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Psicologia

In risposta alla domanda: "ma cosa fa un Ment...

Il Mental Coaching, noto anche come Allenamento mentale, è quel segmento di formazione sportiva che si concentra in specifico su come aiutare gli atleti ad abbattere le barriere mentali che impediscono loro di esprimersi al meglio del proprio potenziale. Il Mental Coach focalizza l'attenzione sulle abilità mentali necessarie per avere successo in qualsiasi competizione sportiva, utilizzando differenti metodologie e tecnologie a seconda della persona e delle problematiche individuate, così da "riprodurre" il proprio stato di peak performance, perché uno dei segreti dei grandi campioni è la capacità di riprodurre quello stato emotivo di grazia in cui si è certi di poter fare qualsiasi cosa. Il Mental Coach un esperto che aiuta gli atleti a definire gli obiettivi in modo efficace e ad innalzare costantemente il livello di performance, attraverso l'allenamento mentale. Focalizza l'attenzione e le azioni degli sportivi sul raggiungimento di risultati concreti, fornisce metodi, tecniche e strategie per utilizzare al massimo le risorse personali.   In particolare, ha l’abilità di individuare e far sviluppare a livello mentale i punti di forza di ciascun atleta, fino a realizzare una combinazione vincente di risorse fisiche, tecniche e mentali che consenta di raggiungere i massimi livelli di performance. Per fare questo è fondamentale "governare" gli elementi che compongono i nostri stati d’animo: la fisiologia, il linguaggio e il focus mentale. Come? Semplice... avvalendosi di un valido Mental Coach! Fausto Donadelli

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Gestire la rabbia

Coloro che sono capaci di controllare le proprie emozioni riescono a riprendersi più velocemente dalle situazioni di difficoltà, mentre chi è privo di questa abilità si trova spesso a combattere con sentimenti tormentosi. Essere capaci di gestire le proprie emozioni non significa essere delle macchine prive di sentimento, significa per esempio controllare l’intensità o la durata dello stato emozionale. Prendiamo la rabbia che di tutti gli stati d’animo, secondo gli studi, è il più difficile da controllare. Dolf Zillmann, psicologo della Alabama University, ha scoperto che uno dei fattori universali scatenanti della rabbia sarebbe la sensazione di trovarsi in pericolo. Il segnale di pericolo può venire sia da una vera e propria minaccia fisica (l’automobilista che non rispetta lo STOP e ci taglia la strada) sia da una minaccia simbolica all’autostima o alla dignità della persona, quando ad esempio ci sentiamo trattati in maniera ingiusta o sgarbata o quando veniamo insultati e umiliati.   Esistono diverse strategie per disinnescare lo stato di rabbia La prima consiste nel fermarsi sui pensieri che la innescano e metterli in discussione. Lo scoppio d’ira viene infatti generato da una nostra convinzione, da un nostro giudizio. Nel caso dell’automobilista che ci taglia la strada saremo sicuramente portati a pensare le peggiori cose su quella persona e sul suo comportamento e queste alimenteranno lo stato di collera. Provare a pensare che forse l’automobilista non ci ha visto o che magari portava qualcuno all’ospedale, insomma avere un atteggiamento più possibilista e una certa apertura mentale, aiuta a mitigare la collera. Il secondo sistema è quello di raffreddarsi fisiologicamente, aspettando che il picco di adrenalina svanisca. Nel corso di un litigio per esempio allontanarsi per fare una passeggiata aiuta a calmarsi. In genere l’attività fisica è un ottimo modo per liberarsi di stati di collera in quanto ci distrae dalla sequenza di pensieri ostili. Infine, uno psichiatra della Duke University, Redford Williams, suggeriva di usare l’autoconsapevolezza per bloccare i pensieri negativi mettendoli per iscritto non appena questi si presentavano. In questo modo i pensieri venivano fissati e potevano essere messi in discussione e rivalutati. Alessandra Puggioni

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Intelligenza Emotiva - Riconoscere le Emozioni

“Se riesci a tradurre in parole ciò che senti, ti appartiene.” Henry Roth Quando si parla di emozioni si ha spesso la tendenza a classificarle in positive e negative, buone o cattive, utili o inutili. Una classificazione in realtà non esatta, in quanto tutte le emozioni sono da ritenersi utili. Sarebbe più corretto invece parlare di emozioni funzionali o disfunzionali, appropriate o inappropriate al momento o alla situazione che stiamo vivendo. Affrontare un esame in un forte stato di stress o ansia potrebbe rivelarsi poco funzionale per il suo superamento. Per un atleta affrontare una gara con uno stato d’animo dominato dalla paura comporterà una prestazione condizionata e impedirà una performance di alto livello. Dunque, come diceva Aristotele, il problema non risiede nello stato d’animo in sè ma nell’appropriatezza dell’emozione e della sua espressione. La parola emozione deriva dal verbo latino “moveo”, muovere, che con l’aggiunta del prefisso e (movimento da) indica la tendenza ad agire. Di fatto un’emozione è un impulso all’azione. Affinché un’emozione sia funzionale alla situazione che stiamo vivendo è fondamentale che l’impulso sia adeguato all’azione che stiamo andando a compiere, è necessario cioè dotare di intelligenza le nostre emozioni. Nel 1990 i professori Peter Salovey e John D. Mayer introducono il concetto di intelligenza emotiva definendola come “La capacità di controllare i sentimenti e le emozioni proprie ed altrui, distinguere tra di esse e di utilizzare queste informazioni per guidare i propri pensieri e le proprie azioni”. Il termine fu poi reso maggiormente popolare da Daniel Goleman, insegnante di psicologia ad Harvard, mediante la pubblicazione del suo libro “Intelligenza Emotiva” (1995) in cui quest’ultima viene descritta come un insieme di competenze o caratteristiche che sono fondamentali per affrontare con successo la vita. Secondo Goleman, Mayer e Salovey queste competenze sono: conoscere le proprie emozioni; controllare le proprie emozioni; motivare sé stessi; riconoscere le emozioni degli altri; utilizzare le competenze sociali nell’interazione con gli altri. Per quanto riguarda il riconoscere le proprie emozioni, Goleman fa riferimento allo stato di consapevolezza di sè che rende una persona in grado di dare un nome alle emozioni quando queste emergono. Secondo l’autore questa capacità è una delle basi dell’intelligenza emotiva perché incrementa il livello di autoconsapevolezza dell’individuo, la capacità di compiere scelte consapevoli e l’abilità di controllare e monitorare la propria vita. E’ attraverso l’educazione e lo sviluppo di queste abilità che possiamo imparare ad essere emotivamente intelligenti e ad usare le emozioni a nostro vantaggio anziché esserne sopraffatti. Il prof. Mark Greenberg, uno dei più importanti esperti mondiali di educazione alle emozioni, ci fa capire quanto sia importante l’alfabetizzazione emotiva: “… Anzitutto, la ricerca indica che quando i genitori riconoscono le emozioni negative dei loro bambini – la rabbia e la tristezza – e li aiutano ad affrontarle, a lungo andare i bambini riescono a regolare meglio le proprie emozioni sotto il profilo fisiologico e a sostenere un comportamento positivo. D’altro canto, quando i genitori ignorano o puniscono i bambini se mostrano tali emozioni, oppure quando si arrabbiano con loro, a lungo andare i figli, sapendo che tali emozioni non possono essere condivise, si chiudono in se stessi. Raggiunta l’età di un anno alcuni bambini, quando sono arrabbiati e sconsolati, anziché andare dalla madre evitano il contatto con lei. L’elemento cruciale è, in questo caso, che i rapporti durante l’infanzia segnano il corso del successivo sviluppo sociale-emotivo. La quantità di emozioni positive, ad esempio la gioia, nei rapporti durante l’infanzia, è fondamentale per impostare i percorsi cerebrali più corretti.” Spesso i genitori non hanno nozione di questi concetti e il sistema scolastico non si preoccupa minimamente di introdurre l’alfabetizzazione emotiva nell’educazione dei bambini e dei ragazzi. Per questo, una volta presa consapevolezza dell’importanza della qualità delle emozioni che viviamo e della capacità di riconoscerle e gestirle, si può scegliere da adulti di lavorare per sviluppare ed utilizzare al meglio queste capacità. In primis per sé stessi ma ancor di più se si è genitori, insegnanti, educatori o comunque persone che hanno a che fare con l’educazione dei bambini. Il primo passo è lavorare sul riconoscimento delle nostre emozioni, sul dare un nome alle emozioni che proviamo. Ogni tanto prendetevi il tempo di fermarvi e di chiedervi che cosa provate in quel preciso momento e annotate su un quaderno o un diario l’emozione che avete individuato. Può sembrare un esercizio banale ma risulta invece molto utile per chi vuole iniziare a controllare e utilizzare in maniera adeguata ed efficace le proprie emozioni. Tornerò ad occuparmi di emozioni nei prossimi articoli nei quali continuerò l’analisi delle competenze necessarie e vi suggerirò alcuni semplici esercizi per sviluppare l’intelligenza emotiva. Alessandra Puggioni

