Filtra: 

Psicologia

Vivere è sinonimo di apprendere

Non puoi insegnare niente a un uomo, puoi solo aiutarlo a trovare le cose dentro sé stesso. (Galileo Galilei) Se pensiamo alla parola scuola, la nostra mente coglie significati legati al tema dell’apprendimento, dei libri, degli insegnanti, dello studio e dei compiti, anche di obblighi, in un certo senso, quando poi si orienta lo stesso pensiero al momento della verifica o dell’interrogazione che svela il livello di preparazione. Se pensiamo alla Vita, cosa ci viene in mente? Alcuni possono immediatamente pensare a espressioni del tipo “è meravigliosa” oppure “che fatica!” oppure “è l’altra faccia della medaglia” o, ancora, “è severa e a volte ingiusta”. Ognuno, secondo la propria esperienza e secondo il modo in cui “vede” e “si vede” darà un risposta molto personale. Non vi capita mai di pensare alla Vita come a un’aula scolastica? Provateci. Seduti per un po’ e poi ci alziamo, andiamo e torniamo, facciamo esperienza, incontriamo persone (i docenti, i compagni, il bidello, gli altri alunni) come in un “mini-mondo” in cui siamo chiamati a “imparare” qualcosa su cui ci verrà fatta una prova per vedere se abbiamo capito la lezione. Ecco la Vita, in effetti, è una “classe” che ci permette di “conoscere” e di “prenderci cura di noi stessi”, attraverso la cultura e grazie al superamento di “esami”. Qual è il nostro livello di attenzione in questa “aula” speciale? Siamo assonnati oppure vigili? Ascoltiamo o sentiamo le cose che ci vengono presentate? Salutiamo le persone che incontriamo? Come stiamo nel nostro banco, comodi o scomodi? E quando dobbiamo “andare alla lavagna” interrogati, come ci percepiamo? Le circostanze che viviamo sono spesso dei grandi “insegnamenti” che la Vita ci propone e con saggezza ri-propone se si accorge che non abbiamo capito molto bene la lezione. Ci aiuta a ritornare su quel “tema” e a riviverlo per imparare da esso qualcosa in più di noi, del nostro percorso evolutivo personale. Dobbiamo farlo da soli, con fiducia nella nostra intelligenza e nella nostra “Voce”. Non esistono “Libri” più misteriosi di quello della Vita: sembra a volte tutto ingiusto, tutto inutile eppure non lo è, anche le esperienze più dolorose sono dei “testi” sacri, che ci piaccia oppure no. E se affrontiamo la Vita con uno spirito da “alunno” ci predisponiamo ad “apprendere” in ogni istante, ci togliamo di dosso gli abiti dell’arroganza e della pretenziosità e ci sveliamo nella nostra vera essenza, che non teme di essere giudicata ma ha voglia di essere scoperta e amata. La Vita è un’aula in cui si è costantemente bocciati per poi essere rimandati e, infine, promossi. Tutto dipende da noi, proprio come a scuola. Maria Cristina Caccia

Continua...

Svalutazione: base dei nostri insuccessi

Nel precedente articolo “Simbiosi sana e simbiosi patologica” ho affermato che nei rapporti di tutti i giorni le persone entrano ed escono continuamente dalla simbiosi con gli altri e che questo tipo di rapporti, a differenza delle dipendenza sane, comportano sempre una svalutazione.   Che cos’è la svalutazione? La svalutazione può essere definita come un “ignorare inavvertitamente delle informazioni pertinenti alla soluzione di un problema” (Stewart - Joines, 2000). Immaginiamo che io sia seduta in un bar per prendere un caffè, c’è molta gente e cerco di attirare l’attenzione del barista per ordinare il mio caffè, ma lui non mi presta attenzione, cerco di fare dei gesti e tento chiamarlo ma non ottengo nessuna risposta. Entra in gioco un comportamento di svalutazione nel momento in cui comincio ad avvilirmi perché nessuno mi presta attenzione, mi sento impotente e mi dico: “Per quanto io provi, non servirà a niente, sembra che nessuno mi veda”. Per arrivare a questa conclusione ho dovuto ignorare delle informazioni sulla realtà nel qui ed ora: il bar è pieno di gente, c’è caos e ho svalutato diverse opzioni per risolvere il mio problema: avrei potuto avvicinarmi al bancone del bar, alzare il tono della voce, agitare il braccio in modo più evidente… Una svalutazione comporta sempre una sopravvalutazione: rimanendo impotente seduta al tavolino del bar e sentendomi afflitta, ho accreditato al barista un potere su di me che egli nella realtà non ha. Inoltre, una svalutazione non è mai osservabile, dato che non è possibile leggere nel pensiero degli altri.   Esistono dei comportamenti che ci possono aiutare ad individuare una svalutazione? Ci sono quattro tipi di comportamenti che indicano sempre che stiamo effettuando una svalutazione:   L’astensione Es: I membri di un gruppo sono seduti in cerchio, il leader chiede a ciascuno di dire cosa gli è piaciuto dell’incontro del giorno. L’esercizio inizia ed ognuno espone le proprie motivazioni, qualcuno si limita a dire “passo”, poi è il turno di Luca. C’è silenzio ma lui non fa niente e non dice nulla, rimane seduto con lo sguardo fisso nel vuoto. Esibiamo un comportamento come l’astensione ogni volta che utilizziamo la nostra energia per impedirci di agire, anziché usarla per intraprendere un’azione. Una persona che esibisce questo comportamento si sente a disagio e vive sé stessa come una persona che non pensa, sta quindi svalutando la propria capacità di fare qualsiasi cosa riguardo alla situazione.   L’iperadattamento Es: Alessia ritorna a casa dopo una giornata di lavoro, vede che ci sono i piatti da lavare e che suo marito è in poltrona a leggere. Alessia dice: “Spero tu abbia avuto una buona giornata, è l’ora del tè vero?”, poi va in cucina, lava i piatti e prepara il tè. Il comportamento di Alessia è un iperadattamento, si è adeguata a ciò che crede siano i desideri del marito e non si è fermata a pensare se voleva lavare i piatti, se non sarebbe stato più giusto che li lavasse il marito e non si è accorta che il marito non le aveva chiesto nulla. Ha agito senza verificare il desiderio dell’altro e senza nessun riferimento ai suoi bisogni. Una persona iperadattata speso viene vissuta dagli altri come fonte di aiuto, adattabile ed accomodante e a causa di questa accettabilità sociale, l’iperadattamento è il più difficile da individuare tra i quattro comportamenti passivi.   L’agitazione Es: Sono ad un corso di musica ma sono seduta nell’ultima fila e non riesco a vedere cosa accade davanti. Più la lezione va avanti, più mi rendo conto che non riesco ad osservare le dimostrazioni pratiche del maestro. Metto giù la penna e inizio a tamburellare con le dita sul tavolo, poi comincio a muovere rapidamente i piedi. La persona agitata svaluta la propria capacità di agire per risolvere un problema, si sente molto a disagio, usa tutta la sua energia per intraprende attività inutili e ripetitive nel tentativo di alleviare il suo disagio. Molti di noi hanno abitudini comuni che comportano agitazione: mangiarsi le unghie, fumare, torcersi i capelli, mangiare forzatamente…   L’incapacità o la violenza Es: Isabella è una donna di 40 anni che vive con la madre, improvvisamente incontra un uomo e se ne innamora, decide quindi di comunicare alla madre che intende trasferirsi da lui. Un paio di giorni dopo la madre comincia ad avere strani sintomi ma il medico non rileva nulla. Isabella si sente in colpa per la decisione presa e valuta l’ipotesi di rimanere a casa con la madre. Il comportamento della madre è una incapacità, la persona dice a sé stessa che in qualche modo è incapace di fare qualcosa, svaluta la propria capacità di risolvere il problema e spera, inconsciamente, che attraverso il suo auto-rendersi incapace riesca in qualche modo a portare l’altro ad aiutarla. Es: Dopo una furiosa lite col mio ragazzo mi ritrovo ad agire con violenza, tiro un piatto per terra e comincio a dare pugni alla porta, sto attuando comunque un comportamento passivo in quanto non è diretto a risolvere il problema. La persona mettendo in atto comportamenti di incapacità o di violenza, lascia esplodere l’energia direttamente verso sé o gli altri in un disperato tentativo di costringere gli altri a risolvere il suo problema. Entrambi questi comportamenti di solito vengono a seguito di un periodo di agitazione, in cui la persona accumula energia che potrà scaricare poi in modo distruttivo e passivo. Nel corso della nostra vita ci troveremo sempre di fronte ai problemi più inattesi, difficili, dolorosi… ora sappiamo che possiamo rispondere con comportamenti attivi e diretti a risolvere il problema, usando tutto il potere del nostro pensiero, delle nostre emozioni e delle nostre azioni, oppure possiamo svalutarci mettendo in atto un comportamento passivo e sperare che qualcuno simbioticamente venga a salvarci.   Noemi Di Lillo

Continua...

Psicologia del Benessere: prevenzione ma anche pro...

Nel mondo occidentale dei nostri tempi, abbiamo dato e continuiamo a dare sempre più importanza al corpo e non alla mente, eppure essi sono inscindibili. L'antica locuzione latina di Giovenale: "mens sana in corpore sano" rivela che fin dal I secolo d.C. era nota la stretta relazione esistente tra mente e corpo. E se oggi sappiamo quanto il malessere fisico influenza la nostra mente, non facciamo caso al fatto che anche il malessere psichico influenza il nostro organismo. Le varie forme di malattie psicosomatiche non sono altro che il frutto dell'ansia, dello stress, dei disagi di origine affettiva non risolti e comportamenti non adeguati alle situazioni. Ma se oggi facciamo ore e ore di palestra per mantenere in forma il nostro corpo, cosa facciamo per la nostra psiche? Assolutamente nulla.  Eppure esistono gli strumenti per addestrare e allenare la mente ad essere sana e forte per affrontare tutte le difficoltà che la vita inevitabilmente pone sul cammino di ognuno. Ad esempio, un ciclo di visualizzazioni guidate per il rinforzo dell'Io, l'apprendimento di tecniche di rilassamento per il riequilibrio tra mente e corpo o un percorso breve di musicoterapia sono alcuni tra gli strumenti elettivi per il benessere e il rinforzo dalla psiche: sono gli attrezzi ideali di una palestra per la mente. Sappiamo, inoltre, che nella vita ci sono fasi di transizione molto importanti per le quali ci si può preparare adeguatamente prima del loro verificarsi, in quanto prevedibili come, ad esempio, l'adolescenza, il parto per la donna in gravidanza, il matrimonio per i fidanzati e tutte le altre situazioni legate ai normali momenti di passaggio da un ciclo della vita a un altro.   Poi ci sono anche problemi della vita che non sono prevedibili come una sofferenza amorosa, la perdita del lavoro, improvvise difficoltà relazionali nella coppia o nel rapporto coi figli, la separazione, un lutto ecc. Queste fasi di passaggio nel ciclo vitale o questi eventi imprevedibili che si presentano nella vita di ognuno, possono generare uno squilibrio psicofisico che in presenza di ansia, stress, confusione o dolore diventa terreno fertile per molte delle sindromi psichiche o psicosomatiche. Proprio in questo contesto si inserisce la psicologia del benessere intesa come prevenzione ma anche e, soprattutto, come pronto intervento. Oggi, poi, la tecnologia di internet (chat, videoconferenza) non solo dà la possibilità di apprendere da casa le tecniche sopra accennate per il benessere, il rinforzo dell'Io e la crescita interiore, ma permette, soprattutto, un rapido intervento anche per quel tipo disagi che non sono prevedibili. Quindi si può pensare alla psicologia del benessere, oltre che come una forma di prevenzione, anche come un pronto intervento per il disagio psichico che può essere affrontato nel momento stesso in cui si presenta e farlo serenamente da casa.  Maria Giovanna Zocco Per approfondire il tema della stretta inter-connessione mente-corpo clicca QUI.

