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Psicologia

Psicologia: la trappola della compiacenza

Nelle dinamiche relazionali, solitamente, la maggiorparte delle persone tende ad oscillare tra due opposte modalità: l'aggressività e la compiacenza. Ovviamente si tratta di una definizione del reale che taglia un po' con l'accetta le situazioni per meglio caratterizzarle. Le sfumature esistono sempre. C'è chi, in eterno conflitto con l'altro, tende a prevaricarlo, nella convinzione che solo imponendosi con forza può essere “visto” ed “ascoltato” e c'è chi, al contrario, si preoccupa sempre di piacere agli altri, teme di venire abbandonato, escluso, deriso, rifiutato, teme il conflitto, e per questo indossa la maschera del “buono”, del compiacente che si adatta. In questo articolo ci soffermeremo sulla descrizione di queste modalità di interazione passiva, sottomissione e compiacenza, per vedere che, seppur messe in atto per piacere agli altri, creano un atteggiamento controproducente.   Impariamo a conoscere le caratteristiche di queste persone Fanno tutto quello che gli si chiede, dicono quello che gli altri si aspettano che dicano, sono sempre d’accordo con chi hanno di fronte e, in ogni caso, mai apertamente in disaccordo. Si adeguano ad ogni circostanza e pare non facciano mai lo sforzo di farlo, ma che anzi, gli vada benissimo così. “Dove andare stasera? Mah, decidete voi, a me va bene tutto!”. “Cosa ne penso? Non saprei, ma son d'accordo con te” “Facciamo come vuoi tu!” Le persone mosse dalla spinta alla compiacenza fanno fatica a manifestare le loro reali emozioni o forse anche di esserne consapevoli. Se sono arrabbiati, sorridono. Se sono delusi, sembrano soddisfatti. Se hanno mille impegni, si mostrano disponibili ad accettare anche altre richieste pur di non deludere gli altri. I compiacenti sono persone che vivono dominate dalla paura di scontentare chiunque abbiano davanti, vivono con ansia qualsiasi relazione perchè temono di non piacere o di essere rifiutati se non sono all'altezza delle aspettative degli altri. E inoltre non possono manifestare quello che pensano veramente perché, se questo è contrario a ciò che pensa l'altro, potrebbe generare una situazioni di conflitto o anche solo di tensione e stress che loro temono terribilmente. I compiacenti, con questo modo di fare, portano le relazioni - amicali, sentimentali e lavorative - verso un inevitabile fallimento. Un fallimento di cui non si spiegano le ragioni e che fanno una gran fatica ad accettare, perché convinte che la strategia del “non deludere” sia la migliore per far andare bene le cose. È un caso estremo, certo. Ma è vero che tanti di noi sono mossi nel loro intimo dal desiderio di piacere agli altri, al punto da rischiare a volte di snaturare ciò che siamo.   Paura dell’abbandono Alcuni concetti dell'Analisi Transazionale possono aiutarci a descrivere e comprendere meglio queste dinamiche emotive e relazionali. Sin da piccoli, come dei “Piccoli Professori” (il termine si riferisce all'uso che fa l'Analisi Transazionale del concetto di Piccolo Professore) abbiamo usato la nostra capacità intuitiva, la nostra creatività, per comprendere che all'occorrenza sarebbe stato meglio per noi indossare la maschera di “colui che non delude”, di “colui che asseconda” per aver dei vantaggi, nella relazione con i nostri genitori, per esempio o con altri adulti di riferimento, quali gli insegnanti. Questi meccanismi ci consentono, sin da piccoli, di apprendere regole e comportamenti adeguati ad un contesto, senza però limitare la nostra spontaneità e creatività. Alcuni di noi, poi crescono non riuscendo più a togliersi la maschera, limitando la naturalezza del proprio Bambino Libero, spegnendo l'intuizione del Piccolo Professore e investendo tutta la loro energia in uno Stato dell'Io chiamato Bambino Adattato. Chi non riesce mai a togliersi la maschera di “colui che si adatta” ha una tale paura di deludere e di venire abbandonato che tutta la sua vita viene condizionata. Forse il comportamento dei genitori, e poi le prime esperienze di incontro con il mondo esterno, lo hanno convinto che, se non si contraddicono gli altri, si viene accettati o, quantomeno, non si viene puniti: si ottiene la loro clemenza ed il loro amore.   Ma funziona la compiacenza? Fino a che punto? Chi vive così sacrifica la qualità della propria vita in cambio della sopravvivenza emotiva, ovvero sacrifica la propria personalità, i propri bisogni, il proprio Vero Sé, nello sforzo di diventare e di essere “come tu mi vuoi”. E vivendo fuori dal contatto con sé stesso, chi passa la propria vita nell'adattamento, accumula frustrazione, stress, ansia. Gli altri spesso hanno la sensazione di avere a che fare comunque con una persona poco autentica, fanno fatica ad afferrarne la vera essenza. E' come se si domandassero “ma tu, veramente, chi sei?”. Del resto, chi viva nella compiacenza poi accumula bollini di rabbia, e dall'essere passivo a accondiscendente, passa facilmente nella posizione opposta del Persecutore, accusando gli altri di poca gratitudine. E' tipico in una relazione di coppia, per esempio, uno dei due partner non si espone mai, non esprime disaccordo, ma nemmeno esplicita ciò che desidera, e poi ha uno scoppia di rabbia. L'altra reagisce dicendo: "Potevi dirlo che non eri d’accordo!", ebbene è vero: poteva dirlo. O meglio: doveva. Per rispetto di sé stesso. Avrebbe dovuto affermare sé stesso e sopportare la probabile reazione negativa dell’altro, visto che, alla fine, essa è comunque arrivata, ed è ben peggiore di quella che poteva essere all’inizio.   La profezia che si auto-avvera Occorre riflettere con attenzione su questo punto chiave. Se per motivi legati alla propria storia personale non si fornisce all’altro una conoscenza reale di sé, tutto sarà inquinato fin dall’inizio e ciò che si temeva - il “conflitto” che allontana e l’abbandono - si realizzerà puntualmente. Se invece ci si farà conoscere per come si è, quel che accadrà sarà davvero quel che deve accadere. E la vita, per quanto impegnativa, potrà essere reale e appagante. E quindi impara a piacerti e non a piacere Ma come?   Conosci ed apprezza ciò che sei La prima persona che deve star bene con te sei te stesso. Quindi inizia a scoprire le tue risorse, inizia a metterti in ascolto di ciò che sei, impara a far luce alla dissonanze, alle contraddizioni tra ciò saresti tentato a fare, ad essere e ciò che inizia a germogliare dentro di te, di diverso e che andrebbe proprio in direzione opposta. Dagli spazio, non agirlo in maniera ribelle, ma esprimilo. Riconosci le tue esigenze e falle presenti agli altri. Se non le conoscono non potranno mai prenderle in considerazione, ma se non le conosci neppure tu... non puoi pretendere che lo facciano gli altri.   Ognuno è responsabile delle proprie necessità e delle proprie emozioni A volte, a forza di adattarsi alle esigenze degli altri, si finisce per non sapere più quali sono le proprie. Orientati di più su di te, sulla tua emotività. Dai più ascolto alle tue emozioni, ai tuoi pensieri. Imparerai pian piano a tirarli fuori in maniera adeguata e utile a te, sopratutto.   Annalisa Sammaciccio 

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Senso di colpa: cos'è quel peso sul petto......

L'articolo si propone come un viaggio alla scoperta dei meccanismi psicologici che creano il "ricatto morale", e il senso di colpa, per trovare strategie che ci permettano di costruire nuove relazioni sane, non solo con chi ci "aggancia" nel senso di colpa, ma anche con noi stessi. Colpa, dal greco amartia significa mancare il bersaglio. Fare ciò che non si voleva. “Non dovevo fare ciò che ho fatto e siccome l’ho fatto non me lo posso perdonare e non merito più nulla di buono”, questa potrebbe essere una tipica frase o un tipico pensiero che sperimenta la persona che si sente in colpa, nel suo dialogo interno. Il senso di colpa è qualcosa di molto profondo, a volte un modo di “sentire” molto doloroso che spesso arriva a determinare le nostre azioni, le nostre scelte, la nostra vita. Il senso di colpa è una emozione, e in quanto tale ha una funzione per così dire di segnale, in quanto permette di contenere le pulsioni distruttive e di prendere coscienza della sofferenza dell'altro. In particolare, mette in guardia qualora si stiano oltrepassando i limiti, costringe ad una messa in discussione e ad un'assunzione di responsabilità. Quindi, il senso di colpa, seppur causando una spiacevole sensazione di tipo emotivo e spesso somatico, ha una sua funzione, all'interno della nostra economia psichica, anche positiva, se sfruttata per renderci consapevoli di qualcosa che non va. E' possibile quindi far fronte a quella tipica tendenza di andar consumando il nostro presente, assorbiti da quella sensazione, senza per questo poter far più nulla di buono, per noi e per gli altri. La prima cosa da fare per poter tenere sotto controllo le emozioni spiacevoli derivate dal senso di colpa (che spesso sono diverse: rabbia, frustrazione, preoccupazione, tristezza, disperazione...) è conoscerlo, e capire cosa esso sia in generale, e poi per ciascuno di noi, dato che si tratta di un sentimento che ha a che fare con messaggi inconsci che ci sono arrivati nel corso della nostra vita, sin da piccolissimi, e di cui non possiamo essere pienamente consapevoli. Annalisa Sammaciccio

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Né istrice né zerbino: essere sé stessi mantene...