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Le parole hanno sempre un doppio messaggio!

Lo strumento fondamentale per ogni tipo di relazione è la comunicazione. Ma come comunichiamo ai nostri cari? Come mai a volte ci arrabbiamo o siamo a disagio parlando di cose futili?   Vediamo un esempio Il marito con voce dura e le sopracciglia inarcate: “Dove sta la mia camicia?” La moglie con voce lamentosa, stringe le spalle, alza le sopracciglia e dice: “L’ho messa nel tuo cassetto!” Nelle transazioni possiamo individuare sempre due livelli di comunicazione: uno sociale (ciò che le persone dicono) ed uno psicologico (ciò che le parole sottendono, i “messaggi nascosti”). In questo esempio il livello psicologico potrebbe essere espresso in questo modo: Marito: “Tieni sempre le mie cose in disordine?” Moglie: “Tu mi critichi sempre ingiustamente!” Quasi sempre la nostra reazione emotiva e comportamentale risponde al livello psicologico della transazione. Lo psicologo canadese Eric Berne (1971) afferma che ciò che avviene in seguito ad uno scambio tra due persone è sempre determinato dai “messaggi nascosti” nella comunicazione. Ma come possiamo capire questi messaggi nascosti? Berne parlava di un piccolo omino che venuto da Marte scende sulla terra ad osservare le cose terrene. Questo omino non ha alcun preconcetto su cosa intendono significare le nostre comunicazioni ed osserva semplicemente come comunichiamo, poi nota i comportamenti che ne seguono. Se ci capita di sentirci a disagio o arrabbiati o delusi mentre parliamo con una persona, possiamo provare ad essere questo piccolo marziano, in modo da capire cosa la persona ci sta comunicando e cosa noi stiamo comunicando all’altro. Per “pensare marziano” è fondamentale osservare i segnali non verbali che ritroviamo nel tono di voce, nei gesti, nell’atteggiamento corporeo, nella respirazione, ecc. I bambini piccoli leggono intuitivamente questi segnali, tuttavia, crescendo veniamo educati a cancellare questa nostra intuizione (“Non è educato guardare fisso la gente mentre parla”). In un certo senso dovremmo ri-esercitarci a notare questi segnali che a volte sono addirittura contrari ai nostri messaggi verbali. Al fine di mantenere una comunicazione fluida è importante mantenere le transazioni parallele. Ma che sono le transazioni parallele? Peter con voce pacata e gentile chiede: “Ti andrebbe di passare a prendermi alle 20?”Andy con volto sereno risponde: “Va bene, a più tardi” Nelle transazioni parallele i protagonisti rispondono al livello sociale della transazione e i segnali corporei confermano i messaggi verbali della comunicazione. Invece nelle transazioni complementari le persone rivestono due ruoli, complementari appunto, tipo “genitore-bambino”, “persecutore-vittima”. Ad esempio il Capo rimprovera e critica Mary, la quale si scusa mortificata. Questo tipo di transazioni sono prevedibili e possono continuare senza fine. Capo: “Questa lettera la dovevi scrivere su un foglio di carta più piccolo, ti avevo detto di farti un promemoria” Mary con tono sottomesso: “Ho sbagliato, mi dispiace, in questi giorni ho avuto tanto da fare” Infine nelle transazioni incrociate si assiste ad una interruzione della comunicazione ed una o entrambe le persone dovranno cambiare il proprio “stato” affinché la comunicazione possa proseguire. Peter con voce pacata chiede: “Che ore sono?” Andy si alza, aggrotta le ciglia e dice: “Sei sempre in ritardo!” In questo tipo di transazione Peter pone una domanda da uno stato che potremmo definire “Adulto” ed Andy risponde da uno stato “Genitore Critico”. I due protagonisti, dunque, non condividono lo stesso “stato” ed è molto probabile che la comunicazione converga in argomenti diversi dallo stimolo di partenza. Ma quindi esistono transazioni “buone” e “cattive”? In realtà no. Utilizzare una transazione incrociata, ed esempio, potrebbe essere molto utile nel caso in cui il vicino di casa abbia deciso di raccontarci la sua vita sulla porta dell’ascensore, oppure se Mary decidesse di interrompere la catena comunicativa con il suo Capo, potrebbe incrociare la transazione dicendo: Mary: “Mi dica per favore su che tipo di carta vuole queste lettere in futuro”. Ed infine potrebbe essere piacevole utilizzare una transazione complementare con il proprio compagno: John buttandosi sulla poltrona: “Sono proprio stanco! Me lo faresti un massaggio?” June con tono carezzevole: “Certo, arrivo subito”. Secondo Stephen Karpman (1971) possiamo sempre scegliere nuovi modi di comunicare così da interrompere il nostro modo abituale di reagire agli altri. Ogniqualvolta ci sentiamo bloccati mentre comunichiamo, possiamo provare a riflettere su quanto accaduto “come omini venuti da Marte” e scegliere di volta in volta che tipo di transazione utilizzare. Noemi Di Lillo

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Personal training: "Motivare come Educare&quo...