Continua...

Alleniamo le nostre emozioni

Tu sei sempre stato uno che tutto sopportando nulla subisce: e con pari animo accoglie i favori e gli schiaffi della Fortuna […] Mostrami un uomo che non sia schiavo delle passioni e me lo porterò chiuso nell’intimo del cuore, nel cuore del mio cuore, come ora te. (Amleto all’amico Orazio) Uno sportivo sa quanto sia importante allenarsi per riuscire a ottenere risultati, soprattutto se stiamo parlando di agonismo, in cui si partecipa a competizioni nazionali se non internazionali, su cui la stampa, gli sponsor, i fans hanno gli occhi puntati. Costanza, allenamento e determinazione, portano, dunque, a risultati non sempre vincenti, ma, sicuramente vicini al podio. Bisogna crederci e lavorare sodo, contando su un fisico sano e predisposto anche a sostenere sforzi e tensioni a lungo termine. Non importa se normodotati o diversamente abili: quando c’è di mezzo la passione, nulla rappresenta un limite, se non è la mente a crearne i presupposti.   Anche le emozioni vanno allenate Prima di tutto, conosciute e poi esercitate per non esserne travolti: loro non devono guidare noi, semmai siamo noi a doverle indirizzare. Per fare questo - come sostiene Daniel Goleman nel volume “Intelligenza Emotiva” - è indispensabile diventare consapevoli di ciò che si agita in noi. “Il consiglio di Socrate - dice - Conosci te stesso, fa proprio riferimento a questa chiave di volta dell’intelligenza emotiva: la consapevolezza dei propri sentimenti nel momento stesso in cui essi si presentano”. Una auto-consapevolezza che Assagioli, nella sua teoria psicosintetica, propone come “disidentificazione” ovvero “autoidentificazione” dell’Io consapevole" ossia osservatore/spettatore di ciò che accade dentro e fuori di Sé. Le emozioni sono parte di noi, alcune nascono dalla rabbia, altre dalla paura, altre da esperienze d’infanzia o, altre ancora, da vissuti che hanno lasciato il segno e si integrano con le vicende quotidiane della vita, accumulandosi nel tempo, lungo i giorni e le notti. Siamo energeticamente vibranti e il nostro corpo trascrive, come un ottimo telegrafo, ogni nostro stato d’animo e lo memorizza, ne lascia intravedere i segni a livello somatico. L’autoconsapevolezza ci rende più liberi di vedere gli eventi per quello che sono e di vivere le emozioni come complici e non come vittime. La positività è contagiosa e libera una forza risanatrice quantomeno dei pensieri che descrivono una realtà più accettabile, mentre la negatività è virulenta e può creare notevoli argini contro il libero fluire della nostra creatività e della nostra vitalità. Maria Cristina Caccia

Continua...

Psicosomatica: la malattia del corpo può nascere ...

La condizione della malattia ed i suoi effetti concreti sul fisico generano un insieme di emozioni estremamente complesse, legate alla sensazione di perdita del controllo sul proprio corpo. E' per questo che vivere una malattia o un disturbo del corpo non significa esclusivamente affrontarne le conseguenze fisiologiche ma anche quelle che coinvolgono profondamente la psiche.   La malattia: come viene affrontata dalla psiche? Il corpo sembra trasformarsi improvvisamente in un oscuro territorio, sconosciuto e nemico. Ciò che prima rifletteva le condizioni della mente e poteva sottostare al nostro controllo, improvvisamente sfugge alle nostre capacità di gestione. Una psiche affaticata da un corpo "ribelle", un corpo che non reagisce più a determinati stimoli o che manifesta reazioni inattese attraverso la condizione della malattia, è una psiche che non riesce più a comprenderne ed a gestirne le manifestazioni, come nel caso di un corpo sano. La mente si ritrova in balìa di un corpo in condizione di perdita: perdita di parti di sé (come nel caso di operazioni chirurgiche invasive), perdita di controllo e coscienza, perdita di forze ed energie, perdita di benessere e riposo. La mente, stanca e debilitata, priva di vitalità, cerca dunque di gestire la condizione di malessere, di lutto per le parti di sé che si sono ammalate e sono state estratte, portate via, parti di sé che sono andate irrimediabilmente perdute.   L'ansia e l'immagine interiore di un corpo che cambia Gestire una condizione acuta di sofferenza è un lavoro che una psiche spaventata non riesce a portare avanti con serenità. Ecco sopravvenire, allora, l'ansia: un mostro invisibile che prende possesso della mente e del corpo, aggravando la sensazione di perdita del controllo. Il corpo malato è un corpo la cui immagine interiore, distorta ed ansiogena, divora la quotidianità, i pensieri, i desideri ed i timori. E' attorno a quel corpo malato, quel corpo mancante ed incontrollabile, che si organizzano la vita quotidiana, l'insieme dei pensieri coscienti, l'immaginario inconscio. La nostra immagine interiore del sé, di chi siamo, di chi sentiamo di essere e di come sentiamo di apparire all'esterno, si trasforma. Noi stessi diventiamo, nelle immagini della nostra mente, quel corpo malato attorno al quale gira tutta la nostra vita. Lo scopo delle nostre giornate va a coincidere con la nostra più grande paura: il corpo malato da guarire ad ogni costo.   La psicosomatica: la malattia può nascere dal malessere della mente? Può la malattia del corpo rappresentare una manifestazione puramente psicologica? Può tutto questo dolore che deteriora e logora il corpo essere generato esclusivamente da un malessere psichico, interiore, ansiogeno? Sì. La psicosomatica è una scienza che insegna che il legame tra psicologia e medicina è più stretto di quanto si possa pensare. Ed allo stesso modo, il legame tra il corpo e la mente è un legame indissolubile che talvolta genera conseguenze concrete, tangibili, nella vita degli esseri umani. La mente è molto più potente di quanto sia possibile credere. E' la mente a gestire il corpo, a "comandare" le sue leggi, ad organizzare i suoi ritmi, il suo funzionamento e le sue disfunzioni. Allo stesso modo, la mente può realmente aggravare una condizione medica pre-esistente oppure alleviare un dolore fisico. Se affermare che ogni malattia del corpo deriva da un malessere della psiche può apparire un modo estremo di guardare alla medicina ed alla psicologia, è anche vero, però, che il potere della mente sul corpo ed il suo coinvolgimento attivo nelle manifestazioni fisiche è innegabile e sorprendente. Una condizione ansiogena particolarmente intensa può dare origine ad un disturbo fisiologico, dalle conseguenze anche gravi. Basta pensare a quanto lo stress possa causare manifestazioni di media entità, come un'ulcera. Oppure a quanto una condizione psicologica di serenità, benessere e percepito sostegno sociale, familiare ed amicale, riesca ad alleviare, anche in misura intensa, i sintomi di una malattia fisica. La condizione psicologica può essere causa o concausa di un disturbo del corpo così come della sua guarigione o del suo miglioramento. Ciò è ampiamente dimostrato da importanti studi e ricerche nel campo medico e psicologico. Si pensi a quanto l'ansia, anche quando presente in forma lieve e non paralizzante, possieda, per sua natura, una serie di proprietà squisitamente somatiche, corporee che si manifestano in modo evidente attraverso il fisico. La sudorazione, la tachicardia, il respiro affannato, sono sintomi somatici, fisici, generati da una condizione psicologica di angoscia. La "regola" della psiche è fondamentalmente semplice: ciò che non trova un canale di espressione e di sfogo attraverso le parole, cercherà di uscire fuori e di farsi ascoltare attraverso altri canali: in primis, il sogno ed il corpo. Maria Lupoli

Continua...

Attacco di Panico: che cos’è, come funziona e c...

