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Psicologia

Il diario alimentare nella consulenza psicologica

"Da domani inizia la dieta", "Sono sempre di corsa, chi ha tempo di cucinare!", "Ultimamente ho sempre fame", "Ho ancora fame, però è meglio se mi tengo", "La mia amica ha provato una nuova dieta, dice che ha funzionato benissimo!", "Sono stressato quindi ingrasso", "L'importante è mangiare sano!".   Quale rapporto con il cibo? Il cibo non ha come unico scopo la sopravvivenza; tutti possono fare esperienza del fatto che il rapporto con il cibo può essere influenzato da diverse variabili ed esserne più o meno consapevoli. Il comportamento alimentare non è solamente un istinto che garantisce la sopravvivenza, ma è guidato dal significato che la persona attribuisce al cibo e dalle conseguenti motivazioni e intenzioni con cui ci si avvicina alla tavola.   È importante trovare un equilibrio tra i bisogni fisiologici, che spingono all’assunzione del cibo, e i bisogni psicologici, che modificano e, a volte distorcono, la percezione dei segnali di appetito o di sazietà.   Il diario alimentare nella consulenza psicologica Il diario alimentare è uno strumento utilizzato in psicologia per aumentare la consapevolezza di: Cosa mangio: qualità e quantità del cibo consumato; Quando lo mangio: momenti della giornata in cui si sente la necessità di assumere cibo; Come mi sento: valutazione dell’influenza che i vissuti emotivi hanno sulla sensazione di fame; Cosa penso: indagine di pensieri, motivazioni, intenzioni e aspettative che guidano l’assunzione del cibo.   I comportamenti alimentari riportati sul diario possono essere successivamente discussi con lo psicologo. L’aumento della consapevolezza relativa alla propria alimentazione è uno dei primi elementi che possono portare ad un cambiamento. Per favorire il benessere e la salute dell’individuo è importante tenere in considerazione sia le variabili psicologiche, che quelle legate all’alimentazione: lo scopo è raggiungere un equilibrio tra i bisogni fisiologici e quelli psicologici. Talvolta, proprio per questo motivo, è necessario l’intervento di più professionisti (psicologo, dietista, nutrizionista, ecc).   Compilazione del diario alimentare Importante! La costanza. È importante compilare il diario quotidianamente, per non avere spazi bianchi: è difficile recuperare in un momento successivo le informazioni in memoria. È importante quindi segnare tutto, anche e soprattutto quando non se ne avrebbe voglia! La precisione e i dettagli. Ogni volta che si sente la necessità di mangiare è importante annotarlo, sia che questo bisogno venga assecondato, sia che venga ignorato.  Sono da annotare anche la dosi utilizzate per le porzioni. Questo strumento comincia a essere utile dopo uno o due mesi di utilizzo.

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Scegliere di ascoltare Cuore o Ragione?

Il cuore ha le sue ragioni che la Ragione non conosce. Quante volte l'abbiamo letto? In effetti il cuore ha un proprio cervello, che la parte razionale, spesso, ignora, ma cui comunque rimane collegata. Così capita che "il cuore si innamora" senza un perché "razionale": prova emozioni, prova sensazioni fisiche, batte e ribatte, a volte fa proprio delle vere capriole e noi sussultiamo. Mi è capitato di ascoltarlo e di sentirne i battiti irregolari, impazziti al pensiero di...  che strana connessione! Così simultanea e così meravigliosamente "intelligente". Il cuore "sente", credo abbia anche due belle orecchie con amplificatore in dotazione: registra tutto, suoni, odori, profumi, ricordi, un apparecchio davvero fenomenale. Il mondo delle emozioni è davvero enigmatico eppure così chiaro, è semplicemente allergico, in certe circostanze, al Censore cognitivo, quello che vorrebbe dare spiegazioni, che vorrebbe dare ragioni di ciò che accade, valutare i pro e i contro, dare giudizi di via libera o di "stop!". E come può farlo? Al cuor non si comanda! dice un altro detto popolare. E allora perché non impariamo a concederci di "stare con le nostre emozioni"? Diamo loro cittadinanza in noi, lasciamole vivere e fluire, ascoltiamole anziché fare loro dei processi, dove siamo giudici e pubblici ministeri, tendiamo a condannare anziché dare una libertà vigilata. Negative o positive, sono "nostre", ci appartengono: possono essere di grande dolore, ma anche di grande gioia, blu o rosse, gialle o verdi. Sono "un mondo sommerso" che abita in noi: indossiamo muta, maschera e boccaglio e immergiamoci, senza paura. Impariamo a prendere confidenza con il nostro "fondale" emotivo; lo scopo non è quello di affogare ogni volta che si alza la marea, ma di imparare quantomeno a stare a galla. E poi, per chi metaforicamente "non sa nuotare molto bene", è un ottimo esercizio per acquietare la fretta di mettersi in salvo: non possiamo scappare da ciò che vive in noi, possiamo conoscerlo e decidere di amarlo oppure di negarlo, ma lì rimarrà, a chiederci attenzione. Vale la pena provarci, sempre! Maria Cristina Caccia

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Ostaggi delle emozioni

L'aspetto delle cose varia secondo le emozioni; e così noi vediamo magia e bellezza in loro, ma, in realtà, magia e bellezza sono in noi. (Kahlil Gibran) Vi è mai capitato di sentirvi "ostaggi" delle emozioni? Cosa si prova? Ci si sente letteralmente "in balìa" di forze che fanno un po' quello che vogliono, al di là del controllo razionale. Situazioni in cui si capisce, a livello cognitivo, che una data risposta emotiva è errata oppure fuori luogo, eppure le diamo fiamma. E a volte brucia, mamma se brucia! Conclusa la "fase apicale", rivediamo l'azione e comprendiamo quanto siamo andati fuori dalle righe e fino a che punto, diventando i nostri peggiori giudici.   Cosa accade? Le emozioni, di fronte a un coinvolgimento affettivo profondo, in particolare, si prendono lo scettro e comandano, fanno le imperatrici e scendono talmente nella parte, da farci fare quello che vogliono. Siamo totalmente "prigionieri" di impeti, inquisizioni, teorie complottiste e la cosa strana è che, mentre questo "effetto inebriante" ci stringe a sé, siamo convinti di essere "buoni e giusti" e di agire in nostra difesa, "facendo vedere di cosa siamo fatti". Quanti errori commettiamo quando indossiamo le lenti dei nostri schemi più distorsivi! In "Alchimia Emotiva", Tara Bennet parla chiaramente di deprivazione emotiva, abbandono, sottomissione, perfezionismo, vere e proprie "lenti" emotive e cognitive con cui leggiamo gli eventi in cui ci sentiamo particolarmente coinvolti. Attenzione alle forze emotive: l'intelligenza di cui parlano Goleman e molte altre Voci della psicologia e delle neuroscienze, è quella del cuore, quella più importante per noi, che si radica nel cervello più antico, quello limbico, e che ci rende affettuosi o irascibili, aggressivi o docili, dietrologisti o fiduciosi, sereni o cupi, tristi o speranzosi. Predisposizione genetica a parte, il tono emotivo è quello che caratterizza in modo più evidente il nostro linguaggio intra e interrelazionale e si struttura a diversi livelli e secondo diverse interazioni: possiamo intervenire e renderlo più elastico e flessibile, più tonico e funzionale, incominciando a praticare una maggiore consapevolezza di ciò che sentiamo davvero, di quello che esprimiamo e di quante volte nutriamo i nostri bisogni oppure li lasciamo nascosti. Il "piccolo cervello del cuore" è ipersensibile, ma dotato di una propria saggezza che non ha concorrenti: seguiamo quello, con un occhio vigile sulla realtà. Lì si radica il nostro sentire più intimo, quello che ci portiamo dentro da moltissimo tempo... Maria Cristina Caccia

