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Psicologia

Vigoressia, quando una sana passione si trasforma ...

La Vigoressia è un disordine clinico grave ancora piuttosto sconosciuto e di conseguenza sottovalutato ma che può essere considerato la versione “da palestra” del ben più noto disturbo dell’Anoressia (tanto che spesso viene definita con il termine di Anoressia Inversa).     Iniziamo col fare una fondamentale distinzione: non si sta parlando della sana passione per l’attività fisica che sempre più persone vivono, a volte anche in modo quasi totalizzante, e in funzione della quale fanno scelte di vita ben precise. Parliamo invece di un grosso disturbo psicologico per il quale soggetti assolutamente ipertrofici continuano a vedersi come molto magri e ipotonici, al punto da vivere il loro aspetto fisico come una vera e propria ossessione in nome della quale sacrificare ogni altro aspetto della loro vita, da quello relazionale a quello alimentare, passando all’abuso di sostanze anabolizzanti e steroidee che ne mettono a rischio la vita stessa. Perchè, è bene dirlo, di Vigoressia (così come di Anoressia, d’altro canto) si può arrivare a morire! Ribadisco quindi che non è la quantità di tempo dedicata all’allenamento che fa di un soggetto un vigoressico o meno, ma una vera e propria condizione patologica che ne influenza a 360° le scelte, l’umore, la condizione di vita in generale. Come capire se ci si trova davanti un potenziale caso di Vigoressia? I campanelli d’allarme sono diversi, l’importante è coglierli:   - uno stato emotivo estremo (frustrazione, panico, ansia) in cui ci si può trovare se per una qualunque ragione (lavorativa, sociale, imprevisti vari) ci si ritrova a dover saltare un allenamento - la rinuncia progressiva alle relazioni sociali (pranzi o cene con amici o parenti, ad esempio) per paura di compromettere il proprio regime alimentare - ossessività nel controllare parametri fisici quali il proprio peso o la propria composizione corporea - comportamenti compensatori estremi in caso di un allenamento saltato o di uno “sgarro” alimentare (allenamento seguente ancora più duro, pasti saltati) - comportamenti maniacali nel rispettare dieta e integrazione alimentare, fino al punto di svegliarsi la notte per completare spuntini proteici e similari   Parliamo di dati: secondo recenti studi solo in Italia i soggetti affetti da questa patologia sarebbero circa 60000, con una prevalenza di soggetti maschili e magiormente concentrati nella fascia di età che va dai 25 ai 35 anni, ma non mancano ovviamente casi riportabili alle altre fascie. Prima di chiudere, vorrei ribadire per l’ennesima volta che tutti gli appassionati di allenamento che passano ore in palestra per il piacere di sentirsi e vedersi in forma, che assumono integratori o seguono diligentemente regimi alimentari e stili di vita corretti non hanno nulla a che vedere con la condizione descritta. Nessuno, men che mai il sottoscritto, vuole minimizzare gli infiniti benefici che l’allenamento (anche molto intenso) apporta alla nostra salute; è quando l’attività fisica viene percepita esclusivamente come un dovere, quando ogni pensiero è indirizzato verso la crescita muscolare in termini di “positivo” o “dannoso” (e quindi da evitare come la peste) per essa, quando si manifestano tutti quei comportamenti prima elencati, allora si sta parlando con tutta probabilità di Vigoressia.

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Come affrontare il proprio ego

Che cos’è l’Ego di una persona? Che differenza c’è fra Ego e Anima? Ed è possibile affrontare il proprio Ego? A queste domande hanno provato a dare una risposta filosofi, psicologi, pedagoghi da tempo immemore, e il dibattito è ancora tutto aperto. Differenza fra Anima ed Ego Noi partiamo da un concetto laico di anima, quello per intenderci che nega l’idea di “anima come parte immortale dell’uomo” ereditato dalla religione. Un concetto negato dal positivismo e dal materialismo di fine ottocento e inizio novecento. Con lo sviluppo della fisiologia, della psicologia sperimentale e delle neuroscienze, quando si parlava di “anima”, ci si riferiva all’attività della psiche e all'universo infinito della mente umana. Grazie alla psicanalisi e la scoperta dell'inconscio, l’anima diventò nel XX° secolo l’insieme degli stati di coscienza e dei meccanismi di organizzazione della psiche. E con Freud si cominciò a parlare di: Es, serbatoio delle energie psichiche, in gran parte inconsce; Io (Ego), la sfera delle relazioni e contatti con la realtà esterna; Super-io, la sede dei valori e della coscienza morale. Ma senza scomodare la psicoanalisi, possiamo dire, semplificando, che l’anima è il nostro nucleo, ossia ciò che siamo veramente. E chi siamo e che cosa siamo veramente? Siamo tutto e il contrario di tutto. Un universo affascinante di contrasti che formano quell’unicum che si chiama persona. Animali sociali intelligenti che conservano l’istinto animalesco della competizione, la quale spinge a prevalere sugli altri per conquistare il “potere”; ma anche esseri umani dotati che, grazie al pensiero, alla creatività, alla cultura, sono capaci di evoluzioni che prediligono sempre più beni spirituali - come l’amore - ai beni materiali e alla prevaricazione. Insomma, è nell’anima che risiede la chiave di volta in grado di portare a una vera e propria mutazione etica che può condurre l’umanità, se vuole sopravvivere, ad amarsi piuttosto che combattersi. Invece che cos’è l’Ego di una persona? Per “Ego” si intende la conoscenza che noi abbiamo di noi stessi, ma in relazione agli altri e alle nostre esperienze passate. L’Ego è la conoscenza sul nostro essere e sugli altri che deriva dal nostro vissuto. E’ tutto quanto dal passato siamo riusciti a imparare su di noi, sulle nostre emozioni, sui nostri desideri. L’Ego si nutre dell’imitazione diretta di modelli sociali che assumiamo come nostri. L’Ego è ciò che ci fa perdere di vista il vero “io” per identificarsi con il ruolo che svolgiamo. L’Ego, in pratica, è la maschera che indossiamo per relazionarci con la società in cui viviamo. Ergo, l’Ego è un’illusione della nostra identità. Perciò mentre l’Anima (Sé Superiore) può portare alla crescita e al miglioramento di sé, l’Ego (Sé Inferiore) può farci deragliare dai binari della vita perché ci fa identificare con le maschere che indossiamo a uso e consumo di noi stessi e degli altri. Le resistenze dell’Ego Osservato dal punto di vista dell’Io destabilizzante, l’Ego diventa il nostro nemico numero uno, un pericoloso mostro da abbattere poiché è lui il responsabile primario dei nostri problemi emotivi, comportamentali e, di conseguenza, anche materiali. L’Ego ci rende eccessivamente suscettibili, predilige l'ostentazione e si siede sull’apparenza: in sostanza è un castello di sabbia con tanto di torri e ponte levatoio, maestoso e bello a vedersi, ma fragile e tragicamente vuoto al suo interno. Per intenderci, l’Ego è quella parte di noi che si piega, si destruttura quando si sente umiliato, detronizzato ogni volta che abbiamo la sensazione di non essere rispettati, ogni volta che non riceviamo le giuste (secondo noi) attenzioni. Più l’Ego è ipertrofico, più aumenta a dismisura la suscettibilità e, quindi, peggiori diventano le reazioni. Le resistenze dell’Ego nascono sovente da un bisogno di autodifesa. L’Ego, per garantirsi la propria sicurezza, sviluppa una serie di meccanismi atti a evitare ansia o angoscia. Questi meccanismi, entrando in gioco anche in condizioni normali, finiscono per influenzare in modo determinante il carattere di una persona e, di conseguenza, il comportamento di ciascun individuo. Così la “difesa” diventa la parola chiave con la quale è possibile spiegare l’agire di chi ha un Ego ingombrante. Questi soggetti di solito si sentono al centro dell’universo e, in quanto tali, non riescono ad ammettere i propri errori; si difendono attribuendo la propria colpa agli altri. La sicurezza l’Ego la rincorre con la forza fisica, con la doppiezza, con i dogmi. E se parla d’amore, di generosità, di solidarietà, di giustizia, l’Ego ipertrofico lo fa solo per darsi un tono, ma è solo un’ipocrita facciata. L’Ego in definitiva ha bisogno di una sola cosa: il potere. E in questa spasmodica rincorsa, non è capace di relazionarsi, non accetta punti di vista diversi dai suoi, non comprende, e perciò finisce per isolarsi. Alla fine, anche se l’affermazione “l’Ego provoca solo  dolore e sofferenza”, potrebbe sembrare un po’ esagerata, in essa è racchiusa una buona dose di verità. Ego, riconoscerlo per sconfiggerlo Per sconfiggere l’Ego bisogna prima saperlo riconoscere.  Si parla sempre di Ego quando ci troviamo di fronte a narcisismo o vanità fuori dal comune, quando il desiderio di possesso è accecante, quando ci sono forme di dipendenza o di attaccamento che rasentano la follia. E' altresì utile avere consapevolezza piena che l’Ego trova l’humus ideale nella paura e usa sempre “io” in contrapposizione a “tu/voi”. Perciò il primo passo da fare per sconfiggere l’Ego, è proprio di iniziare a mettere da parte l’idea di “io” per riportare in primo piano il “noi”, ossia l’umanità che ci circonda. Come affrontare il proprio Ego Per sapere come affrontare il proprio Ego, l’aiuto di uno psicoterapeuta diventa spesso necessario. Ogni Ego è un mondo a sé: difficile che un'unica terapia possa andare bene per tutti. Tuttavia le basi dalle quali partire per liberarsi dall’Ego, sono uguali per tutti. Abbiamo detto che l’Ego si alimenta di “momenti illusori” legati al passato, e anche al futuro: ciò fa vivere in continuo stato di desiderio anch’esso illusorio e perciò inappagabile perché creato sul passato che non esiste più, o sul futuro che ancora non esiste. E’ inevitabile che questo continuo anelito finisca per provocare sofferenza e insoddisfazione. Perciò la prima cosa da fare è cercare di vivere il presente impegnando il massimo delle proprie energie nel raggiungimento dell’obiettivo:"hic et nunc", “qui e ora”. Subito dopo bisogna imparare a essere soddisfatti di quanto si ha, cominciando ad apprezzare le piccole gioie che il quotidiano regala anche nei giorni in cui sembra che nulla vada per il verso giusto. Bisogna sforzarsi di ricordare che anche nelle giornate più nere c’è sempre qualcosa per cui vale la pena di sorridere: il sorriso del proprio partner, l’abbraccio di un figlio, il calore di un amico, il film più amato, la canzone più sentita o il piatto preferito. Altro step: capire quali sono le proprie paure e capirne l'origine. Questa è una prova difficile da affrontare senza l’aiuto di un bravo psicologo. E anche quando da soli si riesce a identificare qual è la paura che ci attanaglia, lavorarci sopra per eliminarla presuppone l’aiuto di un esperto. Un buon terapeuta riuscirà a far venire fuori la grande persona che sta in quasi ognuno di noi, quel Sé Superiore che paura ed egocentrismo tentano di soffocare, permettendo all’Ego di oscurarci e di tirare fuori il peggio di noi.