La maggioranza delle persone, nelle relazioni sociali spesso oscilla, con il proprio comportamento, fra due estremi: alcune pensano che tutto vada bene, non si mettono mai in discussione, assumono un comportamento tranquillo ed evitano il confronto e il conflitto a tutti costi, cercando di assecondare le aspettative altrui mettendo da parte, e quindi “svalutando” i propri bisogni e desideri; altre assumono una eccessiva aggressività intimorendo gli altri, mettendoli in soggezione, lamentandosi se qualcosa non va anche in modo scorbutico o addirittura violento, non esitando a fare qualsiasi cosa per raggiungere i propri obiettivi, ritenendo in modo erroneo (si parla di “contaminazioni” in ottica analiticotransazionale), di poter far valere sé stessi soltanto facendo “la voce grossa”. Potremmo definire il primo stile relazionale tipo di chi potrebbe essere identificato come uno “zerbino”, mentre il secondo tipico di chi richiama alla mente un “istrice”. Come già anticipato sia nella prima che nella seconda modalità di relazione e comunicazione, è in atto una svalutazione, di sé stessi, nel primo caso e degli altri, nonché di opzioni alternative, nel secondo.   Caratteristiche del tipo aggressivo o “istrice” Il soggetto con questo stile è una persona che non rispetta i limiti degli altri ed è concentrato sui propri desideri e sulle proprie opinioni. La tendenza è quella di dominare gli altri. Alla base di questo tipo di comportamento vi sono delle componenti d'ansia accompagnate però da rabbia e ostilità.   Caratteristiche del tipo passivo o "zerbino" Il soggetto con uno stile di comunicazione passivo pensa più ad accontentare gli altri che non sé stesso, è facilmente influenzabile e subisce le situazioni senza opporsi. È un soggetto che ha un'elevata ansia sociale, che non riesce ad esprimere adeguatamente i propri bisogni e le proprie esigenze, per paura di essere disapprovato o non riconosciuto. Il suo obiettivo è ottenere il consenso di tutti ed evitare qualsiasi forma di contrasto con gli altri. Questo tipo di modalità relazionale, che deriva da un dialogo interno svalutativo nei propri confronti, ha il vantaggio secondario di evitare l'ansia che potrebbe derivare da un confronto autentico con gli altri. Tuttavia l'evitamento e il messaggio interno di non poter esprimere ciò che si sente, pena perdere l'approvazione altrui, rendono la persona sempre più limitata nelle proprie possibilità di azione.   Fra questi due estremi chiaramente poco adatti a creare buoni rapporti, esiste una via di mezzo Si tratta di quella modalità di sentire, pensare ed agire di chi, consapevole di sé stesso in termini di bisogni e aspirazioni, riesce ad affermarsi e realizza sé stesso, manifestando le proprie doti e le proprie esigenze nel contesto sociale. Si tratta di un costrutto emotivo, cognitivo e comportamentale a metà strada tra la passività e l'aggressività, e che definiamo assertività. Esistono tecniche per sperimentare un approccio che metta in condizione di gestire in modo positivo e costruttivo i rapporti interpersonali, nell'affermazione di sé stessi. Questo che segue è un semplice test che ti permetterà di renderti consapevole del tuo modo di comunicare. Non è una diagnosi e per qualsiasi disturbo relazionale è sempre utile consultare un esperto in materia.   Ritieni di avere un comportamento “assertivo”? Quando una persona ti parla la lasci esprimere o la interrompi? A - Lascio parlare B - La interrompo C - La interrompo qualche volta Ti immedesimi nei “panni dell’altro” quando qualcuno ti confida un problema personale? A - A volte B - No C - Si Un amico ti chiede un favore, e veramente non puoi farlo come rispondi? A - No, non posso. B - No, perché l’hai chiesto proprio a me? C - No, non posso però vedrò cosa posso fare? Se rispondi no ad un amico, torni sui tuoi passi dicendo si? A - Si B - No C - A volte Ci troviamo in un negozio di ottica, chiedo all’ottico il prezzo di un paio di occhiali che a mio avviso sono abbastanza cari: quale comportamento è più giusto tenere? A - Il prezzo è troppo alto, ma è sicuro del prezzo? B - Questo prezzo non mi va bene, mi faccia lo sconto. C - Trovo che questo prezzo sia abbastanza alto ma suppongo che sia trattabile. Siamo in una riunione la vostra segretaria esce per ben tre volte a prendere delle schede che ha lasciato nell’altra stanza come la rimproverate? A - Signorina non è possibile questo comportamento, fa sempre così, interrompe i lavori; stia più attenta! B - Lei è sempre sbadata C - Signorina sono tre volte che esce per andare a prendere le schede, continuiamo la riunione Quando sei di fronte ad un interlocutore dai più importanza a come è vestito, al tono della sua voce, ai movimenti che fa oppure ascolti solo quello che dice? A - Ascolto quello che dice B - Ascolto ma guardo se possibile anche le sue espressioni facciali, dei gesti ecc.. C - Ascolto quello che dice solamente per rispondere Ritieni che in un discorso sia più importante la forma o il contenuto? A - La forma B - Il contenuto C - Entrambe Uno sconosciuto ti chiede una informazione; stai sulla difensiva? A - A volte B - Si C - No Ti capita spesso di alzare la voce con gli altri? A - Qualche volta B - Mai C - Spesso Una persona ti infastidisce, come reagisci? A - Reagisco bruscamente B - Rimango indifferente C - Cerco di farle capire che mi da fastidio,cerco un dialogo Un amico ti fa una richiesta irragionevole riesci a dire ” no”? A - Non posso un amico è sempre un amico B - A volte C - Certamente Se qualcuno parla male di voi, chiedete personalmente un chiarimento? A - Lascio perdere B - Si, certamente C - A volte Mi trovo in un gruppo, mi sento influenzato dagli altri nella conversazione A - Si, a volte B - Dico quello che penso C - Cerco di essere il più vero possibile Hai difficoltà a dire quello che pensi? A - Si B - A volte C - Dico sempre quello che penso Sei davanti ad uno specchio, cosa pensi A - Mi piaccio B - Non mi piaccio C - Non so   Risposte del test Se avete risposto come segue ad almeno 11 domande del test adottate una comunicazione assertiva. Ecco le risposte del tipo di comunciazione-relazione assertiva: 1-A; 2-C; 3-A; 4-B;  5-C; 6-C; 7- B; 8-C; 9-C; 10-B; 11-C; 12-C;  13-B; 14-C; 15-C; 16-A.   I livelli dell'assertività I passi da compiere per poter acquisire uno stile comunicativo e relazionale incentrato sull'assertività sono: capacità di riconoscere le emozioni, il cui obiettivo riguarda l'autonomia emotiva e la percezione delle emozioni senza il coinvolgimento negativo legato alla presenza di altre persone (arrossire, balbettare, vergognarsi, ecc.). capacità di comunicare emozioni e sentimenti, anche negativi, attraverso molteplici strumenti comunicativi, riguarda la libertà espressiva, il controllo delle reazioni motorie senza che queste siano alterate o inibite dall'ansia e dalla tensione. consapevolezza dei propri diritti e la capacità di avere rispetto per sé e per gli altri.   Permessi assertivi Mi permetto di avere delle idee, delle opinioni, dei punti di vista personali e non necessariamente coincidenti con quelli altrui. Permetto che le mie idee, opinioni e punti di vista siano quanto meno ascoltati e presi in considerazione (non necessariamente condivisi) dalle altre presone. Mi permetto di richiedere (non di pretendere però!!) che le altre persone soddisfino i propri bisogni e necessità. Mi permetto di dire “NO” a delle richieste senza per questo sentirmi in colpa ed egoista. Mi permetto di avere bisogni e necessità anche diverse da quelle delle altre persone. Mi permetto di provare determinati stati d’animo e manifestarli in modo assertivo, se decido di farlo. Mi permetto di essere umano nel senso di concedermi la “licenza” di commettere errori. Mi permetto di mutare parere o opinione e di cambiare il modo di pensare. Mi permetto di essere realmente me stesso anche se questo significa a volte contravvenire a delle aspettative esterne. Mi permetto di dire: “non capisco”. Mi permetto di dire: “non mi interessa” quando gli altri mi coinvolgono nelle loro iniziative. Mi permetto di valutare e decidere se ho la responsabilità di trovare una soluzione ai problemi altrui.   Annalisa Sammaciccio 

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La funzione del conflitto nelle relazioni interper...

Il conflitto, seppur fonte di sensazioni, emozioni spesso spiacevoli e difficili da gestire,  è un aspetto necessario e vitale nelle relazioni umane. In ambito evolutivo esso è funzionale al processo di individuazione e al riconoscimento delle differenze: serve al bambino di 2-3 anni, durante la fase del "no" per potersi riconoscere come essere separato dalla madre e per iniziare a separarsene psicologicamente, e serve poi, in un secondo tempo, all'adolescente per ripercorrere grosso modo lo stesso processo di crescita, separazione e differenziazione dalla figure genitoriali. Il conflitto è quindi un aspetto sano delle relazioni in quanto ci permette di crescere, ed è anche un aspetto vitale, poichè ci obbliga a prendere in considerazione il punto di vista dell'altro: in questo senso può essere un'occasione di ampliamento del proprio campo di comprensione della realtà. Evitare il conflitto, o per contro, trasformarlo in una lotta di potere, sono modalità poco funzionali di affrontarlo in quanto a lungo andare non giovano ad una buona relazione con l'altro, nè tantomeno con sè stessi. Quindi si può dedurre che piuttosto che evitarlo, vale la pena imparare ad attraversarlo, per poter mantenere in vita le relazioni anche nei momenti di tensione e di crisi. Oltre ad essere una condizione necessaria per il mondo delle relazioni, il conflitto è una condizione intrapsichica inevitabile. Capita spesso di sperimentare tensioni interne che vanno in direzioni opposte che ci lasciano immobili in uno stato di dubbio e di stallo. Si possono sperimentare tre generi di conflitto: tra due tendenze appetitive, piacere-piacere (esempio: due partner potenziali: quale scelgo? due cibi appetitosi: quale mangio? due lavori interessanti: quale accetto?) tra due tendenze avversative, dolore-dolore (esempio: soldato che teme la battaglia ma ha timore anche della corte marziale) tra una tendenza appetitiva e una avversativa, piacere-dolore (esempio: bambino goloso che teme la punizione dell'adulto). Questa condizione ha delle ripercussioni psicologiche, generando tensione, ansia e stress, paura, panico, preoccupazione, frustrazione, ma ha anche delle conseguenze sul piano fisico, come blocco del respiro, mal di stomaco, muscoli paralizzati, aumento della respirazione e del battito cardiaco... Per affrontare il conflitto occorre entrare in contatto con entrambe le polarità, conoscere i nostri le tendenze contrastanti affinchè possano essere viste ed ascoltate, per passare così dal conflitto alla sintesi e alla integrazione delle opposte polarità. Annalisa Sammaciccio 

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Dialogo tra due cervelli: intestino e encefalo