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Dare un senso alla nostra vita passata ci aiuta a ...

La nostra vita come figli è in parte un capitolo della storia dei nostri genitori. Ogni generazione è influenzata da quella precedente e influenza quella successiva. Anche se i nostri genitori possono aver fatto del loro meglio, possiamo aver avuto esperienze precoci che non vorremmo trasmettere ai nostri figli. Eppure da adulti ci ritroviamo a comportarci come faceva mamma con noi o a parlare a nostro figlio o al nostro partner come ci parlava papà… ma anche se molto spesso ci ritroviamo “attaccati” comportamenti che abbiamo a nostra volta ricevuto da bambini, non siamo destinati a ripetere obbligatoriamente i pattern dei nostri genitori o del nostro passato. Se riusciamo a comprendere il senso della storia della nostra vita possiamo costruire esperienze positive che ci consentono di andare oltre i limiti posti dal nostro passato e di creare un modo diverso di vivere per noi.   È importante dare un senso alla nostra infanzia Riflettere sulle esperienze della nostra infanzia può aiutarci a dare un senso alla storia della nostra vita… ma gli eventi della nostra infanzia non possono essere cambiati! Vero. Ma allora perché è utile una simile riflessione? Una comprensione profonda di noi stessi può cambiare ciò che siamo. Dare un significato alla nostra storia ci dà la possibilità di scegliere i nostri comportamenti e di aprire la nostra mente ad uno spettro più ampio di esperienze, di avere un modo di comunicare con il nostro partner e con i nostri futuri figli che promuova sicurezza nel loro attaccamento.   L’attaccamento in età adulta Innanzitutto che cos’è l’attaccamento? È un sistema dinamico di comportamenti che sostengono e creano un legame specifico tra due persone, in cui si percepisce il bisogno di stare vicino emotivamente e fisicamente all’altro di riferimento. Ognuno di noi presenta un atteggiamento generale rispetto all’attaccamento, sviluppato nell’infanzia verso i nostri genitori, che influenza e si ripropone nelle nostre relazioni da adulti. Le modalità e i contenuti con cui raccontiamo le storie della nostra vita infantile lasciano trasparire la tipologia del nostro attaccamento. Di seguito riporto le correlazioni emerse dalle ricerche della psicologa Main (2003): in base al tipo di attaccamento che abbiamo sviluppato da bambini è possibile prevedere che attaccamento avremo da adulti nei confronti del nostro partner e dei nostri figli. Bambino Adulto Sicuro Libero e autonomo Ambivalente Preoccupato o invischiato Disorganizzato Non risolto/disorganizzato            Attaccamento adulto sicuro Le persone che riescono a parlare delle esperienze vissute nella loro storia e nel loro attaccamento, mostrano delle narrazioni caratterizzate da flessibilità, oggettività e capacità di valutare l’importanza delle relazioni interpersonali. Le narrazioni risultano coerenti e riescono ad integrare nei loro discorsi il passato, il presente e ciò che li aspetta dal futuro.   Attaccamento adulto distanziante Questo attaccamento si mostra nelle persone che hanno avuto esperienze infantili dominate da una mancanza di disponibilità emozionale e da comportamenti di rifiuto da parte dei genitori. Può capitare che una volta diventati genitori, questi adulti si mostrano scarsamente sensibili rispetto ai segnali che inviano i figli e il loro mondo interiore sembra avere come componente fondamentale l’indipendenza. Le esperienze infantili raccontano di un “isolamento emotivo”, di un ambiente famigliare freddo e molto spesso sostengono di non ricordare le esperienze vissute da bambini. Nella loro vita sembra mancare un senso al ruolo che gli altri o il passato possono aver esercitato sul loro sviluppo, tenderanno quindi a svalutare la rilevanza delle relazioni interpersonali nella loro vita.   Attaccamento adulto preoccupato È frequente nelle persone che nei primi anni di vita hanno avuto esperienze di genitori che si prendevano cura di loro in modo incostante e imprevedibile. Spesso questi adulti diventano genitori pieni di dubbi e paura per quanto riguarda la possibilità di fare affidamento sugli altri e presentano un atteggiamento di base preoccupato caratterizzato da ansia, incertezza e ambivalenza verso le persone significative della loro vita presente. Le loro narrazioni sono in genere ricche di aneddoti che rivelano come questioni del passato lasciate in sospeso continuano ad entrare prepotentemente nel presente e tali intrusioni hanno un impatto negativo sulla capacità di rispondere in maniera flessibile a ciò che sta capitando nel qui ed ora.   Attaccamento adulto non risolto Persone che hanno vissuto perdite o traumi rimasti irrisolti possono entrare improvvisamente in stati che risultano allarmati o disorientati. Una volta diventati genitori per esempio possono apparire distanti ed estraniati quando il loro bambino è irrequieto o manifestare segni di disagio, oppure possono arrabbiarsi e diventare minacciosi se un bambino eccitato corre cantando “troppo forte”. Ma perché succede questo? La presenza di elementi non risolti determina un’interruzione nei flussi di informazioni nella mente e riduce le capacità di raggiungere un equilibrio emozionale e quindi di mantenere una relazione flessibile con gli altri. Questi processi influenzano in modo diretto le relazioni significative con gli altri nel presente.   E tu, che attaccamento pensi di aver sviluppato nella tua infanzia? Essere consapevoli della nostra storia ci può aiutare a vivere meglio con gli altri e a diventare genitori flessibili e accoglienti. Diversi studi (Siegel – Hartzell, 2005) dimostrano che uno stato di attaccamento sicuro può essere “acquisito” in età adulta attraverso un processo di crescita associato a relazioni positive con amici, partner, insegnanti o terapeuti. Incominciare cercando di approfondire la conoscenza che abbiamo di noi stessi e della nostra infanzia ci aiuta ad elaborare una storia coerente della nostra vita e ci permette di unire e integrare i temi del nostro passato con quelli del nostro presente, mentre ci muoviamo verso il futuro. Noemi Di Lillo