Quante volte può capitare di trovarsi di fronte persone insoddisfatte di sé stesse, completamente disorientate ed incapaci di perseverare, con costanza, per il raggiungimento dei propri obiettivi? Indubbiamente capita molto spesso. Anche se viviamo in una società dinamica, caratterizzata da ritmi frenetici che costringono a dibattersi tra impegni diversi, tuttavia accade frequentemente di trovarsi di fronte delle persone che, pur essendo intraprendenti e propositive, non trovano la giusta carica per iniziare. Diversi sono coloro che, condizionati dall’ambiente, o forse dal timore di essere giudicati o dall’assenza di stimoli adeguati, rinunciano ad affrontare un certo percorso, arretrano il passo e diventano vittime della sedentarietà. E’ qui che interviene il ruolo del Personal Trainer, figura professionale adeguatamente preparata per dare la spinta ad iniziare, e per guidare il soggetto ad acquisire la consapevolezza che dal proprio fisico si può ottenere molto più di quanto si possa immaginare. Rendere il proprio corpo più atletico aiuta conseguentemente a stare meglio, mantenendo costantemente tutti gli “step” ottenuti. Nell’ultimo anno, mi sono capitati svariati casi di questo genere, ma uno di questi mi ha colpito maggiormente rispetto agli altri. Una persona mi ha contattato dicendomi che non era mai stato molto costante nell’allenamento. Dopo una serie di domande è riuscito ad aprirsi e dirmi che in pratica non era mai riuscito a rimanere più di un mese in una sala fitness o comunque non si era mai applicato nello svolgimento dell’attività fisica. Forse per la noia, forse per la mancanza di immediati risultati. Questo esempio calza a pennello con l’argomento affrontato. Il primo passo da fare è quello di testare fino a che punto il soggetto conosca il proprio corpo, le proprie potenzialità ma anche i propri limiti. Le persone vanno aiutate, con le modalità più adatte, cioè col giusto tono e senza esasperazione, ad avere una realistica rappresentazione del proprio corpo. Questa fase è molto importante perché il soggetto comprenda quali obiettivi e in che tempi questi obiettivi possono essere raggiunti. Mai alimentare false aspettative, mai proporre obiettivi impossibili o prospettare tempi troppo brevi. La persona è motivata quando è consapevole che il percorso che sta facendo o sta iniziando a fare, deve far parte della sua vita ed è altrettanto importante come nutrirsi o dormire. Motivare una persona vuol dire educarla. Per motivare, il migliore metodo è la differenziazione. Far divertire e distrarre la persona da quello che lo circonda fuori dall’allenamento è una delle modalità che funziona di più. Il “training”, l’esercizio fisico, deve essere considerato come un momento della giornata in cui si pensa esclusivamente a se stessi e a quello che si sta facendo. Cambiare sempre tipologia di allenamento (in base all’obiettivo) o metodi, aiuta l’allievo a sentirsi più stimolato a sfidare se stesso. Sicuramente l’ambiente aiuta tanto, perché cambiare luogo incentiva in qualche maniera l’attenzione del soggetto. Come aiuta anche la diversificazione dei macchinari, dei piccoli attrezzi e degli spazi per provare nuovi esercizi Di recente è entrato a far parte della routine degli allenamenti il “Functional Training” che, oltre ad essere molto utile per raggiungere i cari traguardi, è molto divertente. Una tipologia di allenamento, comunque, pur sempre mirata, funzionale appunto, tutt’altro che improvvisata. Dopo aver esaminato quali tipi di allenamento sono più consoni per la persona che viene presa in affidamento, si cerca di inserire il “training” nella sua giornata tipica, anche per pochi minuti al giorno. Oltre agli allenamenti, il soggetto deve essere educato a sostenere uno stile di vita più attivo, cominciando dalle azioni più semplici, come il salire le scale anziché prendere l’ascensore, fare una passeggiata dopo i pasti, non stare per troppo tempo seduti. Tra gli aspetti più considerevoli di cui si deve tenere conto, ci sono la programmazione e la gradualità dell’allentamento. Mai caricare troppo, né troppo poco. Il fisico del cliente va portato sempre a livelli poco superiori rispetto a quelli precedenti. Attraverso questo metodo, il lavoro, pur non ammettendo sconti, diventerà sempre più semplice. E saranno gli stessi risultati ad indurre all’auto-motivazione perché l’autostima e l’ego estenderanno, di volta in volta, il loro valore. La volontà e la motivazione verranno sempre aumentate dalla nostra costanza nel dare input e programmi di allenamento diversificati e utili agli obiettivi dell’allievo. Riuscire a superare questi passaggi vuol dire riuscire ad educare una persona a percepire l’importanza dell’attività fisica nel contesto della propria vita. Ho applicato tutti questi punti sul caso precedentemente descritto. Dopo aver superato delle difficoltà, specialmente in un primo periodo, in cui il mio allievo ha trovato degli ostacoli molto importanti da superare (affaticamento, sudorazione, anche eccessiva, postallenamento, ecc…), ho cambiato l’approccio del soggetto con l’attività fisica, facendola entrare a far parte della sua vita. È stata una grande soddisfazione perché la sua vita è cambiata, lui sembra rinato e affronta le cose molto più positivamente rispetto a prima, oltre ad avere raggiunto alcuni dei suoi obiettivi.Mi preme menzionare una famosissima locuzione latina che recita “mens sana in corpore sano”, perché muoversi, sostenere attività fisica, deve far parte della nostra vita, sia per il fisico ma anche per la mente. Gianluca Messina

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Depressione normale vs depressione clinica

È davvero giustificata l’enfasi con cui si sottolinea l’effettivo aumento della depressione negli indici epidemiologici? Il termine depressione ha molti significati. La depressione, intesa come umore o stato emotivo, fa parte della normale esperienza umana. La distinzione tra umore depresso e depressione clinica, però, non è sempre chiara. Solo una ristretta minoranza di persone presenta sintomi depressivi tali da corrispondere ad un disturbo clinico, molto più numerose sono le persone che fanno esperienza di uno stato d’umore depressivo. Circa il 40% della popolazione riferisce di aver provato nel corso della propria vita sentimenti di depressone, delusione e infelicità. Ciascuno di noi aspira a vivere la propria vita con gioia e gratificazione, realizzando non solo il benessere fisico ma soprattutto quello interiore. Tuttavia, la nostra esistenza è segnata da momenti di dolore e questo è inevitabile. La vita comporta delusioni, fatiche, perdite. A molti di noi è capitato di perdere una persona cara, di concludere una storia d’amore, di perdere il proprio lavoro o uno status sociale: sono tutti eventi che segnano una crisi nel nostro equilibrio interiore e mettono in discussione i nostri valori. C’è bisogno di tempo per assimilare le perdite e i grandi cambiamenti: i movimenti psichici richiedono gradualità e una certa lentezza. Quando parliamo di depressione clinica ci riferiamo a sentimenti di mortificazione, inadeguatezza, fallimento, disperazione, colpa che perdurano nel tempo e che nel tempo possono offuscare il piacere della vita. Chi soffre di depressione presenta un abbassamento nel tono dell’umore e una riduzione delle spinte vitali. Vengono meno la fiducia nelle proprie risorse e la speranza nel futuro. Attività quotidiane che un tempo erano naturali e fonte di piacere, come accudire i figli, investire nei rapporti sociali, lavorare, fare sport, possono diventare talvolta impossibili. Il mondo sbiadisce e insieme la voglia di parteciparvi. Tutto sembra rallentare: il proprio corpo, lo scorrere dei pensieri e delle parole, il tempo vissuto. Tutto questo genera inquietudini e vissuti di ansietà che non danno pace. Altre volte, la sofferenza può mascherarsi in un corpo “sofferente”, compaiono quindi dolori diffusi, mancanza di appetito, disturbi del sonno, cefalee o preoccupazioni consistenti rispetto alla salute fisica. La depressione clinica è quindi caratterizzata da una significativa accentuazione nell’intensità, pervasività e durata di emozioni e sentimenti altrimenti normali nella vita di ognuno di ciascuno di noi (“mi sento giù“, “oggi ho un umore nero“, “mi sento afflitto e deluso“).   Credo di essere depresso, cosa devo fare? Tanti sono i fattori che possono dare origine a questa forma di sofferenza. È importante innanzitutto riconoscere la depressione come una patologia. I farmaci per quanto efficaci su molti sintomi depressivi, non sono risolutivi, in quanto non agiscono sui fattori profondi che portano una persona a ripiegare nella depressione. Questi aspetti inconsci sono meglio affrontabili con un percorso di psicoterapia. Quest’ultima in particolare può offrire uno spazio di accoglienza e riconoscimento dei propri vissuti, che sostiene la persona in un percorso di conoscenza di sé volto a mettere in parola quel dolore tanto ingombrante e per riaccendere quella scintilla di vita che sembra momentaneamente perduta. Noemi Di Lillo

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Che cos’è la Consulenza Psicologica e chi può ...

