una pessima abitudine sul campo da gioco. Affinché la disfatta sportiva di un momento non diventi sinonimo di fallimento cronico, sia dal punto di vista mentale che sul campo di gioco, è possibile avvalersi degli strumenti forniti dalla psicologia dello sport, che attraverso una serie di accorgimenti e fasi debitamente gestite da uno psicologo dello sport, permettono di creare una forma mentis vincente anche di fronte alle più gravi delle debacle sportive. Prendere consapevolezza del risultato e del perché La prima cosa da fare è prendere consapevolezza che la sconfitta è il risultato di una prestazione sportiva, cioè del modo in cui abbiamo affrontato la competizione, del modo in cui ci siamo impegnati e ci siamo messi in gioco. “Nulla accade per caso”, la sconfitta come la vittoria sono il risultato di un percorso e dunque si costruiscono con tutto ciò che facciamo, prima, durante e a volte anche dopo la gara. E’ importante dare il giusto valore al risultato negativo Per prima cosa, assumersi la responsabilità del risultato, ci permette di uscire psicologicamente dalla logica della sfortuna, del caso, del vittimismo, e del senso di ingiustizia, che spesso si vive per non avere raggiunto il risultato sperato. In secondo luogo, quando diciamo a noi stessi che ci siamo creati il risultato, ci poniamo anche in una condizione di auto-determinazione che ci rende attivi rispetto alla possibilità di intervenire con nuove energie sul nostro “destino” sportivo. Elaborare stato d’animo e emozioni negative La seconda azione che uno psicologo dello sport compie per rendere la sconfitta un punto di ripartenza per il suo futuro sportivo, riguarda l’elaborazione degli aspetti emotivi del risultato negativo ottenuto. Per fare questo, bisogna elaborare le emozioni generate dalla disfatta, ovvero dare voce ai sentimenti negativi, come ad esempio la frustrazione per avere fallito, lo stress e la rabbia per la sconfitta, l’impotenza, la delusione e la tristezza per non avere raggiunto il risultato sperato di fronte ad un avversario che si è mostrato più forte di noi. I colloqui per la gestione delle emozioni per un singolo atleta o per la squadra sono gestiti da uno psicologo dello sport. Questi colloqui permettono agli sportivi di: -interrompere il cortocircuito mentale che determina la comparsa di pensieri negativi che finiscono per minare la nostra autostima come persone ed il senso di efficacia come sportivi -dare nuovo significato all’insuccesso -infine ritrovare nuovi stimoli ed obbiettivi per le prossime competizioni. Questo processo di rivisitazione delle emozioni, permette di uscire dall’idea che la sconfitta subita sia un risultato assoluto e distruttivo. Il confronto Dal confronto con i compagni, con il tecnico e con se stessi, nasce la possibilità di: -Accettare la sconfitta come dato di realtà -Elaborare i sentimenti negativi -Superare la delusione ed il senso di inefficacia -Riorganizzare i pensieri e trovare nuove motivazioni -Riprogrammare gli obiettivi e definire nuove strategie Individuare dei Punti Deboli e dei Punti di Forza, come ancoraggio mentale La terza fase riguarda gli aspetti razionali della prestazione sportiva e per fare questo occorre individuare i punti deboli che hanno influenzato negativamente la gara. Dobbiamo chiederci cosa non ha funzionato dal punto di vista tecnico, tattico e psicologico ed allo stesso tempo cosa invece può conferire maggiore determinazione, forza ed efficacia durante una performance atletica. Permette all’atleta e al gruppo sportivo, di riprogrammare gli allenamenti, pianificare una nuova tattica e migliorare l’approccio emotivo in campo. Infatti, se non conosciamo i nostri limiti, abbiamo paura di guardarli ma se non ce ne occupiamo, non siamo nemmeno in grado di potercii migliorare. Il Goal Setting come organizzatore mentale Dopo avere individuato i limiti ed i punti di forza mentali e tecnici, lo sforzo che dobbiamo fare è quello di definire nuovi obiettivi di performance. Il processo di definizione degli obbiettivi ovvero goals setting, è uno straordinario organizzatore psicologico. La pianificazione degli obiettivi, permette infatti, agli atleti di -riordinare le proprie idee -ritrovare la giusta concentrazione durante la fasi critiche di una stagione -rinnovare le motivazioni al successo sportivo -mettersi nelle condizioni di allenamento e gara per poterli superare I nuovi obiettivi dopo una sonora sconfitta In genere dopo una sconfitta, anche gli atleti e le squadre migliori, creano i nuovi obiettivi avendo come meta finale la realizzazione di una buona performance più che di un buon risultato. Se, infatti, focalizziamo l’attenzione solo sul risultato, rischiamo di metterci in una condizione mentale di costrizione che finisce per inibirci. Al contrario essere determinati per la realizzazione di una buona performance agonistica, ci mette nelle condizioni mentali di dare il meglio di noi stessi, il che è un ottimo antidoto anche di fronte all’insuccesso: niente rimpianti niente rancori. Auto-Ipnosi Un programma di mental training, non deve prescindere dall’uso della pianificazione delle azioni al livello visivo. L’ipnosi in questo senso, permette agli atleti di anticipare mentalmente la performance agonistica tenendo l’atleta in un assetto mentale di concentrazione e motivazione simile a quello che si realizza durante le gare vere e proprie. L’Auto-Ipnosi come allenamento mentale Permette di allenarsi anche lontano dal campo di gioco a: -Raggiungere i propri obiettivi -Anticipare le azioni da compiere ed imparando a controllare le emozioni ed i pensieri Disturbanti Per questo se svolta con costanza è un metodo di mental trainnig molto efficace, anzi, direi indispensabile per proiettarsi verso migliori prestazioni sportive. Questi sono, i “passaggi” che se svolti con il supporto di uno psicologo dello sport, permettono ad ogni atleta, allenatore, tecnico o squadra sportiva, di utilizzare la sconfitta in modo costruttivo e creare una forma mentis vincente, in cui la disfatta non è sinonimo di fallimento cronico ma punto di partenza per una crescita umana e sportiva insieme.     Bibliografia Guida alla psicologia dello sport, Nascimbene Flavio Pensiero positivo nello sport, Bassi Gianni Coaching sportivo-la mentalità vincente di un atleta, Carlo Federico Partiamo dalla fine. Successi e sconfitte nella vita e nello sport solo questioni di metodo, Josefa Ideam

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La prima tappa della denuncia per abuso sessuale s...