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Camminare nella natura per evitare la depressione

Camminare nella natura previene il rischio di depressione e riduce lo stress: una ricerca statunitense ci spiega il perché. Stare a contatto con la natura migliora il nostro benessere psico-fisico e adesso l'ennesima conferma arriva da una ricerca sviluppata dalla Stanford University e pubblicata su "Proceedings of the National Academy of Science". Per la ricerca è stato selezionato un campione di 38 persone suddivise in 2 gruppi da 19: al primo gruppo è stato chiesto di fare una passeggiata in mezzo alla natura per 90 minuti, al restante gruppo di camminare in una zona urbana trafficata.  Al termine della prova sono stati misurati il battito cardiaco, la frequenza respiratoria e il livello di attività della corteccia prefrontale subgenuale.  E' stata scelta specificatamente quest'area in quanto coinvolta principalmente nel fenomeno della ruminazione, il rimuginare in maniera ossessiva su pensieri negativi, fattore di rischio per lo sviluppo di depressione e altre malattie mentali. I risultati hanno dimostrato che tutti coloro che avevano trascorso del tempo passeggiando in mezzo al verde avevano riportato una riduzione dell'attività neuronale associata alla corteccia prefrontale subgenuale. Ciò significa che si è potuta osservare una diminuzione della ruminazione favorita dall'ambiente naturale in grado di suscitare emozioni positive distraendo dai pensieri ricorrenti negativi. Questa ricerca lancia un allarme importante sul rischio che un'urbanizzazione sempre crescente possa indurre un aumento delle malattie mentali. Nello stesso tempo offre dati utili per poter pensare ad un modo diverso di organizzare la vita in città, privilegiando parchi, giardini, piste ciclabili immerse nel verde.

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Sospendi il giudizio (Autostima, pensiero positivo...

Ti è mai capitato di guardarti allo specchio e di scoprire, per la prima volta, di non piacerti, di provare un senso si insoddisfazione o, peggio, di rifiuto? Se non ti perdoni nulla, ti do un suggerimento: sospendi il giudizio per 7 giorni su di te e sul resto del mondo, senza imprecare e senza insultarti. Poi contattami e ti spiego il perché di questo “sacrificio”.

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Il bugiardo patologico: se mentire diventa una dip...

A chiunque capita di mentire, ma per qualcuno le bugie potrebbero diventare un'abitudine dietro cui si nasconde una grave dipendenza: parliamo del bugiardo patologico. Il bugiardo patologico soffre di quella che comunemente viene chiamata Sindrome di Pinocchio. Una delle caratteristiche principali di questa patologia è la perseveranza nel continuare a mentire anche quando si è posti di fronte alla verità. L'obiettivo del bugiardo è quello di raccontare una versione alterata dei fatti per raggiungere uno scopo personale, non valutando eventuali ricadute e conseguenze di quanto detto. La Sindrome di Pinocchio in quanto tale non è stata riconosciuta come disturbo psichiatrico, ma potrebbe essere considerata uno dei sintomi appartenenti ad altre patologie, come il disturbo narcisistico, il disturbo borderline o quello antisociale.   I tratti caratteristici del bugiardo patologico La menzogna è finalizzata ad ottenere il riconoscimento e l'ammirazione degli altri, quindi farà di tutto per porsi al centro dell'attenzione. Spesso verranno messe in piedi storie improbabili solo per catturare lo sguardo dei presenti e appagare il proprio ego. In alcuni casi la persona inventa sintomi o gravi traumi con l'intento di impietosire l'altro mostrandosi come una vittima. In altri sarà portato a raccontare imprese eroiche in cui si dipingerà come un superuomo invidiabile. Tutto questo produce col tempo atteggiamenti freddi e manipolatori: il bugiardo patologico non riesce a manifestare empatia per l'altro perché tutto il suo mondo gira intorno alla propria persona. Apparentemente la persona appare egoista e superficiale, in realtà i meccanismi sottostanti sono molto più complessi. Mancano del senso di colpa, non si sentono in difficoltà quando vengono messi sotto esame e continuano a recitare fino alla fine. Un bugiardo patologico non ammetterà mai la verità, costi quel che costi.   Di base si tratta di persone che hanno una scarsa autostima e che hanno imparato col tempo a compensarla in maniera disfunzionale, costruendo un'identità fittizia e irreale. Chi soffre della sindrome di Pinocchio diventa dipendente dalla menzogna fino al punto di non poterne fare più a meno. E' come se avesse cucito una seconda pelle su di sé. E' molto difficile identificare una personalità di questo tipo, spesso persino il partner se ne accorge dopo anni, ammaliato e manipolato dai tentativi di seduzione. Tuttavia solo attraverso un percorso psicoterapeutico la persona potrà lavorare su queste dinamiche, per cui l'unica cosa da fare in questi casi è cercare di convincerla a chiedere aiuto, anche se le resistenze saranno molto elevate. Altrimenti si dovrebbe seriamente valutare fino a che punto si è disposti a sacrificare sé stessi in nome di una relazione. Alessia Fistola

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Uomo, unità di psiche e soma