La consulenza psicologica è un intervento breve con obiettivi specifici, rivolto alla promozione del benessere piuttosto che al disagio o ad un disturbo. Rappresenta, quindi, un supporto limitato nel tempo che pone al centro dell’attenzione l’analisi di una situazione problematica attuale, che può essere di natura affettiva, sociale, lavorativo, famigliare… La consulenza psicologica non è una forma di psicoterapia, da essa infatti differisce per obiettivi, modalità di attuazione, tempi e metodi. L’obiettivo principale della consulenza psicologica è accrescere il benessere e migliorare la qualità della vita della persona, attraverso lo sviluppo dell’autoconsapevolezza, l’accettazione delle emozioni, la crescita e l’incremento delle risorse personali. Il ruolo dello psicologo è quello di facilitare il lavoro della persona in modo da rispettarne i valori, le risorse personali e la capacità di autodeterminazione, al fine di “aiutarla ad aiutarsi”. In occasione del Mese del Benessere Psicologico parteciperò attivamente anche io con consulenze gratuite che si possono prenotare sul sito http://www.sipap.it/mese-del-benessere-psicologico/. Ma chi può rivolgersi ad uno psicoterapeuta? Non esiste una risposta oggettiva a questa domanda. Rivolgersi ad uno psicoterapeuta significa dare ascolto ad un’esigenza importante ed intima, che comporta due passi fondamentali: il primo passo è prendere coscienza del proprio stato di malessere; il secondo passo consiste nell’assecondare il desiderio di stare meglio e occuparsi di sé. Sono molteplici le situazioni che possono motivare la richiesta di una consulenza psicologica. Spesso le difficoltà della vita stessa, o situazioni di disagio derivate da eventi specifici (lutti, separazioni, cambiamenti improvvisi…) oppure da sintomi specifici (ansia, panico, insonnia, depressione, insoddisfazione…) non ci permettono di stare bene, ci creano disagi che si protraggono nel tempo, interferiscono con la nostra vita e non riusciamo a gestirli. In questi momenti è necessario rivolgersi a uno “specialista della mente”, una figura professionale che ci aiuta a comprendere meglio cosa ci sta accadendo e ad avere una maggiore consapevolezza di noi e di ciò che ci circonda. Sono profondamente convinta che la decisione di cercare aiuto ed affidarsi ad un aiuto professionale è segno di saggezza, buon senso e fiducia nel proprio potenziale.  È scegliere di non stare più male. La terapia è un investimento sulla propria vita e sul proprio futuro. Significa investire tempo ed energia per essere più coscienti delle difficoltà che ci creano sofferenza e per sviluppare nuove forme di accoglienza di sé stessi e di risoluzione dei problemi.

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Esiste un’ansia “normale” e un’ansia “pa...

Nella società odierna l’ansia fa ampiamente parte della vita quotidiana di ognuno di noi. Viviamo in un mondo in cui i cambiamenti si susseguono rapidi, ogni giorno si scoprono nuovi rischi, pericoli, malattie, ogni giorno si sente parlare di “crisi”: nell’economia, nei valori di riferimento, crisi che investe la famiglia e le nuove generazioni, crisi nella rappresentazione del futuro. Insomma, molto più che in passato, il clima sociale sembra alimentare una certa quota di ansietà. Tuttavia, ciò non basta per spiegare come mai ci può capitare di vivere periodi della nostra vita in uno stato di forte ansia. Le nostre emozioni, infatti, rispondono sempre a logiche soggettive e spesso hanno radici profonde nella psiche e nella storia di ognuno di noi. Ansia ed inquietudine, in particolar modo, sono emozioni che possono aumentare sotto il peso dei conflitti e degli eventi dolorosi della propria vita. Chi soffre d’ansia può avere difficoltà ad addormentarsi, si sveglia nel corso della notte e al mattino si alza con una sensazione di spossatezza. Così, una forte ansia può diventare estenuante, tanto da generare sintomi tipici dello sfinimento, quali: tensione, infelicità, inattività, cefalea, dolori agli arti o alla schiena, tensione muscolare, tachicardia. Il disturbo più costante e spiacevole spesso concerne proprio il sonno. Tutti questi sintomi possono naturalmente essere mutevoli e possono alternarsi a momenti di maggior benessere e ottimismo. È importante, allora, saper distinguere tra l’ansia “normale” e l’ansia “patologica”.   Ansia "normale" L’ansia “normale” è transitoria e proporzionata agli eventi, non incide sulla salute fisica e mentale, permette anzi un miglior adattamento, in quanto informa l’individuo sui pericoli a cui potrebbe andare incontro e lo indirizza nella ricerca di soluzioni adeguate al contesto. L’ansia “normale” è costruttiva: è una fonte di curiosità, intelligenza, apertura al mondo, provoca uno stato di tensione psicologica che aiuta la persona ad attivare risorse e capacità operative finalizzate alla risoluzione di un problema. Nei casi in cui l’individuo non riesce a trovare soluzioni adattive per fronteggiare situazioni sconosciute o potenzialmente pericolose, l’ansia può perdere le sue caratteristiche funzionali ed assumere un carattere patologico, determinando vissuti di impotenza e di passività nel controllo delle proprie emozioni. Dunque, un criterio differenziale tra la “normale” reazione ansiosa e l’ansia “patologica” è rappresentato dal fatto che la prima amplifica le capacità operative del soggetto, mentre la seconda le disturba inibendole e influendo negativamente sulle prestazioni.   Ansia "patologica" L’ansia “patologica” costituisce spesso un freno: paralizza, blocca, fa sentire impotenti. È intensa, sproporzionata agli eventi, ha una durata ed un’intensità eccessive, è difficile da controllare e anche se talvolta se ne colgono le origini, questo disagio influenza in maniera consistente la propria vita. Spesso interferisce con lo svolgimento dell’attività lavorativa, in quanto insorgono continue preoccupazioni e dubbi assillanti (Ho pensato proprio a tutto? Sarò all’altezza del compito?…), oppure può influenzare il rapporto con gli altri e diventare motivo di apprensione, fin quando sarà sempre più difficile godere della compagnia delle persone. L’ansia patologica, assume inoltre caratteristiche auto-invalidanti, per cui l’individuo perpetua comportamenti disadattivi per lunghi periodi di tempo, spesso giudicati dalla persona stessa come irrazionali e inadeguati. In tal caso, l’ansia diviene sia la causa, sia la conseguenza del nostro malessere.   Cosa fare quando l’animo si agita troppo? Spesso chi soffre a causa di un disagio ansioso si rivolge in prima istanza al medico di base, nella speranza di essere aiutato a “liberarsi” da questa zavorra che limita pesantemente la propria vita. I farmaci in realtà possono offrire un sollievo, ma raramente sono da soli risolutivi. Essi possono attenuare le componenti fisiologiche dell’ansia, tuttavia, in assenza di una rielaborazione, le cause più profonde dell’ansia e le modalità di risposta con cui affrontiamo gli stimoli per noi ansiogeni, rimangono immodificati. È importante ricordare che un’ansia intensa può essere il segnale di una problematica più profonda che necessita di essere compresa. L’ansia è un “segnale d’allarme” che invita a fermarsi. Per questo motivo, chi soffre d’ansia può trarre beneficio da un percorso di psicoterapia eventualmente affiancato da un intervento farmacologico. Quest’ultimo può favorire una comprensione più profonda del proprio disagio, stabilendo dei nessi tra il vissuto ansioso e le condizioni interne che lo generano e favorendo l’individuazione di meccanismi di risposta più adattivi e funzionali e che possono riportarci ad uno stato di benessere. Noemi Di Lillo

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Sport e Dipendenza (benessere psicologico come dop...

L’abbinamento di due termini antitetici, quali sono Sport e Dipendenza, è provocatorio, però mi dà lo spunto per farti riflettere su un concetto molto importante. Se impari ad ascoltare il tuo cuore, seguire il tuo respiro, vivere il momento della pratica sportiva con consapevolezza, si crea una piacevole dipendenza, uno stato in cui mente e corpo sviluppano il massimo del loro potenziale.

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Strategie per affrontare allenamenti e gare (piani...

