Filtra: 

Sport

Gioia... passione e allenamento nelle Arti Marzial...

Ciao a tutti! Oggi voglio condividere una storia che parla di Impegno, di costanza e di grinta: la protagonista si chiama Gioia. Gioia ha iniziato a praticare Karate da quando aveva solo otto anni, credendo di praticare semplicemente uno sport; con il passare degli anni ha scoperto, invece, che è la sua più grande passione. Cosa significa per lei Passione? "Passione è provare quel sentimento indossando il karateji e l’obi (kimono e cintura) prima di entrare nel Dojo (palestra), quella carica quando pratichi, quando a distanza di anni il tuo Sensei (Maestro) ti corregge e cerchi di impegnarti sempre al massimo per poter migliorare, per poter far meglio, quell’adrenalina forte quando fai delle competizioni. E una delle cose più importanti non è solo mirare ad un risultato o al podio, ma vedere la tua squadra che ti conforta, che ti stimola, sentire dagli spalti “Vaii Gioia!!!”, quell’incitamento, quelle urla piene di forza, in certi momenti sono la vera Vittoria." Gioia da sei anni si è avvicinata alla disciplina del krav maga, per saziare quel desiderio di conoscere sempre nuove tecniche delle arti marziali. Se nel Karate ha trovato una filosofia di vita, dei principi, delle regole, un rispetto assoluto per i propri Maestri, per i compagni e per se stessi, nel krav maga ha conosciuto il combattimento in una disciplina che prevede l'utilizzo anche di oggetti che si trovano quotidianamente a portata di mano (penna, bottiglia, borsa, bicchiere etc..), così come delle armi (pistola, coltello, bastone, etc..). Io e Gioia ci conosciamo da diversi anni, siamo cresciute nello stesso paese e le nostre storie si sono spesso incontrate.  Questa volta la mia professione ha incontrato la sua passione: in seguito a un problema al ginocchio ho iniziato a seguirla negli allenamenti insegnandole la tecnica corretta degli esercizi, proponendole degli allenamenti in base al suo obiettivo: essere più reattiva, esplosiva e forte!!  Desidero prepararla al meglio per le prossime sfide nella speranza di farle raggiungere grandi traguardi. Mi auguro di continuare a vivere la sua energia, così grande che tante volte mi serve da carburante per la mia attività.  Concludo con la visione meravigliosa che Gioia ha dello sport: "Lo sport è Vita, è Amicizia, è , è fatica ma una fatica che ti ripaga, è soddisfazione, è Libertà!!”. Spero di riuscire a trasmettere la stessa passione anche a voi!! M. Marchiori e G. Tognon

Continua...

Preparazione atletica: muscoli al servizio del ce...

Abbiamo già sottolineato come il metodo tradizionale non contempla il concetto di atleta come unità. Dunque non dà vita ad un processo di apprendimento motorio bensì di addestramento attraverso la ripetitività e la conseguente automatizzazione dei gesti motori, senza ovviamente avete la plasticità richiesta dal gioco del calcio (ossia la capacità di modificare con successo il gesto in relazione all’ambiente). Il metodo tradizionale prevede un frazionamento ed una progressione che vada dal semplice al complesso.  La cosiddetta teoria magistrocentrica.   La mia convinzione è che il concetto di atleta come unità sia la base di ogni considerazione.   Le capacità fisiche e la tattica vengono allenate in esercitazioni globali secondo il principio della specializzazione (per ruolo ad esempio). Sulla base di queste considerazioni risulta fondamentale la PFSIe (preparazione fisica speciale). Nell’organizzare esercitazioni di PFSle, si può incorrere in problematiche coordinative (in quanto è necessario il continuo stimolo dell’allenatore affinchè l’esecuzione motorie dei gesti sia corretta) e muscolare (risposta immediata)   La maggior parte dei tecnici nella loro concezione tradizionalistica concepiscono il corpo di un atleta come una macchina i cui compartimenti fisiologici (chiamati serbatoi) devono essere riempiti. Ciò avviene in maniera orripilante soprattutto durante i ritiri pre-campionato nei quali i calciatori vengono “riempiti” di materiale aerobico, lattacido ed alattacido. Questo con lo scopo di riuscire a garantire una “forma fisica” per un certo periodo, salvo poi ricaricarla con i cosiddetti “richiami” della preparazione quando essa sta scemando.   Niente di più sbagliato! Il ritiro pre-campionato è da intendersi invece come periodo che predispone i calciatori a sostenere solamente la quantità e la densità degli stimoli tecnico-tattico-psico-fisici cui durante la stagione saranno sottoposti.   Gli studi sulle neuroscienze ci portano verso una nuova realtà. Bisogna tener conto dei fenomeni biologici imponendo la regola della risposta specifica (!) agli stimoli ambientali: la sindrome generale dell’adattamento. Il “carico di allenamento” non è altro che uno stimolo che deve avere: Qualità: rappresenta la forma del gesto ed è il parametro più importante. La correttezza gestuale riferita all’obiettivo tecnico-tattico-fisico è fondamentale e l’allenatore durante una seduta ne ha il diretto controllo. Intensità: rappresenta il modo con cui viene effettuato il gesto. Ossia il come lo fa. E’ direttamente correlato alla qualità dello stimolo. Quantità: rappresenta quante volte e per quanto tempo uno stimolo viene proposto per sollecitare una determinata risposta di adattamento. Densità: E’ il rapporto tra le pause e le ripetizioni.   Possiamo inserire le singole attività in un progetto globale di apprendimento-allenamento secondo i nostri obiettivi principali che potrebbero essere: Sviluppo capacità tecnico-tattiche: strutturare esercitazioni variabili in cui il calciatore, davanti a due o più soluzioni, sia costretto a scegliere ed a pensare. Sviluppo capacità di accelerazione: strutturare esercitazioni sempre situazionali e mai analitiche in cui vengano sollecitate la forza esplosiva, la capacità di rapidità e di frequenza di passo. Sviluppo capacità di recupero: per migliorare la capacità di recupero bisogna strutturare esercitazioni che non permettano ai calciatori un completo recupero durante serie e/o ripetizioni ma anzi determinino condizioni critiche dovute ad un affaticamento crescente.   Per quanto concerne la mobilità articolare personalmente ho deciso di abolire ogni singola forma di stretching affidandomi ai metodi della flessibilità dinamica e del “core training”   Imparare ad insegnare Abbiamo più volte sottolineato che l’uomo è da considerarsi unità bio-psico-sociale e che l’allenamento deve essere un processo globale volto a soddisfare contemporaneamente tutte le esigenze tecnico-psico-fisiche. Nel metodo tradizionale molto è basato sull’intensità e sulla quantità dello stimolo. A mio avviso ciò che conta realmente è la capacità di mantenere costante nel tempo la corretta esecuzione del gesto, ossia la qualità, e per quante volte nello spazio tempo questo corretto gesto viene eseguito, ossia l’intensità.  Solo dopo aver considerato il binomio qualità-intensità si considererà la quantità-densità. Tutto ciò attraverso un lavoro intermittente che può e deve essere applicato alle esercitazioni tecniche.   Il trainer dovrà intervenire in maniera diretta sull’esecuzione dei gesti trasmettendo idee specifiche ed il suo sapere. Dovrà essere sempre positivo e propositivo, spiegare oralmente ed in maniera chiara/specifica cosa fare per migliorare l’esecuzione di una azione motoria/tecnica. Far agire, correggere e far ri-agire. Deve lavorare sul “timing”, ossia su quando e in che momento una gestualità tecnico-fisica viene eseguita.  Riguarda essere al posto giusto al momento giusto e percepire, analizzare e decidere in maniera corretta. Luca Berti Rigo

Continua...

Attività fisica, salute ed equilibrio globale: un...

Per capire meglio il concetto e l'importanza dell'equilibrio nella sfera psico sociale dell'individuo, relazionata alla qualità di vita e alle performance fisiche, è possibile analizzare un caso "clinico" Il bravo artigiano combattente che non riposa mai A. maschio di 36 anni, viene al mio studio su consiglio di un amico. "Vorrei migliorare il mio stato di forma, mi sento spesso stanco e affaticato, soprattutto nell’attività sportiva" A. lavora come idraulico dipendente dalle 8 alle 16, incluso il sabato mattina. Questa attività gli garantisce uno stipendio fisso da 1400€ con il quale vive e con cui cerca di metter da parte qualcosa per poter un giorno ipotetico sposarsi (non ha ancora una fidanzata) e costruirsi una casa. Afferma che queste cose sono importanti perché è affezionato ai valori della famiglia e la casa rappresenta qualcosa di sicuro e tangibile e per fare come hanno fatto i suoi genitori. A. ha anche una grande passione, le arti marziali che pratica da molti anni a livello quasi professionale, ottenendo da questa attività una gratificazione economica poco inferiore al suo stipendio da idraulico. Ogni giorno alle 17 va in una palestra e comincia ad insegnare in corsi e lezioni private fino alle 22. Poi si ritrova con i suoi compagni di squadra e si allena fino a mezzanotte. Spesso, il fine settimana va in trasferta per le competizioni, le fiere e le esibizioni. Mangia tutti i giorni ad orari improbabili, spesso al bar, soffre di stitichezza. Dorme 5-6 ore per notte e fatica a prendere sonno per l’ansia di dimenticare qualcosa dei suoi numerosi impegni quotidiani. A. vorrebbe qualche consiglio da me per ottimizzare le sue prestazioni... e sentirsi meno stanco. Gli suggerisco di prendere in considerazione il fatto che lavorare 16 ore al giorno per 6/7 giorni alla settimana non è cosa normale né salutare. L’organismo necessita dei giusti tempi di recupero sia per la parte fisica che per quella mentale e, nel caso di A., le pause sono praticamente inesistenti, il sonno è cronicamente insufficiente e l’alimentazione approssimativa non è sicuramente in grado di fornirgli tutte le sostanze di cui necessita. A. vive in uno stato di ipersimpaticotonia, ovvero in eccesso di attivazione che alla lunga provoca stanchezza cronica. Se portata avanti per troppo tempo, la situazione può degenerare nella fase finale della sindrome generale di adattamento di Selye, ovvero l’esaurimento o per dirla all’anglosassone “burnout” . Cosa si nasconde, però, dietro questo modo di vivere? Dalle affermazioni più volte rimarcate di A., emerge un distacco mancato dalla famiglia d’origine, nonostante l’età. La paura di non essere all’altezza dei genitori provoca l’insicurezza che “costringe” a tenersi il sicuro lavoro tradizionale da artigiano per “comprare la casa e mettere un giorno famiglia”. La vera passione di A., oltretutto redditizia, rimane nella sfera del “vorrei ma non posso” con conseguente frustrazione ma al contempo permane l’incapacità di “osare” e renderla l’attività principale, riunendo così l’aspetto economico a quello ludico-sportivo. In questo caso non è opportuno considerare nemmeno la possibilità di allenarsi maggiormente: il problema è a monte, nel mancato equilibrio tra la sfera socio-familiare e quella personale. Gli alti livelli tecnici nelle arti marziali dimostrano che A. non deve pertanto “allenarsi meglio” bensì rivoluzionare la propria esistenza, facendo scelte radicali. In questo caso, una volta riequilibrata la sfera vitale con l’aumento delle pause di recupero e il miglioramento dell’alimentazione, le prestazioni di A. aumenteranno in tutti i campi senza bisogno di interventi sull’allenamento o tramite il ricorso a integratori “miracolosi” o farmaci. Giovanni Lazzari

Continua...

Ciclo di apprendimento: come imparare, come insegn...