Panico viene dal greco πανικός, termine che deriva dal nome di Pan, dio delle montagne e della vita agreste. Nella mitologia greca si narra del dio Pan, metà uomo e metà caprone, che spaventava i viandanti e i pastori comparendo all’improvviso sul loro cammino e scomparendo poi velocemente, lasciando le proprie vittime sorprese, sbigottite e disorientate, nell’incapacità di spiegarsi quanto fosse accaduto. Nel linguaggio psicologico, esso indica il senso di forte ansia che un individuo può provare di fronte a un pericolo inaspettato, cadendo in uno stato di confusione ideomotoria, caratterizzata per lo più da comportamenti irrazionali.   Gli attacchi di panico (detti anche crisi d’ansia) sono episodi di improvvisa ed intensa paura o di una rapida escalation dell’ansia normalmente presente. Sono accompagnati da sintomi somatici e cognitivi, quali palpitazioni, sudorazione improvvisa, tremore, sensazione di soffocamento, dolore al petto, nausea, vertigini, paura di morire o di impazzire, brividi o vampate di calore Chi ha provato gli attacchi di panico li descrive come un’esperienza terribile, spesso improvvisa ed inaspettata, almeno la prima volta. E’ ovvio che la paura di un nuovo attacco diventa immediatamente forte e dominante. Il singolo episodio, quindi, sfocia facilmente in un vero e proprio disturbo di panico, più per “paura della paura” che altro. La persona si trova rapidamente invischiata in un tremendo circolo vizioso che spesso si porta dietro la cosiddetta “agorafobia“, ovvero l’ansia relativa all’essere in luoghi o situazioni dai quali sarebbe difficile o imbarazzante allontanarsi, o nei quali potrebbe non essere disponibile un aiuto, nel caso di un attacco di panico inaspettato. Con la paura degli attacchi di panico diventa quindi pressoché impossibile uscire di casa da soli, viaggiare in treno, autobus o guidare l’auto, stare in mezzo alla folla o in coda, e cosi via. L’evitamento di tutte le situazioni potenzialmente ansiogene diviene la modalità prevalente ed il paziente diviene schiavo dei suoi attacchi di panico, costringendo spesso tutti i familiari ad adattarsi di conseguenza, a non lasciarlo mai solo e ad accompagnarlo ovunque, con l’inevitabile senso di frustrazione che deriva dal fatto di essere “grande e grosso” ma dipendente dagli altri, che può condurre ad una depressione secondaria. La caratteristica essenziale del Disturbo di Panico è la presenza di attacchi di panico ricorrenti, inaspettati, seguiti da almeno 1 mese di preoccupazione persistente di avere un altro attacco di panico. La persona si preoccupa delle possibili implicazioni o conseguenze degli attacchi d’ansia e cambia il proprio comportamento in conseguenza degli attacchi, principalmente evitando le situazioni in cui teme che essi possano verificarsi. Il primo attacco di panico è generalmente inaspettato, cioè si manifesta “a ciel sereno”, per cui il soggetto si spaventa enormemente e, spesso, ricorre al pronto soccorso; poi possono diventare più prevedibili. Per la diagnosi sono richiesti almeno due attacchi di panico inaspettati, ma la maggior parte degli individui ne hanno molti di più. Gli individui con Disturbo di Panico mostrano caratteristiche preoccupazioni o interpretazioni sulle implicazioni o le conseguenze degli attacchi di panico. La preoccupazione per il prossimo attacco o per le sue implicazioni sono spesso associate con lo sviluppo di condotte di evitamento che possono determinare una vera e propria Agorafobia, nel qual caso viene diagnosticato il Disturbo di Panico con Agorafobia. Di solito gli attacchi di panico sono più frequenti in periodi stressanti. Alcuni eventi di vita possono infatti fungere da fattori precipitanti, anche se non indicono necessariamente un attacco di panico. Tra gli eventi di vita precipitanti riferiti più comunemente troviamo il matrimonio o la convivenza, la separazione, la perdita o la malattia di una persona significativa, l’essere vittima di una qualche forma di violenza, problemi finanziari e lavorativi. I primi attacchi si verificano di solito in situazioni agorafobiche (come guidare da soli o viaggiare su un autobus in città) e comunque spesso in qualche contesto stressante. Gli eventi stressanti, le situazioni agorafobiche, il caldo e le condizioni climatiche umide, le droghe psicoattive possono infatti far insorgere sensazioni corporee che possono essere interpretate in maniera catastrofica, aumentando il rischio di sviluppare attacchi di panico.   Attacchi di panico sintomi L’attacco di panico ha un inizio improvviso, raggiunge rapidamente l’apice (di solito entro 10 minuti o meno) e dura circa 20 minuti (ma a volte molto meno o di più). I sintomi degli attacchi di panico tipici sono: Palpitazioni/tachicardia (battiti irregolari, pesanti, agitazione nel petto, sentirsi il battito in gola); Paura di perdere il controllo o di impazzire (ad esempio, la paura di fare qualcosa di imbarazzante in pubblico o la paura di scappare quando colpisce il panico o di perdere la calma); Sensazioni di sbandamento, instabilità (capogiri e vertigini); Tremori fini o a grandi scosse; Sudorazione; Sensazione di soffocamento; Dolore o fastidio al petto; Sensazioni di derealizzazione (percezione del mondo esterno come strano e irreale, sensazioni di stordimento e distacco) e depersonalizzazione (alterata percezione di sé caratterizzata da sensazione di distacco o estraneità dai propri processi di pensiero o dal corpo); Brividi; Vampate di calore; Parestesie (sensazioni di intorpidimento o formicolio); Nausea o disturbi addominali; Sensazione di asfissia (stretta o nodo alla gola). Non tutti i sintomi sono necessari perché si tratti di un attacco di panico. Vi sono molti attacchi caratterizzati solo o in particolare da alcuni di questi sintomi. La frequenza e la gravità dei sintomi degli attacchi di panico varia ampiamente nel corso del tempo e delle circostanze. Ad esempio, alcuni individui presentano attacchi moderatamente frequenti (per es., una volta a settimana), che si manifestano regolarmente per mesi. Altri riferiscono brevi serie di attacchi più frequenti, magari con sintomi dell’attacco di panico meno intensi (per es., quotidianamente per una settimana), intervallate da settimane o mesi senza attacchi o con attacchi meno frequenti (per es., due ogni mese) per molti anni. Vi sono anche i cosiddetti attacchi paucisintomatici, molto comuni negli individui con Disturbo di Panico, che sono degli attacchi in cui si manifestano soltanto una parte dei sintomi del panico, senza esplodere in un vero attacco. La maggior parte degli individui con sintomi di attacco di panico paucisintomatico, tuttavia, hanno avuto attacchi di panico completi, con tutti i sintomi classici, in qualche momento nel corso del disturbo. Durante un attacco di panico, pensieri catastrofici automatici e incontrollati riempiono la mente della persona, che ha quindi difficoltà a pensare chiaramente e teme che tali sintomi siano veramente pericolosi. Alcuni temono che gli attacchi indichino la presenza di una malattia non diagnosticata, pericolosa per la vita (per es., cardiopatia, epilessia). Nonostante i ripetuti esami medici e la rassicurazione, possono rimanere impauriti e convinti di essere fisicamente vulnerabili. Altri temono che i sintomi dell’attacco di panico indichino che stanno “impazzendo” o perdendo il controllo, o che sono emotivamente deboli e instabili.   Attacchi di panico cura Nella cura degli attacchi di panico con o senza agorafobia e dei disturbi d’ansia in generale, la forma di psicoterapia che la ricerca scientifica ha dimostrato essere più efficace, nei più brevi tempi possibile, è quella “cognitivo-comportamentale“. Si tratta di una psicoterapia breve, a cadenza solitamente settimanale, in cui il paziente svolge un ruolo attivo nella soluzione del proprio problema e, insieme al terapeuta, si concentra sull’apprendimento di modalità di pensiero e di comportamento più funzionali alla cura degli attacchi di panico, nell’intento di spezzare i circoli viziosi del disturbo. Sostanzialmente è controindicato affidarsi ai farmaci o ad altre forme di psicoterapia senza intraprendere quella forma di trattamento che l’intera comunità scientifica ha dimostrato essere la più efficace per la cura degli attacchi di panico. La cura farmacologica degli attacchi di panico e dell’agorafobia, per quanto spesso sconsigliabile (almeno come unico trattamento), si basa fondamentalmente su due classi di farmaci: benzodiazepine e antidepressivi, spesso impiegati in associazione. Nelle forme lievi la prescrizione di sole benzodiazepine può essere sufficiente come cura degli attacchi di panico temporanea, ma difficilmente risolutiva. Le molecole più adoperate sono l’alprazolam, l’etizolam, il clonazepam, il lorazepam. Tali farmaci, però, nel caso di attacchi di panico e agorafobia, rischiano di dare forte dipendenza e mantenere il disturbo, soprattutto se non si effettua parallelamente una psicoterapia cognitivo comportamentale. Degli antidepressivi si sono mostrati efficaci nella cura degli attacchi di panico e dell’agorafobia i triciclici – TCA – (es clorimipramina, imipramina, desimipramina), gli inibitori delle mono amino ossidasi (IMAO) e sopratutto gli inibitori selettivi del reuptake della serotonina – SSRI – (es citalopram, escitalopram, paroxetina, fluoxetina, fluvoxamina, sertralina), oggigiorno largamente impiegati. Quest’ultima classe di farmaci presenta infatti, rispetto alle precedenti, una maggiore maneggevolezza e minori effetti collaterali. Nei casi di attacchi di panico e agorafobia che non rispondono alla cura con SSRI, possono essere impiegati i TCA, anche se molti clinici utilizzano tali molecole come terapia di primo impiego. Mariella Spilabotte

Continua...

Le parole sono abiti dei pensieri

Mantieni i tuoi pensieri positivi, perché i tuoi pensieri diventano parole. Mantieni le tue parole positive, perché le tue parole diventano i tuoi comportamenti. Mantieni i tuoi comportamenti positivi, perché i tuoi comportamenti diventano le tue abitudini. Mantieni le tue abitudini positive, perché le tue abitudini diventano i tuoi valori. Mantieni i tuoi valori positivi, perché i tuoi valori diventano il tuo destino. (Mahatma Gandhi)   “Parole, parole parole…”, ricordate la canzone di Mina? “Soltanto parole…”. Certo, quando si parla d’amore, le parole non bastano mai. Servono i fatti, il bene va dimostrato, oltre ad essere enunciato. Anche in tutti gli altri ambiti della nostra vita, le parole contano, eccome. Così come sono fondamentali le azioni che ad esse conseguono. Si dice, si parla, spesso si agisce poco. Ci sono persone abili con l’uso della grammatica italiana, abili nell’accostamento dei termini, nella costruzione delle frasi e altre sono meno “edotte”, ma non per questo meno espressive, anzi. Direi che, probabilmente, lo sono forse in misura maggiore. Le parole sono “abiti” con cui vestiamo i nostri pensieri: diamo loro un colore, a seconda di quello che pronunciamo e del tono con cui lo comunichiamo, esprimiamo una parte emotiva importante di noi, uno stato d’animo che viene trasmesso, accolto o rifiutato dall’interlocutore, dipende dalla capacità o meno di essere empaticamente collegati oppure dal grado di reciproca comprensione. Tutto si gioca sul tipo di relazione che intercorre tra noi e l’altro. Mentre scegliamo “le parole per dirlo”, scegliamo di “essere” e di “diventare” in quel momento veicolo di sentimenti, pulsioni, logiche, bisogni. Le parole raccontano ciò che l’Anima tesse all’interno di ognuno di noi e di essa donano una piccola parte al mondo esterno. Scrivere è molto importante: ci permette di tradurre in parole, nero su bianco, quanto si agita in noi e ci aiuta a oggettivare la realtà per guardarla meglio, con spirito più critico e con una maggiore consapevolezza. Paroliamo, spesso, sempre. Siamo abili giocolieri, poi le parole si rivolgono a noi e lì dobbiamo essere in grado di gestirne l’aspetto più autentico, quando emerge, se emerge. Questo è un accesso privato, quell’area nascosta che teniamo per noi fino a quando scegliamo di con-dividerla con l’altro. Nel frattempo forgiamo le nostre parole, il nostro vocabolario emozionale.   Maria Cristina Caccia

Continua...