Riesci ad affrontare sempre con motivazione ed entusiasmo allenamenti e gare? Posso suggerirti delle strategie da mettere in atto per sostenere gli allenamenti più faticosi e per creare un collegamento tra l’allenamento che affronti, il benessere psicofisico che ne ricevi e il risultato che ottieni in gara. Iscriviti al Blog di MB. Riceverai tanti spunti utili per la tua crescita personale: http://goo.gl/TMeFN6

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La Paura: cos'è?

Un errore nel quale si incorre con una certa frequenza è quello di avere la pretesa che il mondo e le persone siano esattamente come noi vorremmo che fossero, e quando ci accorgiamo che così non è fare di tutto per far sì che lo diventino. Ovviamente ti impegnerai in uno sforzo titanico senza ottenere risultati apprezzabili poiché quello che tu vedi del mondo e delle persone, non è altro che il frutto delle tue esperienze, dei tuoi valori, delle tue convinzioni e dei tuoi pensieri. Ed è proprio attraverso queste immagini mentali che traduci il mondo e le persone  che ti circondano. E’ assodato che ognuno di noi ha  avuto le proprie esperienze, possiede i propri valori, ha le sue personali convinzioni e sulla base di questi da vita ai propri pensieri e interpreta in mondo nel quale vive.   Come si forma questo bagaglio esperienziale? Attraverso gli insegnamenti genitoriali durante la crescita, tramite le attività socializzanti come la scuola, le amicizie, le relazioni di qualsiasi natura, i contesti nei quali ti vieni a trovare, i risultati ottenuti a fronte di decisioni prese o non prese e tutto ciò che implica una tua presenza attiva. Questa sarà la mappa che ti guiderà attraverso il mondo che ti circonda e che ti posizionerà all’interno dello stesso. Quindi ciascuno di noi ha la propria visione e interpreta gli eventi filtrandoli attraverso i propri stati mentali ed è del tutto inverosimile pretendere che tutti la pensino come te, proprio perché la percezione delle cose è diversa per ognuno. E’ famosa in PNL l’affermazione “La mappa non è il territorio“, in parole povere ciò sta a dire che la tua mappa mentale è diversa da quella di chiunque altro, poiché sono diverse le esperienze personali. Il territorio è quello che è, immutabile, tu singolarmente lo interpreti e lo modifichi filtrandolo attraverso il tuo bagaglio esperienziale. Quindi, ogni volta che entri in contatto con una situazione sconosciuta che non fa parte delle tue esperienze, ecco che scatta l’allarme e ti trovi davanti a due scelte: Affrontare l’evento Fuggire dall’evento Chi affronta il rischio, dopo le dovute valutazioni, dimostra fiducia in sé stesso e capacità di risoluzione. Chi fugge dall’evento senza nemmeno fermarsi a valutare l’entità dell’eventuale rischio, dimostra scarsa se non inesistente fiducia nelle proprie capacità e cade preda della paura.   Ma cosa c’entra tutto questo con la paura? Mi spiego subito; intanto cos’è la paura? La paura è un campanello d’allarme che ti avverte che qualcosa non va come deve andare, è una percezione sensoriale che ti avverte che devi fuggire o devi attaccare. E’ un retaggio primordiale che abbiamo ereditato dai nostri antenati. La paura si riflette anche sulla fisicità, ti impone una certa postura, muta l’espressione, irrigidisce la muscolatura, modifica la respirazione, impedisce a volte di ragionare razionalmente ed è spesso bloccante. La paura in sé, è funzionale alla sopravvivenza, evitare di avvicinarsi ad un animale feroce o prepararsi ad una fuga in un qualsiasi caso di attacco alla nostra persona è sicuramente vantaggioso. Infatti, si cerca di evitare al massimo le situazioni di paura e la tua mente studia complesse strategie per evitare di entrare in contatto con certe situazioni mettendo in atto il meccanismo della risposta di evitamento, che consiste nell’evitare tutte quelle situazioni che possono metterti a rischio, e non sto parlando esclusivamente di rischio fisico ma anche situazioni che possono crearsi nei rapporti con gli altri o nelle scelte che ti trovi a dover fare. Ma fino ad ora ho parlato della paura provocata da accadimenti esterni, cioè situazioni nelle quali devi decidere il meglio da fare in quell’istante e che hanno, fortunatamente, una durata limitata al tempo che intercorre dallo stimolo alla decisione. Cosa diversa invece è la paura mentale, quella paura che sei tu stesso a costruirti, la paura che nasce dalla consapevolezza che non tutti siamo uguali e che “La mappa non è il territorio“ ma è solo la proiezione di quello che sei e tutto ciò che esula dalle tue conoscenze è un rischio. Alcune di queste sono: La paura che non è data da nessuna minaccia tangibile ma è soltanto il frutto dei tuoi pensieri distorti. La paura delle cose che ancora devono accadere. La paura data dal fatto che a fronte di una decisione presa una volta e non rivelatasi giusta determini il fallimento di tutte le tue decisioni. La paura nata da profezie auto avveranti e cioè dall’essere convinti che un dato evento debba avere per forza un esito negativo e sei talmente consapevole di questa convinzione che succederà davvero ciò che hai profetizzato. La paura di cambiare te stesso poiché non ti ritieni all’altezza di farlo. La paura di non essere idoneo e quindi di evitare qualsiasi situazione che ti metta in gioco. La paura di non essere accettato e quindi tendi ad uniformarti alla massa pur non essendo d’accordo con la maggioranza. La paura di esprimere te stesso, le tue idee, i tuoi concetti, le tue convinzioni. La paura di gratificarsi perché hai la convinzione di non meritartelo.   Si potrebbe andare avanti all’infinito, ma preferisco fermarmi per darti una buona notizia: tutte queste ed altre paure, figlie della tua immaginazione, possono essere sconfitte, superate, annientate. Se ti interessa, chiedimi come! Maurizio Guida

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Controllare la Paura e la Tensione della gara (cam...

Rilassamento, visualizzazione, dialogo interno, “bolla”, controllo della tensione e della rabbia: se hai seguito le mie precedenti Pillole di Coaching, hai tutti gli strumenti per affrontare una gara importante nelle migliori condizioni mentali. Adotti già alcune delle strategia che suggerisco? Condividiamo le nostre esperienze agonistiche nei commenti.

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Coaching: il potere del giudizio degli altri