Il ciclo di apprendimento è un processo nel quale tutti noi siamo una o più volte “incappati ed inciampati”. Pensate ai nostri primi passi… si cadeva e ci si rialzava e poi… si cadeva e ci si rialzava ancora, finché, dopo "enne" volte, siamo riusciti a rimanere in piedi e camminare in massima tranquillità. Portate la vostra attenzione a quando, oggi, guidate la vostra autovettura, oppure a quando andate in bicicletta; in queste occasioni non pensate più a tutto ciò che state effettuando: ogni singola azione è coordinata in modo perfetto senza che la vostra attenzione, o concentrazione, sia riposta all’azione che state svolgendo. Tale processo è denominato competenza inconscia. Vi sono diverse teorie pertinenti al ciclo di apprendimento: alcuni sostengono che è necessario ripetere le azioni almeno 7 volte, altri ribadiscono che è opportuno, affinché la nostra azione venga effettuata come “competenza inconscia”, ripeterle 21 volte. Personalmente dopo l’esperienza maturata nell’insegnamento, ritengo che la seconda sia la migliore!   Il ciclo dell’apprendimento Incompetenza inconscia = bassa performance, nessuna differenziazione o comprensione. Incompetenza conscia =  bassa performance, riconoscimento dei difetti e delle aree di debolezza. Competenza conscia = performance migliorata, sforzo conscio ed in un certo senso artificioso. Competenza inconscia = performance più elevata e naturale, automatica. Noi tutti spesso viviamo di “convinzioni limitanti” ovvero ci hanno insegnato erroneamente che la “la radio non ripete due volte” che “prima impari e più sarai bravo” che “se ripeti un’azione per molte volte è perché sei lento od incapace di imparare” e via dicendo, tutte emerite baggianate! Miei cari Personal Trainer ed insegnanti, riportiamo alla nostra memoria cosa dicevano i latini: “repetita iuvant” che tradotta letteralmente, significa: ” le cose ripetute aiutano” e se mi permettete, aggiungerei nella nostra lingua; “la ripetizione è la dote dell’eccellenza”. Se vogliamo essere dei bravi Personal Trainer, dei bravi insegnanti, dobbiamo esercitarci con la massima attenzione affinché ogni azione, ogni processo di insegnamento, possa essere esplicato nella modalità “competenza inconscia”. Tutto questo ci aiuterà ad essere eccellenti in ciò che facciamo e ad essere riconosciuti come i migliori in quel campo professionale. Impariamo noi in primis a pianificare un obiettivo con noi stessi e ad esercitarci; saremo sicuramente più credibili ed utilizzando la terminologia insegnata nei corsi di comunicazione congruenti con il messaggio, ovvero congruenti tra ciò che diciamo e ciò che facciamo. Una buona giornata. Sono naturalmente a vostra completa disposizione per ogni chiarimento. Sandro Castellana

Continua...

Coach e Coaching

Oggigiorno i termini Coach e Coaching sono utilizzati in modo inappropriato. Con questo articolo cercherò di fare un po’ di chiarezza affinché il lettore possa capire chi è un coach, i motivi per i quali si richiede il suo intervento e quali “strumenti” utilizza nel suo lavoro e professione.   Chi è un coach? Risaliamo all’origine del termine coach. Deriva dall’inglese “coche” che significa carrozza, vagone. “Coach” è un mezzo che trasporta una persona o un gruppo di persone da un luogo di partenza a un luogo di arrivo desiderato.   Il coach è colui che affianca il cliente coachee per esaminare la sua situazione attuale (luogo di partenza), definire gli obiettivi (luogo desiderato), elaborare ed applicare un piano d’azione che colleghi il punto di partenza a quello d’arrivo. Il suo obiettivo principale è di contribuire al successo e alla soddisfazione delle persone che gli richiedono i suoi servizi di coaching.   In cosa è utile il coach? Il compito del coach è quello di far fronte alle esigenze delle persone che si trovano in un momento particolare della propria vita, personale e/o professionale. Il coach aiuta il cliente a prendere decisioni importanti, a migliorare od accrescere la propria fiducia personale, la motivazione e, soprattutto, aiuta a fare chiarezza in situazioni e scelte difficili. Il coach guida il cliente verso lo stato desiderato mediante un vero e concreto piano d’azione.   Riassumendo questi alcuni dei motivi per i quali si richiede l’intervento di un coach ed i suoi benefici: fare chiarezza su circostanze personali o professionali; crescita personale; studiare ed implementare un piano d’azione per raggiungere uno o più obiettivi; valorizzare le proprie risorse ed attitudini per “utilizzarle” nel momento  più opportuno; migliorare la comunicazione con gli altri e con se stessi; implementare i processi di motivazione intrinseca ed estrinseca; imparare a fare delle scelte “ecologiche”; aumentare la consapevolezza di sé.   Come interviene un coach? Il primo passo è quello di capire le reali esigenze del cliente mediante un’intervista “ intake session” dalla quale emergerà il percorso opportuno da seguire per l’obiettivo prestabilito. Il coach fa domande di qualità per far emergere le motivazioni individuali. La sua attenzione è incentrata sul cliente e sulla comunicazione. Un bravo coach ha approfondito le sue conoscenze attraverso un percorso formativo di conoscenze in diverse modalità di comunicazione come ad esempio: PNL (programmazione neuro linguistica), la comunicazione assertiva, la comunicazione emozionale, sviluppando così diverse modalità di approccio coach-cliente valorizzando gli stati mentali per il successo.   Chi è uno Sport coach? L’obiettivo dello Sport coach è la performance sportiva. Il coach assiste lo staff tecnico o gli atleti, singolarmente o in gruppo, per il miglioramento della prestazione fisica, tecnica e mentale.   Chi è un Life coach? L’obiettivo del Life coach è di aiutare il cliente a raggiungere obiettivi personali e/o professionali nell’ambito della vita di relazione, sostiene il rafforzamento del sé, aiuta a ri-trovare un miglior equilibrio interiore e fornisce un supporto nella crescita personale.   Grazie per la vostra attenzione, per qualsiasi evenienza sono a completa disposizione. Sandro Castellana

Continua...

Pilates e Shiatsu per lo sport agonistico

Lo Shiatsu come aiuto per gli Sportivi Chi pratica sport, molto spesso, pur essendo "in forma", soffre di contratture, stiramenti e affaticamento dei muscoli; lo Shiatsu può aiutare ad eliminare le tossine attraverso un miglioramento della circolazione linfatica, dei liquidi e del sangue; inoltre, l'utilizzo di appropriate tecniche di mobilizzazione articolare, stiramento e pressione, favoriscono il rilassamento muscolare e lo sciogliersi delle tensioni, ridando al corpo la sua "morbidezza" ed elasticità, basi indispensabili per poter praticare qualsiasi attività e per una vita rilassata. Troppo spesso nella visione occidentale dello sport vale il pensiero: "mi spezzo, ma non mi piego"; questa visione di frequente porta ad un iperaffaticamento del corpo dell'atleta: i muscoli non riescono a scaricare la tensione e le tossine sviluppate dal costante esercizio esponendosi al rischio di crampi e contratture, i tendini, continuamente sollecitati sono spesso vittime di infiammazioni ed accavallamenti che col tempo si scaricheranno sulle articolazioni. Attraverso lo Shiatsu, l'atleta potrà recuperare le proprie forze, imparando a gestire meglio il movimento ed il proprio corpo, usando, come dicono i Taoisti, "il minimo sforzo per ottenere il massimo risultato", ma soprattutto potrà recuperare la propria elasticità, la propria "morbidezza" che, unita alla potenza muscolare, farà di lui un atleta più completo, più veloce e reattivo, se non anche più calmo e lucido, pronto a reagire efficacemente quando sarà il momento di dare il massimo per poi rilassarsi di nuovo e recuperare le forze per il prossimo "assalto". Un allenatore, perciò, nel programmare gli allenamenti, deve tenere presente tutti i componenti della qualità della vita, perché tutte entrano in gioco e contribuiscono a modellare il comportamento finale che un atleta esprime nella prestazione agonistica. Tuttavia, risulta difficile prendere in considerazione tutte queste variabili (soprattutto quelle emotive e psicologiche) in quanto, in alcuni casi, è l’atleta stesso a non essere cosciente che “emozioni bloccate o problemi della giornata” possano influire sul proprio fisico e di conseguenza sulla sua prestazione, sia in allenamento che in gara. Un’arte come lo Shiatsu, che ha come scopo principale l’armonizzazione di “corpo - mente - spirito” di una persona, può rappresentare un valido supporto psico - fisico per gli sportivi. Riequilibrando l’energia corporea dei singoli atleti, i trattamenti Shiatsu permettono di agire positivamente su “fattori chiave” influenzanti la prestazione sportiva come lo stato di salute, i valori fisici e psichici e l’efficienza tecnico tattica dell’organismo.   Pilates per atleti Il pilates è tra le migliori forme di preparazione fisica per atleti. Movimenti ripetuti tendono a causare scompensi muscolari all’origine di infortuni e comunque di un calo della performance sportiva. Il pilates migliora la stabilità, la forza e la flessibilità, facendo lavorare i muscoli con maggior efficienza, insegnando movimenti corretti, migliorando la tecnica e la prestazione. Lezioni individuali ti consentiranno di correre e nuotare più velocemente, saltare più in alto e diminuire le possibilità di infortunio. il pilates ti aiuta anche nella post -riabilitazione dopo interventi chirurgici e terapie fisiche. Daniela Chiarotti

Continua...