Vi è mai capitato in seguito a un'emozione di paura di avere un "blocco allo stomaco"? Quando avete mal di pancia riuscite a lavorare e svolgere le vostre attività quotidiane in assoluta libertà? E' noto quanto possono pesare lo stress e le emozioni negative sulla salute dello stomaco e dell'intestino. Vediamone il motivo. Nell'intestino troviamo una rete nervosa di oltre cento milioni di neuroni che gestiscono le attività enteriche e che si collegano al cervello attraverso il sistema nervoso vegetativo. Il primo cervello può alterare il normale funzionamento del secondo, interferire con i suoi ritmi e, per questa via, disturbare la peristalsi, la produzione di acidi, di ormoni e di citochine. Ma è vero anche il contrario: le connessioni che dal cervello enterico vanno al a quello centrale sono più numerose di quelle che fanno il viaggio inverso. Questo significa che disordini intestinali possono produrre i loro effetti sul cervello centrale. Un ruolo importantissimo viene svolto dalla SEROTONINA, una molecola conosciuta per il suo legame con la depressione. Si sa che una sua carenza può comportare depressione, tant'è che i farmaci antidepressivi moderni funzionano perché ne aumentano la sua disponibilità. Meno noto è il fatto che il 95% della serotonina viene prodotto dall'intestino. A cosa serve la serotonina nella pancia? A iniziare il riflesso peristaltico, a mantenere il tono vascolare, insomma a regolare i movimenti e l'attività digestiva. Allo stesso tempo, funge da segnale al cervello: segnali positivi come la sazietà e negativi come la nausea. Questo ci fa capire come una corretta alimentazione possa comportare non solo uno stato di benessere fisico, ma anche psichico. Di conseguenza, pensieri positivi ci permettono di svolgere le nostre funzioni vitali nella maniera più economica e funzionale possibile. Ricordate che: "I farmaci curano, la dieta fa guarire" (cit. Fondatore Medicina Cinese) Martina Marchiori

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7 buoni motivi per metterti in forma

"...lavoro troppo, sono pigro, non ho tempo... " Se sei tra le persone che dicono spesso queste frasi per non fare attività fisica, in questa breve chiacchierata ti darò 7 buoni motivi per cambiare il tuo punto di vista sul fitness.    1. Aspetto fisico migliore Il nostro aspetto fisico è il nostro biglietto da visita con il mondo esterno, e chiunque desidera migliorarlo. Un’attività fisica adeguata ti aiuterà a scolpire il tuoi muscoli, a perdere il grasso nei punti giusti e a migliorare il tuo portamento, ma anche ad agevolarti nei rapporti interpersonali.    2. Stato di salute migliore (cardiovascolare; osteoporosi; obesità; colesterolo; diabete; sistema immunitario; cancro; rallentamento dei processi di invecchiamento; prevenzione infortuni) . “Se l’attività fisica fosse un farmaco, allora sarebbe il migliore di tutti”. Numerosi studi dimostrano i molteplici effetti benefici dell’attività fisica: è in grado di ridurre malattie coronariche,  diabete mellito, osteoporosi, obesità, artrite e declino delle funzioni cognitive. Recenti studi dimostrano anche come l’attività fisica possa essere associata a un ridotto rischio di sviluppo delle più comuni forme tumorali. L’attività fisica migliora le difese naturali dell’organismo contro i radicali liberi, responsabili dell’invecchiamento cellulare e, probabilmente, corresponsabili nelle malattie cronico degenerative. Quindi praticando attività fisica regolare e nella giusta quantità stiamo “vaccinando” il nostro corpo contro l’invecchiamento. L’attività fisica, inoltre, stimola il sistema immunitario, riducendo così il rischio di contrarre infezioni.    3. Prestazione atletica migliore Quante volte ti è capitato di perdere l’autobus per un soffio o di sentire le borse della spesa troppo pesanti per portarle a casa?! Una buona attività fisica è quello che fa per te, infatti allenandoti migliorerai la tua resistenza fisica, la tua forza e la tua flessibilità, costruendoti così un corpo tonico e prestante, pronto per affrontare qualunque tipo di sforzo fisico senza tirarti indietro.      4. Miglioramento delle facoltà cognitive Stimolando la produzione di nuovi vasi sanguigni, l’esercizio fisico aumenta il flusso sanguigno nel cervello. Con un maggior flusso sanguigno aumenta il nutrimento alle cellule nervose e migliora la rimozione di radicali liberi e metaboliti. In particolare, ai fini del miglioramento delle capacità cognitive è importante il miglioramento del microcircolo che si ha a livello dell’ippocampo, la parte del cervello implicata nella formazione della memoria. Da recenti studi sembra, inoltre, che l’esercizio fisico stimoli la produzione di potenti fattori di crescita cerebrali che manterrebbero in salute i neuroni esistenti, rendendoli quindi più longevi e funzionanti in modo migliore.    5. Miglioramento dell’autostima L’aumentata produzione di endorfine, l’entrata in contatto col proprio corpo e con le proprie capacità fisiche, il miglioramento estetico e la sensazione di salute dati dall’esercizio contribuiscono tutti insieme all’aumento della nostra autostima.    6. Migliore gestione dello stress Molti studi hanno dimostrato come l’attività fisica, per vie molteplici, contribuisca ad abbassare i livelli di stress se praticata in quantità e intensità adeguate.    7. E per concludere in bellezza: più vita sociale E inoltre: divertimento e nuove conoscenze. Inutile sottolineare che frequentare un centro sportivo, una palestra o una piscina ti darà l’opportunità di divertirti e di allargare il tuo mondo di conoscenze e... non si sa mai cosa ti possa riservare il destino ;) Diego Campaci

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Uomini, donne e... la percezione corporea!

Mass media, riviste e modelli sociali svolgono un ruolo fondamentale nel delineare un prototipo di perfezione nella mente degli individui, che spesso và poi a costituire un elemento di paragone con cui confrontare sé stessi e da cui scaturiscono giudizi di valore e autovalutazione. In questo modo si può ben comprendere come al di là del modo in cui ci si andrà a valutare, anche la stessa percezione di sé stessi è suscettibile di influenze. Sia gli uomini che le donne vengono continuamente esposti ad una miriade di immagini e stereotipi, si pensi a modelle ed attrici che esibiscono un prototipo di bellezza irrealisticamente magro oppure ad attori e uomini dello spettacolo che tendono ad essere eccessivamente muscolosi, di peso medio o anche in sovrappeso; in aggiunta le riviste tendono a proporre alle donne articoli relativi alle diete e alla perdita di peso, agli uomini espongono annunci che sottolineano il bisogno di diventare più grossi e più muscolosi; questa differenza sottolineata anche dai giocattoli realizzati per i bambini, che propongono alle femminucce una Barbie dalla silhouette a clessidra, talmente distorta che si ha la possibilità di trovare 1 donna su 100.000 con tali sembianze, ai maschietti viene proposto un Gi Joe dai muscoli tali da fare invidia anche ai sollevatori pesi più dotati.  I ricercatori hanno affermato che immagini come queste sono punti di riferimento inadeguato per il confronto sociale e potrebbero condurre uomini e donne a criticare il proprio peso corporeo anche senza un reale motivo. Anche se studi così strutturati rendono impossibile stabilire se tali fattori culturali portano ad una distorsione dell’immagine del proprio corpo, è però possibile dire che le donne dovrebbero tendere a valutarsi più “pesanti” rispetto a quello che realmente sono, contrariamente agli uomini che invece dovrebbero percepirsi più “leggeri” rispetto alla realtà. Questo porta un numero elevato di donne sottopeso a valutarsi come normopeso e donne normopeso percepirsi in sovrappeso; processo opposto per gli uomini, che se normopeso tendono a vedersi sottopeso e se sovrappeso tendono a percepirsi normopeso. Queste ipotesi hanno trovato un certo supporto empirico: tra il 30% e il 67% delle ragazze normopeso si percepiscono in sovrappeso e possono seguire un regime alimentare di riduzione calorica; e tra il 28% e il 68% dei ragazzi normopeso si percepiscono sottopeso e cercano di divenire più grandi attraverso diete ed allenamenti finalizzati ad aumentare la massa muscolare (Green et al., 1997 cit. in McCreary & Sadava, 2001). In realtà la maggior parte di questi studi ha esplorato il mondo femminile, tralasciando quello maschile; tuttavia ci sono evidenze che sostengono che fra la popolazione maschile c’è un’accettazione del proprio peso di circa tre volte maggiore rispetto alle femmine. L’errata percezione del proprio peso è un tema importante da affrontare perché può influenzare il bisogno percepito di aumentare o diminuire di peso (cioè, sviluppare un peso sano, che gioca un ruolo importante per la propria salute fisica); quanto detto conduce all’idea che gli uomini, più delle donne, incorrono nel rischio dell’obesità, e queste ultime al contrario, potrebbero sviluppare patologie alimentari quali l’anoressia e la bulimia, che continuano a vedere vittima un numero di donne di gran lunga maggiore rispetto agli uomini. Altri studi hanno avvalorato il ruolo centrale che la percezione del proprio corpo riveste nella vita degli uomini e delle donne di oggi. Come? Da uno studio è emerso che gli uomini tendono a percepirsi come “più attraenti”, in “salute” e “soddisfatti della propria vita” quando risultano essere in sovrappeso rispetto agli indici di riferimento corporei e dall’altro lato le donne riportano le medesime risposte  quando hanno una condizione di sottopeso (Jacobi& Cash, 1994 cit. in McCreary & Sadava, 2001). Concludendo, la percezione corporea pur delineando e aprendo scenari completamente diversi negli uomini e nelle donne sembra giocare un ruolo importante non solo nella regolazione della propria attività fisica o nella scelta alimentare ma anche al ruolo che sentiamo di svolgere nella nostra vita…Siamo soddisfatti? Siamo attraenti? Quanto mi piaccio e quanto ritengo di  piacere agli altri? Nel rispondere a queste domande fermiamoci un attimo e riflettiamo quanto la percezione fisica che abbiamo di noi stessi incida e veicoli le nostre risposte!   Martina Berardocco

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Quando è nata la ginnastica medica? Lezioni dal p...