La prima tappa di un presunto abuso sessuale su minore è un momento delicato che pochi conoscono poiché vi sono delle procedure particolari ma studiate per poter tutelare il minore che viene a contatto con il mondo della giustizia. purtroppo il fenomeno dell’abuso sessuale sul minore è in aumento, così come ce lo confermano i dati EUrispes, Telefono Azzurro, Save the children, ed inoltre è sempre più studiato, ed è sempre più difficile riuscire a smascherarlo poiché si stanno evolvendo le tecniche che gli abusatori mettono in atto per non farsi scoprire e per fare in modo che la vittima mantenga il segreto, ciò accade in particolar modo se si tratta di violenza domestica. L’unico testimone oculare è colui che ha subito ovvero il minore ed è fondamentale che riesca ad aprirsi ed a raccontare tutta la verità, anche se a volte è stato strumentalizzato da uno dei due genitori a raccontare il falso, ciò accade quando vi sono delle separazioni altamente conflittuali, ma nonostante tutto rimane vittima di un sistema Il minore di solito si confida con un adulto di riferimento, un genitore, un docente, una zia, un amico di famiglia, il pediatra che mettono in atto la fase relativa la denuncia presso le Forze dell'Ordine. Il passo seguente è la testimonianza, secondo la legge, che deve fare di fronte agli operatori della giustizia, ovvero raccontare il tutto alla Polizia od i Carabinieri ed uno psicologo forense. nominato dal Pubblico Ministero (Codice Rosso). Per fare in modo che abbia un’assistenza e sia tutelato vengono nominati dal Pubblico Ministero degli psicologi esperti in materia di psicologia giuridica, che con gli strumenti a disposizione e le competenze necesarie, hanno il compito di effettuare un’intervista mettendo a proprio agio la presunta vittima, stimolandola nel raccontare la verità, coaudiuvando la Polizia Giudiziaria e cercando di minimizzare se non prevenire fattori di rischio che potrebbero arrecare altri danni al minore. Il loro lavoro avviene all’interno di un’attività denominata audizione protetta, ed avviene in un luogo consono ad ascoltare il minore, gli esperti devono mettere in atto un’adeguata metodologia, riconosciuta dalla comunità scientifica ed utilizzando delle linee guida (Carta di Noto, SINPIA, linee dell’Ordine degli Psicologi del Lazio). Nel luogo in cui viene svolta l’audizione protetta vi sarà una telecamera ed un registratore in modo tale da poter fornire al Pubblico ministero e poi al Magistrato e all’indagato la prova testimoniale che sarà la base del procedimento penale, che si articolerà in incidente probatorio e poi dibattimento.

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I consigli dello psicologo... in tempi di quarante...

E' molto importante riuscire a seguire i consigli dello psicologo per poter riuscire a raggiungere il benessere psico- fisico e per riuscire ad avere un’ottima ripresa, dopo la chiusura forzata in casa dovuta al Coronavirus. A volte non è semplice riuscire a contattare un professionista ed affidarsi, ma spesso questo contatto ed un iter di sostegno psicologico è di grande supporto a qualsiasi tipologia di persona, in quanto l'esperto è in grado di vedere le nostre problematiche con un'ottica differente da come la vediamo e percepiamo, in quanto il suo bagaglio esperenziale gli permette di approfondire la complessità dell'individuo e delle differenze personali, fornendo molti spunti sulla conoscenza del nostro essere e dei nostri rapporti interpersonali. La clessidra sta correndo, finalmente l’emergenza sanitaria legata al Covid 19, sta scemando e a breve si potrà iniziare a fare una vita “fac simile” a quella che si conduceva un tempo, nonostante un nuovo riadattarsi a situazioni del tutto nuove, come il distanziamento sociale. Ma siamo pronti a rimetterci in gioco? Abbiamo paura del futuro? C’è angoscia nell’affrontare il tutto? il timore del contagio è andato via? come saremo tra qualche mese? Come fare per arrivare il più sereni possibili e pronti a quella che viene denominata "fase 2"? Gli psicologi, durante la fase del Coronavirus si sono attivati per poter dare un sostegno, a distanza, adeguato a moltissime persone di tutte le fascie d'età, soprattutto per mantenere un buon livello psicofisico, cercando di elaborare momenti altamente depressivi che innescavano altre problematiche. Oltre alle consulenze a distanza centrate sull’elaborazione della deflessione del tono umorale hanno cercato di dare dei consigli pratici sulla gestione delle giornate per far si che non venisse persa l’abilità organizzativa, la concentrazione e tutte quelle qualità cognitive utili non solo per una propria tranquillità ma anche e soprattutto per una buona ripresa, relativa alla "fase 2", che tanto spaventa. I consigli forniti dagli esperti riguardano l'affrontare la routine giornaliera in maniera concreta e con serenità, in quanto focalizzare la mente su piccole operazioni quotidiane da la possibilità di stimolare aree cognitive che spesso vengono messe in stand-by, quale l'elaborazione di pensieri positivi, la risoluzione di problemi, la stimolazione della memoria, il migliorare la propria empatia e la capacità relazionale. La maggior parte dei consigli forniti vertono su azioni legate a consolidare i rapporti familiari, tramite attività svolte assieme quali: il fare dei giochi di società, lo sfogliare album fotografici per dar vita a conversazioni che riguardano la famiglia, il fare dei puzzle, o dei semplici giochi che piacciono a tutti i componenti del nucleo; oppure il creare dei piccoli spazi personali come: il dipingere, leggere un buon libro, od ascoltare un audio libro, fare un bagno caldo; attivare la concentrazione e qualche passione tramite azioni quali dedicarsi alla creazione dell’orto- balcone, piccoli lavori domestici; oppure prendersi cura del proprio animale domestico. Molte persone che si sono affidate a tale sostegno psicologico, si sono riscoperte ed hanno ben accolto tale suggerimenti riuscendo a trarne grandi benefici.

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Arrivare preparati psicologicamente alla fase 2

La costrizione obbligata in casa a causa dell’emergenza sanitaria causata dal Covid 19 sta per terminare, finalmente l’accesso al mondo esterno sta avvenendo, seppur con parametri e precauzioni differenti in cui non si potrà abbassare la guardia. Piano piano dovremo ri- adattarci alla vita che pensavamo aver lasciato alle spalle, nonostante saranno molti i cambiamenti ai quali dovremo far fronte, siamo di fronte ad un cambiamento repentino. Molte persone si stanno rivolgendo allo psicologo per cercare di far fronte a questo nuovo momento poiché anche questa fase genera angoscia ed ansia e la sintomatologia che intacca l’equilibrio psicologico è sempre in atto, quasi come quando vi è stato il momento della costrizione in casa in cui è stato necessario abbandonare le proprie abitudini, il proprio lavoro, la propria scuola. Si è di fronte ad una nuova incertezza relativa alla “fase 2” che tutti aspettavamo ma che riguarda diversi settori, con mancanza di controllo, della nuova quotidianità e la percezione del rischio è sempre in agguato. La paura deve essere assolutamente elaborata in quanto può far insorgere problemi personali e sociali nuovi quali: incomprensioni con il partner, separazioni, discussioni con i figli, isolamento sociale, cyberbullismo, violenza domestica, gesti di autolesionismo. È importante contattare un professionista, senza remore in quanto l’esperto rha quel bagaglio conoscitivo ed esperenziale in grado di poter lavorare sulla resilienza che ognuno deve attivare, con una comunicazione importante, semplificata. Lo psicologo, che ha un’ottima capacità di indagine grazie al proprio bagaglio conoscitivo ed esperenziale, lavorerà sull’autoconsapevolezza dell’individuo che espone i propri dubbi e i propri stati negativi, ovvero favorendo il contato con se stesso, con i propri pensieri e le proprie emozioni. La riformulazione del tutto è essenziale per riuscire ad affrontare ogni periodo problematico, i contatti non devono avvenire per forza vis a vis, difatti sono molti gli psicologi che conducono i colloqui, in modo strutturato, tramite piattaforme digitali.