Team Building, la costruzione di un team motivato

Se vogliamo valorizzare le risorse umane dando corpo alle loro potenzialità, l’obiettivo più importante, la sfida più appassionante è creare una organizzazione che susciti e amplifichi il "senso di responsabilità" delle persone che ad essa collaborano. È desiderio di ogni Fitness Manager, Responsabile di Settore, Direttore Tecnico essere supportato da un Team di collaboratori motivati cui poter delegare con fiducia. Per attivare il processo di responsabilizzazione è determinante: stabilire la missione della organizzazione; definire con il Team la missione; suscitare il senso di appartenenza (al Team, all’obiettivo ecc.);  condividere valori di base (sentimento di orgoglio ecc.), stili di vita, cultura; avere rispetto per i singoli e per il loro operato; fornire l’opportunità di esprimere le proprie potenzialità con obiettivi stimolanti.   Stabilire la missione è il punto di partenza dell’azione di Team Building, senza un chiaro obiettivo finale, la "mission" per l’appunto, non si sa dove si va e non si comprende la direzione intrapresa. Noi Istruttori di Spinning® abbiamo nello Spinning® Program un esempio chiarificatore di quanto sostenuto. Senza di esso saremmo tutti rimasti fermi al palo di un percorso formativo creato in maniera estemporanea, senza mete e obiettivi precisi. L’attuazione della mission avviene per "tappe intermedie". Questo permette di elaborare, e perché no anche "immaginare", un proprio percorso personale, liberare le proprie doti di fantasia e creatività, verificare la propria capacità di fornire contributi alla crescita di tutti. Questo genera sentimenti di orgoglio per sé e per l’appartenenza al Team che sono il fondamento del senso di responsabilità. L’esperienza ci dimostra la differenza tra un Team ricco di gioia, orgoglio, soddisfazione, autostima e un Team compattato dal solo senso del dovere.   Il ruolo del leader è fondamentale, lo spiega la sociologia nella trattazione delle dinamiche di gruppo e noi ne abbiamo un chiaro esempio pratico nella figura dell’Istruttore di Spinning®. Istruttori malati di estetismo e forma sono leaders solo di se stessi, hanno un successo limitato nelle loro lezioni e nella loro carriera professionale. Manca loro la "spinta emotiva" del voler "dare e fare per lo Spinner", essergli guida lungo il suo viaggio personale nel fitness che non si esaurisce nella breve ora di lezione, non sanno "essere proattivi" nei suoi confronti. Il leader guida alla meta trasmettendo entusiamo e motivazione. Comunica con tutto se stesso al gruppo, sia esso il Team che la Classe, utilizza tutta la comunicazione, verbale e corporea, per trasmettere energia e fiducia nell’ottenimento degli obiettivi, siano essi il completamento della lista di una lezione di un Istruttore, la riuscita del programma di una special hour, o la sudata vetta di una "salita" di svariati minuti di uno Spinner. Il leader "fatica" quando il gruppo sta faticando, gli trasmette energia e da questo ne riceve di nuova e infine ha successo perché il gruppo ha successo.   Alle parole debbono corrispondere i fatti.   Significa che i valori amati, condivisi e rispettati da chi compone il Team devono trovare "applicazione nelle azioni e nei comportamenti" della organizzazione. Tutti noi possediamo una innata capacità di comprendere le reali intenzioni celate nelle parole e nei comportamenti, avvertiamo istintivamente se il "clima che si respira" è davvero quello dichiarato dai responsabili prima ancora di verificarli nella realtà. I valori dichiarati e condivisi da tutti diventano il basamento e la garanzia di un ambiente fondato su fiducia e collaborazione solo se messi in pratica quotidianamente e con coerenza.   Un altro fattore importante nella costruzione di un Team è il rispetto della persona e del suo operato.   La pedagogia ci insegna che un adolescente ignorato o continuamente rimproverato per le sue azioni, mai elogiato per i suoi successi, sempre criticato negativamente per le sue scelte non acquista fiducia in se stesso, cresce insicuro ed esitante, incapace di affrontare con la determinazione necessaria le sfide che la vita gli presenterà nel corso della sua esistenza, di gioire pienamente dei propri successi e farne altrettanti trampolini di lancio. Il rispetto invece è "equità" nei confronti di chiunque, nel nostro caso nei confronti di ognuno dei componenti del Team o della Classe, "onestà" nelle intenzioni che ci muovono nei suoi confronti, "riconoscenza" degli sforzi da lui effettuati, "disponibilità" ad ascoltarlo per fornire e ricevere risposte, indicazioni, suggerimenti. Più che mai vale qui il motto: "non fare ad altri quello che non vorremmo fosse fatto a noi".   Condividere cultura e stili di vita è altrettanto fondamentale quanto il rispetto e lo facilita. Ovviamente scelte e gusti personali sono sacrosanti ma si possono adattare a quelli degli altri componenti del Team. Quando a guidarli è un sentimento di "reciprocità" nei rapporti, questo allontana dalla pratica negativa della "concorrenza" fra noi e permette di allineare i nostri comportamenti agli stili di vita e alle filosofie dettate dai valori di cui abbiamo parlato prima e che il gruppo condivide.   Autostima e senso di appartenenza sono tra i fattori maggiormente motivanti nella costituzione di un Team. Il leader sa suscitarli e potenziarli secondo le indicazioni sin qui fornite dando origine a sentimenti di orgoglio personale e soddisfazione per i risultati ottenuti che generano a loro volta ulteriore energia. Energia positiva che viene di nuovo incanalata nella propria attività innescando un circolo virtuoso di accrescimento sia come professionista del settore (Manager, Istruttore, Responsabile ecc.) che come utente (Spinner, Clubber ecc.).   Quante volte ci siamo emozionati per gli applausi durante un evento più per la loro frequenza che per la loro intensità? O per l’aiuto spontaneo degli Spinners in situazioni di emergenza? O per l’apprezzamento di un collega o Responsabile per un nostro suggerimento? Questo dimostra l’importanza dei risultati parziali che otteniamo nel corso della nostra attività. all’inizio del nostro percorso nello Spinning® Program ricordiamoci quanta soddisfazione ci hanno dato i tre minuti in posizione "standing climbing" (salita posizione 3) dei nostri Spinners. Quanta determinazione ci hanno dato per credere nella bontà del nostro operato e per creare altri obiettivi. La capacità di celebrare piccole vittorie rende la nostra attività più interessante, stimolante e coinvolgente, meno "lavoro". Congratularsi con noi stessi e con gli altri alimenta questa sorgente grande di energia positiva che è dentro di noi. Riconoscere e "gioire dei piccoli successi" è il segreto!   Ogni membro del Team deve avere la possibilità di esprimere la propria personalità e manifestare le sue potenzialità. Deve avere lo spazio per partecipare attivamente e costruttivamente al raggiungimento degli obiettivi parziali e finali che la mission ha definito. Deve poter contribuire, secondo le sue qualità peculiari, al successo del Team, senza protagonismi arroganti ma con coscienza dei propri limiti e delle proprie doti, sapendo di poter "fare affidamento" sul Team e con l’intenzione di "essere affidabile" egli stesso. In sostanza è necessario instaurare un clima di "fiducia e collaborazione" reciproche in cui ogni contributo è ben accetto e apprezzato. Per concretizzare quanto sinora esposto teoricamente, durante i corsi di Team Building vengono organizzate sperimentazioni di casi concreti, a volte anche inusuali e fuori dagli standards di un normale contesto lavorativo. La condivisione di queste esperienze pratiche allena i partecipanti ad "allenarsi insieme", ad integrare differenti qualità e capacità sulla base del rispetto e dello apprezzamento di ogni contributo personale. Ci si allena a creare un Team sinergico, ad "alta energia" cioè amplificata in modo esponenziale dalla somma dalle energie di ogni singolo componente.   Nella pratica riteniamo fondamentale una "riunione mensile" nel corso della quale viene analizzato lo stato della programmazione e periodizzazione della nostra missione. Riteniamo sia basilare anche il "colloquio personale" strumento di approfondimento della conoscenza di ogni membro del Team, come momento insostituibile di incontro e di confronto. Infine, con riferimento anche a quanto abbiamo asserito a proposito dei benefìci introdotti nella nostra comunicazione dall’utilizzo della e-mail, possiamo portare ad esempio il fatto che in pratica oramai con frequenza settimanale il Team affronta spontaneamente in rete tematiche relative ad aspetti tecnici dell’attività di Istruttori, trova soluzioni ad eventuali problematiche scaturite, sempre con un personale contributo di consigli, proposte e informazioni. Queste sono le caratteristiche basilari del sistema che abbiamo adottato nella nostra attività di gruppo. L’attuazione pratica dei concetti del Team Building ci ha permesso di avere costantemente sotto controllo la nostra missione, ha rafforzato l’energia e la condivione dei valori riconosciuti dai membri, ha approfondito la conoscenza ed il rispetto reciproci, ha stimolato la fattiva collaborazione tra gli Istruttori. Gli effetti del Team Building hanno incrementato la nostra fiducia nella capacità di porci nuovi traguardi e la nostra determinazione per raggiungerli, ha facilitato la manifestazione delle nostre capacità, ci ha dato la conferma di costituire e appartenere ad un Team ad alta energia, cioè vincente.   Tutto questo siamo riusciti a trasferirlo ai nostri Spinners determinando il nostro successo.   Grazie per la vostra attenzione.

Continua...

Psicologia dello sport: passato e presente

Da sempre l’uomo ha avvertito il bisogno di un equilibrio psicofisico, sintetizzato perfettamente dall’aforisma attribuito a Giovenale “Mens sana in corpore sano” (Satire, X, 356) che doveva condurre all’ideale greco della Kalokagatia (καλὸς κἀγαθός, kalòs kagathòs, crasi di καλὸς καὶ ἀγαθός, kalòs kai agathòs) espressione indicante letteralmente, Bello e Buono, le qualità essenziali della perfezione umana, del guerriero “valoroso” in guerra per le sue doti etiche ed estetiche.  Pertanto sono tanti gli eroi della mitologia greca e romana assimilabili a tale concetto, tra i più celebri ricordiamo Achille, Adone, Anchise, Patroclo, a suggellare come si possa essere virtuosi prima come uomini, poi come cittadini (ricordiamo l’importanza ed il valore rivoluzionario della polis, in greco antico πόλις, "città") e poi come “atleti” di guerra. Non a caso lo sport è nato in questo favorevole contesto socioculturale, in un clima di Pax e Concordia, in cui, almeno formalmente, vigeva la democrazia ed il rispetto di tutti e tutto era sacro. Non a caso nell’Antica Ellade nascono i primi Giochi Olimpici, a render tangibili ed universali quei valori propri dell’essere umano quali la lealtà, l’onestà, la virtus latina e bisogni psicologici quali il senso d’identità, di appartenenza, di affiliazione e d’integrazione. Di contro, dobbiamo ricordare come la pratica sportiva sia associata quasi d’istinto alla mascolinità, a carattere forte e fermo, a virilità e a potenza, e sia stata strumento di propaganda di massa e motivo di eliminazione della devianza in determinati periodi storici “bui” come il Medioevo, fino ad essere un vero e proprio “culto”, ripresentando idolatrie nelle dittature del Ventesimo Secolo, con forme e criteri assolutistici. Inoltre dagli anni ’90 in poi lo sport si è dovuto adeguare ai mass media, alla globalizzazione e alla commercializzazione, per cui lo si associa a sponsor e brand importanti, che fanno da cornice alle più importanti competizioni internazionali. La pratica sportiva in seguito alla Seconda Guerra Mondiale, grazie all’iniziativa pionieristica di Sir Ludwig Guttmann, neurologo e dirigente sportivo tedesco naturalizzato britannico, con i soldati lesionati al midollo spinale dell’ospedale Stoke Mandeville, vicino Londra, divenne sport- terapia, ossia pratica medica - riabilitativa e poi agonistica (i Giochi di Stoke Mandeville dal 1952, considerati i primi Giochi Paralimpici della Storia moderna) per i disabili. "Lo sport è salute, esperienza di vita, divertimento e soddisfazione. Nessuno deve mai esserne escluso." (Ueli Schwarz, Direttore della Fondazione Pat Schafhauser, giocatore, allenatore ed esperto di hockey su ghiaccio). “Integrazione significa che ognuno fa un passo verso l’altro per conoscere e comprendere le rispettive differenze. Lo sport invita a muoversi insieme e quindi ad avvicinarsi gli uni agli altri”. (Cédric Blanc, segretario generale e fondatore della fondazione Sport-Up). Allo sport sono generalmente associati valori socialmente desiderabili e consolidati come la serietà, il rispetto delle regole, il modo giusto di fare le cose. Inoltre la cultura occidentale altamente individualista ed egocentrica, si focalizza sulla competizione in ogni ambito dando all’individuo la possibilità di eccellere, esser vincente e migliorare, questo per giungere alla piena realizzazione e completezza fisica e mentale. Solo alla fine del Diciannovesimo Secolo, nel 1890, si iniziano a considerare gli aspetti psicologici della pratica sportiva con Norman Triplett e gli studi del 1897 sulla performance ed agonismo. Coleman Griffit nel 1925 fonda il Primo Laboratorio di Psicologia dello Sport all’Università dell’Illinois e da quell’anno fino al 1948 si registra un incremento crescente sugli studi del settore fino agli anni ’60. Roma, infatti, sarà la sede nel 1965 del Primo Congresso Mondiale di Psicologia dello Sport, voluto dallo psichiatria italiano Ferruccio Antonelli che riunì gli esperti in materia. Sempre nella “Caput Mundi “, nello stesso anno, fu fondata l’“International Society of Sport Psychology”, cui seguiranno riviste come l’“International Journal of Sport Psychology” (1970) mentre nel 1979 negli U.S.A. Rainer Martens fonda la “ Human Kinetics Publishing Company”, casa editrice di riviste prestigiose come “The Sport Psychologist “ e “Journal of Sport and Exercise Psychology”. Nel1985 nasce Oltreoceano l’”Association for the Advancement of Applied Sport Psychology “(AAASP) e finalmente, nel 1993, ad opera di studiosi come Singer, l’Handbook of Research on Sport Psychology. "Dalla prima pubblicazione di questo manuale, vi sono state molte evoluzioni, segno di maturità. Esempi ne sono la vasta gamma di specifiche ricerche contemporanee, la complessità della metodologia della ricerca, così come il riconoscimento che la pratica deve essere fondata su principi scientifici certi. E' giunto il tempo in cui la vasta espansione delle ricerche di psicologia sportiva dovrebbe essere un'unica, rispettata ed influente nicchia tra la psicologia e le scienze dello sport" (Hanbook of Sport Psychology, seconda edizione 2001). In Italia, a differenza di altri Paesi, non è stato fatto molto, se non l’istituzione di corsi di laurea e ampliamento dell’offerta didattica e di ricerca, anche grazie all’interesse dei privati come molte società sportive, associazioni affiliate al CONI (Comitato Olimpico Nazionale Italiano), l’organo rappresentativo, organizzativo che promuove lo sviluppo e la capillare diffusione della pratica sportiva, a livello nazionale, regionale, provinciale e locale. Nel 2000 vedono  la luce l’Associazione Italiana di Psicologia dello Sport (AIPS) e la Società Italiana di Psicologia dello Sport (SIPsiS.) La psicologia dello sport è una vasta corrente di pensiero dove confluiscono diverse dottrine (psicologia, medicina, psichiatria, sociologia, pedagogia, filosofia, igiene, educazione fisica, riabilitazione, ecc) ed è pertanto un argomento di competenza miltidisciplinare aperto al contributo che ciascuno può portare sulla base della propria preparazione specifica. (Antonelli e Salvini, 1978) La Psicologia dello Sport professionale è interessata a come la partecipazione allo sport, all'esercizio ed all'attività fisica possa accrescere lo sviluppo personale ed il benessere durante l'intero arco della vita.    Ambiti di intervento Avendo un background socio psicologico, lo psicologo sportivo è una figura di supporto, afferente allo Staff Line (linea di supporto) dell’organizzazione, Ente o società sportiva, singolo individuo, nel settore pubblico e nel privato, che ne richiede la consulenza. Allo stesso tempo, se da un lato è dipendente, collaborando e cooperando con loro (es. personale sportivo della squadra e personale amministrativo della squadra), di contro svolge il suo lavoro in piena autonomia come un qualsiasi libero professionista avendo come subordinati gli stessi atleti, svolgendo per loro funzioni esecutive e decisionali nonché di supporto, assimilabili alla pratica del coaching, training, mentoring e counseling. Inoltre ha alcune funzioni assimilabili all’allenatore in quanto: è educatore, formatore  ( “L’esempio personale è il metodo pedagogico più efficace”); è uno specialista ed esperto di psicologia; è organizzatore, coordinando le proprie attività con quelle della committenza; Inoltre agendo sul singolo individuo, dovrà: “costruire” il carattere sul piano psicologico; forgiare il coraggio, la volontà, la motivazione e la resistenza; promuovere il benessere socio psicofisiologico; sviluppare le qualità morali ed etiche, promuovere il fair- play e l’onestà sportiva; incoraggiare il patriottismo così come l’attaccamento al proprio team. Ne vale l’identità individuale e collettiva, poiché lo sport è fortemente rappresentativo e popolare. Essendo un decision-maker, deve ottimizzare il time management, pianificare e prefissare obiettivi realistici, sfidanti e motivanti (goals).  Cristina Marchione (si ringrazia la Dott.ssa Maura Casinelli per la collaborazione)       

Continua...