Ciao a tutti! Oggi vi voglio dare una lezione di storia.  Quando è nata la medicina sportiva? E' una disciplina recente o se ne è parlato già secoli fa? Il primo trattato risale al 1569 scritto dal medico Girolamo Mercuriale il cui titolo è DE ARTE GYMNASTICA. "Finchè gli uomini, ignari di laute mense e sontuosi banchetti, come pure dell'abitudine al bere in seguito a poco a poco introdotta, ebbero esigenze limitatissime, nemmeno le malattie avevano fatto la loro apparizione, al punto che non se ne conoscevano persino i nomi". Con queste parole Girolamo Mercuriale descrive la nascita della medicina, avvenuta di pari passo con l'insinuarsi dell'intemperanza fra gli uomini. L'autore parla di storia, filosofia, dermatologia, pediatria, patologia etc. e dell'importanza nella medicina degli esercizi fisici. Anche se nell'antichità erano visti in un'ottica di preparazione militare, avevano come obiettivo la sanità e la robustezza del corpo.  L'opera è suddivisa in sei libri e in ogni sua parte viene messo in luce un aspetto dell'arte ginnica che varia dalla costruzione degli ambienti alla parte educativa e pratica. L'opera ci da la possibilità di come già nell'antichità si parlasse di benessere, di salute e di igiene... è possibile che negli ultimi anni trascuriamo queste discipline? Perché ci stiamo sempre più spostando verso la patologia? Dobbiamo impegnarci a vivere pienamente il concetto di PREVENZIONE e non di CURA. Questo deve essere fatto con costanza e attenzione. Se volete fare un tuffo nel passato... buona lettura!

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La palestra fa bene all'amore! (motivo n°8)

Eccoci arrivati all’ottavo motivo per iscriversi in palestra subito: fare fitness fa migliorare la nostra prestazione sessuale! A chi non interessa questo motivo? Credo a nessuno, tant’è che forse avrei dovuto metterlo come primo motivo e non come ultimo! Chi l’avrebbe mai detto! Eppure è così e i motivi sono molteplici. Il primo motivo per il quale possiamo affermare senza ombra di dubbio che il fitness giova alla nostra pratica sessuale è che fare l’amore è a tutti gli effetti una prestazione fisica. Non solo, fare l’amore è la principale prestazione fisica dell’essere umano perché è quella attività che permette il mantenimento della specie. Da un punto di vista evoluzionistico e sociologico possiamo affermare che ogni nostra attività giornaliera è finalizzata al metterci nelle migliori condizioni possibili per accoppiarci e riprodurci, ovvero fare l’amore. E’ così da sempre ed è tutt’ora così! Il problema è che il moderno stile di vita sedentario, oltre alle altre problematiche che abbiamo sopra esposto, comporta anche la perdite di alcune... capacità di base necessarie per svolgere in modo completo e soddisfacente la nostra attività sessuale! Non per fare ridere nessuno ma fare l’amore richiede: forza muscolare; resistenza aerobica; coordinazione; agilità. Non sono forse queste le capacità che si allenano normalmente in palestra? Quando lo stile di vita dell’uomo era più attivo, queste qualità di base venivano automaticamente “allenate” durante le normali attività quotidiane. Oggi non è più cosi!! La sedentarietà, oltre a farci perdere altri vantaggi, ci ha fatto perdere anche la capacità di fare bene l’amore! Fortunatamente una buona routine di allenamento pone rimedio a tutto questo! Infatti ritornando ad allenare i muscoli, specialmente la muscolatura addominale e delle gambe, facendo allenamento aerobico e partecipando ai corsi di fitness che allenano la nostra coordinazione, la nostra agilità e la nostra capacità di seguire un ritmo, la nostra prestazione sessuale torna rapidamente a migliorare! Più fitness, più voglia! C’è un altro motivo che spiega come l’attività fisica giova ai nostri rapporti sessuali. Chi svolge regolarmente esercizio fisico, sia uomo che donna, ha una maggiore produzione dell’ormone testosterone. Il testosterone svolge molteplici funzioni nel nostro organismo, tra le quali c’è, per esempio, che è il principale stimolatore del nostro desiderio sessuale!! Dunque più esercizio fisico, più produzione endogena di testosterone, più desiderio sessuale!! Se ho più desiderio, facilmente farò più spesso l’amore e se faccio più spesso l’amore diventerò a breve più bravo a fare l’amore traendone, via via, sempre più piacere! Ed ecco un altro modo in cui l’attività fisica giova alla nostra vita sessuale, più autostima, più amore! Nel corso di questa guida ho già spiegato come la pratica regolare di fitness permetta di sviluppare una sensazione di autostima e di sicurezza maggiore. Una evidente sfaccettatura della sensazione di un’aumentata autostima è senz’altro quella di sentirsi più sexy ed attraenti! Da alcune interviste svolte su campioni di persone, uomini e donne, che svolgevano regolarmente fitness, questa caratteristica è apparsa molto evidente. Infatti la maggior parte degli intervistati ha dichiarato che grazie alla pratica regolare di attività fisica si sentono più sexy ed attraenti e questa sensazione li aiuta a vivere meglio, non solo le relazione umane in generale, ma anche la loro vita sessuale in particolare!! Il fitness ci fa stare meglio con noi stessi!! Stare meglio con noi stessi, ci mette automaticamente nelle condizioni di stare meglio anche con gli altri e, quando si tratta di fare l’amore, anche di fare meglio l’amore! E questo mi sembra un terzo ottimo motivo per affermare che il fitness fa bene all’amore! Più stiamo bene, meglio facciamo l’amore!! Quando ci sentiamo in ottima salute e pieni di energie, abbiamo più risorse per affrontare tutte le nostre attività quotidiane e per affrontarle meglio. Sentirci bene ci fa essere più ottimisti, più motivati e da questo atteggiamento deriva il successo che riscuotiamo nello svolgere le nostre attività. Anche l’amore trae i medesimi benefici. Viceversa quando non stiamo bene, svolgere le nostre attività quotidiane, anche le più piccole, diventa un peso enorme. Approcciare ai nostri impegni con questa sensazione di fatica e di dolore ci mette nelle condizioni di non dare il meglio di noi stessi e, dunque, di non avere pieno successo nello svolgere tali attività. E anche in questo caso la nostra vita sessuale non è immune da tali influssi negativi. Non solo, quando stiamo bene, tutto nel nostro organismo funziona meglio e quando questo avviene anche i nostri sensi sono più acuti. La vista, l’udito, il tatto ma anche il gusto e l’olfatto diventano più sensibili. Alla base di questo fenomeno c’è una spiegazione fisica molto semplice: l’attività fisica da grandissimi benefici, in particolar modo, al nostro sistema circolatorio e la nostro sistema nervoso. La migliore circolazione sanguigna e la miglior conduzione degli impulsi nervosi rendono i nostri sensi più acuti perché gli organi deputati alla percezioni di tali sensazioni funzionano meglio: sono irrorate da una maggiore quantità di sangue e ricevono ed inviano una maggiore quantità di impulsi nervosi. Quando i nostri sensi sono più sviluppati, tutte le esperienze che viviamo sono più intense e piacevoli!! Ecco il quarto motivo per cui la pratica regolare di fitness giova alla nostra attività sessuale!! Più siamo rilassati, più rendiamo a letto!! Il nostro moderno stile di vita ci stimola e ci abitua a reagire d’impulso e a comportarci energicamente di fronte alle vicende quotidiane. Questo atteggiamento è ottimo e chi più bravo diventa ad essere reattivo ed energico, più bravo diventa a gestire le molteplici situazioni complicate della vita moderna. Lo sappiamo bene: oggigiorno dobbiamo fare tanto, dobbiamo fare bene e dobbiamo farlo in fretta! Ma non per tutto è così e non per tutto vale questa regola! Nella pratica sessuale, per esempio, questa regola è sbagliatissima e causa di tante frustrazioni ed insuccessi!! Certo non è facile comportarsi in questa situazione di vita all’opposto di come ci si comporta in tutte le altre. Fortunatamente anche a questa problematica c’è una soluzione... in palestra! Infatti anche la pratica di fitness richiede la capacità, da parte di chi la pratica, di sviluppare quel senso di rilassatezza e pazienza sul quale si costruiscono i risultati sportivi e di allenamento. La regola del fare tanto, fare bene e farlo subito nel fitness non trova un riscontro e anzi è causa di insuccesso e frustrazione. Esattamente come nel fare l’amore! Per questo chi è abituato a fare fitness e a mettersi nelle condizioni psicologiche giuste per farlo è anche abile a farlo quando si tratta di andare a letto con il proprio partner. Da questo punto di vista fitness e sesso si assomigliano molto e chi è bravo nell’uno è bravo anche nell’altro!! Questo è il quinto e ultimo motivo per il quale fare fitness fa bene all’amore! Matteo Vignali

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Iscriviti in palestra per sconfiggere ansia e depr...

Fare palestra fa bene al fisico come abbiamo visto negli articoli dedicati al primo e al secondo buon motivo per iscriversi in palestra subito, giova al nostro lavoro e alla nostre relazioni personali come abbiamo scoperto negli articoli dedicati ai motivi tre e quattro per iscriversi subito in palestra e reca grandi vantaggi anche alla nostra psicologia come scopriremo in questo nuovo articolo con il quinto buon motivo per iscriversi subito in palestra.   Ansia e crisi di panico L’ansia è una complessa combinazione di emozioni negative quali paura, apprensione e preoccupazione. Stati d’ansia passeggeri e saltuari rappresentano la normalità poiché sono il retaggio della nostra evoluzione, infatti uno stato d’ansia passeggero mette il nostro corpo e la nostra mente in pre-allarme e in guardia da potenziali pericoli imminenti. Questo meccanismo è stato molto utile ai nostri antenati per salvarsi la vita nelle situazioni di maggiore pericolosità che un’esistenza vissuta all’aperto comportava. Ben diverso è quando accusiamo uno stato d’ansia generalizzato e cronico. Questo disturbo è caratterizzato da uno stato d’ansia durevole e non correlato a nessun motivo specifico. Chi soffre di questo disturbo si sente costantemente preoccupato e in apprensione senza sapere a causa di che cosa. Lo stato d’ansia generalizzato è un forte handicap psicologico poiché chi ne soffre si sente come frenato nello svolgere anche le più semplici attività quotidiane. Le crisi di panico possono essere una conseguenza di uno stato d’ansia generalizzato. Questo particolare stato emotivo è caratterizzato da improvvisi e brevi attacchi di terrore, tremore, scosse, vertigini, difficoltà respiratorie e l’imminente sensazione di morire. La principale causa di questi due disturbi è da ricercarsi nello stress lento e silente della vita di tutti i giorni o in un evento emotivo intenso e stressante vissuto nel nostro passato.   Depressione La depressione invece è una patologia dell’umore o disturbo dell’umore. Chi ne soffre accusa di uno stato cronico di malumore o tristezza. Questo disturbo compromette seriamente la vita di relazione delle persone che ne soffrono interferendo con la loro capacità di creare e mantenere relazioni personali stabili. La depressione sembra essere correlata ad una scarsa o totalmente assente autostima nelle persone che ne soffrono. Le reali cause dello stato depressivo sono molteplici e non ancora del tutto spiegate.   Il Fitness contro ansia e depressione Sono disponibili molti studi scientifici che dimostrano come la pratica costante, regolare e senza eccessi di fitness può prevenire e alleviare i sintomi dell’ansia, delle crisi di panico e della depressione. L’allenamento contribuisce a generare alcuni importanti benefici fisici: rilassare la tensione muscolari; migliorare la circolazione sanguigna; normalizzare l’attività neuronale; aumentare il rilascio di endorfine. Le endorfine sono sostanze chimiche di natura organica prodotte dal cervello capaci di regolare l’umore influendo positivamente sullo stato d’animo. Inoltre l’attività fisica produce altri e più importanti benefici psicologici utili alle persone che soffrono di ansia e depressione: migliora la sensazione di auto-efficacia e di fiducia in se stessi; offre delle distrazioni positive; aumenta la nostra autostima; aumenta la consapevolezza corporea; migliora il rapporto personale con le cose e le persone; migliora la nostra consapevolezza emotiva. L’ansia e la depressione sono due disturbi oggigiorno molto diffusi. Nei casi più gravi vengono curati con potenti psico-farmaci che però oltre a ridurne i sintomi comportano dei gravi effetti collaterali per la salute delle persone che li assumono. C’è un farmaco poi molto efficace che non ha alcun effetto collaterale, anzi oltre ai benefici desiderati porta con se altri benefici extra per la nostra salute: è la palestra! Non bisogna poi dimenticare che è si importante curare ma è ancor più importante prevenire. Non dobbiamo aspettare di ammalarci per iscriverci in palestra! Spesso l’indecisione o la pigrizia potrebbero portarci a procrastinare la nostra iscrizione in palestra. Sarà bene allora porci queste due domande per smuovere la nostra motivazione ad iniziare subito a praticare fitness: “Cosa posso guadagnare per me e la mia salute dalla pratica costante e regolare di fitness?” Viceversa “Cosa posso perdere in termini di salute e bellezza se non inizierò subito a praticare fitness?” Matteo Vignali