La medicina psicosomatica considera la salute come un “armonico funzionamento dell’uomo, inteso nella sua unità di psiche e soma, inserito nel proprio ambiente, nel rispetto delle caratteristiche funzionali del corpo, dei suoi ritmi, dell’intensità e della sua capacità di autoregolazione, detta omeostasi”. Esisterebbe, dunque, un’intima interconnessione fra vita psichica e biologica, tesa a riscoprire la dimensione più intima e spirituale dell’individuo, fatta di emozioni, passioni, stati d’animo, vissuti depositati in quello spazio buio e inconscio che pulsa dentro di noi. Diventa, quindi, fondamentale comprendere che, dietro la malattia, esiste un “soggetto sofferente”, che ne disegna i contorni, li definisce, fino a immedesimarsi in quel dolore che, probabilmente, viene da molto lontano e ha una storia da raccontare. Nel IV secolo a.C., Ippocrate, considerato il padre della medicina moderna, teorizzò l’esistenza di una fondamentale interrelazione tra corpo, mente e ambiente. Giunse a definire gli equilibri chimici e ormonali come “umori” in contrapposizione con le “passioni”, sostenendo che è necessario un  reciproco equilibrio, affinché gli uni non prevalgano sulle altre e viceversa, pena il verificarsi di alterazioni cagionevoli per il benessere del corpo. Nel corso dei secoli, la medicina scientifica si è sempre più specializzata, fino a vantare scoperte importantissime per la cura e la prevenzione, in grado di salvare la vita a generazioni di persone, ma, questa corsa verso sperimentazioni sempre più sofisticate si è svolta a discapito della dimensione emozionale dell’uomo. Le “passioni” sono forze che vibrano dentro di noi, energia pura che alimenta i nostri stati d’animo, guida il nostro comportamento e il nostro modo di essere nel mondo. Le circostanze quotidiane, intrise di monotonia e, spesso, eccessiva superficialità, a lungo andare paralizzano la nostra spontaneità che teme di essere giudicata e, quindi, rifiutata, condannandosi alla solitudine. Per questo motivo, tendiamo a omologarci agli altri per non sentirci diversi e, quindi, più facilmente accettati. Così facendo, ci dimentichiamo di noi stessi. L’anima si appesantisce, il respiro si accorcia e l’ossigeno circola tra gli organi vitali in maniera insufficiente. Qualcosa, dentro, inizia a cambiare e il nostro corpo sembra procedere in completa autonomia. Lo scollamento tra mente e fisico è riconducibile allo sganciarsi di un carro dal suo prode cavallo: senza guida, la traiettoria è perduta e quel carro è destinato a sbattere, prima o poi, e a spezzarsi. L’approccio psicosomatico suggerisce di dedicare più attenzione ai messaggi del corpo, che riflettono il nostro sentire più profondo. Ascoltiamo cosa ha da dirci. Esistono dolori contro cui nulla possiamo e, che, per la loro stessa natura, difficilmente riusciremmo a vivere come espressione di un Io lacerato, ma un ritrovato rapporto con la propria interiorità, può rivelarsi un eccellente risorsa per non perdere mai il coraggio di guardare avanti e portare la vita in trionfo, contro l’irreversibile finitezza che ci appartiene dalla notte dei tempi.   Maria Cristina Caccia

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Come funziona la visualizzazione (Allenamento ment...

“Se lo vedi, ci credi!”. Quanto sei disposto a impegnarti per incrementare le tue abilità, nello sport, per rendere più veloce l’apprendimento di un’abilità, o nella vita privata, ad esempio per potenziare lo studio o per imparare a suonare uno strumento? Quanto sei disposto ad assumerti la responsabilità dei tuoi errori?

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Scrivere di sé stessi è... prendersi cura di sé

L’Uomo ha bisogno di raccontare e raccontarsi, aprendo porte su sé stesso anche per sentirsi “meno solo”. Le parole descrivono l’intensità di uno stato d’animo, ne raccontano l’aspetto positivo o negativo, che traspare dal racconto e dal modo in cui esso viene veicolato attraverso la gestualità, il tono della voce, il respiro. Spesso non abbiamo nessuno con cui dialogare proprio nell’istante esatto in cui l’ansia non ci fa respirare oppure una gioia immensa ci inebria. Un foglio di carta e una penna diventano ottimi interlocutori cui affidare i nostri segreti più profondi, le nostre immediate emergenze del cuore: scrivere è una forma di sollievo dell’anima, come Jung sottolineò “…scrivere equivale a creare, ed il processo creativo risulta terapeutico in sé”. La scrittura come terapia è intesa in senso rigenerativo, in quanto facilita l’auto-conoscenza e la riscoperta di una rinnovata intimità con sé stessi. Mentre si scrive un’emozione, la si oggettivizza, diventando spettatori esterni disidentificati, secondo la visione psicosintetica, così, nella rilettura, la prospettiva cambia, è più lucida e generosa di “calmanti mentali” che, pochi istanti prima, non erano neppure immaginabili. Affidare l’impeto dell’Anima all’inchiostro di una penna che scorre veloce e non lascia tregua e disegna strani simboli, mentre ci si prende una pausa in cui si  rimugina, si pensa, si riflette, è un gesto di grande aiuto. Nell’atto di depositare sfoghi, sogni, visioni, intuizioni, dubbi, estraiamo parti importanti dal “nostro scrigno” più profondo, concedendoci la libertà di dire quello che non osiamo esprimere a voce, di interrompere e ricominciare, di cancellare e riscrivere un finale differente. La scrittura diventa una forma di auto-esplorazione, in cui emergono vissuti, intrisi di ricordi e riformulazioni personali, interpretazioni e immagini di un passato che sembra quasi più simpatetico e meno ostile. Il diario giornaliero su cui prendere appunti di vita è un compagno di viaggio davvero affidabile: ascolta i nostri pensieri, ci rimanda verità a volte scomode ma autentiche, non ci tradisce mai e, soprattutto, non cambia idea. Semmai la conserva per le “migliori occasioni”. Lascio che i pensieri si succedano sotto la penna nello stesso ordine in cui i temi si sono presentati alla mia riflessione: così potranno rappresentare meglio i moti e il cammino della mia mente. (D. Diderot) Maria Cristina Caccia

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Amenorrea: quando l'assenza del ciclo mestrua...

L'amenorrea, l'assenza del ciclo mestruale, rappresenta una problematica particolarmente diffusa tra le giovani e le giovanissime, così come tra le donne adulte. Spesso l'amenorrea emerge come sintomo di un malessere più vasto riguardante il corpo, accompagnandosi a segnali fisiologici notevoli, come alterazioni del peso, squilibri ormonali, disturbi alle ovaie. E' molto importante, però, stabilire se l'amenorrea rappresenti una causa o, piuttosto, una conseguenza di una condizione psicofisica di stress e mancato equilibrio. L'amenorrea è solo una condizione fisiologica, le cui cause sono da ricercare nel corpo e le sue funzioni? Oppure può trattarsi, talvolta, di una problematica essenzialmente psicologica? E' possibile che l'assenza del ciclo mestruale sia, in realtà, il segnale di un malessere della mente? La prima cosa da stabilire, in caso di amenorrea, è se si tratti di amenorrea primaria, nel caso in cui non sia ancora mai comparso il ciclo mestruale nonostante l'età già abbastanza "avanzata", in genere oltre i 16 anni, oppure di amenorrea secondaria, nel caso in cui, piuttosto, il ciclo mestruale abbia subito un improvviso arresto in seguito alla sua comparsa spontanea e regolare. In questa seconda condizione, è importante stabilire le cause che hanno portato a tale arresto. Le cause della amenorrea secondaria possono essere ormonali, dunque fisiologiche, legate all'attività delle ovaie; correlate all'alimentazione, a denutrizione e/o a disturbi del comportamento alimentare (anoressia, bulimia); legate ad un forte stress psicologico, ed in questo caso si tratterebbe di un'amenorrea temporanea, di pochi mesi, a meno che lo stress particolarmente intenso non abbia intaccato determinate funzioni fisiologiche portando a squilibri ormonali, disordini alimentari o alterazioni del peso tali da disturbare anche il regolare svolgersi del ciclo mestruale. Il ciclo mestruale possiede una valenza psicologica estremamente profonda, nell'immaginario inconscio di una donna. Il sangue mestruale rappresenta la fertilità, il legame intenso ed ancestrale con la natura e la propria femminilità in evoluzione verso la transizione all'età adulta, ed al tempo stesso richiama il simbolo del dolore, del sacrificio femminile per la riproduzione. Il ciclo mestruale simboleggia anche la scoperta, da parte della giovane donna, della sessualità e del suo aspetto più segreto, intimo e corporeo, legato alla fisicità. Con la comparsa del menarca, la bambina diviene una donna capace di generare una nuova vita e portarla all'interno del suo utero, un luogo oscuro e fino ad allora segreto e sconosciuto. Lo stress psicologico è molto più potente di quanto possiamo pensare, e può persino alterare le normali funzioni fisiologiche del nostro corpo, come quelle delle ovaie. In periodo di forte stress, inconsciamente, la psiche femminile può arrivare a soffrire di uno stato di agitazione e disagio tale da avvertire la realtà come pericolosa, escludendo così la possibilità di riproduzione, giungendo abloccare il ciclo perché ciò non avvenga. Ancora, un intenso conflitto psicologico inconscio con la propria femminilità, con la propria crescita - complice, spesso, un rapporto difficile con la figura materna o paterna - può condizionare non solo la psiche ma anche il corpo e le sue funzioni.  L'amenorrea potrebbe dunque essere la conseguenza di uno stato di malessere interiore che, inascoltato, tenta di farsi strada attraverso il fisico. Maria Lupoli