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Come risvegliare la consapevolezza (Vivere alla ma...

Alla consapevolezza del “qui e ora”, tema che può essere sviluppato da più livelli di osservazione, ho dedicato diverse Pillole e un’intera sessione del videocorso Atleta Vincente (http://atletavincente.com). Ciò nonostante, continuo a ricevere numerose richieste di approfondimento, soprattutto per quanto riguarda la consapevolezza in gara, nel momento in cui dovremmo sperimentare la massima attivazione agonistica. Molti atleti mi scrivono per chiedermi come si fa a mantenere la calma e la lucidità nei momenti che precedono una gara, quando la mente si annebbia e sembra di essere dappertutto fuorché nel luogo dove di lì a poco dovremo esprimere la nostra miglior prestazione. In passato ho già spiegato quali strategie adottare per gestire lo stress agonistico (http://www.massimobinelli.it/il-blog-...) e per restare “in bolla” (http://www.massimobinelli.it/il-blog-...), però il presupposto essenziale per far sì che queste tecniche funzionino è essere consapevoli di quel che si sta facendo.Sulla consapevolezza in senso lato ho pubblicato anche una Pillola (http://www.massimobinelli.it/il-blog-...), ma un atleta non può certo mettersi a meditare prima di affrontare una competizione. Dunque, occorre adottare un altro approccio, più specifico, trasversale a tutte le discipline sportive. Cosa occorre fare per restare ancorati al presente ed avere il pieno controllo del proprio corpo e delle proprie emozioni?Scopriamolo assieme…

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Diventa un Atleta Vincente in Cinque Passi (Prepar...

Nella quarta sessione del videocorso Atleta Vincente (http://atletavincente.com), parlo di Strategie da adottare in allenamento e di Autovalutazione della propria prestazione. Inoltre, grazie alla “Scheda Obiettivo SMART-P”, uno strumento potente che ho progettato per aiutare gli agonisti a definire i loro obiettivi sportivi, che trovi sempre nella quarta sessione, puoi individuare i tuoi punti di forza, i tuoi punti deboli e le azioni immediate da intraprendere, ma soprattutto puoi imparare a percorrere i Cinque Passi che ti separano dal Successo. Immaginiamo che manchi un anno al tuo appuntamento più importante, la gara su cui hai investito molte risorse, fisiche, mentali ed economiche, perché potrebbe dare una svolta alla tua vita e alla tua carriera. Dopo tanti sacrifici, è arrivato il momento di iniziare a sviluppare la consapevolezza che puoi farcela, che l’obiettivo è alla tua portata. Ti mancano soltanto Cinque Passi:Primo Passo: vivi ogni giorno nella tua mente l’esperienza che affronterai tra 12 mesiSecondo Passo: immagina gli ostacoli che troverai lungo il cammino e superaliTerzo Passo: visualizzati sul gradino più alto del podioQuarto Passo: dormi con la medaglia d’oro sotto al cuscinoQuinto Passo: definisci ogni mattina l’azione più importante da compiere OGGI per avvicinarti all’obiettivoVuoi percorrerli assieme a me? Ascolta la Pillola con attenzione…

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La trappola delle “misure” (Concentrati solo s...

Nelle discipline sportive dove gli atleti si confrontano su distanze da percorrere, serie da completare o punteggi da raggiungere, le “misure ufficiali” creano assuefazione e diventano barriere mentali, soprattutto in allenamento, all’approssimarsi delle quali si innesca la profezia che si autoavvera. Per questa ragione, dobbiamo ingannare la nostra mente. Ricordi cosa dicevo nella Pillola 86, a proposito del “muro del trentesimo chilometro”, noto anche come “muro della maratona”? Il podista teme il muro, se lo aspetta, cerca di non pensarci, ma in realtà si logora e quando arriva, per effetto della profezia che si autoavvera, è già mentalmente sfinito.Questo processo si ripete in tutti i casi in cui l’atleta si confronta con misure standard, come ad esempio 100, 200 e 400 metri per un velocista; 5.000 e 10.000 metri per un fondista; serie da 25 piattelli per un tiratore; e così via.Su questi numeri si fissano ancoraggi negativi potenti, che vanno opportunamente disinnescati, perché l’atleta ogni volta che deve confrontarsi con la “sua” misura inizia a rivivere dentro di sé tutta la sofferenza fisica e mentale che tale prova comporta, a discapito della prestazione e delle riserve di energia nervosa. Qual è il trucco per ingannare la mente ed evitare l’autosabotaggio?Per ogni disciplina occorre individuare la soluzione adatta, che esiste, te lo assicuro, e ogni bravo allenatore la conosce, anche se il più delle volte la applica senza dare la giusta enfasi al perché è importante mettere in atto tali stratagemmi. Nel video trovi esempi riferiti all’atletica leggera, al tiro a volo e ad altre discipline.