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Se vuoi di più dalle relazioni interpersonali... ...

Il motivo n°4 per iscriversi in palestra l’ho soprannominato “sano egoismo”! Questo motivo risponde alla scusa o all’obiezione “non ho tempo per frequentare la palestra”. Mi capita di sostenere spesso un tipo di dialogo come questo con conoscenti e amici. Chiedo io: “come va?” Risposta del mio interlocutore: “Mah… non sono molto in forma in questo periodo!” Allora dico io: “Perché non ti iscrivi in palestra da me, ti sentirai subito meglio e la tua forma fisica e la tua salute ne trarranno beneficio!” Obiezione del mio interlocutore: “Mi piacerebbe davvero molto ma NON HO TEMPO, sai il lavoro poi ho la casa e i figli...” Cosa si nasconde dietro un dialogo di questo genere? La paura di non avere tempo sufficiente per dedicarsi alle cose importante della vita è molto diffusa ed è molto comprensibile. Nessun buon padre o madre di famiglia vorrebbero percepire di essere manchevole nei confronti dei propri figli e della propria casa. Nello stesso modo nessun lavoratore o studente serio vorrebbero venire meno ai propri doveri. In realtà le corrette domande da porci sono queste: “La palestra è realmente una distrazione dai nostri doveri?” “Non è forse essere vero che fare palestra potrebbe mettermi nelle condizioni di rendere di più e meglio nei mie doveri lavorativi, famigliari e casalinghi?” “E’ meglio avere a disposizione molto tempo di qualità inferiore o un po’ meno tempo di qualità nettamente superiore?” In sostanza: “meglio qualità o quantità?” Nell’articolo dedicato al terzo buon motivo per iscriversi in palestra subito ho già illustrato tutti i benefici che persone impegnate in attività lavorativa o di studio possono cogliere praticando regolarmente esercizio fisico. In questo nuovo articolo voglio spiegare come anche chi ha una intensa vita sociale e relazionale avrebbe molti vantaggi dal frequentare una palestra. Le nostre relazioni sociali infatti ci richiedono un grande sforzo sotto il punto di vista emotivo, psicologico e anche fisico. Per godere appieno di queste nostre relazione dobbiamo avere la capacità di essere al top della nostra forma emotiva, psicologica e fisica mentre le viviamo. Quanto spesso capita che un nostro malessere fisico o un malumore o scarsa concentrazione ci portano a trattare male i nostri cari? Rispondiamo in modo sgarbato, secco, arrabbiato al nostro amico o parente che chiede la nostra attenzione quando, magari, abbiamo un “tremendo mal di testa”. Trattiamo con superficialità i nostri cari se ci chiedono aiuto ma in quel momento ci sentiamo noi stessi le persone più bisognose di aiuto ed attenzioni del modo. Quante energie possiamo donare ai nostri cari quando di energie non ne abbiamo neanche per noi stessi?? A volte percepiamo la necessità di “ricaricare le batterie”, “staccare la spina”,“evadere”. In quei particolare momenti potremmo divenire intrattabili e poco disponibili per le altre persone che ci circondano. Non vi è mai capitato di fare una sgridata, ai vostri figli o ad un amico o al vostro compagno/a, superflua, solo perché in quel momento eravate troppo nervosi e avevate bisogno di tirare fuori un po’ di rabbia? Ebbene sappiate che c’è un modo semplice per “ricaricare la batterie”, “staccare la spina”, “evadere”… Questo semplice motivo è dedicare a se stessi un po’ di tempo praticando una salubre attività fisica. Frequentare una palestra può presentare due diversi e benefici aspetti per le nostre relazioni. Il primo è che quando ci prendiamo del tempo per noi stessi e ci dedichiamo delle attenzioni e delle cure, riceviamo subito una scarica di buon umore, di positività, di motivazione. In altre parole ricarichiamo istantaneamente le batterie. In secondo luogo, come abbiamo già detto, praticare regolarmente fitness rende il nostro fisico più efficiente e quando il corpo è più efficiente tutto funziona meglio: ci ammaliamo meno spesso; sopportiamo meglio il dolore; gestiamo meglio la fatica; gestiamo meglio stati d’ansia e preoccupazione; siamo più equilibrati e pazienti; abbiamo un umore più stabile; siamo più positivi. Da qui la mia idea di definire la pratica di fitness come momento di sano egoismo. E’ vero che stiamo dedicando del tempo a noi stessi, sottraendolo a cose importanti della nostra quotidianità e in questo modo dimostrando di essere “egoisti”, ma è anche vero che questo breve momento, questa breve pausa dai nostri impegni, ci permetterà di tornare a dedicarci ai nostri cari con una ritrovata e rinvigorita energia vitale e da questo tutte le nostre relazioni personali ne trarranno un grandissimo beneficio! Matteo Vignali

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Se vuoi guadagnare di più... iscriviti in palestr...

Sembra una provocazione o uno slogan di marketing molto intraprendente e invece questa frase corrisponde al vero! C’è una stretta correlazione tra l’efficienza fisica (quindi il livello di allenamento) e la capacità lavorativa (o produttiva) di una persona. Numerose ricerche, svolte nei paesi del nord Europa, negli Stati Uniti e in Giappone hanno dimostrato che qualsiasi lavoratore (operaio, impiegato, dirigente, libero professionista, ecc..) che pratichi regolarmente sport o una disciplina di fitness, ha una capacità produttiva lavorativa superiore ai colleghi che non fanno nessun tipo di esercizio fisico. Questi studi, paragonando i lavoratori in esercizio a quelli sedentari hanno dimostrato che chi praticava regolarmente una disciplina sportiva o di fitness riusciva: a rimanere più concentrato e più a lungo; gestire meglio lo stress; gestire meglio la propria motivazione; risolvere i problemi con più creatività; accusare meno la fatica, riuscendo a lavorare un numero maggiore di ore; ammalarsi meno, riuscendo a non assentarsi frequentemente dal posto di lavoro. Ovviamente tutti questi benefici comportavano che i lavoratori fisicamente attivi primeggiavano nelle rispettive posizioni lavorative riuscendo quindi ad ottenere retribuzioni migliori rispetto ai colleghi sedentari. Studi simili a questi hanno anche dimostrato che pure gli studenti fisicamente attivi raccolgono gli stessi benefici dalla pratica di sport e fitness superando di molto nel loro rendimento scolastico i compagni sedentari. In poche parole: chi si allena ha una marcia in più!! Il meccanismo, dunque, grazie al quale possiamo affermare che “se ti iscrivi in palestra guadagni di più” è il seguente: PRATICA SPORTIVA –> MIGLIORE EFFICIENZA PSICO-FISICA –> MIGLIORE CAPACITA’ LAVORATIVA (O PRODUTTIVA) –> MIGLIORI GUADAGNI O RETRIBUZIONI E’ infatti risaputo che chi pratica regolarmente esercizio fisico, guadagna i seguenti benefici: un miglior e più efficiente sistema immunitario (quindi si ammala meno frequentemente); un maggior tono muscolare (meno mal di schiena e problematiche simili e più capacità di sostenere lavori fisici pesanti); un miglio sistema osteo-articolare (quindi meno dolori articolari e meno problemi provenienti da posture scorrette come quella, ad esempio, dovuta dalla posizione seduta alla scrivania); una migliore ossigenazione dei tessuti e una maggiore efficienza cardiaca (da qui l’aumentata capacità di protrarre la concentrazione per periodi di tempo più lunghi); un assetto psicologico più predisposto ad accettare sfide piccole o grandi, a mettersi in competizione, a lavorare per un obiettivo, a prendere in modo giusto le sconfitte e gli insuccessi (si dice infatti “accettare sportivamente tali cose…”), ad essere più tenace, ad avere più autostima e più sicurezza. Non a caso, infatti, il mondo lavorativo viene accomunato a quello sportivo e nella terminologia del mondo del business sono entrati termini e modi di dire tipici del mondo dello sport. In più i tratti psicologici tipici dei campioni o degli agonisti in genere sono visti di buon occhio da molte aziende che ben conoscono questi vantaggi e che in sede di assunzione prendono in maggiore considerazione i candidati che dichiarano di praticare sport o fitness. Dunque praticare regolarmente sport ci conferisce un vantaggio competitivo anche in termini di ricerca di lavoro. Infine c’è ancora un altro aspetto da non sottovalutare e che è la propria immagine. Chi pratica sport o fitness tende ad avere un’immagine migliore rispetto a chi è sedentario proprio perché grazie all’allenamento ha un postura migliore -più eretta-, una maggior tono muscolare, una minore massa grassa, dunque, una silhouette più gradevole. Conta la nostra immagine nel mondo lavorativo? E, se conta, quanto può incidere? La mia risposta a queste due domande è: LA NOSTRA IMMAGINE CONTA MOLTISSIMO!!! Anche qui numerose ricerche hanno dimostrato che dipendenti di bell’aspetto conquistato più facilmente posizioni lavorative di rilievo rispetto ai propri colleghi meno attraenti. Non solo, la cosa sensazionale che questo meccanismo scatta sia che il capo sia del nostro stesso sesso che del sesso opposto!! Per lo stesso principio, studi analoghi, hanno dimostrato che venditori di bell’aspetto concludevano con più facilità le proprie vendite dei colleghi meno attraenti e anche in questo caso la cosa funzionava rispetto ad entrambe due i sessi. Questa cosa è ovvia!! Tutti noi siamo portati a fidarci un po’ di più di persone di aspetto gradevole perché il bell’aspetto esercita su di noi un effetto calmante e rassicurante. Questa cosa è naturale ed inconscia e ci capita non solo nei confronti delle persone ma anche delle cose. Se una cosa ci appare bella, facilmente tenderemo a considerarla anche giusta e migliore. Un esempio: immaginiamo di andare al supermercato per acquistare delle mele rosse. Andiamo al reparto frutta e troviamo due ripiani di mele rosse. Su uno ci sono poggiate mele rosse belle, grosse, lucide, perfettamente tonde. Sull’altro ci sono mele rosse opache, piccole, un po’ deformi. Le prime costano un po’ di più. Quale scegliamo? Ve lo dico io: 9 volte su 10 sceglieremo quelle più belle, anche se sono più costose. Sbaglio?? L’aspetto guida sempre il nostro raziocinio, è un meccanismo ancestrale che ci portiamo dentro nel nostro DNA e che ha permesso all’uomo di sopravvivere aiutandolo a prendere le scelte corrette. Per questo scatta in automatico senza che neanche ce ne accorgiamo, ma è un sesto senso che ci guida sempre. Qualche tempo fa ho sentito in radio una notizia che mi ha molto stupito e che conferma quanto detto sull’importanza di avere una buona immagine. Uno studio svolto nei tribunali americani ha dimostrato che gli imputati e le imputate di aspetto piacente, a parità di reato con imputati e imputate meno attraenti, venivano giudicati innocenti nel 20% in più dei casi e anche se venivano condannati ricevevano un pena inferiore. Pazzesco! Eppure è cosi: ovunque e sempre!!! Matteo Vignali