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La vita è più dura di uno Squat

Raggiungiamo davvero i nostri obiettivi, non quando evitiamo le difficoltà, ma quando impariamo ad affrontarle senza scorciatoie. La resilienza. Tutti noi abbiamo sperimentato, nel corso della nostra vita, un avvenimento più o meno triste (un problema di cuore, la perdita del lavoro o di una persona cara) che ci ha portato a reagire in maniera più o meno positiva, in base al nostro modo di essere e di fare. Ci sono persone, infatti, che riescono a parare i colpi senza sforzi e chi invece ne esce completamente a pezzi. La capacità di resistere e superare i momenti più bui e difficili della vita viene chiamata RESILIENZA, termine preso in prestito dalla scienza dei materiali che indica la proprietà degli oggetti di conservare la loro struttura dopo essere stati colpiti o schiacciati. Le persone più RESILIENTI mantengono la loro natura emotiva anche dopo un evento spiacevole grazie ad una capacità che gli psicologi chiamano HARDNESS, cioè una predisposizione innata all’ottimismo. Lo sport aumenta la resilienza. Lo sport è un farmaco senza effetti collaterali in grado di preservare un elevato livello di qualità di vita. Oltre a prevenire le malattie, dedicarsi a uno sport significa anche promuovere relazioni interpersonali, confronto e scambio, stimolando socializzazione e cooperazione. Più importante di questo però, è che lo sport migliora la consapevolezza di sé e l’autostima, innalzando la fiducia in sé stessi e nei propri mezzi, aumentando, in maniera esponenziale, la capacità di gestire, a livello psicologico, gli imprevisti della vita. Mai fermarsi. Mai arrendersi. Arrendersi non sempre è questione di vita o di morte, ma ogni volta che lo facciamo, neghiamo a noi stessi la possibilità di scorgere il traguardo. Arrendersi ad una difficoltà, senza provare a superare le nostre ansie e le nostre paure, non ci permette di andare oltre, di evolvere in delle persone più “grandi” e più “mature”, di diventare delle persone migliori. A volte è dura, terribilmente dura, e gettare la spugna sembra essere l’unica opzione ragionevole, ma è proprio in quei momenti che dovremmo ricordarci che la vita è una e va vissuta fino in fondo, senza rimorsi ne rimpianti. Il Fitness come la vita. Nello stesso modo, anche durante un allenamento in palestra, ogni volta che ci arrendiamo, neghiamo a noi stessi la possibilità di migliorare non solo la nostra estetica ma soprattutto la nostra salute. Arrendersi alla prima difficoltà, senza provare a superare, anche di poco, i propri limiti, non ci permette di migliorare la nostra performance, diventando più belli e più bravi. So che è molto dura e molto faticoso e che a volte la fatica è talmente tanta da non riuscire a vedere altra soluzione che fermarsi e riposare, ma è proprio in quei momenti che, come vi dico sempre, dovete ripetere a voi stessi “ce la devo fare”, “non devo mollare”. In fondo la vita è più dura di uno squat… se riusciamo ad sopravvivere alla prima, possiamo tranquillamente farlo anche al secondo. 

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Il metabolismo del glucosio durante l'eserciz...

Perché l’organismo riesca a soddisfare le accresciute richieste energetiche determinate dall’esercizio fisico, i muscoli devono avere una maggiore disponibilità di glucosio. Quest’ultimo è immagazzinato prevalentemente nei muscoli e nel fegato sotto forma di glicogeno. Bisogna quindi aumentare la glicogenolisi e far sì che il glucosio liberato, passando dal fegato al plasma sanguigno, circoli in tutto l’organismo e giunga ai tessuti in attività. Ci sono quattro ormoni volti a incrementare il glucosio plasmatico in circolo: - Il glucagone- L’adrenalina- La noradrenalina- Il cortisoloLa concentrazione plasmatica di glucosio durante l’esercizio fisico dipende dall’equilibrio tra il consumo di glucosio nei muscoli e il rilascio di glucosio dal fegato. Il rilascio di glucosio dal fegato è favorito dal glucagone la cui secrezione aumenta durante l’esercizio fisico. L’attività muscolare inoltre innalza anche il tasso di rilascio delle catecolamine (adrenalina e noradrenalina) da parte della midolla surrenale, pertanto gli effetti di tali ormoni si aggiungono a quelli del glucagone. I dati raccolti suggeriscono che anche il livello di cortisolo aumenta durante l’esercizio fisico. Pertanto, tutti e quattro gli ormoni citati possono far aumentare la quantità di glucosio ematico, promuovendo i processi di glicogenolisi e di gliconeogenesi. La quantità di glucosio rilasciata dal fegato dipende dall’intensità e dalla durata dell’esercizio. Quanto più aumenta l’intensità dell’esercizio, tanto maggiore è il rilascio di catecolamine, così aumenta significativamente anche il tasso della glicogenolisi. Nel corso di un esercizio esplosivo breve, i muscoli consumano le proprie scorte di glicogeno prima di utilizzare il glucosio presente nel plasma. Nel caso di un esercizio che si protrae per alcune ore, invece, il tasso di rilascio del glucosio epatico è più vicino al reale fabbisogno muscolare, pertanto come aumenta il consumo muscolare di glucosio, aumenta anche il tasso di rilascio del glucosio epatico. L’assorbimento di glucosio da parte dei muscoli è garantito da un altro ormone, l’insulina: quando il glucosio arriva fino al muscolo, l’insulina agevola il suo ingresso all’interno delle fibre. L’esercizio fisico può aumentare la fissazione dell’insulina ai recettori che si trovano sulla fibra muscolare. Nel corso di un esercizio prolungato però il livello di insulina diminuisce, questa contraddizione ci ricorda che è importante non solo la concentrazione dell’ormone nel sangue, bensì anche la sensibilità dei recettori presenti sulla membrana cellulare a quello specifico ormone. Ecco che l’attività muscolare determina un aumento di recettori sulle cellule, la loro attività risulta così aumentata e si riduce, quindi, la necessità di avere un livello ematico elevato di insulina. Questo è essenziale perché, durante l’esercizio fisico, ben quattro ormoni vengono sollecitati per rilasciare il glucosio immagazzinato e per fornire nuovo glucosio. Un livello elevato di insulina potrebbe contrastare la loro azione, impedendo alle cellule muscolari il necessario apporto di glucosio per soddisfare il loro fabbisogno energetico.

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Il difficile rapporto tra genitori e adolescenti

L’adolescenza è un periodo, compreso tra i 12 e i 24 anni, di evoluzione e di grandi mutamenti, che richiede una vastissima capacità di adattamento anche ai genitori, che molto spesso vengono messi a dura prova. Quello degli adolescenti e quello dei genitori è un mondo totalmente differente, in cui gli ultimi sono alla ricerca costante di un ponte con i primi ed in cui i primi cercano disperatamente di allontanarsi dai secondi. L’adolescenza è un passaggio difficile, complicato che a volte sembra una tragedia totale in cui discussioni, litigate, incomprensioni fanno da sovrano. L’andare d’accordo appare un’utopia, l’adolescenza viene vista come “L’età dello tsunami”, ma invece se si tengono a mente piccoli concetti tutto può mutare e il dialogare ed avere un bel rapporto può divenire possibile. È importante avvicinarsi al mondo dell’adolescente, nonostante oggi abbiano moltissime sollecitazioni dal mondo esterno, cercando di capirlo, di conoscere il suo mondo (Whatsapp, Instangram, Youtube, Tik Tok, Twitter, ecc.) i suoi legami e ciò che lo circonda e che molte volte i genitori non riescono a vedere, magari perché troppo presi dalla propria vita o semplicemente perché l’adolescente fa del tutto per avere il mondo proprio tenendoli lontano. Quest’ultimo atteggiamento è frutto di un momento travagliato in cui l’adolescente cerca di lottare per avere una propria autonomia. Per prima cosa il genitore deve sempre tenere a mente che è stato anche lui un’adolescente e molti stati d’animo che sta vivendo il figlio, lui li ha passati e forse anche metabolizzati. Per avere un buon rapporto con il figlio adolescente, il genitore dovrebbe fare riferimento ai modelli relazionali che ha avuto nel proprio passato ed i rapporti che aveva con i suoi genitori, prendendo in considerazione ciò che lo ha fatto soffrire e ciò che avrebbe voluto ricevere. Il genitore deve assumere il ruolo di “facilitatore” della comunicazione, promuovendo l’empatia, cercando di stimolarla e potenziarla di giorno in giorno; la buona comunicazione è la forma più alta se non, addirittura, l’unico strumento di prevenzione verso problematiche importanti quali: abuso di sostanze stupefacenti, abuso di alcol, problemi alimentari, condotte autolesive, depressione e comportamenti che violano la legge. Per promuovere una buona comunicazione il genitore deve innanzitutto evitare il silenzio, i musi lunghi, gli atteggiamenti accusatori o denigratori, assumendo un atteggiamento efficace. Importante non scordarsi mai che gli adolescenti hanno bisogno di non sentirsi mai abbandonati.