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Botta e Risposta: come controllare ansia e tension...

Tu chiedi e Massimo Binelli Coach risponde. Questa settimana si parla del caso di un bravo portiere che in allenamento fa faville, ma in partita diventa una statua di marmo, paralizzato dall’ansia tra i pali della porta.Ecco cosa mi ha scritto Massimo un mio omonimo:«Buongiorno, mi chiamo Massimo e gioco a pallamano, sono un portiere. In allenamento do tutto e credo di essere anche un buon portiere, ma appena si gioca in campionato e mi ritrovo tra i pali divento un pezzo di marmo, sbianco, praticamente vado nel panico più totale.Vorrei un tuo consiglio su come eliminare questo mio punto debole, perché non vado in guerra, ma semplicemente pratico lo sport che amo e ciò nonostante non riesco a divertirmi. Spero che tu mi risponda presto». L’ansia da prestazione sportiva è un “mostro” con il quale molti atleti si trovano spesso a combattere. Cos’è l’ansia? È uno stato emotivo alterato che provoca disagio o addirittura ci fa diventare un pezzo di marmo, come dici tu, associato ad emozioni quali tensione, preoccupazione, nervosismo, agitazione, apprensione, paura e pensieri negativi. Se l’ansia supera una determinata soglia di guardia, diversa da atleta ad atleta, e più in generale da individuo a individuo, influisce in modo negativo sulla prestazione fisica e mentale, perché porta a perdita di lucidità, di attenzione e di concentrazione. Il “segreto” consiste nel riuscire a identificare la nostra personale soglia di ansia benefica, perché, entro certi limiti, l’ansia è un’alleata, non una nemica, e con questa “ansia amica” un Atleta Vincente deve imparare ad andare d’accordo. Per gestire nel modo giusto questo stato di tensione fisica, psichica e nervosa che si manifesta dentro di te non appena ti ritrovi tra i pali, ribalta la prospettiva. In allenamento dai tutto e ti ritieni un buon portiere? Applica la mia regola 9:Allenati ogni giorno con consapevolezza e concentrazione, come se fosse la tua gara più importante, e affronta la tua gara più importante come se fosse un normale allenamento.Riesci a percepire dentro di te l’effetto di questa strategia? Se affronti gli allenamenti immaginando, grazie alla visualizzazione, di essere in campo per una partita importante, farai diventare “normale” ciò che per te adesso è “eccezionale”. Quando poi sarai tra i pali per disputare una partita vera, non dovrai fare altro che ritrovare dentro di te le sensazioni sperimentate ogni giorno in allenamento. L’allenamento, oltre a servire per migliorare la preparazione tecnica e fisica, per te deve diventare il banco di prova delle tue emozioni, affinché il controllo dell’ansia si trasformi in routine, ossia in un automatismo, in una competenza inconscia.A questo punto ti stai forse chiedendo su quali aspetti dovrai lavorare maggiormente per eliminare il tuo punto debole?

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Le 25 regole di un Atleta Vincente (Strategie e af...

Nella mia lunga esperienza di sportivo e di mental coach, ho avuto a che fare con centinaia di atleti, compagni di squadra, avversari e coachee, che è il termine usato per definire i clienti di un coach. Ho trovato un’umanità molto variegata, formata da persone positive e persone negative; eterni ottimisti e insopportabili lamentosi; compagnoni logorroici e orsi solitari. Con ognuno di questi individui ho adottato adeguate modalità di relazione, fuggendo a gambe levate dai lamentosi e negativi, lasciati con piacere a crogiolarsi nel loro pantano mentale, e cercando di trovare le parole giuste per entrare in empatia con tutti gli altri, anche se non sempre ci sono riuscito. E sai cosa ho capito? Che certe volte è sufficiente una frase, un aforisma noto o inventato sul momento, per sbloccare energie nascoste. Nel tempo, ho raccolto 25 frasi suggestive ed efficaci, alcune mie e altre tratte da citazioni famose, e ho pensato di proporle in questa Pillola, che dunque esce dal solito schema dell’argomento specifico, sotto forma di regole. Se farai tue queste regole, o anche solo alcune di esse, potrai richiamare alla memoria quella giusta quando nella testa iniziano a formarsi pensieri negativi. Al posto di darti spiegazioni cervellotiche e spesso inutili, metti a tacere la tua vocina con una regola, vedrai che funziona!Ecco 3 delle 25 regole. Scopri le altre 22 nel video…1. Non ci sono scuse che tengano: la responsabilità della tua prestazione è soltanto tua.2. Quando gareggi “per vincere”, non hai nulla da perdere, mentre quando gareggi “per non perdere”, hai tutto da perdere e nulla da guadagnare.3. Allenati ogni giorno con consapevolezza e concentrazione, come se fosse la tua gara più importante, e affronta la tua gara più importante come se fosse un normale allenamento.Alla fine, scegli le tre regole che ti hanno colpito di più, che hanno suscitato in te le reazioni più potenti. Scrivilo nei commenti. Sarà utile a tutti avere un quadro dei diversi livelli di osservazione, ossia dei tasti che ciascuna regola riesce a far suonare, delle sensazioni che scatena e del perché ciò accade.

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Come vincere l’ansia anticipatoria (Sconfiggere ...

Sai cosa si intende con “ansia anticipatoria”? Perché ha un effetto così devastante in chi ne soffre? L’ansia anticipatoria si basa sul noto meccanismo della profezia che si autoavvera: so che avrò paura, e mi viene l’ansia, e più si avvicina il momento che scatenerà in me la reazione di paura e più l’ansia cresce. È come una valanga che diventa sempre più devastante man mano che scende a valle aumentando dimensione e velocità: l’ansia anticipatoria si autoalimenta fino ad assorbire tutte le mie energie vitali, senza via di scampo. E il guaio è che questo cortocircuito ogni volta si chiude con maggiore anticipo rispetto alla volta precedente. Torno ancora alla paura di volare. La prima volta può nascere in aereo, come conseguenza di una forte turbolenza. La seconda volta, l’ansia potrebbe iniziare a fare il suo mestiere in coda al check-in. La terza, potrebbe scatenarsi nel momento in cui si inizia a preparare la valigia, e così via, fino al punto che il solo pensiero di un aereo diventa paralizzante, perché il pensiero negativo scatena immagini negative; le immagini negative provocano sensazioni ed emozioni negative, quali angoscia, panico, insonnia; e tutto questo fa star male, molto male, ben più a lungo del tempo di volo. In ambito sportivo, l’ansia anticipatoria correlata a una gara importante può minare la struttura mentale dell’atleta che ne soffre, perché ben prima dell’evento agonistico la mente si inquina di pensieri negativi e il corpo subisce le conseguenze nefaste dell’effetto psicosomatico, a discapito della qualità degli ultimi importanti allenamenti di messa a punto della competizione. Vincere l’ansia anticipatoria vuol dire riuscire a vivere gli appuntamenti importanti della vita, lavorativi, sportivi o personali che siano, senza rinunciare a nulla di ciò che consideriamo importante per noi, con aumento di autostima e fiducia. Lasciamo sprofondare nell’oblio l’illusione che possiamo controllare tutto, e dunque, per tornare alla paura di volare, abbandoniamo l’idea balzana che guidare l’auto sia più sicuro che volare in aereo perché l’auto la guidiamo noi mentre l’aereo no: è una balla spaziale! Il segreto per vivere felici è imparare a riconoscere ciò che si può e ciò che non si può controllare, accettandone con serenità le conseguenze.Per combatterla, nella vita e in ambito sportivo, ti suggerisco tre tecniche che considero efficaci e attuabili da chiunque, in piena autonomia.