Simbiosi sana e simbiosi patologica

“La simbiosi è una stretta inter-dipendenza fra due o più persone che si complementano per mantenere sotto controllo, immobolizzati e in qualche misura appagati, i bisogni della parti più immature della personalità” (Bleger, 2010). Facciamo un esempio, immaginate un professore che sta tenendo una lezione e decide di fare una dimostrazione alla lavagna, chiama una studentessa e le chiede: “Sara vorresti dirci come faresti il passo successivo?”. Sara non dice nulla, rimane immobile. Il silenzio prosegue e gli altri studenti cominciano ad agitarsi e a ridere. Sara comincia a muovere rapidamente il piede e il professore dopo poco dice: “Sembra che tu non sappia la risposta, dovresti esercitarti di più”, poi completa l’esercizio. Sara si rilassa e comincia diligentemente a prendere appunti. Studentessa e professore sono entrati in simbiosi: Sara ha svalutato la sua capacità di ragionare per trovare una soluzione e con il suo comportamento di silenzio ha portato il professore ad assumersi l’onere di gestire la situazione il professore completando l’esercizio alla lavagna è entrato nel ruolo complementare, ha quindi detto a Sara cosa avrebbe dovuto fare e ha svalutato la possibilità di trovare un modo creativo per aiutarla a risolvere l’esercizio. Il “problema” della simbiosi è che, una volta che si è creata, i partecipanti si sentono a proprio agio: Sara finalmente si rilassa e il professore evita la frustrazione di esprimere la sua insoddisfazione per lo scambio avvenuto. Ma questo “agio” ha un prezzo: chi è nella simbiosi esclude rispettivamente intere zone delle proprie risorse di persona adulta. Nei rapporti di tutti i giorni le persone entrano ed escono continuamente dalla simbiosi con gli altri. Talvolta relazioni d’amore stabili si fondano sulla simbiosi stessa. Possiamo fare l’esempio di Bill che è un uomo forte, silenzioso, con la pipa all’angolo della bocca, si esprime a grugniti e non condivide le sue emozioni, poi c’è Betty una donna che ha come missione quella di piacere al marito ed è felice di seguire le sue direttive e di appoggiarsi a lui, spesso le capita di farsi prendere dal panico e di aspettare che Bill torni a casa per risolvere tutto. Gli amici si chiedono come questa coppia possa essere felice, nella realtà all’interno di questo rapporto ciascuno ha bisogno dell’altro: Bill ha bisogno di prendersi cura di qualcuno e Betty ha bisogno di essere accudita. Ciascuno svaluta parte delle proprie capacità: Betty svaluta la sua capacità di risolvere i problemi e Bill la sua capacità di esprimere le sue emozioni. Probabilmente entrambi pensano: “Senza di te non riuscirò a stare in piedi”.   Esistono simbiosi sane? Assolutamente si. Immaginate che io sia appena uscita da una operazione, mi stanno trasportando su una barella, non so bene dove sono e una infermiera mi tiene la mano e mi dice: “Tra poco starai bene, ora pensa solo a tenere la mia mano”. In quel momento non sono nella posizione di valutare in modo adulto ciò che mi sta capitando e ritorno bambina, lasciando che qualcuno mi accudisca e mi rassicuri. Io e l’infermiera siamo in una simbiosi sana, che si differenzia da una simbiosi patologica perché non comporta nessun tipo di svalutazione. Un altro esempio di simbiosi sana è la dipendenza normale, ossia la simbiosi genitore-bambino. Il bambino non può accedere ancora a delle parti adulte in quanto ancora non si sono sviluppate, quindi anche in questo caso non c’è nessun tipo di svalutazione. Il genitore dovrà aiutare il bambino a sviluppare sempre maggiori risorse personali così da avere sempre meno bisogno di affidarsi a lui. In questo processo ideale, la simbiosi iniziale viene progressivamente svanendo.   Genitore o bambino? Come si sceglie la posizione nella simbiosi? Per quanto le mamme e i papà possono essere dei bravi genitori, ogni bambino attraversa il processo di sviluppo senza che tutti i bisogni vengano esauditi. E la simbiosi è un tentativo di vedere esauditi dei bisogni legati allo sviluppo che non sono stati soddisfatti durante l’infanzia. Ogni qual volta entriamo in simbiosi ricreiamo il rapporto esistente nel passato tra noi e un genitore e riproponiamo quella situazione nel tentativo di manipolare l’altro a soddisfare il bisogno che non fu esaudito. Da adulti ricerchiamo quindi i nostri bisogni nella vita di tutti i giorni, ma lo facciamo utilizzando le migliori strategie che abbiamo elaborato da bambini, strategie che oggi non sono adeguate al nostro essere adulti, ossia nella simbiosi svalutiamo le nostre risorse di persona adulta e questo è un processo che è fuori dalla nostra consapevolezza.   Ma allora perché dovremmo scegliere il ruolo del Genitore? Ci sono delle situazioni in cui il bambino prende una prima decisione inconscia: “I miei genitori sono talmente non all’altezza, che la mia posizione migliore è assumere io stesso il ruolo di genitore”. Può darsi che la mamma di questo bambino temesse di porre fermi limiti al proprio figlio e lo riprendesse dicendo: “Se fai così mi fai soffrire e papà si arrabbierà”. In tal modo si chiede al bambino di assumersi la responsabilità delle emozioni e del benessere dei genitori, ciò può spiegare perché il bambino risponda decidendo che il suo compito nella vita sarà quello di badare ai genitori diventando un piccolo genitore. Nel corso della nostra vita ci troveremo sempre di fronte a quesiti del tipo: “Come faccio ad affrontare ciò che mi è accaduto?”, possiamo rispondere usando tutto il potere del nostro pensiero, delle nostre emozioni e delle nostre azioni, oppure possiamo svalutarci e sperare che qualcuno simbioticamente venga a salvarci. Nel prossimo articolo spiegherò come ci svalutiamo e quali sono i comportamenti che ci possono aiutare ad individuare quando ci stiamo svalutando. Noemi Di Lillo

Continua...

Cadere e rialzarsi a testa alta (Credere in un obi...

Sai che esiste un modo per passare dalla disperazione a una forza interiore potente, lavorando su sé stessi e sui propri obiettivi? Ti racconto come un’atleta che seguo è riuscita ad ottenere questo importante risultato e come puoi riuscirci anche tu, in breve tempo, con l’allenamento mentale. Iscriviti al mio sito http://www.massimobinelli.it e ricevi la Guida per la tua Crescita Personale.

Continua...

La Gelotofobia: cos'è e come riconoscerla

“Niente e nessuno può farti sentire inferiore, a meno che tu non glielo consenta.” (Anna Eleanor Roosevelt) Sapete cosa significa il termine "GELOTOFOBIA"? Viene da pensare alla fobia di mangiar gelati, ma non è così! La gelotofobia è una condizione inquadrata nella famiglia delle fobie (fobia sociale), la parola è di origine greca e sta a significare “paura del riso”. Infatti un individuo affetto da gelotofobia ha una costante paura di essere criticato, deriso dagli altri che gli stanno intorno. A tutti capita di essere, chi più, chi meno, sensibile alle critiche altrui. I gelotofobici, invece, sembra che abbiano l'incapacità di fare la distinzione, esempio, tra un sorridere sarcastico e un sorridere finto. Interpretano erroneamente la mimica facciale degli altri, il tono della voce, ecc. credendo di essere sempre loro l'oggetto di derisione.   Ma cos’è una fobia? Il termine fobia deriva dal greco φόβος, phóbos, "panico, paura"; è caratterizzata da una paura, intensa, persistente e duratura, nei confronti di una specifica cosa. A molti di noi possono risultare curiose o sorprendenti, ma le fobie sono molto comuni. I dati parlano di un’incidenza pari al 5% della popolazione mondiale. In altre parole, una ogni venti persone è affetto da un certo tipo di fobia. Pare che questo disturbi interessi maggiormente le donne.   Come possiamo riconoscerla? Consiste in una paura sproporzionata riguardo a qualcosa che in realtà non rappresenta un vero e proprio pericolo ed è avvertita come non controllabile attraverso logiche razionali. Chi è affetto da questo disturbo, infatti, è soverchiato dal panico di poter venire a contatto con ciò che teme: una cavalletta, un topo etc.   Sintomi delle Fobie Si manifesta con sintomi fisiologici come tachicardia, vertigini, extrasistole, disturbi gastrici e urinari, nausea, diarrea, senso di soffocamento, rossore, sudorazione eccessiva, tremito e spossatezza. Con il terrore si sta male e si desidera solo allontanarsi tempestivamente dalla situazione temuta.   Trattamento consigliato Per coloro che soffrono di tale disturbo il trattamento psicologico elettivo può essere la psicoterapia cognitivo comportamentale (PCC) che sta assumendo il ruolo di trattamento psicologico d’elezione per la stragrande maggioranza dei problemi psicologici. Mariella Spilabotte

Continua...