Allenamento, dieta, riposo. Ma... la mente?

Quello che voglio affrontare oggi è un tema meno "fisico" del solito, ma che forse è uno degli aspetti più importanti per avere successo nell'allenamento come nella vita: la mente e le emozioni. Molte volte ci sentiamo dire "pensa positivo, concentrati in quello che fai, libera la mente dai pensieri", ecc... E' stato ampiamente dimostrato come l'effetto PLACEBO e l'effetto NOCEBO influiscano sulle nostre vite e siano responsabili di successo o insuccesso come delle più elementari reazioni del nostro organismo. Se andate in palestra e quel giorno siete arrabbiati con qualcuno, vi è arrivata la bolletta del gas e il compagno/a vi ha lasciato, scommetto che non sarà un buon allenamento, perchè non siete presenti, la vostra testa è piena di quei pensieri, il vostro corpo è qui ma la vostra mente là. Così non funziona. Per trarre il massimo dai vostri allenamenti, dalla vostra dieta o da qualsiasi cosa voi vogliate fare, dovete essere focalizzati e presenti ed immmaginare il risultato che volete come se lo aveste già ottenuto. Sì, proprio così. Quando Arnold Schwarzenegger allenava i suoi mitici bicipiti, immaginava due enormi montagne!  La parola d'ordine quindi è FOCUS mentale, mentre facciamo una cosa concentriamoci su quella, ogni singola ripetizione di ogni singolo allenamento eliminando pensieri limitanti o evitando di inseguire modelli fuorvianti o impossibili da raggiungere (a meno che non decidiate che per voi é possibile). Non mi resta che augurarvi buon allenamento e... STAY FOCUS! Diego Pegoraro

Continua...

Infortunio e recupero: aspetti psicologici e ruol...

L'evento "infortunio" deve essere inteso come possibile e a volte frequente nell'attività sportiva! Lungi da noi il senso di onnipotenza, l'idea che "a noi non accadrà"! Per quanto imprevisto, improvviso, invalidante o meno, causato da sovraccarico o distrazione nell'allenamento, l'infortunio ha sempre forti risvolti nella programmazione che stiamo seguendo e, ancor di più, nella percezione di noi stessi, del nostro corpo e della sua gestione, nel senso di efficacia personale! Gli aspetti psicologici diventano quindi i pilastri portanti per la sua interpretazione e per le attività di recupero che la persona si trova, suo malgrado, ad esercitare! E' fuori dubbio che una buona pianificazione del training, il supporto di strumenti adeguati, l'ausilio del personal trainer, possano sensibilmente ridurre la frequenza che un infortunio si verifichi e possano essere i mezzi chiave ad infortunio avvenuto ma, la considerazione del ruolo dei fattori psicologici, diventa determinante nel favorire il recupero in tempi davvero ridotti! Dobbiamo osservare che non tutte le persone reduci dallo stesso infortunio hanno gli stessi tempi di recupero: alcuni sono fortemente motivati a recuperare, altri investono molto meno! Questa differenza è determinata dall'individualità psicologica e dalla personalità di ciascuno: ansie e paure sono i primi elementi che remano contro la possibilità di recuperare al più presto e, in alcuni casi, alimentano e/o determinano veri e propri vissuti depressivi. C'è da aggiungere che lo sportivo, a differenza di chi non lo è, vive queste problematiche più intensamente perchè, nel tempo, ha imparato a costruire la sua realtà attrverso il suo corpo e, sempre attraverso il corpo, a modulare le sue esperienze. La prima percezione che ha quindi lo sportivo è quella di un corpo "meno funzionante", "rallentato", "non in grado di dare il suo massimo". La prima cosa su cui dovrebbe concentrarsi l'infortunato è allora la comprensione dei vissuti personali, quelli positivi e quelli negativi che incidono sulla possibilità di riabilitazione. Inoltre, è importante considerare quei fattori circostanti che potrebbero dare un ausilio ancora maggiore, dal personal trainer, al fisioterapista, al medico sportivo, alla famiglia e affetti personali. A questo punto, la differenza tra recupero in maggiore o minore tempo possibile, viene molto determinata dalle motivazioni individuali che ognuno fa emergere: alcuni sportivi riescono a trasferire la loro energia agonistica nella terapia, che diventa a tutti gli effetti una nuova gara o una nuova prestazione, alla stregua di quella che avrebbero impiegato  in un training di allenamento; altri sportivi, invece, vivono narcisisticamente il proprio corpo e il recupero repentino è l'unico obiettivo per vedersi e sentirsi al top (il corpo è l'unico "oggetto d'amore!") In entrambi i casi il personal trainer, o fisioterapista, ha un ruolo determinante: deve parlare, incoraggiare, spronare all'impegno e alla focalizzazione degli obiettivi da raggiungere insieme nel breve, medio e lungo termine. Tanto più l'infortunato sentirà di avere un alleato capace di comprenderlo e studiare insieme a lui le mosse, tanto crescerà la voglia di impegnarsi! A lui il personal trainer deve dedicarsi rendendolo protagonista della terapia: il lavora va spiegato e dimostrato con chiarezza e determinazione, l'utilità degli esercizi va sempre rimarcata. In questo rapporto l'infortunato deve sentirsi protagonista e il personal trainer lo aiuterà in questo, rendendolo parimenti anche colui che è in grado di valutare e apprezzare i successi che man mano andranno a verificarsi! Cristina Marchione

Continua...

I vantaggi dell'essere creativi nello sport!

Quando ci alleniamo cerchiamo di essere creativi, non normalizziamo troppo l'allenamento, costringendolo in binari troppo rigidi e rendendolo stereotipato! Essere troppo esigenti o normativi blocca la nostra originalità creativa, non ci permette di acquisire fiducia nelle nostre potenzialità e di sperimentare il nuovo. Il risultato sarà che cercheremo sempre il banale, il già conosciuto, il non rischioso.      La nostra creatività sportiva viene spesso minacciata da alcuni fattori essere eccessivamente competitivi; avere paura di impegnarsi; essere troppo critici; non voler mettersi in discussione; non voler sperimentare il nuovo. Il conformismo e la rigidità di pensiero difficilmente pagano; ancor meno paga il volersi conformare a tutti i costi a modelli, valori, idee, scelte, di qualcuno che non siamo noi stessi! Dobbiamo certamente creare delle dinamiche di confronto ma fare nello stesso tempo in modo di non restarne succubi; utilizzando, cioè, un pensiero divergente, diverso, alternativo. In sostanza, per esprimere al meglio il nostro potenziale, potremmo cercare punti di riferimento ben strutturati (ad esempio una scheda d'allenamento, un programma nutrizionale, una tecnica) ma decidere di raggiungerli "mettendoci anche del nostro" (quando seguiamo una dieta, ad esempio, che prevede insalatone, potremmo pensare di renderla meno triste con l'aggiunta di foglie profumate di basilico e fettine sottili di pompelmo rosa! a vantaggio del nostro umore!). Il primo effetto che otteremo sarà quello di innalzare la fiducia e la stima in noi stessi perchè riusciremo a vederci come partecipanti attivi e gestori dei nostri progressi, non solo come coloro che devono passivamente attenersi a noiose ripetizioni! Cristina Marchione

Continua...

Superallenamento... attenzione!

Quello del superallenamento è un problema molto serio che in generale coinvolge un pò tutti gli sportivi. Ma che cosa è il superallenamento? In termini tecnici è la condizione di un atleta in situazione di ridotta capacità prestativa a causa dell'affaticamento generale da un eccesso di allenamento. Dovrebbe essere solo una delle variabili che possono accadere nell'ambito di una programmazione, ma grazie alla diffusione di allenamenti giornalieri, oppure nel caso della palestra, di schede "assurde", il superallenamento è diventato una costante. Come è noto, un atleta durante un normale ciclo di allenamento, che può durare fino a 3/4 settimane, accusa un normale accumulo di fatica che viene in genere regolarmente smaltito tramite l'effettuazione di una settimana di scarico (un periodo con ridotto carico di lavoro). Se invece non si  effettua mai lo scarico di sicuro si incorrerà prima o poi nel superallenamento con queste conseguenze: calo della prestazione; diminuzione della forza; diminuzione della potenza massima; fatica e stanchezza generale; difficoltà di recupero. Tutto questo può degenerale portando ad un abbassamento delle difese immunitarie; demotivazione; disturbi del sonno; insatabilità emotiva e comportamentale; diminuzione dell'appetito; apatia e senso di depressione; difficoltà di concentrazione. Quindi vi consiglio allenamenti intensi ma brevi e sopratutto recupero e scarico sistematico. Nicola Laudato   Vorrei vedere un Integratore per il recupero fisico

Continua...

Anatomia di un Campione

Questo  articolo è  dedicato ai Campioni  ed alle Campionesse che ho avuto nella mia Palestra ed ai Campioni che ho conosciuto nella  mia vita.     Un Campione è una persona che non conosci.   I Campioni sono necessariamente dei  talenti  genetici e,nel  Body–Building e nel Powerlifting, essenzialmente hanno una struttura spiccatamente mesomorfa. Dal  punto di vista  caratteriale, essendo estremamente motivati, riescono (nel Body – Building) a sopportare  diete estreme come, per esempio, quelle chetogeniche. Questi  Atleti  riescono a  stabilire  meravigliose connessioni  mente – muscolo. Per i  Body–Builder  l’alimentazione è fondamentale e, per loro la pasta è solo una  fonte di carboidrati e non un alimento per riempire lo stomaco o per sedare un  malumore. I Powerlifter, invece,riescono a sopportare cicli di allenamento tali da cumulare in un mese centinaia di tonnellate. La loro altissima coordinazione neuro-muscolare consente loro di imprimere formidabili accelerazioni al bilanciere.(La velocità che si imprime al bilanciere è maggiore di 1 m/s).Un talento genetico per diventare Campione deve avere 2 ingredienti fondamentali: l’occasione e le conoscenze tecniche necessarie alla sua specialità.   In caso contrario rimarrebbe un superdotato nella sua cerchia di conoscenti. Accanto a queste  considerazioni bisogna aggiungere che essi, spesso, devono sopportare le amenità dei mediocri riguardo al doping. I Campioni non rubano anabolizzanti alla nonnina malata e non sprecano tempo a parlare e/o lamentarsi se i risultati non arrivano. Solo i  mediocri pensano che un ciuccio, anabolizzandolo, possa diventare un nobile destriero o che una 500, solo per avere 4 ruote, possa diventare una Ferrari. Essi non devono ascoltare i ragli degli  asini, giacchè questi non vanno in Paradiso, ma rimangono sulla terra.   I Campioni devono sopportare le persone piene di certezze che fondano la loro vita sui dogmi; sanno benissimo che i loro successi sportivi sono frutto di allenamenti e/o diete massacranti. Sanno che devono fare l’abbonamento tutto l’anno in palestra e non dal pizzaiolo o al pub all’angolo. Sanno che devono allenarsi tutto l’anno, non come i mediocri  che  pensano che il loro corpo  sia un vestito da tirar fuori dall’armadio prima dell’estate (per qualche mese senza tanto soffrire) e poi riporlo nelle feste di Natale, a Carnevale,a Pasqua, ecc.     I Campioni  si allenano sempre ed in silenzio (non da  ottobre a maggio nella migliore delle ipotesi ), senza inventare scuse a se stessi e agli altri  perché non hanno tempo,fa troppo freddo,fa troppo caldo, soffrono di pressione bassa ,di pressione alta,la loro influenza non è un’agonia,non è un’obbligo abbuffarsi alle comunioni,cresime, matrimoni, onomastici, compleanni, nelle feste natalizie, in quelle pasquali, a carnevale, o perché devono uscire al sabato sera per abbuffarsi di pizza o per galleggiare nell’alcool, ecc. Sanno che devono alimentarsi correttamente ed allenarsi duramente senza sconti e non mangiare da Gulliver ed allenarsi da Pollicino. Il destino di un Campione sarà sempre quello di  essere criticato dai mediocri solo perché è sfuggito alla cosiddetta “ norma” o  semplicemente perchè è un incidente genetico. Un Campione sa che in gara è sempre meglio essere la coda della balena  che la testa della sardina o che è meglio essere il basso dei giganti che il più alto dei nani; sa che deve allenarsi( e soffrire ) perché  in una qualsiasi parte d’Italia o del mondo un altro si sta allenando per farti un c…o così. Per essere vincente deve avere l’occhio della Tigre e non il pannolino rinforzato. Sa che, se ha  paura, psicologicamente muore tutti i giorni e l'avversario te la legge negli occhi. Il vero Campione non bara e rispetta l'avversario,non lo deride o denigra se perde e,se tocca a Lui bere l'amaro calice della sconfitta il Campione non colpevolizza il Giudice o la scorrettezza dell'avversario o che questi ha truccato la gara. Un Campione sa che  il suo nome rimarrà  nella storia di quello sport,perché in quel contesto storico è  stato il migliore (non è stato un corollario alla gara)ed un giorno potrà raccontarlo ai suoi figli. Infine bisogna ricordare a tutti che, se un Campione è nato nella vostra  città, non è merito vostro; l’unica cosa che dovete fare è rispettarlo e non denigrarlo (tanto con la critica non lo farete mai sprofondare nell’universo dei mediocri) .      Infine  ricordare che un  Campione è e sarà sempre un Campione. Nello Iaccarino

Continua...