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Pensa, allenati, gareggia e vivi come un campione ...

Quando spiego come funziona la visualizzazione ad atleti in erba, soprattutto se si tratta di insegnare il modo migliore per costruire nella mente, grazie alla potenza dell’immaginazione, un gesto atletico, una tecnica o un movimento ancora non ben assimilato, suggerisco di guardare un video del loro idolo mentre esegue proprio quell’azione. Questo stratagemma aiuta i più piccoli, che hanno la capacità di lavorare con la fantasia ancora intatta, a calarsi nei panni del campione da imitare, a muoversi e ad agire come lui, e produce dei benefici che vanno molto al di là degli scopi per cui si inizia a praticare la visualizzazione. Per puro divertimento, i più piccoli, si immedesimano spontaneamente nel loro campione preferito. Quando vengono avviati all’attività agonistica, finché non sviluppano la piena consapevolezza delle loro potenzialità, si allenano e gareggiano immaginando di essere nei panni del fuoriclasse che vorrebbero diventare, e questo esercizio, che va incentivato, funziona, perché è il principio che sta alla base della visualizzazione, del “se lo vedi, puoi crederci”. I bambini pensano di essere OGGI dei campioni, vivono nel loro presente magico, giocano sempre per vincere e apprendono nuove abilità con una velocità sorprendente.Purtroppo, questa straordinaria capacità si affievolisce con la crescita e l’immaginazione fervida e spontanea lascia il posto alla presa di coscienza della realtà, ai pensieri, positivi o negativi, e alle immagini, altrettanto positive o negative. Subentrano le paure, ossia tanto la paura di vincere quanto la paura di perdere, l’ansia da prestazione e tutto ciò che può condizionare il raggiungimento del successo. Ecco la domanda fatidica: si può ritrovare lo spirito del “facciamo finta che…”, ossia la capacità che avevamo da bambini di immaginare e di credere fermamente di essere un campione o un personaggio importante, per diventare Atleti Vincenti? La risposta è sì. Anche quando abbiamo perso la capacità di giocare avvolti dai fumi magici del mondo della fantasia, grazie alla forza di volontà possiamo imparare a vivere in modo autentico in una circostanza immaginaria, come se fossimo attori che devono interpretare una parte. Proprio come fa un bravo attore, anche l’atleta che inizia a pensare e a vivere da campione pian piano sviluppa la consapevolezza dell’agire per vincere e fa in modo che qualcosa di positivo accada sempre. Se gareggi “per vincere”, non hai nulla da perdere, perché anche in caso di mancato raggiungimento dell’obiettivo dirai a te stesso che OGGI non ce l’hai fatta, e così facendo metterai subito da parte la sconfitta e ripartirai verso il nuovo obiettivo vincente. Se gareggi “per non perdere”, invece, ti cali fin dall’inizio nella parte del “non vincente”, un ruolo in cui hai tutto da perdere e nulla da guadagnare. Se gareggi per vincere, vuol dire che hai fiducia nelle tue possibilità e darai il meglio di te, mentre se gareggi per non perdere significa soltanto che adotti una strategia di sopravvivenza o, ancora peggio, che hai paura, e la paura è un mostro che va spezzettato.Se intendi diventare un Atleta Vincente, pensa come un campione, agisci come un campione, allenati come un campione, gareggia come un campione: vivi e comportati da campione. Il resto, te lo assicuro, sono soltanto chiacchiere dalle quali stare alla larga. Vuoi percorrere con me la strada che ti porterà a diventare un Atleta Vincente, ossia un atleta che adotta le strategie dei campioni e che in gara dà il massimo senza farsi pippe mentali? Contattami e ne parliamo.

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Ottimismo e guarigione (I ‘miracoli’ del Pensi...

Sai cos’è l’“effetto placebo”? Il placebo è una pillola, non di Coaching ma di zucchero, che viene somministrata in una sperimentazione “spacciandola” per farmaco potente. Se chi la assume è effettivamente convinto che si tratti di un rimedio utile per la patologia di cui è affetto, può conseguire un miglioramento delle sue condizioni di salute, in taluni casi paragonabile all’effetto che avrebbe avuto un farmaco vero. Questo miglioramento, indotto dalle aspettative legate alla presunta medicina miracolosa, ossia dal pensiero positivo che tali speranze scatena nella mente del malato, viene definito “effetto placebo”. Riesci a indovinare cosa accade, invece, se una persona malata non ripone fiducia in un farmaco o in una terapia, cioè se rinuncia a credere nella possibilità di guarire? In tutte le Pillole, questa volta sì, di Coaching, in cui parlo di pensiero positivo, spiego che i pensieri scatenano la produzione di immagini, e poiché il nostro sistema nervoso non è in grado di distinguere la differenza tra un evento reale e uno intensamente immaginato, è evidente che un pensiero negativo scatenerà soltanto immagini negative, laddove un pensiero positivo farà affiorare immagini positive. Quando parlo di pensiero positivo, intendo definire un atteggiamento nei confronti della vita improntato sulla curiosità, sulla creatività, sulla voglia di imparare ogni giorno qualcosa di nuovo. Le persone positive e proattive vivono e mantengono corpo e mente efficienti molto più a lungo delle persone negative, perciò il “miracolo” del pensiero positivo, come l’ho definito, non è altro che il risultato dell’entusiasmo, della forza interiore che attira energia vitale. Occorre mantenere intatta la fiducia nelle proprie capacità di “guarigione”, trovare il coraggio di osare sempre e sfoderare l’ottimismo di dirsi “ce la posso fare anche questa volta”. Attenzione: uso il termine “guarigione” nel suo significato più esteso possibile, perché si può e si deve avere fede nella possibilità di guarire da una malattia, da una delusione, da un piccolo insuccesso o da un grande fallimento. La persona positiva e vincente non conosce la frase malefica “è troppo tardi per…”: non è MAI troppo tardi per …ricominciare da capo, …sorprendersi nei confronti del nuovo, …svolgere attività fisica, anche vigorosa e per qualsiasi altra iniziativa che possa essere definita con un obiettivo SMART-P, ossia un obiettivo Specifico, Misurabile in modo oggettivo, orientato all’Azione, Realistico, cioè considerato effettivamente raggiungibile, fissato in un arco di Tempo ben preciso e Positivo.Che poi, lasciamelo dire, l’unico vero scopo della vita non è proprio quello di vivere a lungo in modo intenso, consapevole e positivo?A mio modesto parere, vivere una vita intensa, consapevole, ricca di entusiasmo e di aspettative positive si avvicina molto al concetto ideale di felicità. Il resto sono solo chiacchiere…Vuoi saperne di più sul percorso che potresti fare assieme a me per cambiare qualcosa nella tua vita e produrre il “miracolo” del pensiero positivo? Contattami e ne parliamo.

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Come dare il massimo in gara (Il segreto di un Atl...