Quanto ti influenza il giudizio degli altri? Esiste una regola che non può essere smentita da nessuno, ed è la seguente: “Non si può essere in accordo con tutti. Chi lo è, sta rinunciando ad una parte di sé stesso” Una porzione di ciò che sei oggi ti è stata trasferita dalle persone che avevi vicine nel periodo dell’infanzia. Queste, sulla base delle proprie esperienze, esprimevano giudizi, opinioni e modelli educativi nei tuoi confronti e tu, soggetto passivo senza esperienza, li hai assimilati e considerati come veritieri poiché ti erano comunicati da persone alle quali attribuivi autorevolezza. Considera che nel periodo dell'infanzia le manifestazioni che pervengono sono per lo più positive e di incoraggiamento, ad esempio, quando da piccolo/a stavi imparando a camminare e cadevi, ti esortavano a rialzarti e riprovare, a non rinunciare al primo capitombolo, ad insistere nel perseguire il tuo obiettivo. Vero? Poi l’infanzia scorre via, lasciando il posto all’adolescenza e gradatamente raggiungi l’età adulta. In questa nuova condizione non sei più in uno stato di passività e di assorbimento incondizionato ma protagonista e creatore delle tue idee, tutto ciò in considerazione del fatto che nel frattempo hai accumulato una serie di esperienze tramite le quali hai scelto uno stile di vita. Probabilmente ti sarai trovato nella necessità di avere un confronto con gli altri, rispetto a qualche tuo sogno o progetto, ma se così non fosse stato, quanto meno ti sarebbe piaciuto poter condividere con qualcuno il tuoi obiettivo. A questo punto ti domando: Quante volte nell’esporre un’idea ti sei sentito criticato? Quante volte ti sei sentito dire"... no, lascia stare, non è cosa per te, rimani con i piedi per terra, smetti di sognare…" Quante volte un tuo comportamento o atteggiamento è stato preso di mira? Non ti è mai successo di aver assunto un modo di fare gradito agli altri ma nettamente contrario  ai tuoi principi, solo per il timore di essere emarginato o scarsamente considerato ? Se hai vissuto alcune di queste situazioni, conosci il senso di disagio nel quale ti sei ritrovato. Asserire che abbiamo in assoluto necessità del giudizio di altri pare condizionante, ma sapere che qualcuno ci appoggia, ci incoraggia e condivide le idee e i progetti che desideriamo realizzare, indubbiamente ci gratifica e ci predispone ad una maggior considerazione di noi stessi e ad un migliore rapporto con gli altri,  proprio in virtù del fatto che la condivisione di pensiero e di intenti ci rende più sicuri di noi stessi e il consenso degli altri consolida le nostre convinzioni. Considera che, spesso, chi disapprova o scoraggia le tue idee è colui/lei che misura sulle proprie capacità la realizzazione di un progetto come il tuo e, inconsciamente se lo ritiene troppo arduo o difficile, tende ad affossarlo, facendo passare la cosa come un consiglio dato nel tuo interesse, ma in verità, dichiarando una propria incapacità alla realizzazione. Oppure chi ti ostacola, lo fa per inconscio/conscio egoismo, temendo di perdere su di te determinati aspetti quali il controllo, la vicinanza, il livello sociale, per citarne alcuni, questo nel caso tu ottenessi il risultato che persegui. In altre circostanze, molti dei giudizi che subisci non sono diretti alla tua persona anche se li percepisci come tali, ma semplicemente riguardano il prodotto di ciò che pensi. Questo avviene perché le esperienze pregresse, il valore attribuito alle cose, l’autoconsiderazione, l’efficacia personale, la consapevolezza di chi non è d’accordo con te si trovano ad un livello più basso delle tue, in poche parole, loro hanno la convinzione che non ce la potrebbero fare e tendono a convincerti che anche tu falliresti. In ogni momento della vita devi essere pronto/a a confrontarti con chi ti sta intorno,  aperto/a condividere affinità di pensiero, ma anche a difendere con forza le tue visioni, dagli attacchi o dal giudizio di chi non approva il tuo operato.   Concludendo L'atteggiamento più saggio è quello di dare un giusto valore all’opinione degli altri, filtrandola accuratamente ma senza farsi condizionare. Mantieni sempre in grande considerazione la tua esperienza e sulla base di questa fai le scelte, attingendo da chi ti sta intorno solo positività. Rinunciare a seguire il tuo istinto, i tuo sogni, i tuoi obiettivi per non dispiacere qualcuno è molto pericoloso, in futuro potresti trovarti nella posizione di dolerti per non averci provato; e sicuramente sarebbe molto, ma molto più doloroso. Maurizio Guida

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Un Coach per amico: il successo nella vita in sei ...

Desiderato, costruito, rincorso, aspettato, vagheggiato, sospirato, fantasticato, quando si tratta di noi; ma anche… invidiato, volutamente ignorato, trascurato, sottovalutato, vituperato talvolta, quando si tratta degli altri. Parliamo del “successo“. Il successo: è un buon risultato. E’ l’esito favorevole di quello che hai costruito con le tue energie, con l’organizzazione dei tuoi pensieri e del tuo lavoro. E’ la ricompensa al tempo ed agli sforzi impiegati nel raggiungimento del traguardo che ti eri prefissato ed è la conferma che hai agito bene. Potrebbe la sola ambizione portare al successo? Sicuramente no, però è un ottima base di lancio per il conseguimento degli obiettivi ed arrivare dove ti eri prefissato, costituisce sempre un ottimo viatico per il viaggio che porta ad un aumento della propria autostima. Tutti siamo in possesso degli strumenti utili per giungere a realizzare i nostri desideri? Potenzialmente si, ma molti di noi non sanno mettere in pratica le proprie conoscenze o far fruttare al massimo le capacità e le risorse di cui si è in possesso; spesso per scarsa fiducia in sé stessi temendo il fallimento e conseguentemente l’altrui giudizio. E’ possibile però apprendere il modo di percorrere la strada che porta al successo, un percorso di coaching potrà aprirti la strada in direzione del tuo traguardo. Vediamo insieme quali caratteristiche, strumenti, abilità devi possedere e come usarle. Il desiderio Quanto desideri quella cosa? Quanto vuoi davvero raggiungere quella posizione, quel traguardo? Quanto vuoi conquistare un ruolo, una persona, una platea, un incarico?  L’intensità con cui hai deciso di cimentarti è fondamentale: più si vuole raggiungere un obiettivo, più sarà possibile riuscirci.   La conoscenza Se vuoi avere successo in un qualsiasi ambito devi conoscere. Più cose sai, più potrai cimentarti acquisendo nuove informazioni, nuove abilità e portandoti sempre più vicino al risultato positivo.  La conoscenza deve essere ampia, ricca, e tutte le informazioni dovranno essere intrecciate tra loro in modo da formare una solida base che ti sostenga nei momenti di incertezza e contemporaneamente sia di sprone nelle situazioni che richiedano una spinta in avanti.   L’esperienza Elemento molto  importante, perché è dalla conoscenza acquisita che deriva il bagaglio di informazioni proprio di ciascuno di noi. Avere esperienza significa anche aver commesso degli errori, e sulla base di questi diventare più forti, più acuti, muoversi meglio nelle varie situazioni che richiedano una soluzione efficiente.   La perspicacia Altra componente di rilievo; più sei affinato nel percepire tutte le sfaccettature delle varie situazioni che si trovano sul cammino e più possibilità avrai di raggiungere la meta, lasciando indietro eventuali concorrenti.  Se aspiri ad un ruolo, è fondamentale capire quali siano gli strumenti per raggiungere quella posizione, fare in modo di possederli, utilizzarli al meglio e nel più breve tempo possibile. Capire, comprendere, intuire, cogliere, tutto questo porta ad un sicuro successo. La gestione del tempo è importante tanto quanto quella delle risorse a disposizione.   La motivazione Elemento fondamentale e punto di partenza di ogni percorso che mira ad ottenere un successo, quale che ne sia la natura. E’ questa forte spinta iniziale, che funge da stimolo per farti cominciare il viaggio verso la tua meta.     La tenacia Potrebbe sembrare scontato o superfluo, ma voglio soffermarmi anche su questa componente fondamentale. Qualunque sia la meta che vuoi raggiungere con successo è indispensabile che tu sia tenace e nel caso avessi qualche lacuna puoi imparare ad esserlo tramite il sostegno di un professionista.  Affidandoti ad un coach, imparerai come far emergere la forza necessaria per intraprendere e portare a termine un percorso orientato alla realizzazione dei tuoi obiettivi. Durante il "viaggio" potrai vivere momenti di incertezza, che andranno valutati e superati con il supporto di una guida esperta. Potranno esserci attimi di sfiducia o di smarrimento, ma lavorando bene su te stesso, sugli strumenti che hai e su quelli che ti verranno forniti dal coach che ti affianca, potrai superare le difficoltà. E’ importante soprattutto credere che, qualsiasi possa essere l’avversità o l’incidente di percorso,  l’imprevisto o ancora la complicazione che potrai incontrare, sia sempre possibile trasformarli in una opportunità di crescita. Il successo aspetta solo di essere colto… da chi lo vuole raggiungere davvero. Maurizio Guida

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Qual è l'allenatore ideale?