L'infortunio e la voglia di recuperare

Nel senso comune, lo sport è considerato una situazione di gioco che produce benessere in tutte le età, in modo particolare per i preadolescenti e gli adolescenti, nella fascia d’età tra i 7/8 ed i 15/17 anni. Ma anche nello sport ci possono essere degli eventi negativi. Uno di questi lati oscuri si riferisce agli infortuni sportivi nell’età evolutiva. Gli infortuni tipici, in questa fascia di età, sono traumatismi non acuti o microtraumi, che nella maggior parte dei casi non necessitano di nessun tipo di ospedalizzazione. L’apparente semplicità con cui si risolvono molti di questi infortuni, tende, in parte a giustificare l’interesse scientifico limitato relativo a questa tematica. D’altro canto, le ricerche che si sono sviluppate in questo settore, non sempre hanno utilizzato una metodologia costruita in considerazione della varietà di trasformazioni continue che si verificano, soprattutto nell’adolescenza. In diverse occasioni si sono di fatto limitate ad una raccolta di dati, poi confrontati con ricerche condotte su atleti adulti, ottenendo risultati tanto generici quanto criticabili. Una precisa definizione di infortunio nell’età evolutiva, strumenti validi ed attendibili per valutare la gravità del trauma, fisico e psicologico, una maggiore attenzione alla didattica sui principali fattori di rischio, lo studio dell’eventuale relazione tra l’abbandono dell’attività sportiva (drop-out) e gli infortuni, sono alcuni dei propositi e degli interrogativi a cui la ricerca scientifica odierna, seguendo un preciso orientamento di prevenzione, dovrà cercare di dare delle risposte più concrete.   Fattori di rischio Biologici Struttura fisica; Mobilità articolare; Lassità legamentosa; Rigidità muscolare; Paramorfismi scheletrici; Capacità cardiovascolare; Parametri ematochimici; Capacità coordinative; Forza muscolare; Alimentazione.   Psicosociali Caratteristiche di personalità; Età; Anamnesi traumatologica; Influenze dell’allenatore; Influenze genitoriali; Life events; Percezione soggettiva del dolore.   Esterni Rischi specifici per il tipo di sport; Stato di forma; Attrezzatura sportiva; Superfici di gioco; Condizioni climatiche; Caratteristiche dell’allenamento; Ruolo; Periodo dell'anno/stagione; Livello di competizione.   Tipologie degli infortuni In età adolescenziale, la probabilità di infortunarsi seriamente è estremamente bassa. Chi pratica sport in questa fascia di età non può ancora avere caratteristiche fisiche quali velocità, massa muscolare, resistenza, proprie di un adulto, oltre ad una motivazione tale da causare o causarsi un infortunio importante. Le due maggiori tipologie di infortuni sportivi illustrate in letteratura sono rappresentate da microtraumi e dai "overuse injury" o infortuni da sovrallenamento. I microtraumi rappresentano il maggior numero degli infortuni sportivi; richiedono una consultazione medica e un breve periodo di inattività, quasi mai una ospedalizzazione. Il secondo tipo di infortunio, l’overuse injury, costituisce invece un genere di infortunio sportivo piuttosto recente. Sembra essere il risultato di un eccessivo carico di lavoro durante gli allenamenti, destinati a causare danni maggiori, se non opportunamente trattati. Un probabile errore di fondo, inerente a questo infortunio, sembrerebbe essere un inadeguato programma di allenamento, fatto eseguire meccanicamente, senza avere conoscenze specifiche sulle modificazioni muscolo-scheletriche del preadolescente e dell’adolescente.   Errata metologia di allenamento e pressioni ambientali La fonte principale degli infortuni sportivi nei ragazzi, è rappresentata da errori dovuti ad una inapproppriata preparazione dell’allenamento. Si è notato che, soprattutto nella fase di precampionato, eccessive richieste fisiche da parte degli adulti, possono generare una sequenza di microtraumi cause di "overuse injury". A questo proposito è bene ricordare che pressioni psicologiche del tutto simili, se non addirittura superiori, a quelle fisiche, possono essere fatte a seguito di un infortunio, una malattia o un qualsiasi periodo di inattività fisica, incrementando, con queste modalità, i rischi di infortunio. "Troppo e subito" sembra essere il motto usato da tale approccio inadeguato ed i danni sono evidenti. Un altro errore ricorrente nell’insegnamento sportivo, è l’eccessivo tecnicismo; in altre parole, la richiesta di eseguire un gesto tecnico "da manuale", senza tenere, nella dovuta considerazione la continua evoluzione psico-morfo-fisiologica dell’adolescente. Anche pressioni agonistiche elevate possono essere dannose. Il coach non spiega - a volte perchè si ignorano, o di non seguire perchè l’unico obiettivo è la vittoria - le regole che disciplinano ogni disciplina sportiva. Tale comportamento può provocare una eccessiva partecipazione, fisica ed emotiva, che aumenta, di fatto, il rischio di infortunio. Ad esempio, non sostituire un giocatore, tenendolo in campo anche se visibilmente stanco, o non rispettare il turnover dettato dal regolamento, sono situazioni potenzialmente dannose per l’incolumità fisica del ragazzo. Una ulteriore e spesso trascurata, fonte di rischio per gli infortuni, è rappresentata dalle aspettative che il genitore ha nei confronti del figlio che pratica sport. Si possono venire a creare delle richieste, più o meno dirette, relative alla prestazione sportiva, destinate a diventare una importante fonte di stress per il ragazzo. Lo stereotipo comune dello sportivo perfetto, è rappresentato da un adulto, carismatico, dalla forte personalità, un leader per il gruppo, e soprattutto un vincente. Un simile modello è tanto ricorrente quanto dannoso; colpevoli i genitori che si sforzano di uniformarvi il proprio figlio, con evidenti, quanto pericolose, pressioni.   Riabilitazione post-infortunio L’obiettivo primario a cui mirare per ogni giovane atleta, prima di ritornare a fare dello sport a qualsiasi livello di competizione, è ovviamente la completa riabilitazione fisica post-infortunio. Il pericolo reale che si instauri un circolo vizioso che conduca alla ripetizione dell’infortunio, fino a degenerare in overuse injury, è un rischio che non si deve assolutamente correre. Per evitare questo, atleta, allenatore, genitori, devono avere ben chiare le mete ed il tempo necessario per raggiungerle. In questa situazione di confusione, soprattutto da parte del ragazzo, la consolidata figura del medico ed il nascente ruolo dello psicologo dello sport, possono diventare due preziosi alleati nel difficile momento di transizione e gestire non solo l’infortunio fisico in quanto tale, ma anche le componenti emotive, cognitive e l’esperienza del dolore, che lo accompagnano. L’uso di specifiche strategie quali il self-talk, l’imagery, il rilassamento progressivo, videoregistrazioni sulla rieducazione e la definizione di obiettivi, psicologici oltre che fisici, potrebbero diventare importanti strumenti operativi per il pieno recupero dell’infortunio, in quanto l’atleta diventa l’elemento attivo, in tutto il processo di riabilitazione funzionale. Conclusioni In generale gli sport praticati dai ragazzi sono piuttosto sicuri. La maggior parte degli infortuni consistono in contusioni, abrasioni, distorsioni, disfunzioni ereditarie, mentre, come abbiamo visto, traumatismi più gravi raramente si presentano. E’ comunque interessante rimarcare la presenza di "overuse injury" come il risultato di ripetuti o non ben curati microtraumi da stress, fisico o psicologico, che sia. Non si può inoltre escludere, anche se ricerche longitudinali non lo hanno confermato, che alcuni disturbi come ad esempio la sindrome di Osgood-Schlatter siano una possibile derivazione di questa tipologia di infortuni. E’ fondamentale iniziare ad agire in un’ottica di prevenzione, coinvolgendo direttamente le varie figure che formano il mondo dello sport, per creare un ambiente in cui il giovane sportivo può entrare con sempre maggiori certezze. Inoltre è auspicabile per un migliore, e forse più veloce, recupero fisico dell’infortunio, una diretta collaborazione, dopo un attento e preciso chiarimento dei ruoli, dei metodi e dei settori di intervento, tra il medico e lo psicologo dello sport. Per la buona riuscita della riabilitazione del giovane atleta è quindi ipotizzabile che competenze mediche e competenze psicologiche interagiscano. In alcune situazioni è di fondamentale importanza interpretare il significato che riveste un infortunio, per evitare quella che potrebbe diventare una lunga sequenza di infortuni.   Giorni di stop Fino a 4 giorni Nessun problema. Solo i maniaci dell'allenamento possono pensare che uno stop di tre giorni possa far saltare un'intera preparazione. Quindi si continua normalmente il programma.   Da 5 a 10 giorni Le grandezze fisiologiche coinvolte nella corsa cominciano a deallenarsi, ma il processo è veramente minimo. Si può continuare con il programma normale, rallentando i ritmi di 5"/km finché non si riacquista la solita brillantezza.   Da 11 a 28 giorni Il deallenamento incomincia a diventare sensibile. È necessario inserire una settimana piuttosto blanda di ripesa, con fondi lenti di 8-12 km. La ginnastica, un minimo di potenziamento, stretching ecc. possono integrare utilmente la ripresa. Si può alternare una seduta di palestra a una di corsa. Uno schema può essere questo:    1 FL 6 km + 5 allunghi sciolti da 100 m 2 FL 8 km + 8 allunghi sciolti da 100 m 3 FL 10 km  4 FL 10 km + 2 km FM     Alla fine del periodo di rodaggio (che in genere dura 8-10 gg.), si può effettuare un test su una distanza che psicologicamente si sopporta molto bene per confrontare i risultati con il proprio valore standard  e tarare il piano di ripresa. Questo piano può essere utilizzato solo da coloro che si dedicano al mezzofondo veloce (gare fino a 12 km), non certo dal maratoneta. Chi interrompe la preparazione di una maratona non può realisticamente riprendere con gli stessi carichi quantitativi dopo uno stop di 2-3 settimane. Anche se il test (per esempio sui 10000 m) desse un buon risultato, non è pensabile di iniziare subito con una settimana standard. È necessario incrementare gradatamente il chilometraggio settimanale (non oltre il 20%), ricominciando la scaletta dei lunghi (per esempio 18 la prima settimana e 24 la seconda). Come si può calcolare, per un maratoneta uno stop di terzo livello significa spesso saltare la maratona programmata.   Da 29 a 60 giorni Il deallenamento non è ancora totale (alcune grandezze si deallenano totalmente in tre mesi). Quindi non tutto è da buttare. Si può iniziare di nuovo dal livello nero del programma per principianti. La cosa non faccia sorridere. Sicuramente molti sarebbero in grado di "esagerare" da subito, finendo stravolti i primi allenamenti. Questa soluzione non solo non serve, ma rischia di innescare altri infortuni. Alla fine del livello nero (quattro settimane, accorciabili a tre per i runner più esperti) è possibile eseguire un test sui 10 km per verificare la propria efficienza.   Oltre 60 giorni Qui il deallenamento rischia di essere totale. Non c'è che un consiglio: iniziare con il programma per principianti. Se le condizioni generali del soggetto sono buone si possono condensare i dieci livelli in sei settimane (non meno!) e poi eseguire il test sui 10 km.    Il peso – Durante uno stop molti atleti mettono su qualche chilo. Tenete a mente che un kg penalizza per circa 2,5"/km. In ogni caso è inutile che eseguiate i test di efficienza se siete oltre tre chilogrammi il vostro peso prima dell'infortunio. Oltre a ottenere un risultato penoso, sovraccaricate inutilmente strutture non abituate a un'azione di corsa "pesante". Gli sport alternativi – Molti runner si illudono di poter limitare o azzerare gli effetti del deallenamento praticando sport alternativi che non interessano le strutture infortunate. Ricordatevi che nuoto e palestra non danno nessun aiuto nel mantenere le capacità aerobiche del soggetto. L'unico sport che può effettivamente aiutare è il ciclismo, ammesso che la seduta non duri meno di un'ora (per ottenere l'equivalente alla corsa, dividete per tre il tempo di percorrenza se usate bici da strada, per due se usate mountain bike: quanto più la bicicletta è tecnica, tanto più a lungo deve durare la seduta per essere allenante. Ricordatevi inoltre che le salite sono controindicate per molte patologie del runner: tendine d'Achille, rotuleo ecc.). Se integrate con la bicicletta, potete ridurre di un livello il grado di gravità dello stop (per esempio dal terzo al secondo: uno stop di 45 giorni con uscite in bici equivale a uno stop di 20 giorni a riposo assoluto). Da quest'ultima affermazione discende che anche un ciclista professionista che non ha mai corso, se vuole dedicarsi alla corsa senza problemi, deve iniziare dal livello principiante!   Farsi male è brutto, ma riprendere dopo un infortunio è la cosa più bella al mondo, perchè pensi solo di voler riprendere a giocare il prima possibile, non si riesce a pensare a nient' altro che ti capita attorno. Al dolore che hai non ci pensi, perchè il dolore più grande lo hai al cuore… ti senti male… triste… hai voglia di spaccare tutto. MA NON SI MOLLA MAI. E per tornare dopo un’ infortunio ci vuole la TESTA… LA VOGLIA DI MIGLIORARE… e anche qui c’è la PSICOLOGIA.   LA MENTE decide tutto… e la COMANDIAMO NOI. Maurizio Cipriano 