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Strutturare la giornata al tempo del Coronavirus

Il problema più grande che hanno la maggior parte delle persone che stanno vivendo una costrizione in casa imposta, per l’emergenza sanitaria dovuta al coronavirus, è quella di dover strutturare le proprie giornate e quella dei componenti della famiglia, ovvero partner e figli, in modo tale da riempire le ore che fino ad ieri correvano da sole. Chi aveva degli orari frenetici, a causa del lavoro subisce molto stress a livello psicologico e finisce con vedere aumentare una tensione che innesca un’irritabilità immotivata, i primi sintomi sono: difficoltà nel prendere sonno, risvegli continui durante la notte, agitazione durante la giornata. Si inizia a non sopportare più nulla, dalle semplici discussioni tra i figli alle tensioni con il partner, ai vicini che fanno troppo rumore. Diviene sempre più difficile cercare di passare giornate tranquille quando non si ha contezza di ciò a cui si va incontro, quando si osseeva che si registrano dati allarmanti di persone decedute; il tempo da passare in casa è divenuto indeterminato, i dati forniti dalla televisione sono sempre più allarmanti, i decreti aumentano, le città sono in silenzio, la paura aumenta. Le notizie di cronaca non aiutano, anzi sviluppano dei comportamenti al limite con agiti ossessivo compulsivi, quali la ricerca sfrenata di notizie sulla condizione italiana. Molte coppie stanno vivendo un momento di crisi, questo periodo sta generando delle incomprensioni immotivate, silenzi lunghi per piccoli fraintendimenti. È importante l’intervento di una figura professionale quale quella dello psicologo, che riesce a disinnescare delle conflittualità, proponendo dei colloqui che sono fonte di grande spunto di riflessione; lavorare su sè stessi, da soli, in un momento di tensione è molto difficile e spesso ingrandisce la frustrazione e l’impotenza di non poter riuscire a risolvere un momento di stallo psicologico. I consigli che lo psicologo esperto può fornire sono molti ed importanti. Possono partire da situazioni pratiche, ovvero dalla gestione della quotidianità con l’inserimento di attività che riguardano tutta la famiglia quali: accendere la televisione solo per sentire il telegiornale, preparare una ricetta, la preparazione dei menù settimanali, la sistemazione del giardino o del balcone, un gioco di società, una lettura di un libro, la visione di un film con la susseguente discussione di ciò che si è visto, ad un percorso centrato sull’elaborazione delle emozioni che molto spesso ci assalgono e non danno la possibilità di riuscire a metabolizzarle in modo costruttivo.

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Il meccanismo psicologico dell'attenzione

Uno dei problemi maggiori rilevati ai nostri tempi in ogni campo, dalla scuola al lavoro è il mantenere attivi e prolungati i tempi dell’attenzione, rimanere concentrati per lungo tempo, non riuscire a raggiungere gli obiettivi prefissati. Questa problematica può influire ed arrivare a compromettere la qualità della vita, dalle piccole cose quali il fare la spesa, ad un bambino che non riesce a seguire bene le lezioni, ai vari compiti da svolgere a lavoro. In ogni momento della giornata i nostri organi di senso ricevono dalla realtà fattuale molteplici stimoli Il compito fondamentale dell’attenzione è quello di fare una selezione degli stimoli, mettendo in evidenza i più importanti, limitandone gli effetti di quelli che vengono messi da parte, questo fenomeno viene denominato “Effetto cocktail party”. L’attività dell’attenzione non è illimitata, la persona può decidere come distribuirla. Il meccanismo psicologico dell’attenzione è il presupposto della memoria, poiché tramite la selezione che essa opera gli stimoli selezionati verranno richiamati alla mente in un secondo momento. La psicologia dell’attenzione ha come obiettivo lo studio dei processi attentivi attraverso l’utilizzo di specifici paradigmi sperimentali, tecniche e strumenti. Nel processo psicologico dell’attenzione nelle prestazioni, è importante fare riferimento alla teoria dell’arousal, inteso come stato generale di attivazione del soggetto che può variare dal sonno all’eccitazione diffusa. L’attenzione può essere diretta in modo volontario, definito endogeno, o anche in maniera automatica. La psicologia dell’attenzione studia il comportamento di individui chiamati a svolgere specifici compiti in laboratorio e si misurano i tempi di reazione (TR). Fondamentale è l’attenzione selettiva, ovvero la capacità di concentrarsi sull’oggetto di interesse e di elaborare in modo privilegiato le molteplici informazioni rilevanti per il conseguimento dei nostri obiettivi. È importante allenare l’attenzione, mantenerla attiva. Per fare ciò si possono effettuare gli esercizi connessi all’“effetto Stroop”, un test studiato nel 1935 dallo psicologo americano John Ridley Stroop per poter misurare il rallentamento delle prestazioni cognitive nel momento in cui il cervello deve riuscire a gestire più informazioni. Questo test consiste nel pronunciare, ad alta voce, il colore con cui è stampata una parola, quando il significato di tale parola richiama un colore diverso. Per esempio, se viene mostrata la parola “banana” scritta in viola si deve pronunciare “viola” invece che “giallo”, il colore tipico delle banane. Inoltre potenziare la capacità di concentrazione equivale a rafforzare altresì le numerose funzioni cognitive Bibliografia Baroni M. R., D’Urso V., “Psicologia generale”, Einaudi, Torino, 2004. Benso F., Guerra S. “Interventi cognitivi su vari aspetti dell'attenzione e del sistema attentivo supervisore. Difficoltà di Apprendimento 6 (4)”, 2001 Fabio R. A. “L'attenzione”. Franco Angeli Editore, Milano, 2001

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Un momento delicato, la costrizione a casa