Nella mia lunga esperienza di sportivo e di mental coach, ho conosciuto migliaia di atleti. Potrei suddividere tale universo eterogeneo e colorato in svariati sottoinsiemi, raggruppandoli per nazionalità, sesso, età, disciplina praticata e altri criteri, ma se volessi dividere più o menò a metà questa popolazione potrei semplicemente mettere da una parte chi in gara “se la fa sotto” e dall’altra parte chi sotto pressione rende di più.Sai perché ci sono atleti che nel momento clou vanno nel panico e altri che in quella stessa situazione tirano fuori gli artigli? Perché nella mente di questi due atleti-tipo, durante il periodo di formazione del carattere, si è installato un programma diverso e soltanto gli animali da gara hanno imparato a reagire con grinta e aggressività nelle situazioni critiche. Sulla base delle mie conoscenze, posso dire che i ragazzi che hanno ricevuto un’educazione “ruspante” e che hanno fatto un po’ di sana vita di strada hanno sviluppato una cattiveria agonistica molto più accentuata di chi ha ricevuto un’educazione più morigerata. Tutti possono imparare a gestire bene le situazioni critiche, basta iniziare ad allenarsi. Allenarsi mentalmente, ovvio. In questa Pillola, ti spiego come ti puoi allenare per arrivare al momento fatidico con la giusta preparazione mentale.1. Individua il momento agonistico in cui sai che per te arriva la pressione.2. Visualizza quel contesto con il coinvolgimento di tutti i tuoi sensi. 3. Esegui il tuo gesto atletico mantenendo dentro di te le sensazioni create con la visualizzazione.Il trucco, lo ripeto sempre agli atleti che seguo, è quello di pensare al risultato finale, al successo e alla vittoria come a una concreta possibilità del presente, non del futuro. Ciò significa che se ti vedi vincente sperimenterai dentro di te la stessa sensazione che proveresti davvero a obiettivo raggiunto, e la tua mente inizia a familiarizzare con tale sensazione, perché la ritiene vera e possibile. In altre parole, ci crede e si prepara ad accogliere il successo, non il fallimento! Vuoi affrontare assieme a me il percorso che ti porterà a diventare un atleta che in gara dà il massimo? Hai la mia personale garanzia che puoi farcela. Contattami e ne parliamo senza impegno.

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Come essere felici, sani e avere successo (Persona...

È stato provato in modo inconfutabile che esistono persone portate al raggiungimento della felicità e persone che attraggono l’infelicità; soggetti sani e soggetti portati alle malattie; individui orientati al successo e individui condannati a fallire. Non si tratta di predestinazione o di karma negativo, bensì è il prodotto della cosiddetta “immagine dell’io”, che può essere considerata la chiave della personalità e del comportamento dell’essere umano. Si può agire su questa “immagine” per modificarne gli effetti? L’immagine dell’Io è come il programma di un pilota automatico: si impostano i dati della destinazione e i parametri del viaggio e il navigatore fa il resto, ossia conduce il mezzo, aereo o nave che sia, alla meta. Se fallisce l’obiettivo, la “colpa”, salvo casi di avaria, di solito è del programma non corretto. Ebbene, il nostro cervello ha il suo pilota automatico, che ci conduce esattamente dove la mappa mentale che abbiamo attivato gli impone di portarci, a patto che i dati del “programma” siano corretti. La ragione è che la mente agisce sulla base dell’immagine dell’io, ma non ha gli strumenti per valutare se i “dati di navigazione” sono corretti. Il nostro pilota automatico prende semplicemente per buona l’immagine che la mente crea e gli mette a disposizione, perché il sistema nervoso non è in grado di stabilire la differenza tra un’esperienza reale e una intensamente immaginata, dunque l’unico modo per far cambiare rotta al pilota automatico ed evitare lo schianto è quello di agire sull’immagine dell’io, quella che ho definito la chiave della personalità e del comportamento dell’essere umano. Soltanto dopo aver modificato il programma, passando da “persona destinata a fallire” a “persona di successo”, sarà possibile iniziare ad attivare l’attenzione selettiva nei confronti di situazioni positive, di arricchimento, di felicità e di salute. Puoi modificare la tua immagine dell’io, anche se ormai pensi che sia scolpita sul granito, iniziando a riconoscere i tuoi difetti e ad accettarti, ad avere stima e fiducia nelle tue capacità e potenzialità. Soprattutto, devi imparare ad abbandonare la vergogna di agire, cancellando l’idea che ci sia sempre qualcuno pronto a giudicarti, e devi provare la libertà di agire senza finzioni, senza copioni da recitare “perché ormai sei così” e devi mantenere fede alla parte.

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Esci dal tuo vittimismo (Come ritrovare la fiducia...

Come si esce dal labirinto mentale della “cultura del sospetto”? Come superare i luoghi comuni, le sentenze come “Io non mi fido più di nessuno”, che finiscono per diventare un filtro non solo per ciò che è estraneo, ma anche per ciò che sta vicino a noi e producono solitudine? È necessario sviluppare una nuova consapevolezza e renderci conto del fatto che se per noi tutti gli “altri” sono soggetti potenzialmente pericolosi, vuol dire che anche per tutti questi altri “noi” siamo soggetti potenzialmente pericolosi. Dobbiamo capire che se proiettiamo sugli altri le nostre paure, alla fine non resta nessuno di cui fidarci veramente, e noi diventiamo le prime vittime di questo corto circuito. Tra l’altro, questa forma di vittimismo scatena il fenomeno della negatività collettiva, che come un buco nero attira altra negatività fino a diventare un’enorme massa informe dalla quale è quasi impossibile allontanarsi, tanta è l’attrazione. Ricordi, al proposito, l’enunciato della mia Legge di Attrazione della sfiga (https://youtu.be/Gy2k9WqIQJU?list=PLN... Dice che chi si piange addosso ha SEMPRE ragione, perché più formula pensieri negativi e più continua ad attrarre la sfiga su di sé. Chi si lamenta in continuazione, intossica la sua mente e la mente delle persone che ruotano nella sua orbita. Con l’occasione, rinnovo il consiglio: stai alla larga da chi non vede l’ora di rovesciarti addosso tutti i suoi problemi e le sue paure, da chi è sempre infelice perché è deluso della società, a suo dire colpevole di tutte le malefatte del mondo intero. Trova una scusa qualsiasi ma allontananti subito! Lascia le persone negative in compagnia della loro pesantezza, altrimenti ti ritroverai con le batterie a terra. Se accetti di far parte del club del lamento, se accetti l’idea malsana che la “colpa” è sempre di qualcun altro, continuerai a vedere e a percepire solo ciò che NON va bene per te, sarai circondato dal negativo, e tutto quello che invece potrebbe essere utile e importante per il tuo successo ti passerà sotto al naso senza che tu nemmeno te ne accorga. Esci da questo stato di “comoda passività”, fai pace con quello che ti turba o ti delude, degli altri e del mondo più in generale, e comincia a pensare ai tuoi obiettivi in modo costruttivo e non con atteggiamento disfattista. Visualizza ciò che è positivo per te, visualizza le cose che approvi al posto di quelle che contesti “a prescindere” e vedrai che la tua vita inizierà a cambiare. Da quel momento ti riapproprierai della tua libertà e non potrai nemmeno più sopportare l’idea di frequentare persone negative, che ti ingabbiano con la loro pesantezza. Ti va di scoprire come puoi affrontare questo percorso di crescita personale? Contattami e ne parliamo…

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L'area di comfort: una poltrona... s-comoda