Pensieri disfunzionali

Non le cose stesse ci disturbano bensì le opinioni che noi abbiamo delle cose”. Epitteto Epitteto, filosofo greco, sosteneva che il raggiungimento della felicità dipende dal buon uso della ragione nel giudicare ciò che serve (ciò che è fondamentale, ed è in nostro potere) e ciò che non serve, non è in nostro potere o ci rende infelici. Epitteto aveva ragione… vediamo perché. Gli esseri umani tendono a pensare in maniera irrazionale, ad avere convinzioni irrazionali, a usare male i principi della logica e del ragionamento, a formarsi una visione del mondo poco realistica. In tal modo si procurano emozioni e stati d'animo spiacevoli, e mettono in atto comportamenti disadattanti, autolesivi o palesemente assurdi. Se noi elaboriamo pensieri irrazionali, questi influenzeranno non solo le nostre emozioni che distorceranno la realtà facendola percepire in maniera non obiettiva, ma saranno conseguenza di comportamenti negativi, non oggettivi, conducendo il soggetto a vere e proprie forme di psicopatologie.   Un esempio ci sarà sicuramente di aiuto: E’ notte e due persone sono a letto in attesa di prendere sonno, quando improvvisamente sentono un rumore. Uno dei due, un po' seccato, si volta dall'altra parte e prova a riprendere sonno; l'altro, invece, si preoccupa, si alza dal letto e si dirige allarmato verso il luogo di provenienza del rumore. Noterete che le due persone reagiscono al rumore (situazione, evento) diversamente una dall'altra. Ma perché, se il rumore che sentono è lo stesso per entrambe? La differente reazione emotiva e comportamentale è determinata dall'interpretazione che i due soggetti fanno del rumore, quindi dai loro pensieri. Uno di loro probabilmente formulerà il seguente pensiero: "Al vicino sarà caduto qualcosa, domani gli chiederò di fare più attenzione a quest'ora della notte”. L’altro soggetto probabilmente penserà: "Che cosa sarà successo? Staranno rubando qualcosa?”. Come noterete dunque, non è la situazione di per sé a determinare ciò che sentiamo, ma il modo in cui interpretiamo tale situazione. Sono i nostri pensieri, la nostra percezione degli eventi che influenzano le nostre emozioni e il nostro comportamento.   Immaginiamo un’altra situazione esemplificativa: Al mare, due ragazzi giocano sul bagnasciuga quando improvvisamente un’onda li travolge e li scaraventa a terra. Uno dei due, si rialza e si tuffa nuovamente in acqua, mentre l’altro, alzatosi, si dirige spaventato verso l’ombrellone. Cosa spiega questi due differenti comportamenti in risposta allo stesso evento? Probabilmente, la prima persona, travolto dall'onda, avrà pensato “che divertimento!”; la seconda, invece, è molto probabile che abbia pensato a qualcosa di minaccioso, ad esempio “non riuscivo a respirare, sarei potuto affogare!”. Anche da questo esempio si evince come lo stesso evento possa portare a comportamenti ed emozioni differenti, in persone diverse o nella stessa persona in momenti differenti, a seconda di come lo si interpreta. La psicoterapia cognitiva si basa proprio sul presupposto che non siano gli eventi in sé a determinare le nostre reazioni ed emozioni, quanto piuttosto il significato che gli attribuiamo. Perché interpretiamo gli eventi? La spiegazione che fornisce la teoria cognitiva è che le persone cercano di dare un senso a ciò che le circonda e si organizzano l'esperienza per non essere sopraffatte dalla grande quantità di stimoli a cui sono sottoposte ogni giorno. Con il passare del tempo le varie interpretazioni portano ad alcuni convincimenti e apprendimenti, che possono essere più o meno aderenti alla realtà e più o meno funzionali al benessere della persona.   Modello cognitivo di beck: livello di pensiero Furono i fondatori dell’attuale cognitivismo clinico, Aaron Beck ed Albert Ellis, entrambi psicoanalisti, a rendersi conto nel corso della loro pratica clinica che i pazienti, dopo un po’ di pratica, erano in grado di riferire i pensieri che avevano generato le emozioni o i comportamenti che riportavano. Beck afferma che esistono tre livelli del pensiero, che possono essere facilmente spiegati con l’esempio dell’albero.   Le radici: gli schemi o convinzioni profonde Le convinzioni profonde sono delle strutture interpretative di base con cui la persona rappresenta se stesso e gli altri e organizza il suo pensiero. In altre parole uno schema è una tendenza stabile ad attribuire un certo significato agli eventi. Ad esempio, una persona che ha uno schema di sé del tipo "Non sono amabile" penserà che nessuno mai potrà amarlo e può interpretare la fine di una relazione non come un evento che può capitare a tutti e che di solito è influenzato da più fattori, ma come la prova che nessuno lo può amare. I contenuti degli schemi cognitivi vengono considerati come delle verità assolute. Questi pensieri sono, infatti, più globali, rigidi e ipergeneralizzati rispetto alle altre forme di cognizione. Essi possono riguardare noi stessi (schema di sé), gli altri (schema dell'altro) e la relazione di sé con l'altro (schema interpersonale). Quali schemi una persona possegga e in quali e quante situazioni essi si attivino dipende dalla storia di vita di ciascuno: gli schemi infatti si sviluppano già a partire dall’infanzia e ci accompagnano per tutta la vita.   Il tronco: le convinzioni intermedie Le convinzioni intermedie sono delle idee o interpretazioni su noi stessi, sugli altri e sul mondo che ci permettono di organizzare l'esperienza, prendere decisioni in tempi brevi e orientarci nelle relazioni con le altre persone. Le convinzioni intermedie sono costituite da opinioni (es. "È umiliante andare all'esame impreparato!"), regole (es. "Devo sempre essere all'altezza della situazione!") e assunzioni (es. "Se prendo trenta tutti mi stimeranno!").   Le foglie: i pensieri automatici I pensieri automatici sono le cognizioni più vicine alla consapevolezza conscia e sono delle parole, piccole frasi o immagini che attraversano la mente della persona ad un livello più superficiale (es. "Sarò sempre un fallito!"). Essi sono facilmente modificabili e sono direttamente responsabili delle emozioni provate dalla persona. Secondo il modello cognitivo, le convinzioni profonde influenzano le convinzioni intermedie e quelle intermedie influenzano i pensieri automatici; questi, infine, interferiscono direttamente sullo stato emotivo della persona. Ad esempio, lo schema "Sono un incapace" può portare la persona ad avere la convinzione intermedia "Se non riesco a studiare vuol dire che sono davvero un fallito!"; tale assunzione, infine può far emergere il pensiero automatico "Sono proprio un fallito!". Mariella Spilabotte

Continua...

Bolo isterico, cos'é?

  Definizione Si tratta di una particolare e fastidiosa sensazione di ostruzione al tratto laringo-faringeo, percepita come se un corpo rotondo risalisse dall'epigastrio alla faringe, dove sembra arrestarsi provocando un blocco. Spesso tale sensazione, nei momenti di maggior crisi, è associata a un senso di asfissia. Il disturbo è dovuto in pratica ad uno spasmo transitorio dell'esofago  e compare in pazienti labili dal punto di vista nervoso. In questo caso può essere un sintomo di conversione dell'ansia. Infatti tale sindrome è conosciuta in medicina con il nome di "bolo isterico" in quanto all’esame clinico non viene evidenziata alcuna patologia responsabile di tale disturbo.   Diagnosi Per una diagnosi di bolo isterico sono necessari in primo luogo accurati esami medici che escludano eventuali malattie a carico del tratto laringo-faringeo.  I disturbi medici che potrebbero essere confusi con il bolo isterico comprendono i veli esofagei superiori, lo spasmo esofageo, il reflusso gastro-esofageo o lesioni che, occupando lo spazio del collo o del mediastino provocano compressione dell’esofago. Nel bolo isterico la deglutizione o l’introduzione di cibo o bevande non peggiora la situazione, anzi, spesso la migliora. Non è presente dolore né perdita di peso. Escluse le cause organiche, è necessario che lo psicologo verifichi se il bolo è l'espressione di una sindrome isterica  e in questo caso va inquadrato nell'ambito delle nevrosi d'ansia a struttura isterica; oppure sia espressione di uno stato emozionale da riferirsi alla particolare personalità del soggetto.  Per una esatta diagnosi psicologica del bolo isterico è sufficiente la somministrazione di Test psicologici (come MMPI o Luscher) che indagano sulla struttura della personalità e sui conflitti.   Trattamento Nel caso di nevrosi d'ansia a struttura isterica sono indicate le terapie autogene, le tecniche immaginative o ipnotiche. Nel caso, invece si tratti di stati emozionali, sono sufficienti colloqui psicologici orientati a cogliere nella personalità del soggetto e in profondità le ragioni conflittuali che si manifestano con l'occlusione faringea. Maria Giovanna Zocco

Continua...

L’ascolto di Sé

 “A volte le parole non bastano. E allora servono i colori. E le forme. E le note. E le emozioni“. (Alessandro Baricco) Siamo immersi da mille rumori. Alcuni sono suoni soavi, quelli della voce delle persone che amiamo. Altri sono fragorosi, tuonanti e si ingarbugliano nel caos del traffico quotidiano, delle sirene spiegate di ambulanze che corrono per salvare una vita, delle sirene delle fabbriche, dei clacson delle auto. Altri ancora sono silenziosi: un ossimoro, rumore silenzioso, come è possibile? Eppure i rumori del “silenzio” sono quelli più assordanti, quando è un silenzio di attesa, di angoscia, di solitudine. La nostra capacità di ascoltare è superficiale e raccoglie i rimandi, gli echi di questi fruscii continui e anestetizza la nostra capacità di sentire, che è ben diversa. Ascolto con la mente, sento con il cuore: una persona parla, un’altra tende l’orecchio, ma non è detto che sia totalmente presente a quel momento preciso in cui avviene lo scambio comunicativo. Una persona parla, l’altra fissa lo sguardo su di lei e non viene distratto da altri suoni, per “sentire” il significato delle parole, le emozioni correlate, per vederne la gestualità. Sentire è diverso da ascoltare, sono due livelli di attenzione paralleli. Sentire noi stessi è un atto di grande responsabilità verso i nostri pensieri, le nostre sensazioni, i nostri “suoni interiori”. Fermiamoci, ogni tanto, e sentiamo come stiamo: sentiamo il nostro corpo, il nostro respiro, il nostro ritmo, il battito del cuore. Siamo fisicamente interi, ma energeticamente scarichi, e ciò accade molto più spesso di quanto noi crediamo. Fermiamoci a raccontarci qualcosa di noi, ogni tanto, dove siamo, quale obiettivo abbiamo, come intendiamo raggiungerlo, come ci sentiamo rispetto a quello che pensiamo e a quello che agiamo? Sentiamo cosa risponde la “vocina” dentro di noi. Sentire come stiamo e coccolarci un po’ ogni tanto è un atto d’amore verso noi stessi, ne traiamo grande giovamento. Vi suggerisco di provare… Maria Cristina Caccia 

Continua...

L’anoressia nervosa nell’adolescente: il dolor...

L’anoressia nervosa non è soltanto un disturbo che coinvolge ed invade il corpo e le funzioni fisiologiche, ma anche e soprattutto una situazione psicopatologica, frutto della combinazione di fattori interni, psicologici, di malessere ed insicurezza, e fattori esterni, culturali e sociali, incarnati dagli ingannevoli ed illusori modelli di bellezza e magrezza proposti dai mezzi di comunicazione. Il risultato di questa infelice congiunzione è lo sviluppo e la grande diffusione di una estrema patologia, spesso sottovalutata o non riconosciuta, talvolta mortale, che colpisce nella grandissima maggioranza dei casi le donne, specie le giovanissime. Non esiste un profilo psicologico univoco che possa descrivere la giovane donna anoressica, le strade che conducono verso il tunnel dell’anoressia nervosa possono essere numerose e differenti. Ciò che le accomuna è il loro legame con il particolare momento evolutivo durante il quale emerge la psicopatologia: la pubertà, l’alba dell’adolescenza, l’età della transizione e dei grandi cambiamenti psicofisici.   I pericoli degli ingannevoli modelli sociali L’ingresso nella pubertà porta con sé i primi segnali di distacco e di rottura con il mondo infantile, manifestandosi attraverso il corpo e le sue trasformazioni, inizialmente ancora in fase di sviluppo e maturazione. Il fisico della giovanissima adolescente, ancora acerbo ed in una condizione intermedia tra il corpo della bambina ormai cresciuta e quello della donna non ancora sbocciata, urta e si scontra inevitabilmente con l’insidiosa richiesta sociale di seduttività femminile. Lo stereotipo della giovanissima e precoce “Lolita”, ragazza-copertina, favorito anche dal diffondersi di teenagers idoli del mondo dello spettacolo, sempre più giovani e patinati, conduce l’inesperta adolescente da poco affacciata al mondo degli adulti verso un ansioso inseguimento di quel corpo perfetto ovunque proposto ed imposto. L’attenzione per il proprio fisico germoglia e cresce in una spirale di progressiva ossessione fatta di diete e restrizioni sempre più tormentate e rigide.   Un non voler crescere: l’anoressia nervosa verso una regressione all’infanzia Paradossalmente, gli effetti della segreta e deleteria ossessione per il corpo mediante ostinate diete fai-da-te ed estenuante attività fisica si concretizzano in quella che si rivela essere una regressione verso un corpo infantile, iponutrito, privato delle sue forme e rotondità. La giovane adolescente che affronta il suo conflitto psicologico vivendo di compromessi (futuri sintomi della malattia), sminuzzando il cibo come per liberarsene, nutrendosi quasi esclusivamente di liquidi, talvolta vomitandoli e rigettandoli per non compromettere il fisico, si trasforma nel fantasma di una bambina alimentata da latte e vasetti di omogeneizzati: la bambina che  si è resa improvvisamente conto di non essere più, e verso la quale, inconsciamente, tenta di rifugiarsi per evadere dal terribile universo adulto.   Il confronto con la figura materna e la femminilità adulta Il corpo attaccato, torturato, sacrificato e malnutrito della giovane anoressica, come in una spirale di masochismo ed autolesionismo, è in realtà quel corpo in trasformazione, per la prima volta “sessuato”, dai primi accenni di femminilità, un corpo non riconosciuto come parte di sé ma, al contrario, come un qualcosa di estraneo e pericoloso, qualcosa (qualcuno) che non si vuole diventare. E’ il corpo che si rivela sempre più simile a quello materno, un fisico “sessualizzato”, pronto a ricevere le caratteristiche della femminilità adulta, come la comparsa del ciclo mestruale, dunque della capacità riproduttiva. Il tabù della vita sessuale, dell’avvicinamento all’altro sesso e del non essere più soltanto una figlia ma anche una potenziale madre fa sì che l’anoressia nervosa diventi un modo per mantenere il corpo asessuato ed infantile, una strada per tenerlo al sicuro.   La metafora di Biancaneve Spesso il rapporto tra l’adolescente e la madre esprime la sua conflittualità inconscia non più soltanto sul piano della sessualità ma anche su quello della relazionalità. Una forte ed aspra opposizione tra figlia e madre trasforma quest’ultima nella figura simbolica della matrigna ostile della fiaba, in guerra con la bellezza e la giovinezza della figlia, giovane donna in procinto di sbocciare. Nel suo immaginario inconscio la giovane anoressica, rappresentando una minaccia per l’infuriata ed invidiosa madre che invecchia e del quale sta per prendere il posto, teme la vendetta materna ed evita la sfida rifiutando il suo nutrimento come qualcosa di potenzialmente pericoloso e velenoso (la mela avvelenata che seduce e poi uccide). Nel medesimo tempo, però, rifuggire la crescita e rifiutare il nutrimento ed i doni materni conduce senza soluzione all’abbandono ed alla perdita del suo amore. Per la giovane adolescente si tratta di un conflitto inconscio irrisolvibile e privo di compromessi: il non voler crescere porta alla malattia del corpo, sfidare la femminilità materna e rimpiazzarla porta al senso di colpa, alla solitudine ed alla depressione. Maria Lupoli