In questo periodo non uscire per evitare il contagio e isolare l’epidemia è fondamentale, il concetto di “Resto a casa”, sebbene sia diventato un hashtag virale, purtroppo ancora fatica a entrare nella psiche delle persone. Le motivazioni di tali atteggiamenti sono molteplici, vi è una sorta di resistenza ad accettare la cruda realtà, a modificare le proprie abitudini, a reimpostare la struttura delle giornate in maniera più lenta rispetto a ciò che si faceva un tempo. Lo spirito di adattamento, ossia la capacità dell’individuo di sapersi adeguare alle mutevoli circostanze dell’ambiente fisico e sociale, la capacità di mettersi in gioco mano a mano che passa il tempo vanno ad affievolirsi. A livello psicologico sono tanti gli stati d’umore che affiorano nelle persone: la paura, per un qualcosa che non si riesce a tenere sotto controllo o che non si conosce affatto; la rabbia, per un’imposizione nel dover rimanere a casa evitando il più possibile le uscite; la tensione, nel dover gestire le dinamiche familiari che si scatenano conseguentemente ad un’irritabilità di base. Fondamentale è non trascorrere molto tempo di fronte alla televisione perché molti meccanismi e molti comportamenti vengono messi in atto proprio a causa del grande schermo. Ascoltando le varie notizie si possono sviluppare comportamenti ossessivo compulsivi volti alla ricerca smaniosa di sapere l’ultima news, di essere sempre più aggiornati non limitandosi solamente ai tre telegiornali bensì cercando altri programmi inerenti l’emergenza che l’Italia sta vivendo. Questo meccanismo ne fa scattare altri a catena, l’individuo che, in maniera smaniosa va alla ricerca di notizie, aggiorna i familiari facendo salire sia in lui che negli altri della tensione emotiva. Tutto ciò causa irritabilità all’interno del contesto familiare creando nuovi problemi e nuovi tensioni, che in questo periodo è meglio evitare in quanto ancora non è un periodo prestabilito e forse durerà molto tempo. Diviene difficile gestire la propria ansia, le tensioni altrui, i litigi dei figli, le discussioni di coppia, i momenti di noi, la difficoltà economica, il lavoro che va scemando. La coppia deve superare un momento difficile, deve imparare a gestire le oscillazioni negative, per evitare di impattare in conseguenze sinistre quali la separazione. Questo periodo può insegnare molto ad ogni persona, il fatto di essere costretti a casa ci impone una grande riflessione su noi stessi e ci sta fornendo una grande possibilità, ovvero il recuperare un valore che con il tempo stava scemando: la famiglia. Bisogna iniziare ad osservare quanto può essere bello ascoltare il punto dei vista dei figli, non perdere il controllo per loro, fornirgli spiegazioni utili in questo periodo perché ne hanno davvero bisogno poiché non sono ancora in grado di dominare le loro emozioni. Bibliografia Filliozat I. “Le emozioni dei bambini”, Piemme Bestseller, Asti, 2001 Mecacci L. “Manuale di Psicologia Generale”, Giunti, Milano, 2010 Micoli A., “Genitori di fronte la separazione”, Giuffrè Editore, Milano, 2011.

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Vigoressia, quando una sana passione si trasforma ...

La Vigoressia è un disordine clinico grave ancora piuttosto sconosciuto e di conseguenza sottovalutato ma che può essere considerato la versione “da palestra” del ben più noto disturbo dell’Anoressia (tanto che spesso viene definita con il termine di Anoressia Inversa).     Iniziamo col fare una fondamentale distinzione: non si sta parlando della sana passione per l’attività fisica che sempre più persone vivono, a volte anche in modo quasi totalizzante, e in funzione della quale fanno scelte di vita ben precise. Parliamo invece di un grosso disturbo psicologico per il quale soggetti assolutamente ipertrofici continuano a vedersi come molto magri e ipotonici, al punto da vivere il loro aspetto fisico come una vera e propria ossessione in nome della quale sacrificare ogni altro aspetto della loro vita, da quello relazionale a quello alimentare, passando all’abuso di sostanze anabolizzanti e steroidee che ne mettono a rischio la vita stessa. Perchè, è bene dirlo, di Vigoressia (così come di Anoressia, d’altro canto) si può arrivare a morire! Ribadisco quindi che non è la quantità di tempo dedicata all’allenamento che fa di un soggetto un vigoressico o meno, ma una vera e propria condizione patologica che ne influenza a 360° le scelte, l’umore, la condizione di vita in generale. Come capire se ci si trova davanti un potenziale caso di Vigoressia? I campanelli d’allarme sono diversi, l’importante è coglierli: - uno stato emotivo estremo (frustrazione, panico, ansia) in cui ci si può trovare se per una qualunque ragione (lavorativa, sociale, imprevisti vari) ci si ritrova a dover saltare un allenamento - la rinuncia progressiva alle relazioni sociali (pranzi o cene con amici o parenti, ad esempio) per paura di compromettere il proprio regime alimentare - ossessività nel controllare parametri fisici quali il proprio peso o la propria composizione corporea - comportamenti compensatori estremi in caso di un allenamento saltato o di uno “sgarro” alimentare (allenamento seguente ancora più duro, pasti saltati) - comportamenti maniacali nel rispettare dieta e integrazione alimentare, fino al punto di svegliarsi la notte per completare spuntini proteici e similari Parliamo di dati: secondo recenti studi solo in Italia i soggetti affetti da questa patologia sarebbero circa 60000, con una prevalenza di soggetti maschili e magiormente concentrati nella fascia di età che va dai 25 ai 35 anni, ma non mancano ovviamente casi riportabili alle altre fascie. Prima di chiudere, vorrei ribadire per l’ennesima volta che tutti gli appassionati di allenamento che passano ore in palestra per il piacere di sentirsi e vedersi in forma, che assumono integratori o seguono diligentemente regimi alimentari e stili di vita corretti non hanno nulla a che vedere con la condizione descritta. Nessuno, men che mai il sottoscritto, vuole minimizzare gli infiniti benefici che l’allenamento (anche molto intenso) apporta alla nostra salute; è quando l’attività fisica viene percepita esclusivamente come un dovere, quando ogni pensiero è indirizzato verso la crescita muscolare in termini di “positivo” o “dannoso” (e quindi da evitare come la peste) per essa, quando si manifestano tutti quei comportamenti prima elencati, allora si sta parlando con tutta probabilità di Vigoressia.

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Come affrontare il proprio ego