“Il compito più difficile nella vita è quello di cambiare sé stessi”.(Nelson Mandela)   Una delle grandi sfide da affrontare per chi sceglie di "guardarsi dentro" in una relazione di coaching o counselling è proprio quella di guardare in faccia la propria "zona di comfort" ovvero l'area del "noto e conosciuto, quindi accettato e difeso", la cui forza è contraria a quella dell'area del "cambiamento e rinnovamento". Quest'ultima spaventa perché "non nota e non conosciuta": occorre trovare in sé il coraggio di andare oltre l'ostacolo ed è una ricerca che necessita di allenamento, volontà e umiltà, prima di tutto verso sé stessi. Si chiudono gli occhi, ci si affida e si fa un bel respiro: il coach o il counsellor guidano, la Persona sceglie la strada.Non è un percorso facile, anzi: i nostri blocchi emotivi e cognitivi sono parti di una sovrastruttura che indirizza i nostri "sì" oppure i nostri "no" o, ancora, i nostri "non lo so", secondo logiche "socialmente condivise e accettate", che non risuonano, il più delle volte, con quanto, in realtà, davvero pensiamo. In queste "bolle di comfort" "crediamo" di scrivere la nostra quotidiana esistenza, mentre la stiamo semplicemente osservando da una poltrona comoda e ben salda a terra e dalla cui posizione difficilmente riusciamo a "vedere" con altri occhi. Le nostre abitudini sono griglie da cui osserviamo tratti parziali della realtà, questa intesa come "propria realtà interiore", quella che sa dove siamo diretti e su quale treno dovremmo salire: per prima cosa, si individuano i "modus operandi" che utilizziamo per risolvere i nostri enigmi quotidiani, le nostre ansie, al fine di comprendere come ci approcciamo, in quale forma, con quali sistemi di pensiero; dopodiché, si fa amicizia con questi schemi, diventandone consapevoli, quindi assumendo un ruolo attivo e non più passivo rispetto alla loro influenza sul nostro agire. Con la consapevolezza diventiamo più "luminosi", apriamo delle "porte" importanti dentro di noi, andiamo incontro a intuizioni e a prese di coscienza che aiutano a sgretolare le griglie, a far cadere credenze limitanti. L'evoluzione personale non può avvenire all'interno di aree confortevoli, calde, appaganti, familiari ed ermeticamente chiuse: è necessario creare una crepa sulla bolla protettiva, per fare entrare aria e ossigeno, per inspirare ed espirare in modo più profondo e far uscire idee, pregiudizi, giudizi, "ma", "non so", "paure", immondizia per il cervello, che si plasma a contatto con l'ambiente. Seduti nella nostra sedia comoda, proviamo a immaginare di alzarci per esplorare una nuova stanza: come la vediamo? Come sono le pareti? Usciamo fuori: di che colore è il cielo? Espandiamo la visuale: come è il panorama? Più bello, che ne dite?

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Pessimisti vs Ottimisti

Ognuno di noi guarda la vita e il futuro in un modo diverso. Alcuni di noi vivono con preoccupazione ed ansia, focalizzano la propria attenzione sulle difficoltà incontrate o da affrontare, piuttosto che sulle gioie e i successi ottenuti; queste persone sono i cosiddetti pessimisti. Altri invece tendono a valutare la vita con serenità ed entusiasmo, considerano le difficoltà come opportunità di crescita, più che come insidie e ostacoli insormontabili; questi ultimi sono gli ottimisti. In generale possiamo affermare che: l’ottimismo è l’attitudine a giudicare favorevolmente lo stato e il divenire della realtà e della vita il pessimismo è l’atteggiamento costante e sistematico di sfiducia nei confronti della realtà e della vita Gli effetti negativi del pessimismo e delle emozioni correlate (rabbia, ansia, depressione…) sulla nostra salute sono facilmente riconoscibili, ma se è vero che uno stato cronico di sofferenza psicologica è tossico per il nostro organismo e la nostra mente, è anche vero che le emozioni opposte possono avere un effetto tonificante. Con questo non voglio affermare che l’ottimismo e le emozioni positive (la gioia, l’entusiasmo, la curiosità…) o una semplice risata cambierà il decorso della nostra giornata. Diversi studi hanno messo in luce che i pessimisti più facilmente si arrendono di fronte alle difficoltà, hanno meno successo nel lavoro, cadono più spesso in depressione e si ammalano più facilmente. Al contrario le persone ottimiste rendono meglio nello studio, nel lavoro e nello sport. Inoltre sembra che gli ottimisti siano più abili nei test attitudinali e tendano ad essere scelti più spesso dei pessimisti quando concorrono a cariche dirigenziali. Infine si è rilevato che le persone ottimiste godano di uno stato di salute buono: infatti sembra che il loro sistema immunitario sia più efficiente e risentono meno dei consueti malanni fisici. In uno studio (Goleman, 2011) venne valutato il livello di ottimismo o pessimismo di 122 uomini sopravvissuti ad un attacco di cuore. Otto anni dopo dei 25 uomini più pessimisti, 21 erano morti; dei 25 più ottimisti ne erano morti solo 6. La loro predisposizione mentale fu rivelatrice della loro possibilità di sopravvivenza più di qualunque altro fattore di rischio medico. Ma perché alcune persone sono ottimiste e altre sono pessimiste? I pessimisti possono diventare ottimisti? Per rispondere a queste domande farò riferimento agli studi di Martin Seligman (1996) che è un autorevole studioso del settore. Seligman sostiene che alla base dell’ottimismo e del pessimismo ci sono due elementi: la sensazione di poter esercitare o meno un controllo sugli eventi il modo con cui ci spieghiamo ciò che ci accade Le persone che si vivono come impotenti saranno, con maggiore probabilità, più pessimiste delle persone che, al contrario, credono di poter modificare circostanze ed eventi così da raggiungere obiettivi e successi desiderati. Tuttavia la percezione di sentirsi impotenti o meno, cioè capaci di controllare ciò che ci accade o meno, si costruisce sulla base di come ciascuno si spiega gli eventi negativi o positivi con cui ha a che fare nella vita. Seligman ritiene che ciascuna persona abbia un proprio stile esplicativo, cioè una propria modalità di interpretare le cause degli eventi: tale modalità si origina dalla visione che ciascuno ha del proprio posto nel mondo, dal percepirsi come persona degna di valore e meritevole oppure indegna e immeritevole. Nel primo caso avremo facilmente a che fare con una persona ottimista, nel secondo con una pessimista. Nello specifico lo stile esplicativo è caratterizzato da tre dimensioni cruciali: la permanenza: riguarda il tempo e il modo in cui ci spieghiamo gli eventi, le persone pessimiste credono che le cause dei propri successi o fallimenti perdurano nel tempo e non sono modificabili la pervasività: riguarda invece lo spazio, alcune persone riescono a mettere da parte i loro problemi e ad andare avanti anche quando vivono un dolore in un campo importante della loro vita, altre persone invece tendono a mandare tutto in rovina la personalizzazione: riguarda l’attribuzione causale degli eventi, ossia siamo noi stessi o i fattori esterni che causano gli eventi? Gli ottimisti tendono ad interpretare gli insuccessi come occasionali e circoscritti ed interpretano i successi come conseguenza delle loro qualità, i pessimisti fanno esattamente l’opposto Possiamo quindi affermare che ottimisti o pessimisti non si nasce, ma lo si diventa. Secondo Seligman, l’ottimismo può essere appreso e, con sollievo di tutti i pessimisti, anch’essi possono sperare di diventare un giorno ottimisti, ma solo dopo aver imparato una serie di abilità, come il modo soggettivo di interpretare gli eventi, l’ottimismo quindi si può apprendere con l’esercizio e la flessibilità di pensiero.

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I rischi del binge drinking

Binge Drinking e assistenza di uno psicologo Un fenomeno che si sta sempre più diffondendo, in particolar modo tra i giovani, e che è alla base di molti incidenti stradali, è il binge driking. Ma cos’è questo fenomeno? Binge drinking è un termine inglese che significa “abbuffata alcolica” e, infatti, è caratterizzato dall’assunzione eccessiva e volontaria di alcol. Tale assunzione avviene in un breve lasso di tempo e con l’obiettivo di raggiungere uno stato di ebbrezza alcolica. Il binge drinking avviene spesso in situazioni sociali. Questo fenomeno è sottovalutato perché l’assunzione massiva di alcol, soprattutto nelle città del Nord Europa, è divenuta una vera e propria moda. Ma quali costi ha quest’abitudine in termini di benessere?  Oltre ai rischi immediati dati dal consumo eccessivo di alcol (es. nausea, vomito…), si perde la capacità di valutare oggettivamente il proprio stato mentale e si tende a sottostimare il livello di ebbrezza raggiunto e quindi a sottovalutare i rischi dati dalla perdita del controllo delle proprie facoltà mentali. Questo comporta rischi quali perdere il controllo, commettere atti di violenza verso oggetti o verso gli altri, mettersi alla guida provocando incidenti stradali. Inoltre, se il binge drinking diventa un’abitudine frequente e consolidata, potrebbero risentirne notevolmente i profitti scolastici o la rendita sul piano lavorativo, le relazioni interpersonali amorose e amicali, nonché familiari. Abbiamo visto i risultati nel breve e medio termine. Ma quali sono gli effetti a lungo termine? Forse questi effetti sono i meno conosciuti e comprendono danni permanenti al sistema immunitario, endocrino, digerente e circolatorio. Sul piano delle abilità cognitive, diminuisce notevolmente la capacità di concentrarsi, di mantenere l’attenzione e di memorizzare sia a breve che a lungo termine. Le difficoltà sul piano neurologico non si limitano ai momenti di ebbrezza, sono effetti a lungo termine che permangono anche nei momenti di sobrietà. E le conseguenze dal punto di vista psicologico? Spesso accade che l’abitudine sociale del binge drinking si trasformi in una vera e propria dipendenza fisica e psicologica che porta a problemi gravissimi sul lavoro fino alla perdita dello stesso, all’abbandono scolastico e alla perdita delle relazioni sociali. In quanto dipendenza non mancano nemmeno le “crisi di astinenza” caratterizzate da sintomi come, ad esempio, insonnia, depressione, irritabilità, disturbi sessuali. Riassumendo, questa abitudine può portare a conseguenze psicologiche e comportamenteli che necessitino dell'intervento di uno psicologo.  