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Conosci la tua... respons-abilità?

Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo (Mahatma Gandhi) Facile dare la colpa agli altri, al destino, al fato. Molto semplice. Eppure le cose non stanno proprio così. Siamo “respons-abili” ovvero capaci di dare una risposta alle circostanze ovvero di agire rispetto allo stimolo: la scelta è nostra, conscia o inconscia, scegliamo di vedere quel problema o di sentire quelle emozioni prevaricare in noi. Reattivi o proattivi – come suggerisce Covey – (cit. “Le 7 regole per avere successo”), ci apprestiamo a vivere quanto ci accade convinti di essere spontanei e di non avere altro modo di uscirne o di vederne vie di uscite. Convinti, questo è il punto. Tra lo stimolo e la risposta che noi diamo esistono le interferenze, quei condizionamenti che ci portiamo dentro e che ormai alla mente suonano così familiari da metterli in atto automaticamente, che ci piaccia oppure no. Questo non significa che creiamo situazioni sfavorevoli e chi le vorrebbe! Significa che il modo in cui rispondiamo cambia il colore delle circostanze. Dal linguaggio del “devo fare” o “devo avere” il cambio di paradigma è “posso essere” o “posso fare”: dipende da quanto decidiamo di lavorare sulla nostra area di influenza, quella che possiamo controllare, quella che vede coinvolti in prima linea noi stessi. Impariamo a conoscerci, per comprenderci e andare verso una nostra indipendenza dalle situazioni per poi passare alla sfera pubblica, quella in cui si intrecciano relazioni e confronti con “gli altri”, dai quali non dobbiamo far dipendere il nostro stato d’animo, ma con i quali possiamo provare a vivere i nostri valori, tutelandoli e integrandoli. Il win-win è un approccio vincente per noi stessi: ci fa essere in mezzo agli altri senza snaturarci. E’ importante preservare la propria originalità, ma questo agire richiede impegno e volontà, oltre a immaginazione e coscienza vigile. E’ necessario voler lavorare su stessi per essere attori e non solo protagonisti di quanto ci accade. Decidiamo noi se vogliamo o meno essere felici in qualsiasi situazione gestibile. Inutile cercare di fare gli eroi di fronte a eventi che non possiamo controllare: meglio allora scegliere come affrontarli e qui inizia il gioco. Buona partita! Maria Cristina Caccia

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Come scriviamo il nostro Copione di vita?