Continua...

Agonismo: prima la mente poi il corpo

Quanto influisce la concentrazione nelle prestazioni di un atleta? Che cosa significa per un’atleta essere concentrato? I processi legati all’attenzione possono essere descritti attraverso un sistema a due dimensioni: la direzione e l’ampiezza. Focus attentivo Innanzitutto essere auto-consapevole. La consapevolezza si basa su una profonda conoscenza di se stessi, delle proprie potenzialità, capacità, propensioni; ma anche delle proprie debolezze, insicurezze. Ciò che fa la differenza nello sport, è, molto spesso, la comprensione di noi stessi, quello che stiamo pensando di fare e le alternative di scelta che abbiamo a nostra disposizione per portare a buon fine la nostra performance. Possiamo conoscere qual è la situazione migliore che ci permette di avere la massima concentrazione. C’è chi si ritira con se stesso a pensare. Chi palleggia ritmicamente contro un muro. Qualcuno, inoltre, ricorderà sicuramente il canto mahori pre-gara della Nazionale di Rugby del Nuovo Zelanda. Ognuno ha il suo rituale.  Fondamentale è in ogni modo concentrarsi sul “qui e ora”.  Ciò che è accaduto in partita la settimana trascorsa, gli errori commessi in precedenza, non devono influire sul nostro momento presente. Dagli errori si può certamente imparare, anzi è fondamentale, ma l’importante è saper gestire gli stessi e le emozioni provate voltandole a nostro favore. Un’atleta che nel pre-gara rimuginerà frasi del tipo “è una gara troppo importante, non posso permettermi di sbagliare!” con molta probabilità, sarà preso da agitazione e tenderà a sbagliare molte più azioni del solito. Tutto ciò che non va fatto è pensare di non farcela e temere di sbagliare. In psicologia dello sport si parla di “profezie che si auto-avverano”: i pensieri che passano nella nostra mente sono in grado di influenzare positivamente, ma anche negativamente la prestazione.  I pensieri negativi sono pensieri disfunzionali: in genere abbassano la soglia dell’attenzione, provocano un’alterazione dell’umore e inducono uno stato confusionale. In questo caso, quindi, è opportuno da parte dello psicologo sportivo, insegnare agli atleti le tecniche specifiche atte a sventare il pericolo del self talk negativo, attraverso la sostituzione di frasi e pensieri di senso positivo.     Gli stili dell’attenzione L'attenzione, nell’ambito dello sport, è considerata un’importante componente mentale della prestazione. Spesso, però, non viene allenata regolarmente ed efficacemente, né studiata attraverso test diagnostici idonei che tengano conto dei compiti precisi a cui è sottoposto l'atleta. Con il termine attenzione si può fare riferimento a svariate funzioni, come la selezione dell'informazione più rilevante per il compito da svolgere, la costanza delle risorse mentali nello spazio e nel tempo, l’agevolazione di processi di elaborazione e l'inibizione di altri, l'attivazione, la vigilanza, etc. L'importanza di ciascuna di queste funzioni è in stretta relazione con le caratteristiche delle singole discipline o specialità sportive. Non solo le varie discipline sportive richiedono stili d’attenzione diversi, ma all’interno di un dato sport è necessario adottare modalitàattentive differenti. I processi legati all’attenzione possono essere descritti attraverso un sistema a due dimensioni: la direzione e l’ampiezza. La direzione richiama al fatto che l’oggetto dell’attenzione possa essere interno all’atleta (emozioni, pensieri, percezioni fisiche...) o esterno (pubblico, direttori di gara, tempo atmosferico). L’ampiezza fa invece riferimento alla massa d’informazioni cui deve prestare attenzione l’atleta e varia lungo un continuum contraddistinto ai suoi estremi dalla presenza o meno di numerosi stimoli.  Queste due dimensioni generano quattro diversi stili attentivi. Focus attentivo esterno-ampio: è adeguato alle situazioni in cui si deve far fronte parallelamente a diversi stimoli ambientali. Es. E’ il caso del calciatore che deve leggere la situazione velocemente e reagire con precisione. allenarsi per la gara, combattere lo stress della gara, preparatore atletico novara Focus attentivo esterno-ristretto: l’attenzione in questo caso è rivolta ai movimenti fini nei compiti di precisione; l’atleta riesce a non farsi distrarre da ciò che avviene intorno a lui. Es. un calciatore che deve tirare un calcio di rigore. Focus attentivo interno-ampio: l’atleta rivolge la sua attenzione alle proprie percezioni fisiche, ai suoi pensieri, alle sue emozioni, durante la pianificazione della gara o quando riporta alla mente quelle specifiche sensazioni correlate alle sue prestazioni migliori.  Focus attentivo interno-ristretto: l’atleta lo usa quando deve organizzare le informazioni o ripetere mentalmente un’azione.    1. Modello di R. Nideffer modificato da Nideffer e Sharpe (1978) In generale è necessario che lo stile attentivo individuale sia coerente con le richieste dello sport praticato al fine di raggiungere una prestazione ottimale. Le discipline sportive denominate closed skill richiedono un focus di attenzione ristretto (tuffi, tiro con l’arco). Mentre le discipline sportive open skill, caratterizzate da situazioni costantemente variabili, che l'atleta deve fronteggiare con la massima rapidità e precisione possibile e da una gestione flessibile dell'attenzione rispetto alla situazione stessa, richiedono un focus di attenzione ampio. (calcio, basket). L’efficacia dello stile attentivo è strettamente correlata al livello d’attivazione dell’atleta: livelli di attivazione troppo elevati provocano il restringimento del focus dell’attenzione con conseguente perdita di flessibilità della concentrazione e rischio di distrarsi più facilmente. L’atleta può facilmente commettere degli errori, giacché in questo tipo di contesto non reagisce alle richieste della situazione in atto, ma è distratto da sensazioni di malessere interne (eccessiva tensione muscolare, respirazione accelerata, eccessiva sudorazione, elevata frequenza cardiaca). Al contrario livelli di attivazione troppo bassa possono portare a presupposti di pensieri distraenti, noia, scarsa motivazione con logica inabilità ad orientare efficacemente il focus attentivo. Quindi per essere efficiente, un atleta deve essere in grado di spostare il suo focus d’attenzione in base alle richieste ambientali dettate dalla performance in atto. L'equivalente mentale del riscaldamento fisico è concentrarsi sul compito da eseguire, attraverso delle tecniche create ad hoc per controllare le eventuali interferenze che distraggono l’atleta dal suo obiettivo. Le distrazioni che non vengono riconosciute e di conseguenza non controllate, contribuiranno a una performance sotto tono, per quanto il fisico sia ben preparato. Le richieste attentive variano da sport a sport e vanno perciò valutate e studiate dall’allenatore insieme con lo psicologo dello sport per la preparazione di un programma di allenamento ottimale, previo utilizzo di test diagnostici appositi (Il TAIS, Nideffer 1976, in primis).     Lavoro sugli stati mentali: utilizzo di tecniche di ipnosi indiretta, lavorare sull’abbassamento della critica, o meglio sull’annullamento della critica, utilizzando l’attivazione di stati di comandi che attivano gli stati mentali. ( Pur poco che possiamo fare, riusciamo comunque a dare sempre un qualcosa in più all’atleta.) Il giudizio è quello di dire: “ hai sviluppato una strategia” ( i dubbi le smontano, dobbiamo cercare di dare delle certezze al nostro atleta).   La prima valutazione da fare è quella riguardante:analisi della motivazione valutazione della monoidea in possesso dell’atleta, se molto forte strutturare un preciso percorso.   Possibile questionario da sottoporre all’atleta -      nome, cognome, età (dati anagrafici) -      oltre al tennis pratichi altri sport. se si a che livello. -      da quanto tempo giochi (o pratichi) il tennis. -      quanti giorni alla settimana. per quante ore. -      quanto vorresti giocare (o allenarti) a tennis. -      quale e’ il tuo colpo preferito, dove ti senti veramente imbattibile. -      dove pensi si debba lavorare per migliorare il tuo gioco. -      cosa ti piace ( tra i vari tipi di esercitazione) durante l’allenamento. -      cosa invece ti piace meno. -      pensi spesso durante la giornata al tuo sport. -      quando ci pensi come lo immagini, fai qualcosa di particolare ( tipo: imitazione di alcuni tiri o gesti) puoi descriverlo. -      come  immagini il tuo futuro da tennista. che posizione vorresti raggiungere. -      come hai iniziato a giocare a tennis. -      nella tua famiglia qualcuno gioca o ha giocato a tennis.  se si chi.. a che livello. -      qualcuno dei tuoi genitori (o parenti) quando giochi viene a vederti? Se si... cosa ti dicono dopo la partita? -      sei contento che (un genitore o un parente) viene a vederti a giocare quando fai una gara. -      pensaci bene, preferisci che ci sia oppure no. -      il tuo allenatore cosa ti dice prima di un torneo. -      cosa ti dice dopo una partita vinta. -      cosa ti dice dopo una partita persa. -      in un torneo quale e’ la cosa che ti fa piacere prima di iniziare la partita. invece quale e’ la cosa che ti da fastidio o che ti preoccupa. ( vedere se ci sono situazioni di ansia pre gara). -      durante la partita come ti senti. -      a fine partita come ti senti se hai vinto. -      a fine partita come ti senti se hai perso. -      hai mai provato delle tecniche di rilassamento, concentrazione, controllo della respirazione o altre tecniche. -      cosa pensi quando ti dico…. concentrazione. -      cosa pensi quando ti dico…. rilassamento. -      credi di essere in grado di concentrarti. -      credi di essere in grado di rilassarti. -      pensi che possa essere una cosa positiva per migliorare la tua prestazione. -      ti interesserebbe provare a fare un allenamento sulla concentrazione  e rilassamento. per vedere di migliorare il tuo gioco durante la gara. se no… perché. -      secondo te quale è la cosa piu divertente del gioco del tennis. -      pensi che il numero uno del mondo si diverta a giocare a tennis. -      alla fine della nostra chiaccherata ti puoi descrivere, lasciando spazio alla fantasia, come ti immagini su un campo da tennis. ( esempio: un animale, di un gladiatore, ecc. ecc.)       Ottimizzazione dell’atleta Una apparecchiatura di monitoraggio tipo biofeedback puo essere di aiuto per valutare se le tecniche di rilassamento utilizzate nei confronti dell’atleta producono realmente gli effetti desiderati.   In ambito tennistico reputo molto importanti i seguenti tre punti: respirazione: quando vado a colpire una palla mi concentro sulla respirazione ovvero inspiro quando la palla sta arrivando e espiro nel momento in cui vado ad impattare la palla sulle corde della racchetta. contrazione e decontrazione dei muscoli quando colpisco la palla. a tale proposito la preparazione con il rilassamento progressivo di jacobson puo dare ottimi risultati anche durante i cambi di campo. controllo dell’ansia pre gara e durante la gara.   