Che cos’è l’Ego di una persona? Che differenza c’è fra Ego e Anima? Ed è possibile affrontare il proprio Ego? A queste domande hanno provato a dare una risposta filosofi, psicologi, pedagoghi da tempo immemore, e il dibattito è ancora tutto aperto. Differenza fra Anima ed Ego Noi partiamo da un concetto laico di anima, quello per intenderci che nega l’idea di “anima come parte immortale dell’uomo” ereditato dalla religione. Un concetto negato dal positivismo e dal materialismo di fine ottocento e inizio novecento. Con lo sviluppo della fisiologia, della psicologia sperimentale e delle neuroscienze, quando si parlava di “anima”, ci si riferiva all’attività della psiche e all'universo infinito della mente umana. Grazie alla psicanalisi e la scoperta dell'inconscio, l’anima diventò nel XX° secolo l’insieme degli stati di coscienza e dei meccanismi di organizzazione della psiche. E con Freud si cominciò a parlare di: Es, serbatoio delle energie psichiche, in gran parte inconsce; Io (Ego), la sfera delle relazioni e contatti con la realtà esterna; Super-io, la sede dei valori e della coscienza morale. Ma senza scomodare la psicoanalisi, possiamo dire, semplificando, che l’anima è il nostro nucleo, ossia ciò che siamo veramente. E chi siamo e che cosa siamo veramente? Siamo tutto e il contrario di tutto. Un universo affascinante di contrasti che formano quell’unicum che si chiama persona. Animali sociali intelligenti che conservano l’istinto animalesco della competizione, la quale spinge a prevalere sugli altri per conquistare il “potere”; ma anche esseri umani dotati che, grazie al pensiero, alla creatività, alla cultura, sono capaci di evoluzioni che prediligono sempre più beni spirituali - come l’amore - ai beni materiali e alla prevaricazione. Insomma, è nell’anima che risiede la chiave di volta in grado di portare a una vera e propria mutazione etica che può condurre l’umanità, se vuole sopravvivere, ad amarsi piuttosto che combattersi. Invece che cos’è l’Ego di una persona? Per “Ego” si intende la conoscenza che noi abbiamo di noi stessi, ma in relazione agli altri e alle nostre esperienze passate. L’Ego è la conoscenza sul nostro essere e sugli altri che deriva dal nostro vissuto. E’ tutto quanto dal passato siamo riusciti a imparare su di noi, sulle nostre emozioni, sui nostri desideri. L’Ego si nutre dell’imitazione diretta di modelli sociali che assumiamo come nostri. L’Ego è ciò che ci fa perdere di vista il vero “io” per identificarsi con il ruolo che svolgiamo. L’Ego, in pratica, è la maschera che indossiamo per relazionarci con la società in cui viviamo. Ergo, l’Ego è un’illusione della nostra identità. Perciò mentre l’Anima (Sé Superiore) può portare alla crescita e al miglioramento di sé, l’Ego (Sé Inferiore) può farci deragliare dai binari della vita perché ci fa identificare con le maschere che indossiamo a uso e consumo di noi stessi e degli altri. Le resistenze dell’Ego Osservato dal punto di vista dell’Io destabilizzante, l’Ego diventa il nostro nemico numero uno, un pericoloso mostro da abbattere poiché è lui il responsabile primario dei nostri problemi emotivi, comportamentali e, di conseguenza, anche materiali. L’Ego ci rende eccessivamente suscettibili, predilige l'ostentazione e si siede sull’apparenza: in sostanza è un castello di sabbia con tanto di torri e ponte levatoio, maestoso e bello a vedersi, ma fragile e tragicamente vuoto al suo interno. Per intenderci, l’Ego è quella parte di noi che si piega, si destruttura quando si sente umiliato, detronizzato ogni volta che abbiamo la sensazione di non essere rispettati, ogni volta che non riceviamo le giuste (secondo noi) attenzioni. Più l’Ego è ipertrofico, più aumenta a dismisura la suscettibilità e, quindi, peggiori diventano le reazioni. Le resistenze dell’Ego nascono sovente da un bisogno di autodifesa. L’Ego, per garantirsi la propria sicurezza, sviluppa una serie di meccanismi atti a evitare ansia o angoscia. Questi meccanismi, entrando in gioco anche in condizioni normali, finiscono per influenzare in modo determinante il carattere di una persona e, di conseguenza, il comportamento di ciascun individuo. Così la “difesa” diventa la parola chiave con la quale è possibile spiegare l’agire di chi ha un Ego ingombrante. Questi soggetti di solito si sentono al centro dell’universo e, in quanto tali, non riescono ad ammettere i propri errori; si difendono attribuendo la propria colpa agli altri. La sicurezza l’Ego la rincorre con la forza fisica, con la doppiezza, con i dogmi. E se parla d’amore, di generosità, di solidarietà, di giustizia, l’Ego ipertrofico lo fa solo per darsi un tono, ma è solo un’ipocrita facciata. L’Ego in definitiva ha bisogno di una sola cosa: il potere. E in questa spasmodica rincorsa, non è capace di relazionarsi, non accetta punti di vista diversi dai suoi, non comprende, e perciò finisce per isolarsi. Alla fine, anche se l’affermazione “l’Ego provoca solo  dolore e sofferenza”, potrebbe sembrare un po’ esagerata, in essa è racchiusa una buona dose di verità. Ego, riconoscerlo per sconfiggerlo Per sconfiggere l’Ego bisogna prima saperlo riconoscere.  Si parla sempre di Ego quando ci troviamo di fronte a narcisismo o vanità fuori dal comune, quando il desiderio di possesso è accecante, quando ci sono forme di dipendenza o di attaccamento che rasentano la follia. E' altresì utile avere consapevolezza piena che l’Ego trova l’humus ideale nella paura e usa sempre “io” in contrapposizione a “tu/voi”. Perciò il primo passo da fare per sconfiggere l’Ego, è proprio di iniziare a mettere da parte l’idea di “io” per riportare in primo piano il “noi”, ossia l’umanità che ci circonda. Come affrontare il proprio Ego Per sapere come affrontare il proprio Ego, l’aiuto di uno psicoterapeuta diventa spesso necessario. Ogni Ego è un mondo a sé: difficile che un'unica terapia possa andare bene per tutti. Tuttavia le basi dalle quali partire per liberarsi dall’Ego, sono uguali per tutti. Abbiamo detto che l’Ego si alimenta di “momenti illusori” legati al passato, e anche al futuro: ciò fa vivere in continuo stato di desiderio anch’esso illusorio e perciò inappagabile perché creato sul passato che non esiste più, o sul futuro che ancora non esiste. E’ inevitabile che questo continuo anelito finisca per provocare sofferenza e insoddisfazione. Perciò la prima cosa da fare è cercare di vivere il presente impegnando il massimo delle proprie energie nel raggiungimento dell’obiettivo:"hic et nunc", “qui e ora”. Subito dopo bisogna imparare a essere soddisfatti di quanto si ha, cominciando ad apprezzare le piccole gioie che il quotidiano regala anche nei giorni in cui sembra che nulla vada per il verso giusto. Bisogna sforzarsi di ricordare che anche nelle giornate più nere c’è sempre qualcosa per cui vale la pena di sorridere: il sorriso del proprio partner, l’abbraccio di un figlio, il calore di un amico, il film più amato, la canzone più sentita o il piatto preferito. Altro step: capire quali sono le proprie paure e capirne l'origine. Questa è una prova difficile da affrontare senza l’aiuto di un bravo psicologo. E anche quando da soli si riesce a identificare qual è la paura che ci attanaglia, lavorarci sopra per eliminarla presuppone l’aiuto di un esperto. Un buon terapeuta riuscirà a far venire fuori la grande persona che sta in quasi ognuno di noi, quel Sé Superiore che paura ed egocentrismo tentano di soffocare, permettendo all’Ego di oscurarci e di tirare fuori il peggio di noi.

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Come risvegliare la consapevolezza (Vivere alla ma...

Alla consapevolezza del “qui e ora”, tema che può essere sviluppato da più livelli di osservazione, ho dedicato diverse Pillole e un’intera sessione del videocorso Atleta Vincente (http://atletavincente.com). Ciò nonostante, continuo a ricevere numerose richieste di approfondimento, soprattutto per quanto riguarda la consapevolezza in gara, nel momento in cui dovremmo sperimentare la massima attivazione agonistica. Molti atleti mi scrivono per chiedermi come si fa a mantenere la calma e la lucidità nei momenti che precedono una gara, quando la mente si annebbia e sembra di essere dappertutto fuorché nel luogo dove di lì a poco dovremo esprimere la nostra miglior prestazione. In passato ho già spiegato quali strategie adottare per gestire lo stress agonistico (http://www.massimobinelli.it/il-blog-...) e per restare “in bolla” (http://www.massimobinelli.it/il-blog-...), però il presupposto essenziale per far sì che queste tecniche funzionino è essere consapevoli di quel che si sta facendo.Sulla consapevolezza in senso lato ho pubblicato anche una Pillola (http://www.massimobinelli.it/il-blog-...), ma un atleta non può certo mettersi a meditare prima di affrontare una competizione. Dunque, occorre adottare un altro approccio, più specifico, trasversale a tutte le discipline sportive. Cosa occorre fare per restare ancorati al presente ed avere il pieno controllo del proprio corpo e delle proprie emozioni?Scopriamolo assieme…

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Diventa un Atleta Vincente in Cinque Passi (Prepar...