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Le funzioni del cibo

È importante essere consapevoli delle motivazioni che guidano il nostro consumo di cibo! Il cibo può avere diverse funzioni: Nutrimento: legata alla sopravvivenza, è una risposta alla sensazione di fame segnalata dall’organismo; Sociale: il tempo del pasto è occasione per ritrovarsi con il proprio gruppo di appartenenza (famiglia, colleghi, amici). Quando si cena in compagnia si condividono esperienze, argomenti, opinioni (episodi quotidiani, lavoro, pettegolezzi), ciò che viene consumato diventa secondario; Psicologica: il cibo è un regolatore emotivo. Quante volte è capitato di abbuffarsi in risposta ad uno stato emotivo come la tristezza, la rabbia, la noia o la felicità? Le emozioni incidono sulla nostra alimentazione, su cosa mangiamo, come lo mangiamo e quando lo mangiamo! Quando i sentimenti diventano troppo intensi e negativi, il cibo diventa un “anestetico emotivo”, un modo per regolare l’impatto di ciò che stiamo sentendo.

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L'abito che indossiamo

Si apre davanti a noi un nuovo giorno. Ci svegliamo e indossiamo un abito: scegliamo i colori, gli abbinamenti, siamo di corsa. Colazione sì e no, dipende dall'abitudine e via, proiettati sul mondo, per una nuova ondata di impegni, pensieri, prove, sfide, speranze, sogni. Quante volte ci soffermiamo a pensare se quell'abito ci rappresenta davvero, se abbraccia il nostro sentire, se parla di noi in modo adeguato, proprio come vorremmo? Non c'è tempo, il mattino, si è di corsa oppure la sera, prima di una cena, eh già: chi sta lì, a pensare a queste "dinamiche" esistenziali? Eppure sono sottili accorgimenti che fanno una grande differenza. Vestire "panni sbagliati", nel senso di "non adatti al nostro corpo emozionale", dà sensazioni sgradevoli, che non ci spieghiamo, proprio perché vengono da "luoghi profondi". Così ci troviamo spesso in "abiti stretti", che non vediamo l'ora di togliere per respirare di nuovo liberamente: sono "abiti simbolici" ovvero i ruoli che ricopriamo, i discorsi che facciamo, i confronti in cui ci ritroviamo a discutere, confondere, approvare o disapprovare, le preoccupazioni, le gioie e le grandi emozioni. Quale valore diamo a questi vestiti così preziosi? Li indossiamo con consapevolezza? Ne conosciamo ogni piega, ogni orlatura? Ciò che scegliamo di essere quando infiliamo quell' "abito" è ciò che saremo per tutta la giornata, fino a quando non decideremo di toglierlo e di rimanere nudi di fronte alla nostra autenticità: disfiamoci degli "abiti" del passato, che non ci appartengono più, hanno un'energia stantia, che non ci rappresenta. Indossiamo la "nostra" veste migliore, quella che risuona con il nostro volto, con la nostra anima: i suoi colori sono sgargianti, si notano a distanza, trasudano spontaneità e contagiano in modo travolgente. Scegliamo di "abitare in noi" con l'abito più bello.   Non sono le cose a decretare chi siamo. Non sono gli abiti che indossiamo, le macchine che guidiamo o le opere che compriamo.Non è neppure dove viviamo, ma come viviamo. (Alyson Noel) Maria Cristina Caccia

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Dimmi come devo apparire!

La pre-adolescenza e l'adolescenza sono fasi dello sviluppo che portano a grandi cambiamenti e modificazioni nell'immagine di sé e del proprio corpo. L'attenzione è maggiormente orientata verso il proprio aspetto esteriore e in  modo particolare su come le altre persone lo valutano.   L'immagine corporea ideale, a cui si tende, spesso ha diverse discrepanze rispetto a quella reale. La rappresentazione reale del proprio corpo potrebbe essere anche un'immagine distorta, originata dai numerosi e rapidi cambiamenti; inoltre, spesso è connessa all'impossibilità di distaccarsi da modelli socialmente condivisi, a cui si è costretti conformarsi per non essere discriminati. L'aspetto è in adolescenza una variabile importantissima da curare e adattare alle richieste della società in cui si vive; spesso diventa un discriminante nei rapporti interpersonali. Le componenti che possono incidere sulla percezione del proprio corpo possono essere: cognitive, come le aspettative verso i cambiamenti da apportare al proprio aspetto e la loro pianificazione;comportamentali, quando sono messe in atto ad esempio condotte di evitamento verso situazioni in cui è necessario esporre un corpo che non è quello che si desidera; percettive, come la valutazione delle dimensioni e della forma del proprio corpo.   L'attenzione verso la propria immagine corporea si focalizza su aspetti diversi in base al genere. Le ragazze hanno sentimenti prevalentemente negativi verso il loro corpo e si concentrano maggiormente sulla perdita di peso; i ragazzi, invece, aspirano ad accrescere la loro massa muscolare. In entrambi i casi, i modelli di riferimento sono spesso immagini ideali, che difficilmente è possibile uguagliare senza incorrere in conseguenze negative per il benessere psicologico e la salute fisica.   Quali influenze? I punti di riferimento che in adolescenza portano alla creazione di un'immagine di sé ideale a cui tendere sono prevalentemente, e a volte unicamente, esterni. Quindi: "Sono bello/a se gli altri mi dicono che ho un bell'aspetto", "Devo assomigliare ai personaggi della TV perché loro piacciono e sono famosi", "Devo essere muscoloso e giocare bene a calcio e un giorno avrò tante donne, soldi e sarò famoso", "Se il mio corpo non ha le curve nel punto giusto non potrò mai piacere", "Non mangio così la pancia resta piatta come quella delle ragazze sui cartelloni pubblicitari", "Devo vestirmi alla moda se no vengo presa in giro e considerata una sfigata", "Per mostrarlo, il mio corpo deve prima essere come quelli che si vedono in televisione, altrimenti non piacerà". Le particolarità e le unicità di una persona restano sullo sfondo o sono considerate un ostacolo al raggiungimento di un’immagine stereotipata, molte volte discordante anche con il proprio modo di essere.   L'adolescente ha bisogno di essere guidato nella sua crescita, aiutato a identificare un'immagine realistica e raggiungibile di sé, che tenga conto delle caratteristiche e delle inclinazioni personali e non sia esclusivamente una costruzione fantastica, derivante da stereotipi a cui, inevitabilmente, si è quotidianamente esposti.   Una percezione distorta della propria immagine corporea può provocare sentimenti negativi, di inadeguatezza, e un calo dell'autostima, che incide negativamente su di sé e sul modo di relazionarsi con gli altri. L'adolescenza è una fase in cui si è continuamente esposti a pressioni esterne di cambiamento, con le quali difficilmente si riesce a stare al passo, perché allo stesso tempo è una fase in cui il corpo spontaneamente si modifica e cresce, obbligando a continue ridefinizioni dell'immagine di sé. La conflittualità familiare e la scarsa vicinanza della figura materna (per le ragazze adolescenti) sono fattori che incidono sulla rappresentazione che l'adolescente costruisce di sé. Le critiche e la mancanza di accettazione rendono problematica la definizione di sé, incidendo negativamente anche sull'autostima e innescando il desiderio di adattarsi e conformarsi alle attese "AD OGNI COSTO"! Il gruppo di amici acquista un'importanza sempre maggiore nell'esperienza dell'adolescente: il confronto e l'accettazione diventano criteri fondamentali per definire un'immagine di sé ideale a cui tendere.   Un'altra fonte che influenza la percezione della propria immagine corporea e il desiderio di cambiamento/adeguamento negli adolescenti sono i media. I messaggi pubblicitari e televisivi condizionano le scelte e forniscono ideali a cui aspirare; i ragazzi e le ragazze adolescenti sono più sensibili ed esposti all'influenza dei mezzi di comunicazione, essendo in una fase di grande cambiamento e in cerca di modelli a cui conformarsi per sentirsi accettati e parte di un gruppo.   Le conseguenze di un contesto sociale e familiare che non è in grado di fornire un supporto adeguato in questa fase delicata della crescita possono essere sia psicologiche, che fisiche. É possibile sviluppare patologie depressive e disturbi del comportamento alimentare (come anoressia o bulimia); le diete restrittive e/o l'eccessivo sforzo fisico, inoltre, possono causare l'abbassamento delle difese immunitarie, aumentando le possibilità di contrarre malattie e infezioni, e modificare gli equilibri ormonali, causando ad esempio nelle ragazze la scomparsa del ciclo mestruale (amenorrea).   Una conseguenza estrema, che risente della percezione di inadeguatezza vissuta nel periodo adolescenziale, è il ricorso ad interventi di chirurgia plastica per modificare ciò che del proprio aspetto corporeo non si è riuscito ad adattare all'immagine ideale di sé. Talvolta il desiderio di conformarsi ad un modello determina la mancanza di accettazione di sé e può diventare un'ossessione CAMBIARE IL PROPRIO ASPETTO AD OGNI COSTO! Il dolore e la sofferenza che accompagnano questi cambiamenti potrebbero diventare il giusto prezzo da pagare per ottenere quell'aspetto, che nell'immaginario e nella mente dell'adolescente, potrà garantire l'accettazione da parte degli altri. La ragazza che ha scelto di intervenire sul suo corpo per trasformarlo in quello di una Barbie è l’esempio estremo di questo tipo di intervento di adeguamento della propria immagine corporea ad un'immagine ideale irrealistica e, in condizioni naturali, irraggiungibile.     L'adolescenza è una fase complessa, dove si ricevono molteplici stimoli e che richiede di stare al passo con cambiamenti rapidi e sensazioni nuove. Il supporto di relazioni familiari positive e di affetto, e l'accettazione da parte del gruppo di amici aiutano a essere meno soggetti alle influenze degli stereotipi socioculturali e a creare un'immagine di sé più positiva, nonostante le NORMALI e UMANE imperfezioni, che hanno l'importantissimo compito di rendere ogni persona unica. Eleonora Arata