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Consigli per... la prova costume!

A meno di quattro mesi dalla prova costume, i primi caldi e le prime gite all’aria aperta di Pasquetta e del ponte del 1°maggio hanno evidenziato una consapevolezza nel porre rimedio agli eccessi e alla sedentarietà di un intero anno. Per chi si è “comportato bene”, sia a tavola che in palestra, il problema non sussiste e potrà affrontare a testa alta la fase della svestizione sulla battigia e della distensione del telo mare senza trattenere il fiato e senza avvolgersi come un bozzolo di baco da seta in enormi parei. E per gli altri? Sconsigliato oltremodo la dieta lampo di qualche rivista, digiuni, saune e bagni turchi da record (sia per temperatura che per tempo trascorso al loro interno: si perdono SOLO liquidi che si reintegrano immediatamente alla prima sorsata di acqua), alimentazioni fai-da-te, “aiutini” farmaceutici ed estenuanti corse, sia a piedi che in bici, poco produttive e molto stancanti e logoranti (magari sotto il sole di mezzogiorno della domenica a digiuno e con una giacca a vento… così si suda di più e si consuma di più: follia! Si rischia solo un bel tilt del sistema cardiocircolatorio). In 3 mesi le cose possono ancora cambiare: avvicinarsi con un approccio più tecnico-scientifico ad una pratica sportiva costante piuttosto che con la scheda di qualche rivista o con gli esercizi offerti da qualche app per smartphone o con la solita “ora” sul tapis-roulant/zumba/camminata veloce, imparare i principi di una sana e corretta alimentazione piuttosto che passare da periodi di eccessi a periodi di centrifugati di sedano e limone, potrebbero essere utili nel raggiungere nel migliore dei modi la forma desiderata per la prova costume. Ribadendo sempre il concetto fondamentale che un corpo sano e tonico lo si costruisce durante tutto l’anno, non in pochi giorni: diffidate da pillole, attrezzature e programmi di allenamento e alimentari che garantiscono risultati in sopracitati tempi. In palestra, all’aperto, in casa, al parco non importa quale sia il luogo scelto per “rimettersi in carreggiata”, l’importante è farlo con “la testa” non improvvisandosi allenatori, nutrizionisti, sciamani o maghi: il corpo è una macchina e, come tale, va conosciuta prima di metterci le mani sopra. Magari questo nuovo stile di vita potrà piacervi e potrete poi metterlo in pratica da subito appena rientrati dalle vacanze in modo tale da pianificare insieme al vostro professionista di fiducia l’allenamento e gli obiettivi da raggiungere nell’anno per essere in forma sempre e non solo 10 giorni all’anno. Francesco Moschillo

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Gioia... passione e allenamento nelle Arti Marzial...

Ciao a tutti! Oggi voglio condividere una storia che parla di Impegno, di costanza e di grinta: la protagonista si chiama Gioia. Gioia ha iniziato a praticare Karate da quando aveva solo otto anni, credendo di praticare semplicemente uno sport; con il passare degli anni ha scoperto, invece, che è la sua più grande passione. Cosa significa per lei Passione? "Passione è provare quel sentimento indossando il karateji e l’obi (kimono e cintura) prima di entrare nel Dojo (palestra), quella carica quando pratichi, quando a distanza di anni il tuo Sensei (Maestro) ti corregge e cerchi di impegnarti sempre al massimo per poter migliorare, per poter far meglio, quell’adrenalina forte quando fai delle competizioni. E una delle cose più importanti non è solo mirare ad un risultato o al podio, ma vedere la tua squadra che ti conforta, che ti stimola, sentire dagli spalti “Vaii Gioia!!!”, quell’incitamento, quelle urla piene di forza, in certi momenti sono la vera Vittoria." Gioia da sei anni si è avvicinata alla disciplina del krav maga, per saziare quel desiderio di conoscere sempre nuove tecniche delle arti marziali. Se nel Karate ha trovato una filosofia di vita, dei principi, delle regole, un rispetto assoluto per i propri Maestri, per i compagni e per se stessi, nel krav maga ha conosciuto il combattimento in una disciplina che prevede l'utilizzo anche di oggetti che si trovano quotidianamente a portata di mano (penna, bottiglia, borsa, bicchiere etc..), così come delle armi (pistola, coltello, bastone, etc..). Io e Gioia ci conosciamo da diversi anni, siamo cresciute nello stesso paese e le nostre storie si sono spesso incontrate.  Questa volta la mia professione ha incontrato la sua passione: in seguito a un problema al ginocchio ho iniziato a seguirla negli allenamenti insegnandole la tecnica corretta degli esercizi, proponendole degli allenamenti in base al suo obiettivo: essere più reattiva, esplosiva e forte!!  Desidero prepararla al meglio per le prossime sfide nella speranza di farle raggiungere grandi traguardi. Mi auguro di continuare a vivere la sua energia, così grande che tante volte mi serve da carburante per la mia attività.  Concludo con la visione meravigliosa che Gioia ha dello sport: "Lo sport è Vita, è Amicizia, è , è fatica ma una fatica che ti ripaga, è soddisfazione, è Libertà!!”. Spero di riuscire a trasmettere la stessa passione anche a voi!! M. Marchiori e G. Tognon

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I poteri della mente: fermatevi a sentire il profu...

Premessa Il seguente articolo non fa parte della serie "L'ABC dell'allenamento". Qui, voglio fare un passo indietro, non vi spiegherò concetti tecnici, quali la supercompensazione, il riscaldamento, il defaticamento ecc. ecc. Oggi vi parlerò della MENTE e di come riuscire ad avere un APPROCCIO MENTALE VINCENTE nello SPORT e nella VITA di tutti i giorni.  Buona lettura :)   Introduzione Non vi capitano mai  delle  giornate storte? Non vi capita mai di correre di qua e di là tra casa, ufficio, palestra, ecc. ecc., e ad un certo punto ritrovarvi spaesati e senza una mèta apparente? La società odierna ci impone una vita frenetica. C'è differenza tra una vita attiva ed una vita frenetica? Beh, direi proprio di si! La FRENESIA ti fa essere sempre in movimento, non ti puoi mai fermare sennò il capo... senno la moglie... sennò il compagno d'allenamento... ecc. ecc... La frenesia và a braccetto con la competizione. Non mi posso fermare altrimenti gli altri mi superano (competizione con gli altri), oppure, non mi posso fermare altrimenti rischio di non portare a termine il lavoro come ho sempre fatto (competizione con sé stessi).   Ricordi del passato Ricordo ancora quella giornata! Saranno passati sei o sette anni! Era Dicembre e mi trovavo in un mercatino natalizio. In una bancarella trovai un libro, trattava di body-building, era stato scritto da Tom Platz (body-builder degli anni 70/80), che a quel tempo (ero un appassionato di body-building) era tra i miei culturisti preferiti. Comprai il libro, vista anche la cifra irrisoria e... me ne innamorai fin da subito! Era un libro come gli altri libri di culturismo che avevo letto fino a quel momento, però era un libro speciale, era l'unico che avessi mai letto, fino ad allora, che conteneva tra gli altri argomenti (allenamento, alimentazione ecc.), un capitolo intero dedicato all'approccio mentale! Tom spiegava il modo in cui era arrivato al successo grazie ad un'attitudine mentale vincente! Una cosa mi colpì, l'ultimo paragrafo, il titolo era il seguente: Fermatevi a sentire il profumo dei fiori.   Fermatevi a sentire il profumo dei fiori! Va bene essere sempre in movimento, avere mille impegni ecc. ecc, però ogni tanto fermiamoci! Dedichiamo del tempo a noi stessi (hobby ecc.) oppure alle persone a cui vogliamo bene! Guardate ogni tanto la vita che scorre, guerdate gli alberi, il cielo, FERMATEVI A SENTIRE IL PROFUMO DEI FIORI, siate ogni tanto "semplici" osservatori del mondo e non sentitevi sempre frustrati nel voler fare la parte del protagonista ad ogni costo! Siete atleti professionisti? No? Allora fate  che il vostro allenamento diventi fonte di gratificazione e un momento speciale  da dedicare a voi stessi! Ne uscirete rinvigoriti nel CORPO e nella MENTE! OVER THE TOP Alberto Fanin

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Preparazione atletica: muscoli al servizio del ce...