Nella quarta sessione del videocorso Atleta Vincente (http://atletavincente.com), parlo di Strategie da adottare in allenamento e di Autovalutazione della propria prestazione. Inoltre, grazie alla “Scheda Obiettivo SMART-P”, uno strumento potente che ho progettato per aiutare gli agonisti a definire i loro obiettivi sportivi, che trovi sempre nella quarta sessione, puoi individuare i tuoi punti di forza, i tuoi punti deboli e le azioni immediate da intraprendere, ma soprattutto puoi imparare a percorrere i Cinque Passi che ti separano dal Successo. Immaginiamo che manchi un anno al tuo appuntamento più importante, la gara su cui hai investito molte risorse, fisiche, mentali ed economiche, perché potrebbe dare una svolta alla tua vita e alla tua carriera. Dopo tanti sacrifici, è arrivato il momento di iniziare a sviluppare la consapevolezza che puoi farcela, che l’obiettivo è alla tua portata. Ti mancano soltanto Cinque Passi:Primo Passo: vivi ogni giorno nella tua mente l’esperienza che affronterai tra 12 mesiSecondo Passo: immagina gli ostacoli che troverai lungo il cammino e superaliTerzo Passo: visualizzati sul gradino più alto del podioQuarto Passo: dormi con la medaglia d’oro sotto al cuscinoQuinto Passo: definisci ogni mattina l’azione più importante da compiere OGGI per avvicinarti all’obiettivoVuoi percorrerli assieme a me? Ascolta la Pillola con attenzione…

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La trappola delle “misure” (Concentrati solo s...

Nelle discipline sportive dove gli atleti si confrontano su distanze da percorrere, serie da completare o punteggi da raggiungere, le “misure ufficiali” creano assuefazione e diventano barriere mentali, soprattutto in allenamento, all’approssimarsi delle quali si innesca la profezia che si autoavvera. Per questa ragione, dobbiamo ingannare la nostra mente. Ricordi cosa dicevo nella Pillola 86, a proposito del “muro del trentesimo chilometro”, noto anche come “muro della maratona”? Il podista teme il muro, se lo aspetta, cerca di non pensarci, ma in realtà si logora e quando arriva, per effetto della profezia che si autoavvera, è già mentalmente sfinito.Questo processo si ripete in tutti i casi in cui l’atleta si confronta con misure standard, come ad esempio 100, 200 e 400 metri per un velocista; 5.000 e 10.000 metri per un fondista; serie da 25 piattelli per un tiratore; e così via.Su questi numeri si fissano ancoraggi negativi potenti, che vanno opportunamente disinnescati, perché l’atleta ogni volta che deve confrontarsi con la “sua” misura inizia a rivivere dentro di sé tutta la sofferenza fisica e mentale che tale prova comporta, a discapito della prestazione e delle riserve di energia nervosa. Qual è il trucco per ingannare la mente ed evitare l’autosabotaggio?Per ogni disciplina occorre individuare la soluzione adatta, che esiste, te lo assicuro, e ogni bravo allenatore la conosce, anche se il più delle volte la applica senza dare la giusta enfasi al perché è importante mettere in atto tali stratagemmi. Nel video trovi esempi riferiti all’atletica leggera, al tiro a volo e ad altre discipline.

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Botta e Risposta: come controllare ansia e tension...

Tu chiedi e Massimo Binelli Coach risponde. Questa settimana si parla del caso di un bravo portiere che in allenamento fa faville, ma in partita diventa una statua di marmo, paralizzato dall’ansia tra i pali della porta.Ecco cosa mi ha scritto Massimo un mio omonimo:«Buongiorno, mi chiamo Massimo e gioco a pallamano, sono un portiere. In allenamento do tutto e credo di essere anche un buon portiere, ma appena si gioca in campionato e mi ritrovo tra i pali divento un pezzo di marmo, sbianco, praticamente vado nel panico più totale.Vorrei un tuo consiglio su come eliminare questo mio punto debole, perché non vado in guerra, ma semplicemente pratico lo sport che amo e ciò nonostante non riesco a divertirmi. Spero che tu mi risponda presto». L’ansia da prestazione sportiva è un “mostro” con il quale molti atleti si trovano spesso a combattere. Cos’è l’ansia? È uno stato emotivo alterato che provoca disagio o addirittura ci fa diventare un pezzo di marmo, come dici tu, associato ad emozioni quali tensione, preoccupazione, nervosismo, agitazione, apprensione, paura e pensieri negativi. Se l’ansia supera una determinata soglia di guardia, diversa da atleta ad atleta, e più in generale da individuo a individuo, influisce in modo negativo sulla prestazione fisica e mentale, perché porta a perdita di lucidità, di attenzione e di concentrazione. Il “segreto” consiste nel riuscire a identificare la nostra personale soglia di ansia benefica, perché, entro certi limiti, l’ansia è un’alleata, non una nemica, e con questa “ansia amica” un Atleta Vincente deve imparare ad andare d’accordo. Per gestire nel modo giusto questo stato di tensione fisica, psichica e nervosa che si manifesta dentro di te non appena ti ritrovi tra i pali, ribalta la prospettiva. In allenamento dai tutto e ti ritieni un buon portiere? Applica la mia regola 9:Allenati ogni giorno con consapevolezza e concentrazione, come se fosse la tua gara più importante, e affronta la tua gara più importante come se fosse un normale allenamento.Riesci a percepire dentro di te l’effetto di questa strategia? Se affronti gli allenamenti immaginando, grazie alla visualizzazione, di essere in campo per una partita importante, farai diventare “normale” ciò che per te adesso è “eccezionale”. Quando poi sarai tra i pali per disputare una partita vera, non dovrai fare altro che ritrovare dentro di te le sensazioni sperimentate ogni giorno in allenamento. L’allenamento, oltre a servire per migliorare la preparazione tecnica e fisica, per te deve diventare il banco di prova delle tue emozioni, affinché il controllo dell’ansia si trasformi in routine, ossia in un automatismo, in una competenza inconscia.A questo punto ti stai forse chiedendo su quali aspetti dovrai lavorare maggiormente per eliminare il tuo punto debole?

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Le 25 regole di un Atleta Vincente (Strategie e af...