Nel precedente articolo “Il Copione di vita: la storia della nostra vita scritta da noi stessi!” ho spiegato che il Copione è un piano di vita inconscio basato su Decisioni prese ad un qualunque stadio dello sviluppo, che inibiscono e limitano la flessibilità nel risolvere problemi e nel relazionarsi agli altri (Erskine, 1980). Le Decisioni vengono prese in risposta ai Messaggi di Copione che provengono prevalentemente dai nostri genitori (Stewart – Joines, 2000).   Come vengono trasmessi i Messaggi di Copione? Ancor prima di essere capace di parlare il bambino interpreta i messaggi non verbali dei genitori. Ha una percezione acuta delle espressioni, delle tensioni corporee, dei movimenti, dei toni di voce. Se la mamma lo tiene stretto e al caldo, il bambino sentirà: “Io ti accetto e ti amo”, ma se la mamma lo tiene rigidamente, un po’ discostato da sé, il bambino può sentire: “Io ti rifiuto e non ti voglio vicino”. La mamma può essere del tutto inconsapevole delle proprie tensioni verso il suo bambino. Quando il bambino comincia a capire il linguaggio, la comunicazione non verbale è ancora importante e la userà per interpretare le parole dei genitori. Ad esempio, il piccolo Marco porta a casa un nuovo libro ed inizia a leggere, il papà con tono aspro dice: “Hai letto male!”, Marco potrebbe interpretare le parole del papà così: “Non voglio averti intorno”. I Messaggi di copione spesso sono espressi sotto forma di ordini diretti: “Sbrigati!”, “Non essere stupido!”, “Fai quello che ti ho detto!”. La potenza di questi Messaggi dipenderà da quanto sono ripetuti e dai segnali non verbali che li accompagnano. Spesso al bambino non viene detto solo ciò che deve fare, ma anche quello che è: “Tu sei la mia bambina”, “Non ce la farai mai”, “Sei brava a leggere”. Il contenuto può essere positivo o negativo, diretto o indiretto: “Non è molto forte, sapete”. Spesso il bambino dà per scontato che tali messaggi siano la realtà e su questi si modella e si adatta.   Quali sono i Messaggi di Copione? Sono i comandi e i permessi. In Analisi Transazionale definiamo Contro-ingiunzioni i comandi su cosa fare e cosa non fare, più alcune definizioni degli altri e della realtà. Tutti noi ne abbiamo ricevuti moltissimi. Eccone alcuni tipici: “Sii buono”, “Lavora sodo”, “Bisogna lavare i panni sporchi in casa”, “Non si dicono le bugie”. In riferimento alle contro-ingiunzioni prendiamo delle Decisioni per adeguarci agevolmente al contesto sociale e questi comandi ci aiutano a non urlare a tavola, a non buttare a terra il cibo che non vogliamo… tuttavia ci sono dei messaggi che influenzeranno la nostra vita in modo negativo. Ecco le cinque contro-ingiunzioni principali: “Sii perfetto” – “Sii forte” – “Sforzati” – “Cerca di piacere” – “Sbrigati” Se il bambino sente una coazione a seguire questi messaggi, vuol dire che è convinto di poter essere OK fintantoché obbedisce al comando. Può accadere quindi che da adulto lavorerò talmente tanto sodo da farmi venire un ulcera per lo stress, pur di seguire il comando “Sforzati”, oppure non mi esporrò mai in modo diretto e sarò sempre accomodante verso i desideri altrui, sopprimendo i miei bisogni per obbedire al comando “Cerca di piacere” . Definiamo invece Ingiunzioni i permessi. Le ingiunzioni non sono verbali, vengono avvertite sotto forma di emozioni, di sensazioni corporee e sono rispecchiate nel comportamento. Immaginate una madre con il suo neonato, nell’accudirlo la mamma potrebbe tornare indietro alla sua infanzia e potrebbe provare piacere dallo scambio di carezze, come le piaceva essere accarezzata quando lei stessa era molto piccola. È probabile che il neonato avverta: “Mamma mi vuole e le piace che io sia vicino a lei”. La mamma sta dando al neonato il permesso di esistere e di starle vicino. Tuttavia la mamma potrebbe invece avvertire qualcosa di diverso: “Tutto questo è pericoloso, ora c’è un nuovo bambino che dovrà avere tutta l’attenzione, quando otterrò attenzione io?”. La mamma potrebbe essere spaventata dal nuovo arrivo e potrebbe inconsciamente sentire un rifiuto verso di lui e quindi trasmettere al bambino “Mamma non ti vuole”. I terapeuti Bob e Mary Goulding (1976) hanno elaborato un elenco di dodici Ingiunzioni base, sulle quali vengono prese le prime Decisioni negative di Copione: “Non essere” – “Non essere te stesso” – “Non essere un bambino” – “Non crescere” – “Non riuscire” – “Non fare niente” – “Non essere importante” – “Non far parte” – “Non entrare in intimità” – “Non star bene” – “Non pensare” – “Non sentire” Ad esempio il “Non sentire” può essere modellato da quei genitori che soffrono essi stessi per le loro emozioni e spesso in queste famiglie sono proibite le manifestazioni di emozioni. Oppure un genitore potrebbe spesso sminuire il pensiero del figlio: Andrea tutto orgoglioso mostra al papà i suoi sforzi per scrivere il proprio nome, il papà storce il naso e dice: “Che genio che sei!”, il padre sta tramettendo l’ingiunzione “Non pensare”. I Messaggi di Copione non possono costringere un bambino a scrivere il proprio Copione, è sempre il bambino che decide cosa fare dei comandi e dei permessi ricevuti. Può accettarli così come sono, può modificarli, può rifiutarli. I bambini sono attenti osservatori e in particolare osservano la propria mamma e il proprio papà e spesso pensano: “Quale è il modo migliore per ottenere ciò di cui ho bisogno, qui?”. A tal proposito nel precedente articolo definivo il Copione come la migliore strategia che abbiamo trovato da bambini per sopravvivere al mondo.  Se pensate alla vostra vita sicuramente troverete Comandi e Permessi a voi famigliari e che condizionano la vostra vita quotidiana. Essere consapevoli di questi Messaggi è il primo passo per cominciare ad aggiornare il vostro Copione di vita. Noemi Di Lillo

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L'incanto della mente

Capitano, a volte, situazioni in cui si è talmente concentrati su una convinzione che non si riesca a discernere la parola scritta da quello che crediamo ci sia scritto. Esempio classico quando si riceve un sms, in cui leggiamo un significato, in mancanza di punteggiature e codici veloci e abbreviati, inclusa qualche sbavatura linguistica, che, in realtà non è quello inteso dal mittente, eppure si dà una risposta secondo quello che si è fissato nella mente, attraverso un’emozione. Poi accade che un lumino improvviso si accende e… finalmente vediamo quello che in realtà era un semplice senso che non poteva essere frainteso, era lì, a guardarci, nella sua ingenua verità. Quante volte leggiamo significati che, di fatto, non appartengono a quella situazione? Sono automatismi della mente che si attivano, attraverso una nostra “parte” o Subpersonalità in termini psicosintetici, per cui “diventiamo e vediamo altro” da ciò che siamo e da ciò che avremmo dovuto intendere in modo oggettivamente incontrovertibile. In pieno “ruolo attivato” funzione mentale e funzione emozionale si intrecciano e possono distorcere la “mappa” e rimandarci un “falso intendimento”. Spesso siamo in balìa di queste “Subpersonalità” che ci fanno essere oggi in un modo, domani in un altro, con il datore di lavoro un altro ancora, e via dicendo: non siamo pazzi o disgregati, bensì siamo parti e dovremmo impegnarci a fondo per “sintetizzare” queste nostre “voci”, dando spazio e cittadinanza a ognuna di loro, cercando di “vederle” ogni volta che si manifestano. Una parola molto cara a Goleman è attenzione: è importante prestare attenzione a sé stessi, al proprio stile comunicativo ed espressivo, al proprio sentire, al proprio modo di intrecciare i pensieri, i dubbi, le zone d’ombre che ci fanno diventare diffidenti a prescindere. Siamo “mondi complessi” e dobbiamo andarci piano, che la mente è come una sirena incantatrice a volte: ci fa credere di aver perso il lume della ragione e, in realtà, si sta portando dove vuole lei. Gli automatismi sono davvero potenti: impariamo a riconoscerli. Provate a scrivere, per una settimana, la sera, ritagliandovi un momento per voi, quello che avete vissuto, in sintesi, durante il giorno, provate a tornare sul vostro stato d’animo in due o tre situazioni diverse: come eravate, sempre gli stessi? Che linguaggio avere utilizzato? Negativo o positivo? Eravate titubanti, sospettosi oppure i pensieri fluivano liberamente? Come stavate emotivamente? Scegliete tre momenti della giornata, mattino, pomeriggio e sera e provate… avete prestato attenzione a sufficienza?   Il nostro cervello è fatto in modo che l’attenzione sia tanto più alta quanto più un avvenimento suscita emozioni. (Piero Angela)   Maria Cristina Caccia

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Il Copione di vita: la storia della nostra vita sc...