Abbiamo già sottolineato come il metodo tradizionale non contempla il concetto di atleta come unità. Dunque non dà vita ad un processo di apprendimento motorio bensì di addestramento attraverso la ripetitività e la conseguente automatizzazione dei gesti motori, senza ovviamente avete la plasticità richiesta dal gioco del calcio (ossia la capacità di modificare con successo il gesto in relazione all’ambiente). Il metodo tradizionale prevede un frazionamento ed una progressione che vada dal semplice al complesso.  La cosiddetta teoria magistrocentrica.   La mia convinzione è che il concetto di atleta come unità sia la base di ogni considerazione.   Le capacità fisiche e la tattica vengono allenate in esercitazioni globali secondo il principio della specializzazione (per ruolo ad esempio). Sulla base di queste considerazioni risulta fondamentale la PFSIe (preparazione fisica speciale). Nell’organizzare esercitazioni di PFSle, si può incorrere in problematiche coordinative (in quanto è necessario il continuo stimolo dell’allenatore affinchè l’esecuzione motorie dei gesti sia corretta) e muscolare (risposta immediata)   La maggior parte dei tecnici nella loro concezione tradizionalistica concepiscono il corpo di un atleta come una macchina i cui compartimenti fisiologici (chiamati serbatoi) devono essere riempiti. Ciò avviene in maniera orripilante soprattutto durante i ritiri pre-campionato nei quali i calciatori vengono “riempiti” di materiale aerobico, lattacido ed alattacido. Questo con lo scopo di riuscire a garantire una “forma fisica” per un certo periodo, salvo poi ricaricarla con i cosiddetti “richiami” della preparazione quando essa sta scemando.   Niente di più sbagliato! Il ritiro pre-campionato è da intendersi invece come periodo che predispone i calciatori a sostenere solamente la quantità e la densità degli stimoli tecnico-tattico-psico-fisici cui durante la stagione saranno sottoposti.   Gli studi sulle neuroscienze ci portano verso una nuova realtà. Bisogna tener conto dei fenomeni biologici imponendo la regola della risposta specifica (!) agli stimoli ambientali: la sindrome generale dell’adattamento. Il “carico di allenamento” non è altro che uno stimolo che deve avere: Qualità: rappresenta la forma del gesto ed è il parametro più importante. La correttezza gestuale riferita all’obiettivo tecnico-tattico-fisico è fondamentale e l’allenatore durante una seduta ne ha il diretto controllo. Intensità: rappresenta il modo con cui viene effettuato il gesto. Ossia il come lo fa. E’ direttamente correlato alla qualità dello stimolo. Quantità: rappresenta quante volte e per quanto tempo uno stimolo viene proposto per sollecitare una determinata risposta di adattamento. Densità: E’ il rapporto tra le pause e le ripetizioni.   Possiamo inserire le singole attività in un progetto globale di apprendimento-allenamento secondo i nostri obiettivi principali che potrebbero essere: Sviluppo capacità tecnico-tattiche: strutturare esercitazioni variabili in cui il calciatore, davanti a due o più soluzioni, sia costretto a scegliere ed a pensare. Sviluppo capacità di accelerazione: strutturare esercitazioni sempre situazionali e mai analitiche in cui vengano sollecitate la forza esplosiva, la capacità di rapidità e di frequenza di passo. Sviluppo capacità di recupero: per migliorare la capacità di recupero bisogna strutturare esercitazioni che non permettano ai calciatori un completo recupero durante serie e/o ripetizioni ma anzi determinino condizioni critiche dovute ad un affaticamento crescente.   Per quanto concerne la mobilità articolare personalmente ho deciso di abolire ogni singola forma di stretching affidandomi ai metodi della flessibilità dinamica e del “core training”   Imparare ad insegnare Abbiamo più volte sottolineato che l’uomo è da considerarsi unità bio-psico-sociale e che l’allenamento deve essere un processo globale volto a soddisfare contemporaneamente tutte le esigenze tecnico-psico-fisiche. Nel metodo tradizionale molto è basato sull’intensità e sulla quantità dello stimolo. A mio avviso ciò che conta realmente è la capacità di mantenere costante nel tempo la corretta esecuzione del gesto, ossia la qualità, e per quante volte nello spazio tempo questo corretto gesto viene eseguito, ossia l’intensità.  Solo dopo aver considerato il binomio qualità-intensità si considererà la quantità-densità. Tutto ciò attraverso un lavoro intermittente che può e deve essere applicato alle esercitazioni tecniche.   Il trainer dovrà intervenire in maniera diretta sull’esecuzione dei gesti trasmettendo idee specifiche ed il suo sapere. Dovrà essere sempre positivo e propositivo, spiegare oralmente ed in maniera chiara/specifica cosa fare per migliorare l’esecuzione di una azione motoria/tecnica. Far agire, correggere e far ri-agire. Deve lavorare sul “timing”, ossia su quando e in che momento una gestualità tecnico-fisica viene eseguita.  Riguarda essere al posto giusto al momento giusto e percepire, analizzare e decidere in maniera corretta. Luca Berti Rigo

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Attività fisica, salute ed equilibrio globale: un...

Per capire meglio il concetto e l'importanza dell'equilibrio nella sfera psico sociale dell'individuo, relazionata alla qualità di vita e alle performance fisiche, è possibile analizzare un caso "clinico" Il bravo artigiano combattente che non riposa mai A. maschio di 36 anni, viene al mio studio su consiglio di un amico. "Vorrei migliorare il mio stato di forma, mi sento spesso stanco e affaticato, soprattutto nell’attività sportiva" A. lavora come idraulico dipendente dalle 8 alle 16, incluso il sabato mattina. Questa attività gli garantisce uno stipendio fisso da 1400€ con il quale vive e con cui cerca di metter da parte qualcosa per poter un giorno ipotetico sposarsi (non ha ancora una fidanzata) e costruirsi una casa. Afferma che queste cose sono importanti perché è affezionato ai valori della famiglia e la casa rappresenta qualcosa di sicuro e tangibile e per fare come hanno fatto i suoi genitori. A. ha anche una grande passione, le arti marziali che pratica da molti anni a livello quasi professionale, ottenendo da questa attività una gratificazione economica poco inferiore al suo stipendio da idraulico. Ogni giorno alle 17 va in una palestra e comincia ad insegnare in corsi e lezioni private fino alle 22. Poi si ritrova con i suoi compagni di squadra e si allena fino a mezzanotte. Spesso, il fine settimana va in trasferta per le competizioni, le fiere e le esibizioni. Mangia tutti i giorni ad orari improbabili, spesso al bar, soffre di stitichezza. Dorme 5-6 ore per notte e fatica a prendere sonno per l’ansia di dimenticare qualcosa dei suoi numerosi impegni quotidiani. A. vorrebbe qualche consiglio da me per ottimizzare le sue prestazioni... e sentirsi meno stanco. Gli suggerisco di prendere in considerazione il fatto che lavorare 16 ore al giorno per 6/7 giorni alla settimana non è cosa normale né salutare. L’organismo necessita dei giusti tempi di recupero sia per la parte fisica che per quella mentale e, nel caso di A., le pause sono praticamente inesistenti, il sonno è cronicamente insufficiente e l’alimentazione approssimativa non è sicuramente in grado di fornirgli tutte le sostanze di cui necessita. A. vive in uno stato di ipersimpaticotonia, ovvero in eccesso di attivazione che alla lunga provoca stanchezza cronica. Se portata avanti per troppo tempo, la situazione può degenerare nella fase finale della sindrome generale di adattamento di Selye, ovvero l’esaurimento o per dirla all’anglosassone “burnout” . Cosa si nasconde, però, dietro questo modo di vivere? Dalle affermazioni più volte rimarcate di A., emerge un distacco mancato dalla famiglia d’origine, nonostante l’età. La paura di non essere all’altezza dei genitori provoca l’insicurezza che “costringe” a tenersi il sicuro lavoro tradizionale da artigiano per “comprare la casa e mettere un giorno famiglia”. La vera passione di A., oltretutto redditizia, rimane nella sfera del “vorrei ma non posso” con conseguente frustrazione ma al contempo permane l’incapacità di “osare” e renderla l’attività principale, riunendo così l’aspetto economico a quello ludico-sportivo. In questo caso non è opportuno considerare nemmeno la possibilità di allenarsi maggiormente: il problema è a monte, nel mancato equilibrio tra la sfera socio-familiare e quella personale. Gli alti livelli tecnici nelle arti marziali dimostrano che A. non deve pertanto “allenarsi meglio” bensì rivoluzionare la propria esistenza, facendo scelte radicali. In questo caso, una volta riequilibrata la sfera vitale con l’aumento delle pause di recupero e il miglioramento dell’alimentazione, le prestazioni di A. aumenteranno in tutti i campi senza bisogno di interventi sull’allenamento o tramite il ricorso a integratori “miracolosi” o farmaci. Giovanni Lazzari

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Attività fisica, salute e... motivazione