Continua...

Coaching: la... non urgenza della relazione

In una relazione di Coaching è importante “fare pulizia” delle proprie emozioni e dei propri “schemi”. Il “campo” tra Coach e Coachee dev’essere “sgombro”, come si dice, da influenze propriocettive per non influenzare il cliente. La prima persona che deve lavorare su sé stessa in modo costante è il Coach: il meccanismo delle proiezioni è attivo nelle nostre interazioni con l’altro e non si disattiva in un “colloquio di coaching”, pertanto è necessario esserne consapevoli e fare in modo che l’unico vero protagonista del confronto sia “la persona unica interessata dei fatti” ossia il Coachee. Si favorisce una “ecologia della relazione” all’interno di una comunicazione autentica, scevra da sovrastrutture, “pulita”, neutra. Colui che ci sta di fronte deve sentirsi liberamente ascoltato e liberamente in grado di essere o non essere, di dire e non dire, di scegliere il silenzio e di non essere giudicato, osservato, interpretato. Non si interpreta in una relazione di Coaching, si ascolta e si dà la parola all’interiorità. Si cresce sul campo, ci si rigenera ogni volta. In questa “relazione di aiuto” il Coach accompagna l’altro alla conoscenza ulteriore di sé stesso attraverso l'esplorazione delle proprie risorse cognitive, emotive, fisiche e in questo agire gioca un ruolo di grande importanza la dimensione della “non urgenza”.   Cosa significa “non urgenza”? Per il Coach vuol dire non avere “fretta” di depositare consigli o suggerimenti che gli derivano da coinvolgimenti personali, dinamiche irrisolte che colgono l’occasione di emergere alla ricerca di conferme.  Coinvolgersi, etimologicamente, rimanda al concetto di “avvolgere insieme” quindi mescolarsi, farsi “un tutt’uno con l’altro”, ruotare “nel medesimo vortice emozionale” ed  è una circostanza da evitare per non alterare la cosiddetta situazione ideale del “campo” ovverosia quella in cui Coach e Coachee siedono uno di fronte all’altro, senza confondersi.  Diventa conditio sine qua non lo “spaesarsi” ovverosia “uscire dal proprio paese” narcisistico, costituto dalla paure, dalle emozioni represse, dagli schemi, dai filtri che fanno parte di noi ma che nell’espletare il ruolo di “ascoltatore attivo e neutro” non devono prevalere né essere assecondati. Su queste dinamiche personali è necessario lavorare costantemente per disapprendere, in fase di colloquio, l’urgenza di interpretare. Si fa strada, invece, la  capacità di riformulare e chiarificare i concetti espressi dal Coachee aiutato ad analizzarli sotto un’altra veste, con radicamento sul qui e ora per orientare scelte future oppure con visione sul domani per comprendere punti di osservazione presenti.  La pratica del rilassamento aiuta il Coach a “spaesarsi” e quindi a dialogare con le proprie emozioni “urgenti” per dare loro uno spazio interiore in cui rimanere sedute e osservare senza interferire nella relazione di aiuto e di ascolto empatico, che, allo stesso tempo, si mantiene lucido e razionale. Difficile pensare a sé stessi come ad esseri neutrali nel momento in cui ascoltiamo il vissuto di un’altra persona con il quale, a volte, ci identifichiamo. Diventa quasi automatico “farsi specchio” dell’altro, perché in fondo, in noi, traspare un “bisogno di aiutare” e di “salvare”. Nel coaching non si operano “conversioni”. Non si “porta l’altro” a pensare in un certo modo, ma lo si accompagna a riformulare il proprio pensiero, che significa dare degli strumenti per uscire dalla “bolla di comfort” e camminare sulla “sponda” verso un cambiamento di paradigma ovverosia di “lettura” di un modo di essere o di credere come un nuovo orizzonte da cui osservare sé stessi per cogliere soluzioni e stimolare la creatività e l’intuizione. Il Coach segue l’arte maieutica che mira a definire la comprensione di processi di trasformazione e di apprendimento come motivazione interna, soggettiva, lontana da qualsiasi forma di persuasione. Socrate agiva come una “levatrice” per “tirare fuori” dall’allievo pensieri assolutamente personali, da ascoltatore “paziente” e “spaesato”.   Maria Cristina Caccia

Continua...

Prendere e dare carezze: è davvero così facile?

Mentre passeggiamo per strada incontriamo un nostro vicino, lo guardiamo e sorridendo diciamo: “Buongiorno!”, il nostro vicino contraccambia il saluto e risponde: “Buongiorno!”. In questa situazione ci siamo appena scambiati una carezza. Una carezza è definita una unità di riconoscimento (Stewart – Joines, 1987). Questi tipi di scambi sono talmente famigliari per noi che non ci facciamo più caso, ma ora immaginiamo la stessa situazione con una variazione, ossia il nostro vicino non contraccambia il nostro saluto, ci passa avanti come se non ci fossimo: che cosa provereste? Probabilmente vi chiedereste: “Che cosa è successo?”. In generale è possibile affermare che abbiamo bisogno di carezze e ci sentiamo deprivati se non le otteniamo.   Esistono diversi tipi di carezze? Si, vediamo quali Verbali o Non verbali: ogni tipo di comunicazione è una carezza e la maggior parte dei nostri scambi comporta anche carezze non verbali. Positive o Negative: una carezza per essere considerata positiva deve essere piacevole per chi la riceve, al contrario una carezza negativa è sentita come spiacevole. Ad ogni modo, qualsiasi tipo di carezza è meglio di nessuna carezza. Condizionate o Incondizionate: una carezza condizionata si riferisce a ciò che una persona fa: “che bel lavoro che hai fatto!”, invece una carezza incondizionata si riferisce a ciò che una persona è: “sono felice che sei qui!”. Come diamo le nostre carezze? Alcune persone hanno l’abitudine di dare carezze che cominciano col sembrare positive ma poi danno una “frecciata” negativa finale: “vedo che cominci a capire, più o meno”, queste carezze comunicano qualcosa di positivo ma poi è come se lo annullassero. Altre persone sono molto generose nel dare carezze positive ma lo fanno in modo non sincero: “che bello il tuo articolo! Quando l’ho letto ho pensato che era molto interessante, molto acuto…”. Ci sono anche persone che hanno difficoltà a dare carezze positive e non ne danno affatto. Spesso ai genitori capita di dare carezze in modo condizionato: “ti voglio bene se fai il bambino bravo”. La modalità con cui diamo carezze è strettamente legato al nostro background culturale e famigliare, se ci soffermiamo a pensare alla nostra storia da bambini possiamo trovare dei collegamenti con il nostro modo di dare carezze da adulti.   Ma tutti riusciamo a prendere le carezze che ci vengono date? Noi tutti abbiamo delle preferenze, alcuni preferiscono ricevere carezze per quello che fanno piuttosto che per quello che sono, alcuni preferiscono essere accarezzati fisicamente, altri solo verbalmente. La maggior parte di noi preferisce ricevere le carezze che è stato abituato a ricevere. A causa di questa famigliarità possiamo svalutare altri tipi di carezze, oppure può darsi che inconsciamente vorremmo ricevere le carezze che raramente otteniamo ma non siamo capaci di chiederle o di accettarle. Supponiamo che io da bambina abbia sempre desiderato ricevere un abbraccio da mamma e che lei raramente lo abbia fatto, per alleviare la sofferenza di non riceverle, può darsi che io decida di negare il mio bisogno di ricevere degli abbracci affettuosi e può accadere che da adulta io mantenga questa strategia senza esserne affatto consapevole.   Esiste quindi un filtro per le carezze? Si esiste. Quando una persona ottiene una carezza non in sintonia con la sua “modalità preferenziale” è probabile che la ignori o la sminuisca. Sentendo una carezza “non in sintonia” potreste dire: “Grazie”, ma nel dirlo potete arricciare il naso e storcere la bocca, oppure potreste mettervi a ridere e dire: “Si va be!”. Ma perché rifiutiamo alcune carezze? Ci avvaliamo del nostro filtro delle carezze per poter mantenere l’idea che abbiamo di noi stessi e degli altri. Le persone che hanno avuto un’infanzia molto dolorosa possono decidere che non è sicuro accettare nessun tipo di carezza e hanno un filtro così stretto che sfuggono a qualsiasi carezza viene loro offerta. Così facendo mantengono la loro sicurezza interiore ma si privano della possibilità di esperire da adulti le carezze in un modo nuovo e magari gratificante. Per riprenderci la nostra consapevolezza, spontaneità e intimità secondo Steiner (1987) possiamo cominciare pensando che: possiamo chiedere le carezze: le carezze che otteniamo chiedendo hanno altrettanto valore di quelle che riceviamo senza chiederle! possiamo provare piacere a dare carezze a noi stessi; possiamo rifiutare apertamente le carezze che non ci fanno piacere; le carezze sono disponibili in quantità illimitata: possiamo dare e ricevere una carezza ogni volta che lo desideriamo! Noemi Di Lillo

Continua...

Lo psicologo - 10 risposte alle domande più frequ...