Nella mia lunga esperienza di sportivo e di mental coach, ho avuto a che fare con centinaia di atleti, compagni di squadra, avversari e coachee, che è il termine usato per definire i clienti di un coach. Ho trovato un’umanità molto variegata, formata da persone positive e persone negative; eterni ottimisti e insopportabili lamentosi; compagnoni logorroici e orsi solitari. Con ognuno di questi individui ho adottato adeguate modalità di relazione, fuggendo a gambe levate dai lamentosi e negativi, lasciati con piacere a crogiolarsi nel loro pantano mentale, e cercando di trovare le parole giuste per entrare in empatia con tutti gli altri, anche se non sempre ci sono riuscito. E sai cosa ho capito? Che certe volte è sufficiente una frase, un aforisma noto o inventato sul momento, per sbloccare energie nascoste. Nel tempo, ho raccolto 25 frasi suggestive ed efficaci, alcune mie e altre tratte da citazioni famose, e ho pensato di proporle in questa Pillola, che dunque esce dal solito schema dell’argomento specifico, sotto forma di regole. Se farai tue queste regole, o anche solo alcune di esse, potrai richiamare alla memoria quella giusta quando nella testa iniziano a formarsi pensieri negativi. Al posto di darti spiegazioni cervellotiche e spesso inutili, metti a tacere la tua vocina con una regola, vedrai che funziona!Ecco 3 delle 25 regole. Scopri le altre 22 nel video…1. Non ci sono scuse che tengano: la responsabilità della tua prestazione è soltanto tua.2. Quando gareggi “per vincere”, non hai nulla da perdere, mentre quando gareggi “per non perdere”, hai tutto da perdere e nulla da guadagnare.3. Allenati ogni giorno con consapevolezza e concentrazione, come se fosse la tua gara più importante, e affronta la tua gara più importante come se fosse un normale allenamento.Alla fine, scegli le tre regole che ti hanno colpito di più, che hanno suscitato in te le reazioni più potenti. Scrivilo nei commenti. Sarà utile a tutti avere un quadro dei diversi livelli di osservazione, ossia dei tasti che ciascuna regola riesce a far suonare, delle sensazioni che scatena e del perché ciò accade.

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Come vincere l’ansia anticipatoria (Sconfiggere ...

Sai cosa si intende con “ansia anticipatoria”? Perché ha un effetto così devastante in chi ne soffre? L’ansia anticipatoria si basa sul noto meccanismo della profezia che si autoavvera: so che avrò paura, e mi viene l’ansia, e più si avvicina il momento che scatenerà in me la reazione di paura e più l’ansia cresce. È come una valanga che diventa sempre più devastante man mano che scende a valle aumentando dimensione e velocità: l’ansia anticipatoria si autoalimenta fino ad assorbire tutte le mie energie vitali, senza via di scampo. E il guaio è che questo cortocircuito ogni volta si chiude con maggiore anticipo rispetto alla volta precedente. Torno ancora alla paura di volare. La prima volta può nascere in aereo, come conseguenza di una forte turbolenza. La seconda volta, l’ansia potrebbe iniziare a fare il suo mestiere in coda al check-in. La terza, potrebbe scatenarsi nel momento in cui si inizia a preparare la valigia, e così via, fino al punto che il solo pensiero di un aereo diventa paralizzante, perché il pensiero negativo scatena immagini negative; le immagini negative provocano sensazioni ed emozioni negative, quali angoscia, panico, insonnia; e tutto questo fa star male, molto male, ben più a lungo del tempo di volo. In ambito sportivo, l’ansia anticipatoria correlata a una gara importante può minare la struttura mentale dell’atleta che ne soffre, perché ben prima dell’evento agonistico la mente si inquina di pensieri negativi e il corpo subisce le conseguenze nefaste dell’effetto psicosomatico, a discapito della qualità degli ultimi importanti allenamenti di messa a punto della competizione. Vincere l’ansia anticipatoria vuol dire riuscire a vivere gli appuntamenti importanti della vita, lavorativi, sportivi o personali che siano, senza rinunciare a nulla di ciò che consideriamo importante per noi, con aumento di autostima e fiducia. Lasciamo sprofondare nell’oblio l’illusione che possiamo controllare tutto, e dunque, per tornare alla paura di volare, abbandoniamo l’idea balzana che guidare l’auto sia più sicuro che volare in aereo perché l’auto la guidiamo noi mentre l’aereo no: è una balla spaziale! Il segreto per vivere felici è imparare a riconoscere ciò che si può e ciò che non si può controllare, accettandone con serenità le conseguenze.Per combatterla, nella vita e in ambito sportivo, ti suggerisco tre tecniche che considero efficaci e attuabili da chiunque, in piena autonomia.

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Pensa, allenati, gareggia e vivi come un campione ...

Quando spiego come funziona la visualizzazione ad atleti in erba, soprattutto se si tratta di insegnare il modo migliore per costruire nella mente, grazie alla potenza dell’immaginazione, un gesto atletico, una tecnica o un movimento ancora non ben assimilato, suggerisco di guardare un video del loro idolo mentre esegue proprio quell’azione. Questo stratagemma aiuta i più piccoli, che hanno la capacità di lavorare con la fantasia ancora intatta, a calarsi nei panni del campione da imitare, a muoversi e ad agire come lui, e produce dei benefici che vanno molto al di là degli scopi per cui si inizia a praticare la visualizzazione. Per puro divertimento, i più piccoli, si immedesimano spontaneamente nel loro campione preferito. Quando vengono avviati all’attività agonistica, finché non sviluppano la piena consapevolezza delle loro potenzialità, si allenano e gareggiano immaginando di essere nei panni del fuoriclasse che vorrebbero diventare, e questo esercizio, che va incentivato, funziona, perché è il principio che sta alla base della visualizzazione, del “se lo vedi, puoi crederci”. I bambini pensano di essere OGGI dei campioni, vivono nel loro presente magico, giocano sempre per vincere e apprendono nuove abilità con una velocità sorprendente.Purtroppo, questa straordinaria capacità si affievolisce con la crescita e l’immaginazione fervida e spontanea lascia il posto alla presa di coscienza della realtà, ai pensieri, positivi o negativi, e alle immagini, altrettanto positive o negative. Subentrano le paure, ossia tanto la paura di vincere quanto la paura di perdere, l’ansia da prestazione e tutto ciò che può condizionare il raggiungimento del successo. Ecco la domanda fatidica: si può ritrovare lo spirito del “facciamo finta che…”, ossia la capacità che avevamo da bambini di immaginare e di credere fermamente di essere un campione o un personaggio importante, per diventare Atleti Vincenti? La risposta è sì. Anche quando abbiamo perso la capacità di giocare avvolti dai fumi magici del mondo della fantasia, grazie alla forza di volontà possiamo imparare a vivere in modo autentico in una circostanza immaginaria, come se fossimo attori che devono interpretare una parte. Proprio come fa un bravo attore, anche l’atleta che inizia a pensare e a vivere da campione pian piano sviluppa la consapevolezza dell’agire per vincere e fa in modo che qualcosa di positivo accada sempre. Se gareggi “per vincere”, non hai nulla da perdere, perché anche in caso di mancato raggiungimento dell’obiettivo dirai a te stesso che OGGI non ce l’hai fatta, e così facendo metterai subito da parte la sconfitta e ripartirai verso il nuovo obiettivo vincente. Se gareggi “per non perdere”, invece, ti cali fin dall’inizio nella parte del “non vincente”, un ruolo in cui hai tutto da perdere e nulla da guadagnare. Se gareggi per vincere, vuol dire che hai fiducia nelle tue possibilità e darai il meglio di te, mentre se gareggi per non perdere significa soltanto che adotti una strategia di sopravvivenza o, ancora peggio, che hai paura, e la paura è un mostro che va spezzettato.Se intendi diventare un Atleta Vincente, pensa come un campione, agisci come un campione, allenati come un campione, gareggia come un campione: vivi e comportati da campione. Il resto, te lo assicuro, sono soltanto chiacchiere dalle quali stare alla larga. Vuoi percorrere con me la strada che ti porterà a diventare un Atleta Vincente, ossia un atleta che adotta le strategie dei campioni e che in gara dà il massimo senza farsi pippe mentali? Contattami e ne parliamo.

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