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Le emozioni possono essere intelligenti? E quanti ...

Non solo le emozioni possono essere intelligenti, ma esistono anche molteplici tipi di intelligenza! La teoria delle intelligenze multiple di Gardner (1993) ha sfidato il tradizionale punto di vista dell’intelligenza considerata come una capacità unitaria che può essere misurata attraverso i test. Gardner presentò nove abilità mentali indipendenti per ogni persona: Intelligenza linguistica permette agli individui di comunicare e di costruire il significato del mondo attraverso il linguaggio, è la capacità di utilizzare un vocabolario chiaro ed efficace. I poeti esemplificano questa intelligenza nella sua forma matura; Intelligenza musicale permette alle persone di creare, comunicare e comprendere i significati e le altezze dei suoni, le costruzioni armoniche e contrappuntistiche. I compositori e gli strumentisti mostrano chiaramente questa intelligenza; Intelligenza logico-matematica permette agli individui di usare e di apprezzare le relazioni astratte, riguarda il ragionamento deduttivo e le catene logiche. Gli scienziati, i matematici e i filosofi contano su questa intelligenza; Intelligenza spaziale rende possibile alle persone di percepire informazioni visive e spaziali, di trasformare tale informazione e di ricreare immagini tratte dalla memoria. Queste capacità sono necessarie nel lavoro degli architetti, degli scultori e degli ingegneri; Intelligenza corporeo-cinestetica chi la possiede ha una padronanza del corpo che gli permette di coordinare bene i movimenti. In generale si può ritrovare nei ginnasti e nei ballerini, ma anche nei chirurghi, coreografi e artigiani; Intelligenza interpersonale è la capacità di comprendere gli altri, le loro esigenze e le paure, di creare situazioni sociali favorevoli e di promuovere modelli sociali e personali vantaggiosi. Si può riscontrare nello specifico nei politici e negli psicologi o in generale in quanti possiedono spiccata empatia e abilità di interazione sociale; Intelligenza interpersonale è la capacità di comprendere la propria individualità, di saperla inserire nel contesto sociale per ottenere risultati migliori nella vita personale e anche di sapersi immedesimare in personalità diverse dalla propria; Intelligenza naturalistica consiste nel saper individuare determinati oggetti naturali, classificarli in un ordine preciso e cogliere le relazioni tra di essi. Alcune tribù aborigene mostrano una grande capacità nel sapersi orientare nell’ambiente naturale riconoscendone anche i minimi dettagli; Intelligenza esistenziale rappresenta la capacità di riflettere consapevolmente sui grandi temi come la natura dell’universo e la coscienza umana.   Dunque le emozioni non solo possono essere intelligenti, ma l’intelligenza può essere emotiva! Una persona mostra una buona intelligenza emotiva quando è capace di motivare sé stesso e di perseguire un obiettivo nonostante le frustrazioni, quando è in grado di controllare gli impulsi e di rimandare la gratificazione, quando è capace di essere empatico e di sperare. Nessuno può ancora dire esattamente quanto l’unicità di ogni persona sia dovuta all’intelligenza emotiva (Goleman, 1995). Salovey (1990) nella sua definizione di intelligenza emotiva include le intelligenze personali di Gardner, estendendo questa abilità a cinque ambiti principali: Conoscenza delle proprie emozioni: l’autoconsapevolezza di un sentimento nel momento in cui si presenta Controllo delle emozioni: la capacità di controllare le emozioni in modo che siano appropriate alla situazione e la capacità di esprimerle in modo costruttivo Motivare sé stessi: la capacità di dominare le emozioni per raggiungere un obiettivo è una dote essenziale per concentrare l’attenzione, per trovare motivazione e controllo emozionale Riconoscimento delle emozioni altrui: ossia l’empatia, fondamentale nelle relazioni con gli altri Gestione delle relazioni: l’arte delle relazioni si basa proprio sulla capacità di dominare e relazionarsi con le emozioni altrui. Ci tengo a sottolineare che tutte le eventuali carenze della nostra intelligenza emozionale possono essere migliorate in qualsiasi momento della nostra vita. Le persone emotivamente intelligenti sono socialmente equilibrate, espansive e non sono soggette a paure di natura ansiosa. Hanno la capacità di dedicarsi ad altre persone e di assumersi la responsabilità di avere prospettive etiche e morali. In generale queste persone tendono ad essere sicure di sé ed esprimono i propri sentimenti in modo diretto.   Ci tengo a sottolineare che tutte le eventuali carenze della nostra intelligenza emozionale possono essere migliorate in qualsiasi momento della nostra vita! Noemi Di Lillo

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