Ognuno di noi ha scritto la storia della propria vita. Cominciamo a scriverla dalla nascita, quando abbiamo 4 anni abbiamo già deciso le parti essenziali e fino ai 12 anni diamo qualche ritocco e aggiungiamo gli ultimi dettagli. Infine durante la nostra adolescenza aggiorniamo il copione con personaggi più significativi e più vicini alla nostra realtà. Questa storia è il nostro copione di vita.   Cos’è il copione di vita? Il copione è un piano di vita inconscio basato su decisioni prese ad un qualunque stadio dello sviluppo, che inibiscono la spontaneità e limitano la flessibilità nel risolvere problemi e nel relazionarsi agli altri (Erskine, 1980). Tali decisioni vengono solitamente prese quando la persona è sotto stress e la consapevolezza delle possibili scelte alternative è limitata. Le decisioni di copione emergono nella vita di tutti i giorni sotto forma di convinzioni vincolanti circa l’immagine di sé, degli altri e la qualità della vita. Esempi di decisioni di copione: Devo fare ciò che vogliono gli altri per non rimanere da solo. A nessuno importa di me. Non dirò più niente e non mi fiderò degli altri. Me la sbrigherò da sola, mi impegnerò molto. Gli altri sono al primo posto e vanno compiaciuti. C’è qualcosa che non va in me. Farò in modo di non espormi così gli altri non mi rifiuteranno. Il copione è anche un sano e necessario schema di orientamento alla realtà (English, 1988) e un processo di autodefinizione psicologica. Secondo Cornell (1988) il copione “è il processo continuativo di costruzione psicologica della realtà, autodefinente e a volte autolimitante”. La formazione del copione è il processo per cui cerchiamo di dare un senso al nostro ambiente sociale e famigliare e con cui diamo un significato alla nostra vita, ci aiuta inoltre a predire i problemi della nostra vita nella speranza di realizzare i nostri sogni e desideri.   Quali sono le caratteristiche del copione di vita? Il copione è molto influenzato dai nostri genitori, fin dai primi giorni di vita i genitori ci inviano dei messaggi sulla base dei quali arriveremo a delle conclusioni su noi stessi, sugli altri e sul mondo. Questi messaggi di copione sono sia verbali che non verbali, sia consci che inconsci e costituiscono la struttura di riferimento in risposta alla quale vengono prese le principali decisioni di copione del bambino. (Nel prossimo articolo esaminerò i vari tipi di messaggi di copione e il modo in cui essi sono collegati alla decisione di copione). Il copione è decisionale, non è determinato unicamente da “forze esterne” (genitori ed ambiente sociale) deriva anche dalle emozioni e dal modo personale che abbiamo di leggere e di rispondere alla realtà nel momento in cui prendiamo la nostra decisione. Il copione è la migliore strategia che abbiamo trovato da bambini per sopravvivere al mondo. Le decisioni di copione sono quindi prese sulla base delle emozioni e dell’esame di realtà di un bambino che ragiona “dal particolare al generale”. Supponiamo ad esempio che la madre di Tommaso sia incostante nel rispondere alle sue esigenze, certe volte accorre quando lui piange, altre volte lo ignora. Tommaso non ne tra la conclusione di un adulto, ossia “della mamma non ci si può fidare quando è stanca”, ma può dedurre e decidere che “non ci si può fidare degli altri”, oppure “non ci si può fidare delle donne”. Inoltre se Tommaso si sente rifiutato dalla mamma, potrebbe attribuire la colpa a se stesso, decidendosi “c’è qualcosa che non va in me”. I bambini non sanno distinguere tra bisogni e fatti reali, sono piccoli, fisicamente vulnerabili in un mondo popolato da giganti. Da bambini ci troviamo in una posizione di inferiorità e percepiamo i genitori come dotati di un potere totale. Il copione è fuori dalla nostra consapevolezza, è necessario lavorare in terapia per scoprire il proprio copione.   Come mettiamo in scena il nostro copione nella vita adulta? Da adulti talvolta riproponiamo le strategie che decidemmo di attuare da bambini. In queste occasioni reagiamo alla realtà come se fosse il mondo che immaginammo nelle nostre prime decisioni, ad esempio “compiacere per essere accettati”, “non esprimersi per non essere sgridati”. Ma perché facciamo così? La ragione primaria è che speriamo ancora di risolvere il tema fondamentale rimasto irrisolto nella nostra infanzia: ottenere amore, attenzioni incondizionate… spesso questo è la fonte della maggior parte dei problemi delle persone. Abbiamo più probabilità di entrare nel copione quando siamo sotto stress oppure quando la situazione attuale somiglia alla situazione di stress dell’infanzia. Nel linguaggio terapeutico dell’Analisi Transazionale si dice che la situazione attuale funziona come un “elastico” che ci riporta indietro nel tempo ed è come se “mettessimo una maschera su qualcuno”. Ad esempio durante una discussione con il mio capo, sovrappongo il volto di mio padre a quello del mio capo e mi sento smarrita e senza risorse come quando papà mi sgridava.   Come uscire dal copione? Uscire dal copione significa sentirsi liberi di entrare in contatto con gli altri in modo significativo e saper trovare risposte alle situazioni che viviamo, senza idee o piani preconcetti che condizionano la nostra interpretazione della situazione e ne riducano quindi le nostre scelte comportamentali. Esempio: Oggi Maria non mi rivolge la parola. Potrei interpretare questa situazione usando una convinzione di copione e pensare che Maria non mi considera perché non sono abbastanza importante per gli altri, oppure potrei usare le mie competenze da adulta e chiedere a Maria come sta oggi e darmi modo di verificare il suo stato d’animo. Talvolta per riuscire in questo intento è necessario intraprendere un percorso terapeutico che ci aiuti a scoprire le nostre decisioni di copione e che ci aiuti a “tagliare gli elastici” che ci riportano al passato.   Il copione può essere modificato nella vita adulta? Si, è possibile modificare il nostro copione prendendo nuove decisioni da una posizione adulta, ossia da una nuova prospettiva su di me, gli altri e il mondo che sia legata al qui ed ora. Delineare questo concetto è fondamentale, altrimenti il copione rischia di diventare un “destino fatale”, una profezia che si auto-conferma, invece l’uomo è anche un solutore di problemi, non è solo spinto da bisogni di dipendenza infantile (Allen, 1988). Le influenze degli eventi della prima infanzia, come vengono compresi e fraintesi dal bambino che cresce, esercitano un potente impatto sia sullo sviluppo sano, sia sulla patologia specifica. Essi influenzano la formazione del carattere, degli atteggiamenti, dei sentimenti, delle relazioni, delle nostre concezioni sul futuro. Tuttavia, la capacità di resistenza dei bambini e dell’uomo in generale, non deve essere sottovalutata. Se cosi facessimo, vorrebbe dire che i bambini possono essere condizionati in modo diretto e prevedibile, invece molti individui superano con successo delle esperienze infantili difficili e perfino tragiche. Nel prossimo articolo: Come si prende una decisione di copione? Noemi Di Lillo