Non riesco ad allenarmi senza che qualcuno mi spinga a frustate a farlo. Serve a questo un personal trainer? Se la tua voglia di “workout palestraro" è davvero zero, nemmeno il miglior coach del mondo potrà aiutarti, salvo per la prima o per la seconda seduta. Cambia attività.   In alcune palestre ho visto personal trainer che toglievano letteralmente i pesi dalle mani dei loro allievi per rimetterli a posto. Ma allora la fatica dov’è? Equazione: i pesi stanno all’allievo in palestra come il quaderno sta al maestro di scuola. L’insegnante che ripone il quaderno nella cartella dell’alunno stanco è ridicolo. Così ogni buon personal trainer dovrebbe dare ordini e non riceverli.   Ho smesso di frequentare un centro fitness da "VIP" perché non ne potevo più di spostarmi ogni volta che un PT arrivava per prendere possesso dell’attrezzo. Non credo sia un comportamento giusto! Molte palestre ricevono una “quota-locazione” da parte dei personal trainer. Sì, sembra impossibile, ma le parti s’invertono nel senso economico del termine. In pratica, il datore di lavoro è l’istruttore, con tutti i comportamenti che ne conseguono: impossessarsi di un attrezzo può essere una logica ma maldestra conseguenza.   Che succede se cambio allenamento e non sono in grado di fare molti esercizi previsti? Procedo da solo? Eccoci qua: questo è il caso in cui ti ci vuole un buon personal trainer. Fatti aiutare fino a quando ti sarai impadronito dei movimenti. Poi, un controllo ogni tanto.   Mi sono iscritto in palestra e mi hanno proposto un pacchetto da dieci lezioni col personal trainer. Il problema è che ha una bella pancetta! Restituisci subito il pacchetto.   Come scegliere il miglior personal trainer in una palestra che ne propone moltissimi? Guarda come lavorano per due settimane, poi scegli uno che parla poco e ascolta molto (i suoi allievi). Il training è come  un vestito: è il commesso che te lo impone o sei tu che gli dai le indicazioni giuste?   Ho una piccola paletrina in casa e ho fatto sacrifici per attrezzarla. Mi sono reso conto che per alcuni esercizi avrei bisogno di un coach, ma investire ancora è dura! Frequenta una palestra per una settimana. Individua un trainer scrupoloso e proponigli di darti un paio di lezioni a casa.Ti costerà molto meno perché nel suo compenso non ci sarà la “tangente”che deve alla palestra!   Cosa deve capire esattamente un buon allenatore personale? Cosa intuisce lui che non possa percepire io stesso? Domanda che si risponde da sola: in teoria, una persona che allena te NON può capire meglio di te quale sia il tuo workout migliore. Sei tu che devi tesaurizzare le sensazioni di un esercizio. Nella pratica, però, ogni tanto ci vuole qualcuno dall’esterno che ti giudichi e ti corregga. Anche il miglior psichiatra del mondo ha il suo analista!   I coach più famosi, quelli che seguono i vari Brad Pitt o i top manager di grandi multinazionali, sono davvero i migliori personal trainer del mondo?  Di certo sono dei gran furbacchioni, perché hanno acchiappato i pesci più grossi. Non darei per scontato che siano tutti bravissimi. Infatti, il prestigio di un personal trainer a volte dipende solamente dal prestigio del cliente.   Qual'è la differenza tra un personal trainer italiano e uno “internazionale”? Nessuna,da quello che ho visto in giro da Milano a Los Angeles. Una sola particolarità: trovo che i migliori allenatori personali siano quelli che almeno una volta su dieci si allenano con il loro cliente, cosa che da noi non ho visto fare spesso. Pigrizia? Roby Romano

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Allenamento: supera i tuoi blocchi

Non riesco mai a concentrarmi durante l’allenamento e quando sono quasi alla fine mi distraggo e mi vedo già davanti al computer.  Ne verrò mai fuori? Una volta costrinsi un mio allievo a sedersi sulla cyclette e a pedalare al rallentatore nei cinque minuti post-workout: gli spiegai che il “cool-down” è quasi più importante dell’ingresso in palestra. Potresti mai fermarti bruscamente quando la macchina-corpo è lanciatissima?   Dopo un duro training per le gambe posso chiudere la sessione con una corsa lenta sul treadmill? Trovo ideale il defaticamento “cardio-style” dei quadricipiti dopo averli bastonati con squat o leg-press: il recupero è più rapido e i dolori post-allenamento minori. Chiodo (corsetta) scaccia sempre chiodo (dolore-sforzo sotto lo squat).   Quando alleno le gambe, finisco sempre per saltare gli esercizi per i polpacci. Ci penso e sono già sotto la doccia. Soluzione? Sostituire il warm-up iniziale con 5 minuti di sollevamenti per i polpacci alla macchina (quella che preferisci), con carico progressivo, o fare i polpacci mentre riposi tra una serie e l’altra di quadricipiti. Ma la verità è che ti manca la voglia!   Che succede se sono in anticipo sulla tabella di marcia dell’allenamento? Posso recuperare di più, a quel punto, per rispettare i tempi? Se sul finire ti ritrovi con qualche minuto d’anticipo e senti che le forze reggono, meglio tenere il passo: ne trarrai vantaggio. Il concetto è che stai facendo un volume di lavoro in un tempo ridotto e questo è a beneficio dell’intensità. Cresci di più.   Sto facendo un training coi pesi che prevede una sessione finale di nuoto in piscina. Se invertissi l’accoppiata potrebbe essere meglio? No. Il nuoto, sempre che tu non sia un agonista e quindi riesca a far vasche su vasche senza sentirle, è parecchio “debilitante”. In secondo luogo, se avrai spinto al massimo in palestra, l’attività natatoria sarà per te un eccellente defaticamento “affaticato”. Citazione ossimorica ma... quando ci vuole ci vuole.   Ho uno schema di serie e ripetizioni che m’impone gli esercizi “odiati” alla fine. Ovviamente faccio di tutto per saltarli! Fossi il tuo trainer ne avrei discusso con te bonariamente e poi… te li avrei piazzati all’inizio! Senza voglia, ma con energie fresche, riesci a scamparla. Senza né l’una né l’altra sei fritto.   Mi capita spesso di finire l'acqua della bottiglietta prima che l’allenamento sia concluso. Per pigrizia non vado mai a prenderne altra. È un problema? Di problemi ce n’è di peggiori, ma sappi che l’acqua non solo favorisce la contrazione muscolare evitandoti i crampi (specie se stai allenando le gambe), ma ha un effetto psicologico. Personalmente sento che mi manca un po’ di spinta se i miei due litri si sono esauriti prima… dell’esaurimento workout!   Raramente, ma succede, mi alleno e non arrivo a percepire stanchezza: continuerei ad oltranza. È possibile? Probabilmente non stai facendo un workout intenso come si dovrebbe, ma può anche essere che tu sia in “trance agonistica” (quell’esercizio è il tuo preferito), cosa che ti porta a dissociare corpo e mente. Come esperimento va bene, ma se si ripete, l’over-training può tenderti un agguato.   Se non riesco a finire il workout, dimezzo il lavoro del gruppo muscolare che sto allenando o elimino il gruppo seguente? Sono in piena sessione petto-tricipiti e mi rendo conto che non posso concludere l’accoppiata? Meglio finire tutte le serie del petto: si alleneranno anche i tricipiti e non avrò buttato via la sessione. Roby Romano

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Benessere psicofisico: come tenere a bada... lo st...