Allenamento al rilassamento (per poter arrivare alla sensazione di flou = flusso)   Rilassamento progressivo di jacobson- ipnosi- training autogeno. questa scelta va effettuata in base alle proprie esperienze personali e dell’atleta. rilassamento in varie situazioni ( sviluppare la capacita’ di entrare e uscire da questi stati di rilassamento. tipo dopo una serie di colpi, ritrovare un certo rilassamento tra un punto e l’altro. (passare la racchetta da una mano all’altra dopo alla fine del gioco, per scaricare la tensione. viene utilizzato anche da grandi campioni). altra cosa importante ritrovare concentrazione con esercizi di rilassamento nei 90 secondi consentiti ai cambi di campo, utilizzando un asciugamano sopra la testa per isolarsi completamente e controllare la respirazione con una serie di inspirazioni e espirazioni che ci mettano in contatto con visualizzazioni che diano rinforzi positivi all’atleta.  Gestione dello stress ( vedi controllo ansia pregara) Imparare tramite l’allenamento ad autovalutare le situazioni di stress. sapere riconoscere una situazione di stress. ad esempio il giorno prima della gara. avere ben chiaro il tipo di intervento che vogliamo attuare. fare un analisi dell’ambiente.   Nel rilassamento progressivo di jacobson dopo averlo interiorizzato dopo varie sedute di allenamento il nostro interruttore di attivazione potrà essere soltanto stringere fortemente il pugno della mano destra. possiamo cogliere segnali positivi anche di superstizione occulta. possiamo ottimizzare questo stato mentale ( gia’ in possesso dell’atleta) che sono rappresentati da segnali di rituali relativi a momenti particolarmente positivi. cercare qualcosa gia’ presente nell’atleta che potrebbe essere modificato al fine di  far funzionare tutto nel modo migliore possibile. essere attenti alle rappresentazioni dell’atleta, molto importante nei confronti dell’atleta dare delle sicurezze, certezze, fermezza, piccoli passi ma molto chiari e significativi. il numero di sedute  per far sviluppare una strategia all’atleta e’ variabile, ricordando che l’obiettivo finale e’ di restituire autonomia all’atleta.     Controllo dei pensieri Spostare il pensiero da negativo a positivo (fondamentale il lavoro durante le sedute di allenamento tecnico-tattico) lavorare sullo sviluppo di un dialogo interno che possa dare rinforzi positivi durante la gara. evitare di parlare di quello che l’atleta preferisce non sentire, ma focalizzare l’attenzione su quello di positivo che ha dentro. trasformare i (via da…) in verso… trovare una strategia valida per destrutturare un meccanismo negativo. in alcune situazioni anche bleffando (sempre a fin di bene) per poter raggiungere lo scopo. es: non sono in forma... trasformo in: magari anche il mio avversario non e’ in forma. ( cercare di togliere dal vocabolario dell’atleta il non es: non riesco, non sono in forma, non vincerò mai, ecc. ecc.) lavorare sulle visualizzazioni che bloccano segnali negativi.   Autoregolazione Può essere interessante l’utilizzo di contrazioni e decontrazioni  per mezzo del rilassamento progressivo di jacobson.   Recupero stato mentale Utilizzo di segnali post-ipnotici che servono per entrare e uscire dagli stati mentali.   Aumentare la capacità di concentrazione Il ruolo della concentrazione nell’atleta                       Controllo delle energie Trigger mentali. es: al 5° set di un incontro tiratissimo agli open di australia (vedi la semifinale del gennaio 2000 tra sampras e agassi vinta da quest’ultimo al 5° set dopo tre ore di gioco e dopo che sampras era arrivato nel 4° set quasi a vincere la partita si vedeva travolgere nel 5° set per 6-1 da un agassi che sembrava rigenerato da una solidità mentale che precedentemente aveva fatto propria sampras.)    devo trovare le energie nervose per fare emergere le energie rimanenti. quello che e’ successo nella semifinale sopra descritta e’ fattibile, a patto che sia stato strutturato un percorso con l’atleta tale da consentirci per mezzo dei famosi interruttori di attivazione di poter sfruttare tutto il potenziale residuo dell’atleta.     Gestione dello stress  (controllo dell’ansia pre-gara) Ci sono vere e proprie fobie. C’è il rischio di distruzione per la perdita di un incontro. un qualcosa vissuto in modo fortemente negativo che sfocia poi nella “nikefobia” e’ un debito che l’atleta deve pagare (in modo irrazzionale ) pulsione a non vincere l’incontro. possiamo parlare di nevrosi di scacco o di fallimento, una predisposizione a mettersi in situazioni spiacevoli per se stessi o per i propri obiettivi. lo stress ha le seguenti vie di paura:            fuga- attacco- immobilizzazione lo schema predefinito è un ancoraggio: -      aggrapparsi a qualcuno che diventi qualcosa -      mantenimento difensivo delle posizioni acquisite -      la vittoria gli ha fatto paura, quindi sensazione di immobilizzazione -      il raggiungimento della vittoria innesca un sentimento di inferiorita’ (riusciro’ a ripetere quella performance)   Ansia di stato Si manifesta nei giorni precedenti la gara con una agitazione  psicofisica o somatica e cognitiva.a livello fisico mobilitazione di vari organi interni:grande sudorazione, fortissima produzione di liquidi, aumento del battito cardiaco. e’ una rappresentazione di stress non reale. il goal-setting ovvero la formulazione di obiettivi a  breve, medio, lungo termine sono di fondamentale importanza, devono essere chiari e precisi, inoltre altrettando fondamentale sono le informazioni sui risultati che vengono conseguiti nel cammino verso il raggiungimento dei vari obiettivi ed eventualmente servire da correzzione agli obiettivi stessi. tutto questo fornisce all’atleta un grosso incentivo alla motivazione alla fatica nell’allenamento.   il dialogo interno dell’atleta è di fondamentale importanza: puo essere ansiogeno; oppure diminuire l’ansia. in questo caso puo’ essere fondamentale  il ruolo dell’allenatore con i suoi contenuti comunicativi anche sul piano tecnico-tattico.   1)   abbassamento dell’ansia pre-gara   partendo dal livello della prestazione ovvero dal rapporto tra arousal e prestazione arrivare ad avere un livello di arousal ottimale.    l i v e l l o  di  a r o u s a l        rapporto tra arousal e prestazione   nel  caso in percentuale piu probabile di livello di ansia elevato bisogna cercare di effettuare esercizi fisici pre-gara: potrebbero essere esercizi di corsa, scatti, provare dei servizi, ( tomas muster  atleta che è arrivato ad essere il numero uno del mondo arrivava al punto in fase di preparazione  di simulare quasi una partita vera e propria, prima di iniziare la patita)in pratica effettuare una trasformazione energetica (in questo momento l’atleta vive una situazione come se ci fosse un eccesso di energia una sorta di ingorgo energetico) il nostro compito è cercare di far circolare l’energia in tutto il corpo con una esaltazione di tutte le funzioni, in questo caso puo’ distribuirsi in tutto il corpo  oppure uscire sotto forma di scariche di glicogene o adrenalina.   E' altrettanto importante non fare abbassare troppo il livello di attivazione relativo al livello di prestazione della curva ad u rovesciata sopra proposta.   Nel caso di bassa attivazione pre-gara si consigliano esercitazioni che possano eccitare a livello psicofisico l’atleta. ad esempio: in fase di palleggio utilizzare due palline, oppure esercizi vicino alla rete centrale utilizzando delle palle numerate dove l’atleta dovra’ dire il numero in rapida successione. Model training: Far vivere all’atleta la dimensione della gara, gli ostacoli che l’atleta incontra deve superarli trovando una strategia che possa dare delle contromisure efficaci. tipi di immagini viste  con filmati, utilizzando fermo immagine o rallenty per copiare a segmenti il gesto. scomposizione del gesto prima a blocchi poi in movimento, ripassandola mentalmente in modo piu’ ricco possibile, in modo piu’ luminosa possibile. prima vediamo il vero protagonista, poi vediamo noi fare l’azione. a tale proposito puo essere importante l’utilizzo del video-tape durante l’allenamento per fare rivedere le azioni degli atleti. fare vedere le immagini dell’allenamento, creare sensazioni cenestesiche, sentire il peso delle gambe, delle articolazioni, creare una buona  abilita’ immaginativa. (utilizzo di una scatola con due buchi per mettere le mani, con dentro oggetti che non si vedono, far dire agli atleti quale e’ l’oggetto all’interno della scatola. Prima  fase Allenarsi alla rappresentazione di immagini future gradevoli. es: se esco con una bella ragazza la descrivo in tutti i particolari. è possibile l’utilizzo di musiche e suoni. il tempo delle visualizzazioni e’ variabile con una durata massima di 15 minuti. da 3 a 5 minuti possiamo considerarlo un tempo corretto, sempre che non intervengano pensieri negativi, in questo caso bisogna lavorare sulla correzzione dell’immagine negativa. si inizia con un lavoro in positivo con le luci, cambiando la musica, le voci, in modo tale da avere una situazione piacevole, a questo punto togliamo l’oggetto inquinante. Seconda  fase Fare una scala da 1 a 10 mentalmente, chiedendo all’atleta di rappresentarsi la sua gara migliore, dando un voto a questa prestazione. questa diventa un punto di riferimento e di partenza. importante e fare rappresentare la gara in tutte le sue parti sentendo le voci da dove provengono, l’atleta deve vedersi in tutte le forme possibili della gara, ma alla fine vedersi vincente. e’ possibile effettuare delle correzzioni di immagini o eliminazione di immagini negative. Terza  fase visualizzazione della gara peggiore, anche in questo caso utilizzo una scala di valori da 1 a 10, con dominanza a correzzione dei momenti negativi. arrivare a isolare i momenti che hanno disturbato l’azione e correggerli mentalmente. restano tracce negative delle gare precedenti  con prestazioni non buone, a questo punto ripetendo queste immagini cercare di cancellarle lentamente dalla mente dell’atleta. adesso fare solo visualizzazioni di buone gare. fare effettuare all’atleta una sorta di “  ricognizione mentale della gara che andra’ a fare”. il risultato di questa ricognizione e’ di creare nell’atleta  un ambiente famigliare, ovvero creare tracce famigliari nel nostro mondo interno, per trovare tranquillità.   Il preparatore psicologico di un atleta tennista dovrà quindi tenere sempre in grande considerazione il lavoro sugli stati mentali, la capacità di entrare e uscire, come fossero una sorta di interruttori on-off. far interiorizzare al proprio atleta la concentrazione ricordandogli che l’approccio ottimale alla gara è:   ogni colpo è il primo colpo (colpo su colpo); ogni game è il primo game; ogni gioco è il primo gioco.   Cerchiamo di fare uscire gli atleti dalle trappole mentali, ricordiamo a loro che se un essere umano e’ riuscito a fare una determinata cosa, posso provare anche io a farla. lasciamo sempre alle persone la capacita’ di raccontarsi. Se crediamo noi preparatori in un cambiamento lo faremo fare anche al nostro atleta. Per concludere Non esiste problema senza soluzione, nel problema c’è la soluzione, il problema è che non si vede la soluzione!

Continua...