Chi è lo psicologo? Un Professionista che, attraverso il Colloquio e la costruzione di una RELAZIONE positiva, di fiducia con le persone, si occupa di MIGLIORARE la loro qualità di vita.   Cosa fa? Interviene principalmente in tutte quelle situazioni in cui la persona attraversa una CRISI/DIFFICOLTÀ da cui non riesce ad uscire, ma non solo: si occupa anche di PREVENZIONE del disagio. Il suo intervento puó rivolgersi sia a singoli individui che a gruppi di persone (coppie, famiglie, istituzioni ecc.).   Quindi dallo Psicologo non va solo chi "ha problemi"? Assolutamente no. Lo psicologo non interviene solo sul malessere, ma è, in generale, un PROMOTORE DEL BENESSERE,  quindi il suo aiuto si rivolge anche a chi, in assenza di difficoltà evidenti nella vita quotidiana, è interessato ad approfondire la conoscenza di sé, divenire più consapevole delle proprie risorse per utilizzarle al meglio, migliorare la relazione con gli altri.   Se passo un brutto momento, posso sempre sfogarmi con un amico che mi ascolta. Non è la stessa cosa? No. L'amico fa parte della tua vita e ti conosce abbastanza ma, proprio per questo, puó trovare difficile prendere le giuste distanze dalla situazione e non giudicarti. Lo psicologo, invece, ti ascolta e in più ha degli strumenti specifici per aiutarti sia a scoprire le cause del malessere che le strategie utili per risolverlo.   È proprio necessario un aiuto o posso farcela da solo? Esistono vari gradi di sofferenza psicologica: quando condiziona la quotidianità, destabilizza le relazioni con familiari e amici, impedisce di studiare o lavorare, un aiuto esterno diventa necessario. Lo psicologo crede fermamente nella capacità delle persone di cambiare e aiutarsi da sé. Del resto, la responsabilità principale del cambiamento è sempre della persona che lo vuole attuare, lo psicologo si limita ad ampliarne la prospettiva, suggerendo nuovi modi di vedere la realtà che facilitino una trasformazione. Potremmo paragonare l'aiuto dello psicologo ad un navigatore per auto: per trovare la tua destinazione puoi scegliere di seguire le indicazioni stradali, chiedere consiglio a chi incontri lungo la strada  oppure affidarti a un navigatore che ti prospetti i vari percorsi, da quelli brevi agli economici, il tempo di percorrenza, i limiti di velocità, i luoghi di interesse lungo il cammino… ma sei sempre e solo tu che guidi l'auto!     Vivo Una situazione praticamente immodificabile, mi sento impotente, non potrò più avere indietro ciò che ho perso… quindi a cosa serve lo psicologo se non posso cambiare la mia condizione? Lo psicologo non lavora sulle situazioni ma sul CAMBIAMENTO DELLE PERSONE: migliorare la qualità di vita è possibile, anche nelle situazioni immodificabili, semplicemente imparando ad affrontarle e a riflettere sulle alternative.   Che differenza c'è tra Psicologo e Psicoterapeuta? Lo psicoterapeuta è uno psicologo che, dopo la Laurea e l'abilitazione all'esercizio della professione, ha conseguito un percorso formativo di specializzazione. Esistono varie specializzazioni, ciascuna ha le sue teorie sulle cause del disagio e degli strumenti specifici per il suo superamento. Non esistono specializzazioni migliori di altre, tutti gli psicoterapeuti condividono l'obiettivo di curare la sofferenza psicologica, pur nella diversità dei metodi utilizzati. Alcuni orientamenti sono più indicati per alcuni tipi di disturbi o per alcune tipologie di persone: in ogni caso, un professionista serio indica alla persona, dopo un' attenta valutazione, se è ragionevolmente prevedibile che questa trarrà beneficio dai metodi di cura che lui utilizza e, in caso contrario, fornisce tutte le informazioni necessarie a ricercare altri e più adatti interventi.   Quanto dura un percorso e quali sono i costi? Una consulenza, per capire il problema e programmare insieme come affrontarlo, richiede circa tre incontri. Non esiste una durata prevista fissa: ogni percorso dipende dalle caratteristiche individuali, dal tipo di problema presentato, dagli obiettivi che si intende raggiungere. La durata di ogni singola seduta è di circa un'ora, con cadenza settimanale, bisettimanale o mensile, in base alle specifiche esigenze e al giudizio clinico del professionista. Per quanto concerne i costi, ogni psicologo applica una sua tariffa per seduta, che è tenuto a comunicare al cliente prima che il colloquio abbia luogo e che viene calibrata in base alla complessità dell'intervento, all'urgenza e alla condizione sociale ed economica di chi richiede la prestazione. Il professionista si impegna a garantire tutte le risorse professionali a sua disposizione per il raggiungimento di un risultato, ma non potrà mai garantire l'esito del percorso.   Lo psicologo prescrive dei farmaci se necessari? No, non puó prescriverli ma puó valutare, col diretto interessato, se è auspicabile usufruirne e, nel caso, indicare a chi rivolgersi (generalmente lo psichiatra) per pianificare una cura farmacologica.   Sono minorenne, posso andare dallo psicologo senza mamma e papà? Si, non esistono limitazioni di età per poter avere un colloquio con lo psicologo ma, in caso di persona minorenne, i genitori devono essere entrambi d'accordo sul fatto che il proprio figlio usufruisca della prestazione. In genere tale consenso viene richiesto in forma scritta. Valeria Fisichella

Continua...

Mamma e figlio: l'importanza del linguaggio

Il rapporto tra madre e figlio, o sarebbe meglio dire tra genitori e figli, rappresenta un pilastro portante nella formazione della personalità del bambino. Questo rapporto passa attraverso le abitudini, i gesti e le parole, che hanno un grande impatto sulla nostra parte inconscia, soprattutto quando si è bambini. Ed è proprio l’inconscio che governa gran parte delle nostre scelte e dei nostri comportamenti. In questo articolo voglio concentrarmi soprattutto sulle parole e sul tono con cui i genitori parlano ai propri figli. Sì, perché bisogna rendersi conto che le parole, soprattutto quando ci si rapporta con i bambini, possono essere dei veri e propri mattoni sui quali il bambino costruirà giorno dopo giorno la sua autostima, oppure possono essere delle vere e proprie voragini di insicurezza, dentro le quali il ragazzo crescendo sprofonderà poco a poco. Molto spesso mi chiamano delle madri per portarmi i loro figli a fare delle life coaching, affinché io possa aiutarli a raggiungere una maggiore autostima e fiducia in sé stessi. E mentre le ascolto parlare, sono le frasi che esse usano che mi raccontano i loro figli. “Ma sai Pierre, lei è una che non ha mai avuto fiducia in sé stessa. Certo non potrà eccellere nello studio, non sarà mai una cima”. Quello che si deve comprendere bene è che, se si aspira ad avere un figlio con una migliore autostima, il genitore deve essere il primo a seminare autostima nel proprio figlio. Sì, perché l’autostima non la si compra in farmacia. L’autostima è qualcosa che si costruisce, lentamente, giorno dopo giorno, già da piccoli, anzi, soprattutto da piccoli. Ecco perché è molto importante comunicare con i propri figli, con la consapevolezza che quando comunichiamo con loro, in realtà stiamo gettando in loro dei semi. Potrebbero essere dei semini di insicurezza, scarsa autostima, oppure semini di coraggio, di intraprendenza e di fiducia in sé stessi. Di questi semi vedremo i primi frutti nell’adolescenza… Le frasi tipo: “Sbagli sempre”, “Sei un disastro”, “Sei il solito, non finisci mai le cose che inizi”, “Cosa sto a perder tempo con te che non capisci”, “Da grande non combinerai mai nulla”, “Non capisci proprio le cose”, sono delle frasi che non contribuiscono proprio a gettare semi di autostima. Anzi, se poi si pensa che a queste parole si aggiungono sempre toni alti, atteggiamento non verbale aggressivo, emozioni negative, ecco che si aprono nel cervello del bambino crateri di insicurezza in sé stesso. A volte, quando spiego questi concetti, in qualità di life coach, mi sento rispondere: “… Ma i miei genitori non si sono mica posti tutti questi problemi eppure sono ben cresciuto anch’io!”… Sicuramente i nostri genitori, hanno cercato di dare il meglio di loro. E il modo che spesso hanno scelto è di fare quello che hanno fatto i loro genitori. Ma si può sempre migliorare! “Tutti sbagliano nella vita, tranquillo!. La prossima volta ti impegnerai di più e vedrai che andrà meglio”, “Ho fiducia in te, e stai certo che le cose miglioreranno se darai il meglio di te”, “E’ solo sbagliando che si impara e si cresce”, “Aumenta il tuo impegno e sfrutta tutto il tuo potenziale”, “Hai tutto quello che serve per riuscire... Ora basta che ci unisci l’impegno”. Questi sono solo alcuni esempi di come si può comunicare lo stesso concetto in modo più potenziante. Una cosa molto importante poi, è dare il giusto riconoscimento ai progressi che il bambino compie, anche i più piccoli: “Bene, hai fatto un buon lavoro”, “Bravo, vedi che se ti impegni riesci sempre”. Serve molto di più rafforzare un progresso, anche se minimo… Se non ci sono problemi o tensioni, così come se non ci sono particolari situazioni di successo conseguito dal bambino, può essere più utile seminare sensazioni positive andando a riprendere successi del passato. “Sono orgoglioso di te”, magari con un gesto, una carezza, una pacca sulla spalla, sono semini che un giorno germoglieranno e daranno quei frutti di una buona autostima. Pierre Joseph Vicari

Continua...

Forza del pensiero: affrontiamo la giornata con il...