Durante la giornata, mentre mi occupo di accompagnare i clienti verso il raggiungimento dei più svariati obiettivi mi capita sempre più frequentemente di sentire utilizzare questa parola solamente all'interno di frasi ad alto potenziale negativo: "Che stress, non ce la posso fare... Mi sono svegliato questa mattina già stressato...". Quando chiedo loro di associare a queste frasi un'emozione correlata ecco che mi rivelano il significato intrinseco delle loro frasi: paura, ansia.  Il significato della parola stress (termine inflazionato ed utilizzato spesso impropriamente) possiamo estrapolarlo rapidamente con una ricerca su Wikipedia dove per la suddetta si intende (cito, anzi "copio ed incollo"): "Lo stress rappresenta la "pressione" di eventi psicologici che causano, nell'organismo, una reazione generale diadattamento agli stessi. L'adattamento può prendere varie forme, più funzionali o più disfunzionali, e si articola a vari livelli: cognitivi, emotivi, comportamentali, psicofisiologici. Attualmente, in psicologia clinica, si utilizza il termine generico stress per significare la dinamica di pressione ambientale / adattamento dell'organismo, specificando poi in distress lo stress "negativo" e disadattativo, che può condurre anche a reazioni patologiche, ed in eustress lo stress "positivo", che deriva dall'attivazione ed energia che gli impegni derivanti dalle pressioni ambientali stimolano nel soggetto." Quello che succede all'interno del nostro organismo, quando siamo sottoposti a "pressioni ambientali" sono reazioni organiche ereditate dai nostri antenati primitivi che servivano per adattare il nostro organismo ad una situazione di sopravvivenza estrema. Per essere più chiaro, le ghiandole surrenali vengono stimolate a produrre maggiori quantità di adrenalina e cortisolo: la prima è un neurotrasmettitore e la sua azione ha come effetti fisici l'aumento del battito cardiaco, la maggior apertura dei condotti d'aria, il restringimento dei vasi sanguigni mentre il secondo è un ormone (a noi ben noto...) le cui funzioni sono quelle di aumentare la glicemia e dare un beneficio anti-infiammatorio a tutto il sistema. Ma quali sono gli effetti di una tale associazione all'interno del nostro organismo? Diciamo che il nostro corpo non si è evoluto per sopportare grosse quantità di queste due sostanze e soprattutto non per troppo tempo, poiché sono indubbiamente dannose: leggiamo gli effetti collaterali. "L'eccesso di quest'ormone (cortisolo) viene detto ipercorticosurrenalismo, o ipercortisolismo, o sindrome di Cushing, ha come sintomi stanchezza, osteoporosi, iperglicemia, diabete mellito tipo II, perdita di tono muscolare e cutaneo, colite, gastrite, impotenza, perdita della libido, aumento della pressione arteriosa e della concentrazione sanguigna di sodio, strie cutanee, depressione, apatia, euforia, diminuzione della memoria." (Wikipedia)   Come fare, allora per diminuire i livelli endogeni di questa "pericolosa coppia"? Il piano d'azione deve essere composto dal controllo della respirazione, alla quale consegue un rilassamento fisico ma soprattutto bisogna agire in maniera radicale cercando di migliorare il nostro umore. Per quanto riguarda il primo fattore, saranno utili le tecniche di respirazione profonda e rilassamento che utilizziamo nella pratica del training autogeno oppure in discipline per noi occidentali un po'  più complesse come lo yoga. Per quanto riguarda l'umore il cambiamento difficilmente può avvenire attraverso esercizi "fisici" ma passa attraverso una consapevolezza che può essere raggiunta per esempio attraverso delle sedute di Coaching studiate seguendo i bisogni del singolo individuo dato che gli stimoli stressanti sono completamente differenti per ognuno di noi. Un ulteriore alleato endogeno sono le endorfine, un insieme di sostanze conosciute come neurotrasmettitori che vengono prodotte dal'ipofisi in seguito, per esempio a forti emozioni, esposizione alla luce solare ed attività fisica: ecco che anche in questo caso l'aggiunta di un moderato e piacevole allenamento (magari all'aria aperta) oltre a distogliere la nostra attenzione dai fattori stressanti, migliora ulteriormente la risposta del nostro organismo all'esposizione eccessiva a queste due dannose (seppur utili) sostanze. Allora, impariamo a gestire la respirazione ed andiamo a fare un po' di moto per controllare i fattori stressanti e migliorare ancora un po' la nostra vita!    Samuele Viotti

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Psicologia: da dove deriva il bisogno di conferme ...

La “fame di carezze” La psiche dell’uomo - per mantenersi attiva e unitaria nella sua complessità - necessita di un’adeguata ricchezza di contatti col mondo esterno attraverso gli organi sensoriali (si parla appunto di fame di stimoli, ossia fame di riconoscimenti, come di un bisogno basilare dell’individuo umano).  Nel contatto tra persone la carezza rappresenta, per chi la riceve, il percepire che l’altro si è accorto di noi. Per contro, la deprivazione sensoriale (per i bambini come per gli adulti) è un deserto in cui nessuno si accorge della nostra esistenza. Tutti sappiamo che esistono carezze fisiche e verbali: le prime, più vicine alla nostra fame primordiale, hanno un maggior impatto sullo stato dell’Io Bambino; le seconde, invece, si rivolgono alla persona in sé stessa, per il suo essere (è il caso di riconoscimenti quali “Sei un amico”, “Sei veramente in gamba”, “Ti voglio bene”, “Ti amo”). L’aspetto singolare, e proprio per questo affascinante, è che in una situazione di vuoto quasi tutti noi preferiamo una carezza negativa a nessuna carezza, ossia siamo orientati a provocare l’ambiente che ci circonda per averne in risposta reazioni negative piuttosto che non averne affatto, poiché se è vero che l’adulto può resistere in una situazione di povertà di stimoli e di riconoscimenti, è altrettanto certo che questa resistenza impegna tutte le energie della persona. C’è però da riflettere su come questa specie di economia delle carezze venga alimentata da alcuni comandamenti negativi sottintesi nelle abitudini della nostra società (quali la povertà di segnali affettivi e di espressione dei sentimenti, l’obbligo di schermirsi quando si è lodati, l’insincerità nelle relazioni interpersonali): “NON dare carezze agli altri”; “NON rifiutare carezze indesiderate”; “NON chiedere carezze, pur avendone bisogno”; “NON accettare carezze, anche se le desideri”; “NON dare carezze a te stesso”. Questo spiega il motivo per cui molti degli scambi che avvengono fra gli individui non sono soddisfacenti e fonte di benessere, ma terminano spesso con una sensazione negativa: rabbia, paura, tristezza. Si tratta delle “briciole” di cui ci si accontenta pur di soddisfare il bisogno di essere visti e riconosciuti come persone! Al contrario, è necessario regalare carezze agli altri, come e quanto lo si desidera; offrire carezze a se stessi; chiedere le carezze di cui si ha bisogno; accettarle quando ci sono gradite, rifiutarle quando non lo sono. Questa prospettiva è un cammino personale verso l’autonomia e la giusta interdipendenza tra sé e l’altro. Rosanna Di Cosmo 

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Regolare Ansia ed Eccitazione (gestire le emozioni...

In questa Pillola di Coaching ti spiego come puoi riuscire a Regolare l’Ansia e l’Eccitazione. Cosa intendiamo con eccitazione? Possiamo definirla come la misura del livello di attivazione dell’insieme formato da mente e corpo. L’eccitazione, pertanto, passa da un livello minimo, durante il sonno, a un livello intenso, ad esempio durante una competizione, un intervento in pubblico, un esame. Quando parliamo di ansia, invece, ci riferiamo a uno stato emotivo che ci fa sentire a disagio, associato ad emozioni quali tensione, preoccupazione, nervosismo, agitazione, apprensione, paura, che accompagnano lo stato di eccitazione e di massima reattività in cui si trovano la mente e il corpo. Se l’ansia non viene controllata, influisce in modo negativo sulla prestazione fisica e mentale che ci accingiamo ad affrontare. L’ansia può essere passeggera, ossia legata a particolari circostanze del “qui ed ora”, preoccupazioni e pensieri negativi, oppure può essere una caratteristica della persona. Come si può regolare l’eccitazione? Occorre agire sul controllo dei pensieri, delle immagini mentali e della respirazione, per ripristinare stati di calma e rilassamento a cui in precedenza sono stati creati opportuni ancoraggi.

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