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La dimensione dell'errore

Cosa vi viene in mente quando pronunciate la parola “errore”? Quali emozioni vi suscita? Rabbia? Inadeguatezza? Senso di inutilità oppure di incapacità? La natura umana è di per sé stessa imperfetta, pertanto tendente all’errore. Ho trovato un simpatico post-it su Facebook che recita: “L’uomo compie errori, è per questo che hanno messo le gomme sulle matite”. Già un modo per ricordarci che sbagliare è umano e capita a chiunque. Per alcuni l’errore è imperdonabile, diventa un modo per castigare sé stessi, rischiando di disattivare l’autostima.   Innanzitutto cosa significa “errore”? Sbaglio, impeto che avremmo potuto controllare, una parola di troppo oppure detta al momento inopportuno, evento che ci costringe a rivedere una posizione, a discutere, a perdere tempo. Tutto negativo? Non è proprio così. L’errore è come un punto nero su un bel viso: può ingigantire e diventare un foruncolo, ma quanto incide sulla “bellezza dello sguardo”? Aumentano i “punti neri”? Cosa fare? Una bella “pulizia del viso” e la pelle ricomincia a splendere, è depurata e pulita. Chi è “l’estetista” più adatto a noi in questo caso? E’ quella voce interiore che dovremmo alimentare e che ci suggerisce una importante verità: “Tu non sei quell’errore. Tu sei molto di più. Il tuo limite è lo specchio di un atto o di un’azione che hai l’opportunità di rimediare e di migliorare”. La sentite questa voce? Le date spazio di esprimersi? Guardate che esiste in voi, ma, spesso, un SuperIo tosto e strutturato le tarpa le ali e fa prevalere la propria forza fatta di ricatti, critiche, giudizi, severità e allora noi ci condanniamo a sentirci sciocchi, a darci dei falliti. L’errore è un momento in cui ricordiamo a noi stessi che ci stiamo provando, che siamo coinvolti in un progetto, in un obiettivo. Chi nulla fa, nulla sbaglia. Siete d’accordo? Quindi i nostri errori sono punti di partenza o di ri-partenza per ampliare il nostro campo di coscienza e consapevolezza di quanto sia affascinante sapere che a ogni caduta, nel momento in cui ci rialziamo, senza punirci, diventiamo più forti. “Io non sono il mio errore, ma un centro di volontà che sperimenta questa situazione, la accoglie, la vive, la trasforma in una nuova opportunità di apprendimento”. Siamo in cammino e si può inciampare. Forza, in piedi e avanti tutta.    Maria Cristina Caccia

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Facebook, per sentirsi meno soli?

"Bisogno di contatti umani". Una delle tante spiegazioni emotive dell’uso smisurato, a volte, della vetrina più gettonata del web, “il libro delle facce”. Dal mondo della scienza arrivano considerazioni non proprio ottimistiche. Secondo uno studio condotto dall’Università americana di Pittsburgh e della Columbia Business School, chi utilizza spesso Facebook ed è abituato a postare frequentemente idee e contenuti, potrebbe dar troppo peso ai “Mi piace” ricevuti dagli amici e perdere il giusto contatto con la realtà. Quindi più le nostre foto o i nostri “post” ricevono apprezzamenti, più si rischia una “overdose di autostima”, che potrebbe scontrarsi con una realtà dalle tinte meno accese, dando luogo a disagi emozionali. Pertanto l’eccessiva esposizione e immedesimazione del proprio avatar su Facebook, quello che creiamo dando immagini di noi, a volte, non veritiere, potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio proporzionalmente a quanto distoglie dalla realtà di tutti i giorni, quella in cui siamo chiamati “così come siamo” o proviamo ad essere. Dal mondo degli internauti, invece, arrivano considerazioni piuttosto diverse, nel momento in cui questo grande “hosting virtuale” diventa un luogo dove sentirsi meno soli, quando l’essere soli è un limite che, dietro a uno schermo su cui si affacciano dieci, cento, mille volti, trova il modo di aprire una finestra sul “mondo” da cui, in alcune situazioni, ci isoliamo, per volontà oppure per “sopravvenute circostanze”. L’Uomo è un essere sociale, Aristotele lo sapeva molto bene e come dargli torto. Le persone, su Facebook, scrivono “il proprio stato emotivo”, raccontano le proprie vacanze o avventure, notificano il legame sentimentale, si arrabbiano, si sfogano, insomma vivono e “si rivelano” attraverso un “mezzo” che le aiuta a “dialogare”. Chi sceglie di non poter fare a meno di Facebook, sceglie, in fondo, una “compagnia di amici” che si allarga a macchia d’olio. Poco interessano le logiche da spionaggio di chi ruba identità o dati personali per venderli come preziosi database: prevale il senso del Sé come “parte del sistema” e su questo… poco valgono le teorie scientifiche. Facebook come “un grande fratello” autogestito. Un fenomeno di transfert che metterebbe in crisi, forse, anche Freud? Viviamoci come desideriamo, ciò che conta è “che ci faccia stare bene”… Maria Cristina Caccia  

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Per vincere bisogna saper perdere (Imparare dai fa...

Sei consapevole dell’importanza di accettare gli insuccessi per continuare a crescere, ossia, per dirla in altre parole, del fatto che per riuscire a vincere bisogna saper perdere? La delusione deve diventare una forza esplosiva per la vittoria più bella, «quella che deve ancora venire», come amava dire il Drake, Enzo Ferrari. Iscriviti al mio sito http://www.massimobinelli.it e ricevi la Guida per la tua Crescita Personale.

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Perché ti va tutto storto? (Legge di Attrazione d...

“Non me ne va mai bene una!”, “La mia vita è uno schifo!”, “Non ci provo nemmeno, tanto so già che sarà un disastro!”: hai mai detto o pensato qualcosa di simile? Se ti è capitato, sappi che avevi proprio ragione, e nel video ti spiego il perché… Iscriviti al mio sito http://www.massimobinelli.it e ricevi la Guida per la tua Crescita Personale.

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Perché un atleta, preparato e dotato, perde! (Pau...

Tu hai mai avuto paura di vincere? Sappi che è un problema comune a molte persone, e la “colpa” è sempre di quel fatidico 50% che spesso viene trascurato: un atleta può raggiungere un’ottima preparazione tecnica e fisica, ma siamo ancora a metà dell’opera, perché per forgiare un campione occorre curare anche l’altra metà, quella che riguarda la mente: un campione è l’espressione di un equilibrio perfetto tra il 50% di bagaglio tecnico e fisico e il 50% di potenza mentale. Iscriviti al mio sito http://www.massimobinelli.it e ricevi la Guida per la tua Crescita Personale.

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