Un vecchio studio dell’università di Harvard su 17.000 allievi seguiti dal 1916 al 1950, ha mostrato come la curva di rischio cardiovascolare diminuisca all’aumentare dell’esercizio fisico praticato fino ad avere un minimo con 6-8 ore settimanali; all’aumentare dell’attività fisica il rischio di morte torna leggermente a salire. Lo studio di Harvard, seguito da numerosi più recenti, suggerisce che non solo è consigliabile fare sport, ma che questo è necessario per la salute. Sebbene da anni la scienza e i mass media indichino l’attività fisica come una delle componenti fondamentali per il mantenimento del benessere psicofisico, vi sono ancora grandi fasce di popolazione italiana che vivono nella sedentarietà o con attività fisica comunque non sufficiente. Si parla di 38,3% di sedentari totali contro il 22,8% di praticanti continuativi* Parlando con un collega che allena atleti semiprofessionisti, mi sono accorto che spesso, il maggior impegno e la più frequente difficoltà di un professionista del movimento non è dosare carichi e recuperi o scegliere il miglior tipo di esercizio. La difficoltà, per esperienza, siede a monte: nel creare la motivazione che porta l’essere umano, dalla sua naturale inerzia alla “fatica volontaria”. Il collega continuava a ripetermi: “faccio un test, preparo la scheda, la faccio provare, rifaccio un test, cambio la scheda…” e mi accorgevo che non si era mai trovato a dover convincere qualcuno a scendere dal divano, prendere la bicicletta ed andare al negozio per scegliere un paio di scarpe giuste per correre.   Sintesi delle più comuni antimotivazioni e i fattori che ostacolano la scelta di uno stile di vita attivo La naturale inerzia: tutti i sistemi biologici, per loro essenza profonda, tendono a passare da stati di moto verso stati di quiete. Questo moto centripeto verso l’equilibrio statico ha permesso la sopravvivenza delle specie in quanto limitava l’attività fisica causa di dispendio di energia e di rischio potenziale traumatico (es. la caccia preistorica). Pertanto è naturale la ricerca da parte dell’uomo della minor fatica e lo stato attuale della società dei consumi non fa che assecondare questa tendenza. In altre parole, il cervello antico, quello preposto alla sopravvivenza, alle pulsioni e ai sentimenti comanda: “Chi te lo fa fare? Non serve per vivere fino a domani…” Il fattore ambientale/culturale: l’uomo, animale sociale, è sopravvissuto fino ad ora grazie a strategie di “branco”. L’individuo pertanto è portato ad imitare ed assecondare le abitudini inveterate del suo gruppo: la famiglia in primis e l’ambiente sociale e lavorativo in seconda battuta. Se il valore dell’attività fisica o dello sport non è presente nell’ambiente in cui l’individuo cresce e agisce, a meno di eccezioni, sarà portato ad assumere gli stessi atteggiamenti. La cattiva (in)formazione medica: Il sistema sanitario nazionale Italiano, costituisce il 5° potere politico. La convinzione inveterata e acritica dell’infallibilità del giudizio medico, porta molte persone ad affidarsi completamente alla medicina convenzionale, demandando passivamente ad essa tutta la responsabilità della propria salute. Un potere che si regge sul numero dei “pazienti-clienti” non incentiverà, a meno di isolati casi illuminati, le pratiche preventive autonome e tenderà a riportare ogni aspetto collegato al mantenimento della salute sotto la sua sfera. Questo atteggiamento (nemesi medica), facendo leva sulla naturale inerzia di cui al punto 1, porta alla deresponsabilizzazione dell’individuo alla cura della propria salute (“tanto ci sarà una cura”.) *I numeri dello sport italiano – La pratica sportiva attraverso i dati Coni e Istat (2011) Giovanni Lazzari

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Exercise addiction: quando l'allenamento è s...

La dipendenza da sport ha molti aspetti in comune con altre dipendenze come l’alcolismo, l’abuso di droghe, lo shopping compulsivo o il gioco d’azzardo. Una delle più evidenti manifestazioni a livello sintomatico della "dipendenza da sport" è la presenza di un comportamento eccessivo e incontrollabile, ma per poter parlare di exercise addiction, occorre riscontrare un quadro sintomatologico in cui, oltre all’abuso quantitativo di esercizio fisico, siano presenti altri sintomi psicofisici simili ad altre forme di dipendenza. Questo sta a significare che non è sufficiente avere la "mania dello sport", né tantomeno la presenza di problematiche fisiche riconducibili all’overtraining per poter parlare di dipendenza, in quanto l’impegno in un eccessiva attività fisica è solo una delle sfaccettature dell’exercise addiction. Per molto tempo si è ricorso, erroneamente, al criterio della "quantità" di attività fisica svolta e il "modello a cronometro" che contava il numero di ore settimanali di esercizio era generatore di numerosi "falsi positivi" (coloro che non sono realmente dipendenti da sport, nonostante si allenino in misura eccessiva), per individuare realmente il problema si dovrà ricorrere a una serie di segnali "qualitativi", che verranno descritti analiticamente in seguito. Pertanto la frequenza dell’esercizio non può costituire un motivo di diagnosi, quanto invece le motivazioni, le attitudini e lo stato emozionale che possono portare i soggetti a vivere in uno stato di preoccupazione costante, quando non possono allenarsi e a spendere gran parte del loro tempo a pensare come strutturare il proprio allenamento durante il giorno. In questo senso è facile dedurre come l’esercizio possa diventare talmente intrusivo nella vita di un individuo da portarlo a escludere tutte le altre attività della giornata, fino al punto da vivere in uno stato di agitazione, disagio e depressione quando si è impossibilitati ad allenarsi (Lavanco, Croce; 2008). Infatti, spesso, ciò che caratterizza la dipendenza da esercizio è una condizione di crollo psicofisico connesso a sforzi intensi, eccessivamente pressanti nel corso del tempo e tali da non permettere un periodo di recupero; legato a questo aspetto è il perseverare nell’attività fisica nonostante infortuni o lesioni che richiederebbero l’interruzione della pratica sportiva. Inoltre, un’altra area specifica in cui i dipendenti da esercizio fisico mostrano segni di disagio è quella del comportamento alimentare e della rincorsa al "fisico perfetto" che ha portato a distinguere una forma primaria di dipendenza da esercizio fisico (definita anche "pura") in cui non sono presenti sintomi di controllo alimentare, da quella secondaria in cui gli sport-dipendenti mostrano anche segni di disturbi dell’alimentazione. Concludendo, si può parlare di dipendenza da esercizio fisico quando quest’ultima diventa il fulcro attorno a cui ruota tutta la propria esistenza, tanto da assistere a un vero e proprio sconvolgimento degli equilibri in altri ambiti di vita, e questo "funzionamento alterato" andrà a coinvolgere almeno due tra le seguenti aree: psicologica, sociale, lavorativa, fisica e comportamentale, come riportate nella tabella seguente. Area Indicatori Psicologica Stanchezza mentale o mancanza di concentrazione a causa di pensieri ossessivi relativi all’esercizio fisico. Sociale Isolamento, rinuncia alle relazioni per allenarsi. Lo sport in palestra non ha finalità di socializzazione o condivisione. Lavorativa La tendenza ad assentarsi dal lavoro per allenarsi o il pensiero fisso su tabelle di allenamento o diete collegate allo sport possono compromettere seriamente tale ambito. Fisica Non è mai prevista la possibilità di riposare, neanche in seguito a infortuni o prescrizioni mediche. Comportamentale E’ frequente la presenza di comportamenti sportivi stereotipati e ossessivi, come ad esempio la ripetizione di serie uguali di esercizi in modo assolutamente non flessibile e che non tiene conto delle esigenze del momento. Si è visto che spesso vi è una propensione ad allenarsi da soli, questo perché così non si può essere criticati o osservati qualora se ne abusi, a questo è connesso l’atteggiamento di non rispondere o di mentire sulle proprie abitudini di allenamento. Inoltre un’ossessione per il miglioramento del proprio aspetto corporeo, con ricerca di controllo del peso può, oltre che comportare una serie di problemi alimentari, contribuire a quella perdita di controllo sull’attività fisica che conduce sia ad a un aumento del tempo speso nell’esercizio compromettendo ogni altra attività quotidiana sia ad un rischio di sovra-allenamento (Caretti, La Barbera; 2009).   Il paradosso dell'esercizio fisico è che si tratta di un comportamento che è stato tradizionalmente conosciuto con una valenza positiva per tutti gli individui, tuttavia sono state ampiamente rilevate una serie di ripercussioni insalubri a cui un uso smodato può condurre. Dunque è un'attività che ha effetti generalmente positivi, ma qualora se ne faccia un abuso può avere conseguenze deleterie sull'individuo. Martina Berardocco      Il paradosso dell'esercizio fisico è che si tratta di un comportamento che è stato tradizionalmente conosciuto con una valenza positiva per tutti gli individui, tuttavia sono state ampiamente rilevate una serie di ripercussioni insalubri a cui un uso smodato può condurre. Dunque è un'attività che ha effetti generalmente positivi, ma qualora se ne faccia un abuso può avere conseguenze deleterie sull'individuo Il paradosso dell'esercizio fisico è che si tratta di un comportamento che è stato tradizionalmente conosciuto con una valenza positiva per tutti gli individui, tuttavia sono state ampiamente rilevate una serie di ripercussioni insalubri a cui un uso smodato può condurre. Dunque è un'attività che ha effetti generalmente positivi, ma qualora se ne faccia un abuso può avere conseguenze deleterie sull'individuo  

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Dalla ricerca di benessere alla dipendenza da spor...

Come cita la nota frase latina mens sana in corpore sano, lo sport apporta dei benefici, sia fisici che psichici, all’individuo: fare attività fisica regolare riduce il rischio di obesità, migliora le funzioni cardiovascolari e previene infarto e ictus, aiuta a combattere il diabete e migliora l’umore. Tuttavia fare troppo sport, o farlo in modo sconsiderato, può avere molti effetti negativi: squilibri ormonali, affaticamento cronico, indebolimento del sistema immunitario (un effetto collaterale degli ormoni dello stress mobilitati dall’attività fisica). Inoltre per chi è avanti con gli anni, troppo allenamento mette a rischio il sistema cardiovascolare, come è accaduto alla nota attrice, fanatica di fitness, Sharon Stone che dopo aver partecipato ad una maratona, in seguito a periodi di estenuanti allenamenti e prove atletiche, fu colpita da un aneurisma e successivamente ricoverata per problemi legati a stress da esercizio fisico. Così si comincia a delineare come il correre, il sollevare pesi, il fare flessioni per molti è un supplizio a cui ci si costringe di tanto in tanto, mentre per altri diventa una droga della quale non si può più fare a meno. Per alcuni è sufficiente rivedere le modalità e i tempi di allenamento, per altri invece l’attività fisica diventa un problema psicologico e psichiatrico. L’esercizio fisico è collocabile su un continuum ai cui estremi si trovano da un lato un approccio salutare che deve essere auspicabile per la preservazione del benessere psicofisico dell’individuo, dall’altro l’espressione di un disagio interno di diversa natura che si esplica con lo smodato allenamento a tal punto da alterare gli equilibri degli altri ambiti di vita, condizionare l’interesse nelle consuete attività della propria quotidianità e creare scompensi fisici di entità anche grave. In questi casi, spesso, è possibile parlare di exercise addiction o dipendenza da sport che oramai è riconosciuta da molti psichiatri e psicologi come una delle nuove dipendenze comportamentali, che si aggiunge a quelle ufficialmente diagnosticate da stupefacenti, tabacco e alcool.  Martina Berardocco

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