"Usa la Forza, Luke." (Guerre Stellari - Episodio IV  "Una nuova speranza" 1977) Questa frase mi è entrata subito nella testa, fin da quando ero bambino... usa la Forza. Poi, crescendo, si è aggiunto "Magnum P.I." con la sua frase tipica "La mia vocina mi diceva...". La mia vocina mi diceva... E così, prima ancora di intraprendere qualsiasi studio che riguardasse la comunicazione e lo sviluppo personale, sono cresciuto con la consapevolezza che ci fosse qualcosa di piú di ció che è ai nostri occhi, del "concreto", convivendo fin da subito con quello che poi ho scoperto chiamarsi "inconscio" e "Pensiero Positivo/Creativo". Ma torniamo a noi, quanto puó cambiare la giornata se decidiamo di affrontarla con il giusto atteggiamento? La risposta è molto semplice: completamente! Non ci credete? Provate ad alzarvi la mattina con il sorriso, dicendo a voi stessi "oggi è un nuovo giorno! Ed io sono pronto ad affrontarlo nel migliore dei modi, con il sorriso, la voglia e la gratitudine di poter essere ancora qui... in questo mondo". Non c'è crisi, lite, capo, collega, automobilista, debito... niente di niente che possa farmi cambiare idea.. oggi è un nuovo giorno! Vedrete che come per magia il vostro volto si "illuminerà", i vostri occhi avranno un'altra luce e, non solo chi vi sarà vicino noterà la differenza, ma ne rimarrà contagiato (naturalmente parlo di coloro che sono predisposti al miglioramento). Ma non finisce qui, per un'inspiegabile ragione anche la "realtà" intorno a voi cambierà forma. Non voglio parlare di legge d'attrazione, pensiero positivo o "segreti" da svelare.. .parlo di realtà... semplice realtà delle cose. Perchè non è necessario "studiare" alcunché, affrontare per-corsi "mistici" per rimanere piacevolmente affascinati dall'effetto della Forza del nostro pensiero (quello puó essere un di piú). Semplicemente cominciare a guardare il bicchiere mezzo pieno per una volta, concentrandosi sulle possibili soluzioni e non sul problema, ponendo l'attenzione su tutto ció che ci incuriosisce, che ci fa stare bene, prendendo coscienza che non c'è nulla di "inevitabile", non c'è un "destino avverso", la "sfiga che ci perseguita"... La nostra mente è talmente potente che, se ci convinciamo che nulla andrà bene nella nostra vita, nulla poi andrà per il verso giusto... Al contrario, non se ci convinciamo, ma se vogliamo che tutto vada bene, se siamo disposti ad affrontare giorno per giorno, attimo per attimo, la nostra vita con la certezza di poterla "cavalcare" e non "subire"... tutto andrà per il verso giusto. Ci saranno alti e bassi, momeni In e momenti Out, le incomprensioni e le perdite di persone care... ma voi vivrete tutto in modo differente... credeteci... scommetteteci... Siete ancora un po' scettici? Pensate che sia "folle"? E allora vi sfido... un bel respiro... profondo... spalle alte! Sorriso, e trasformate questi "consigli" in CREDO per una settimana... una sola settimana... e poi ci "risentiamo"! Pensate di riuscirci? Cosa avete da perdere? Avete la Forza per farlo? Fausto Donadelli

Continua...

Che cos'è la PNL?

È difficile dare una definizione di PNL. Richard Bandler, uno dei fondatori, la definisce come “lo studio della struttura della soggettività”. Attorno agli anni ’70 Bandler e Grinder iniziarono a studiare il modo di lavorare di alcuni terapeuti eccezionalmente efficaci dal punto di vista comunicativo e dei risultati terapeutici e notarono che le strategie che utilizzavano e i modelli di linguaggio verbale e non, avevano alla loro base processi comuni e simili. I due autori si chiesero, quindi, se: i processi mentali possono essere ricondotti ad alcune operazioni fondamentali messe in sequenza in vista di un certo risultato? se sì, è possibile ricostruire questi "programmi" e addirittura trasferirli da una persona all'altra, da una situazione all’altra? e ancora: è possibile intervenire nel "cuore" di questi "programmi" per poterli modificare a vantaggio delle persone? Sì, sì, sì. Il nome “Programmazione Neuro-Linguistica” indica l’integrazione di tre differenti campi scientifici. “Programmazione" fa riferimento al fatto che ogni persona ha i propri programmi di funzionamento, strategie per entrare in contatto con il mondo esterno, che possono essere efficaci o meno. La componente “neuro” riguarda il sistema nervoso. Questi programmi si basano su processi neurologici e vengono espressi attraverso il linguaggio (verbale, non verbale, paraverbale).   Principi fondamentali Mappe di realtà Uno dei concetti fondamentali della PNL è quello di mappe di realtà. Noi non siamo direttamente in contatto con il mondo esterno, la realtà viene continuamente trasformata dalla nostra attività cerebrale, dai nostri sensi e dal background familiare e culturale che filtrano le informazioni. Non esiste quindi una sola realtà e non è corretto supporre chel’altro colga nello stesso istante le stesse informazioni che cogliamo noi e le elabori nello stesso modo in cui le elaboriamo noi. “La mappa non è il territorio” Il modello del mondo che noi creiamo non può essere considerato come il territorio, ma come la mappa che lo rappresenta. Quali informazioni vengono ritenute e quali perdute dipende da dove la mente focalizza la sua attenzione e come la focalizza. In altre parole su cosa si staconcentrando e in che modo lo fa, come opera connessioni e distinzioni. Il modo di assumere le informazioni nell’ambito di un’esperienza, di metterle in relazione e di rendersele disponibili così da poterle utilizzare in contesti analoghi o ritenuti tali, è molto personale e per ciascuno diverso.   Contenuto e struttura della mappa La mappa della persona è costruita sulle percezioni del reale, variamente filtrate, ed è composta da tutto il materiale proveniente dalle sue esperienze di vita consciamente o inconsciamente ricordate, dalle varie rappresentazioni mentali riguardanti il passato, il presente e il futuro, sentimenti, pensieri, decisioni, convinzioni, ricordi, aspettative. Tutti questi contenuti mentali sono comunque codificati in modalità sensoriali: visive, auditive, cinestesiche, gustative e olfattive. Questo perché sono basate su dati di percezione e perché, quando si esprimono, rivelano una struttura sensorialmente basata. E' proprio questa struttura che interessa principalmente il programmatore neurolinguistico. La PNL non si interessa dei contenuti quanto piuttosto dei processi che arrivano a comprendere le sequenze degli avvenimenti sensoriali interni che una data persona realizza in un determinato momento e poter intervenire, sia che si tratti di un problema, di una risorsa o della ristrutturazione di un contenuto.   I Filtri Il modo in cui le persone costruiscono la propria mappa del mondo riguarda complessi processi neurologici in cui hanno influenza fattori ambientali, culturali, familiari e personali. L'individuo, letteralmente immerso in un fiume di input sensoriali, ha a disposizione una serie di filtri che gli permettono di acquisire dall'ambiente in maniera selettiva informazioni utili alla sua sopravvivenza. Questi filtri sono di tre tipi: filtri neurologici: permettono di percepire solo una piccola porzione dei fenomeni fisici che ci circondano. Abbiamo esperienza del mondo attraverso i nostri sensi: vista, udito, tatto, gusto e olfatto ma ci sono fenomeni fisici che stanno al di fuori dei limiti di questi cinque canali sensoriali, (per es. percepire onde luminose di lunghezza compresa tra i 400 e i 700 nanometri o i suoni compresi fra i 20 e i 20.000 cicli al secondo). Un primo modo in cui i nostri modelli del mondo differiranno necessariamente dal mondo in sé è dato dal fatto che il nostro sistema nervoso deforma e cancella sistematicamente intere parti del mondo reale. Esso, quindi, costituisce il primo insieme di filtri che distinguono il mondo (il territorio) dalla nostra rappresentazione del mondo (la mappa). filtri determinati da fattori socio culturali: sono costituiti da fattori genetici sociali, cioè da quel complesso delle categorie o filtri cui siamo soggetti come membri di un sistema sociale: la lingua, la religione, la morale e tutte le altre finzioni operanti per consenso della società. I vincoli sociali sono identici per i membri della stessa comunità sociolinguistica, ma vi è un gran numero di comunità socio-linguistiche diverse. Tali filtri sono facilmente superabili: lo dimostra ad esempio il fatto che riusciamo a parlare più di una sola lingua; vale a dire che riusciamo ad usare più di una serie di categorie o filtri linguistici sociali per organizzare la nostra esperienza. filtri di tipo personale: il modello del mondo di ogni persona è squisitamente unico come unica è la sua storia e la sua esperienza personale. Ognuno ha una sua personale maniera di strutturare l'esperienza, il suo modo di vedere le cose del mondo e di sentire l'impatto emotivo delle situazioni esperenziali, le sue abitudini, le sue regole e norme.Questa terza serie di filtri è il fondamento delle profonde differenze che ci separano come esseri umani e del modo in cui creiamo dei modelli del mondo.   Costruzione della mappa  Disponiamo di tre meccanismi che intervengono nel nostro modo di mappare il mondo. Questi ci permettono di costruire mappe di una certa esattezza e per questo sono di estrema utilità. Possono però risultare limitanti tanto da impoverire la nostra esperienza del mondo.   Generalizzazione È il procedimento con il quale elementi o parti del modello di una persona vengono staccati dalla loro esperienza originaria e giungono a rappresentare l’intera categoria di cui l’esperienza è un esempio. Per esempio è utile sapere generalizzare dall’esperienza di una bruciatura al contatto con una stufa rovente alla regola che le stufe roventi non vanno toccate. Quindi la nostra capacità di generalizzare è essenziale per affrontare il mondo. Con questo meccanismo possiamo utilizzare la nostra memoria, la nostra esperienza passata, per risolvere problemi in situazioni simili. D’altra parte lo stesso processo di generalizzazione potrebbe portare una persona a stabilire delle regole che di volta in volta possono essere opportune o meno. La generalizzazione può diventare un meccanismo bloccante quando ad esempio si è morsi da un cane e concludiamo che tutti i cani mordono. Da qui se ne deduce che non esistono generalizzazioni giuste, ma ciascun modello dev’essere valutato nel suo contesto.   Cancellazione È un procedimento con cui, selettivamente, prestiamo attenzione a certe dimensioni della nostra esperienza e ne scartiamo altre. Così facendo possiamo utilmente orientarci nell'enorme quantità di dati che ci provengono dal mondo esterno attraverso i nostri organi di senso. Un esempio è quello della madre che non si sveglia per nessun rumore, ma che è in grado di percepire anche un flebile respiro del proprio bambino. Anche la cancellazione tuttavia può farci perdere, nel suo uso deleterio, importanti aspetti dell'esperienza quotidiana. Quante volte ad esempio può capitarci di considerare solo molto tempo dopo valori positivi di una persona che non ci era molto simpatica; eppure tali valori erano da sempre presenti in quell’individuo, ma semplicemente... non li vedevamo! La cancellazione riduce il mondo a proporzioni che ci sentiamo in grado di maneggiare. Questa riduzione può essere utile in alcuni contesti, ma può essere fonte di sofferenza in altri.   Deformazione Con questo processo possiamo letteralmente trasformare la realtà introducendo dei cambiamenti nella nostra esperienza sensoriale. Famoso è l'esperimento in cui venne fatto vedere ad un gruppo di studenti un mazzo di carte con le picche rosse ed i cuori neri; nessuno di loro notò alcunché di strano. Appare evidente che quelle facoltà che ci permettono di organizzare la  realtà nella maniera per noi più creativa e proficua sono le stesse facoltà che noi possiamo utilizzare a nostro danno, tanto da portarci a considerare il mondo da un'ottica estremamente impoverita,  causa di problemi e infelicità. Le difficoltà che incontriamo non si trovano nella realtà ma nella mappa del mondo che ci siamo costruiti. Ne deriva che la soluzione dei problemi non si basa su inutili tentativi di cambiare la realtà esterna, ma al contrario su precise operazioni mentali che ci consentano di riorganizzare la esperienza che abbiamo del mondo e di accedere a nuove alternative.   Roberto Desiderio

Continua...

Are you looking for the best website template for your web project? Look no further as you are already in the right place! In our website templates section you will find tons of beautiful designs - for any kind of business and of any style. You are in a unique place - join us today BIGtheme NET

Filtro contenuti

Filtra: 
DMC Firewall is developed by Dean Marshall Consultancy Ltd