Maratona: vincere nel pre-gara solo con la mente

La gestione dello stress pre-gara per ottimizzare le proprie potenzialità Molti podisti sono appassionati della metodologia dell'allenamento, da quale mezzo allenante è fondamentale per migliorare la Resistenza Aerobica; a cos'è la Soglia Anaerobica, a cosa serve; a che ritmo devono percorrere le ripetute. Ma pochi podisti sanno dell'importanza di "gestire lo stress pre-gara " per riuscire a realizzare una "peak performance", una performance di alto livello in base alle proprie potenzialità. Cosa significa tutto ciò per noi podisti? Quali indicazioni pratiche ci fornisce questa nuova visione del nostro organismo? In pratica tutto ciò significa che non è solo la periferia (il corpo) a influenzare la mente, ma è anche e soprattutto il contrario. La mente (il centro) condiziona il corpo (la periferia). Non solo, la mente riesce anche a influenzare il sistema endocrino (ormoni), e il sistema immunitario rendendolo meno efficace nel suo ruolo. Il tutto con il risultato finale che il corpo non rende al massimo delle sue potenzialità, anzi, rende proprio al minimo indispensabile. Questo avviene in qualsiasi situazione di stress, emotivo, fisico, sociale, affettivo. L'allenamento è uno stress fisico e psicologico per il nostro organismo che finché lo si riesce a gestire è uno "stress positivo", ma quando andiamo oltre le nostre possibilità si trasforma in "stress negativo", con conseguente abbassamento delle nostre prestazione, delle funzionalità di tutti i sistemi dell'organismo (endocrino, immunitario, psichico,), della capacità di riposare e rigenerarsi. Insomma diventa un circolo vizioso che ha bisogno di tempo e di cambiamenti mentali per essere superato. Allora lo stress pre-gara è una condizione necessaria prima di una Maratona che non è possibile sottrarsi?  Lo stress pre-gara, o meglio l'attivazione nervosa pre-gara è una caratteristica fondamentale per affrontare al meglio una Maratona. Ma a differenza delle gare brevi ove si deve sprigionare tutta l'energia nel più breve tempo possibile, quindi un'alta attivazione può essere non dannosa, anzi molte volte è positiva; nella Maratona è fondamentale che l'attivazione nervosa, con la liberazione di neurotrasmettitori (noradrenalina, adrenalina "ormoni lotta e fuga") sia moderata, non troppo bassa e neanche troppo elevata. Praticamente dobbiamo percepire energia nervosa e fisica in equilibrio, ma senza creare iper-attività del sistema nervoso con conseguente consumo eccessivo di zuccheri e percepire le gambe che tremano dall'eccessiva attivazione nervosa. Lo stress pre-gara (attivazione nervosa) è una condizione che colpisce ogni podista? Si può affermare che lo "stress pre-gara" (attivazione nervosa ) ci deve essere, è una caratteristica fondamentale del maratoneta, dallo sportivo in genera, ma al tempo stesso varia da maratoneta a maratoneta. La differenza nella gestione dello stress pre-gara , fa la differenza tra un podista eccellente (peak performance), e un podista mediocre (bassa performance). L'energia che circola nel nostro organismo prima della partenza ci deve servire per affrontare la gara, e non per consumarla prima della partenza per una errata gestione dello stress pre-gara. Visto e considerato il fatto che il Glucosio disponibile nel nostro organismo una buona percentuale serve al nostro cervello, quindi se l'attivazione nervosa è eccessiva, se la mente è preoccupata della gara che sta per affrontare, il glucosio disponibile sarà consumato in buona parte prima della partenza della gara, con la conseguenza di trovarci senza energia dopo metà gara e carichi di tensioni fisiche e mentali.   Allora cosa fare per gestire lo stress pre-gara?  Abbiamo verificato che lo stress pre-gara ci deve essere, ma deve essere moderato, in uno stato di equilibrio psicofisico. Per evitare che si generi in uno stato di surpluss di stress e quindi di attivazione nervosa eccessiva è fondamentale prendere le dovute precauzione e prepararsi mentalmente all'evento. Allenare la mente a controllare lo stress della gara è una condizione che dobbiamo avere provato e allenato durante la preparazione, soprattutto nelle sedute più impegnative e specifiche per la Maratona, Lungo Lento Specifico e Medio a Ritmo Gara.  Le tecniche utili a tale scopo sono diverse: Training Autogeno, Training Mentale, Yoga, Meditazione in genere. Senza entrare troppo nello specifico, possiamo affermare che tutte le tecniche di rilassamento del psicosoma (mente e corpo) si basano sul controllo del respiro, sul "pensiero positivo" ("ho svolto bene la mia preparazione quindi sono sicuro delle mie forze e posso affrontare al meglio la gara"), sulla visualizzazione e immaginazione, cioè visualizzare se stessi mentre si corre ed avere una immagine positiva e vincente di se stessi al traguardo. In risultato della gara dovremmo averlo ben visibile e limpido nella nostra mente senza interferenze negative. Tutte le tecniche di rilassamento hanno come principale obiettivo rilassare la mente conducendola in uno stato di calma e rilassamento profondo; e rilassare il corpo da tensioni muscolari che non ci permetterebbero di correre rilassati e decontratti con conseguente consumo di energie.  Cosa possiamo fare praticamente per limitare lo stress pre - gara? Lo stress pre-gara per chi è un soggetto "ansioso di natura", "introverso", si presenta già nei giorni precedenti la gara, quindi è necessario prima cosa riconoscerlo, prenderne consapevolezza e apportare quei cambiamenti mentali indispensabili per non soccombere allo stress.   Giorni prima della Maratona Pensare il meno possibile alla gara, distraendosi con attività collaterali alla corsa, (nuoto, pilates, ascoltare musica, leggere); rilassarsi svolgendo esercizi di respirazione: in momenti della giornata più tranquilli (meglio prima di andare a letto) dedicare del tempo all'ascolto e al controllo del respiro rilassando la muscolatura; svolgere esercizi di visualizzazione: abbinato agli esercizi del respiro possiamo visualizzare il percorso della gara e pre- vivere le emozioni della gara (urla della gente, volti, immagini, suoni); E' da premettere che il cervello non riesce a distinguere tra evento reale e immaginario quindi possiamo pre- vivere l'evento mentalmente prima che realmente;   Giorno della Maratona distrarsi e ricaricarsi ascoltando musica , prima della partenza possiamo alleggerire la mente e caricarla di energia positiva ascoltando della musica che ci trasmette emozioni, infatti la musica reagisce come l'attività fisica liberando endorfine (oppiaci naturali) nel nostro organismo e trasmettendo una sensazione di benessere generale profuso; sdrammatizzare l'evento parlando con amici o altri podisti che ci circondano: il parlare permette al corpo di liberarsi dalle tensioni muscolari e alleggerire la mente da pensieri inutili e forvianti; ripetersi il proprio mantra: il mantra tibetano non è altro che una parola, o frase che trasmette al nostro organismo una sensazione di forza, sicurezza, rilassamento; ricordare alla propria mente che siamo ben preparati e allenati per affrontare la Maratona ci trasmette forza e sicurezza; eseguire esercizi di stretching abbinati alla respirazione profonda: per allontanare la tensione al momento della partenza è possibile svolgere degli esercizi di stretching abbinandoli a una respirazione profonda e regolare; l'espirazione (eliminazione dell'aria dai polmoni) viene considerata come un'azione fisiologica che permette di eliminare qualcosa che è presente nel nostro corpo.   Ansia pre-gara Accanto all’eustress o stress positivo oggi distinguiamo anche il cosiddetto distress o stress negativo caratterizzato soprattutto da tensione, rabbia, difficoltà di concentrazione, ansia etc.  Non solo le gare ma lo stesso allenamento fisico può essere considerato uno stress psico-fisico e soltanto se saremo in grado di gestirlo adeguatamente esso rappresenterà una forma di eustress.    Il "giusto" quindi, come sempre, sta nel mezzo.    Nel caso della gestione dell’ansia in gara e/o pre-gara ciò sarà possibile attraverso l’impiego di una o più Tecniche di Mental Training. Ognuna di esse necessita, ovviamente, di una specifica preparazione mentale. Lo sviluppo della capacità di controllare lo stress richiede cioè la realizzazione di un allenamento mentale parallelo a quello fisico. Va da sé, infatti, che prim’ancora di essere in grado di gestire l’ansia in fase pre- o in gara occorre aver imparato a riconoscerne i segnali di attivazione, a reinterpretarne il significato, a gestire certi parametri psicofisici in allenamento (ad esempio durante le sedute specifiche per la maratona come i lunghi o i medi a ritmo gara).   Di solito un programma di Mental Training sulla gestione dell’ansia si sviluppa per almeno 2-3 mesi con una cadenza di 2-3 incontri a settimana. Ciò richiede una certa dose di impegno. E’ troppo facile, infatti, dire ‘non funziona’ quando non ci siamo nemmeno impegnati a seguire una precisa tabella di allenamento mentale! Significherebbe comportarsi come quelli che dicono ‘non riesco a correre per 2 ore di seguito’ quando non si sono mai nemmeno allenati per farlo!   Ma torniamo alla gestione dell’ansia. Tra le tecniche maggiormente utilizzate citiamo: Visualizzazioni (ad esempio lavorando sull’anticipazione del giorno della gara, imparando a creare immagini rilassanti). Tecniche di Rilassamento (es. Training Autogeno, Yoga, Rilassamento Progressivo). Self-Talk.   Nessuna tecnica è migliore delle altre. Ogni atleta, aiutato dal trainer, dovrà trovare quella che meglio risponde alle sue esigenze ed abilità e soprattutto dovrà capire quale e quanto l’aspetto cognitivo o viceversa quello somatico rappresenti, nel suo caso, la dimensione dominante. Sebbene, infatti, sia impossibile pensare ad un’ansia somatica priva della componente mentale, è pur vero che col passare del tempo spesso la dimensione cognitiva recede in secondo piano. Ma appunto non per tutti gli atleti è così. Pertanto per stabilire un efficace programma di Mental Training è opportuno valutare con l’atleta quale dimensione prenda di solito il sopravvento.   Vediamo ora alcuni elementi relativi alle Tecniche di Rilassamento senza però entrare nello specifico della loro applicazione (lo faremo in altri articoli).   Come già accennavo in passato le riserve energetiche di cui dispone l’atleta sotto forma di glicogeno sono qualitativamente ‘superiori’ rispetto a quelle dei grassi. Tuttavia mentre queste ultime sono assai numerose le prime appaiono alquanto limitate. Tutti sappiamo che proprio per questo è importante, soprattutto per il podista di lunghe distanze, allenare il corpo ad utilizzare come carburante una miscela di grassi e zuccheri. Inoltre proprio di glucosio si nutre il nostro cervello e ciò significa che quando esso diminuisce anche la concentrazione e la capacità di eseguire un efficace gesto atletico verranno meno!   Viceversa imparare delle Tecniche di Rilassamento (ad esempio il Training Autogeno di Shultz o il Rilassamento Progressivo della Jacobson) significa imparare a mettere in atto una serie di meccanismi capaci di ridurre la produzione di catecolamine e quindi anche il consumo delle riserve energetiche. In sintesi imparando a rilassare i muscoli otteniamo un duplice vantaggio:   Diminuzione della frequenza cardiaca, del ritmo respiratorio e conseguente scomparsa del vissuto soggettivo di ansia; riduzione del dispendio energetico determinato dalla liberazione massiccia degli ormoni dello stress.   L’insieme di questi fattori renderà più fluido, leggero (quindi più efficace, veloce) il nostro gesto atletico e meno dispendioso consentendoci, inoltre, l’ottimizzazione delle nostre risorse, aspetto questo fondamentale in tutti gli sport di resistenza.   Vale la pena concludere sottolineando un ultimo elemento basilare e comune a queste come a tutte le altre tecniche di Mental Training.   Sia il Traininig Autogeno che il Rilassamento Progressivo si basano sull’ormai ampiamente dimostrata connessione mente-corpo. Se è vero, infatti, che posso ‘sentire’ il muscolo contratto, che posso percepirne la ‘tensione’, analogamente posso produrre quella tensione-contrazione volontariamente, ‘pensandola’, decidendo cioè di contrarre il muscolo, di tenerlo in tensione. Ebbene lo stesso discorso, la stessa bi-direzionalità del processo, vale anche per il rilassamento: posso ‘sentire’ il muscolo rilassato, percepirlo come tale, ed allo stesso modo posso ‘rilassarlo’ pensandolo tale.   Si tratta del processo a due vie relativo al modo in cui le informazioni viaggiano all’interno del nostro corpo. Se le informazioni relative alla contrazione di un dato muscolo arrivano al mio cervello cosicché io possa dire ‘ho le gambe contratte’, così io posso, questa volta intenzionalmente, far partire lo ‘stimolo di rilassamento’ dal cervello verso le gambe.   Non è facile farlo ma certamente è possibile e, come dico sempre, a trarne beneficio sarà non solo la performance ma anche e soprattutto il rapporto con sé stessi che attraverso la corsa ognuno di noi rivive.  Bibliografia "Vincere con la mente. Come si diventa campioni: lo stato della massima prestazione" (Saggi) di Giuseppe Vercelli (Brossura - 12 gen. 2006) "Psicoendocrinoimmunologia" di Francesco Bottaccioli edizione Red. "Meditazione psiche e cervello. Una guida per accostarsi in modo scientifico alle tecniche meditative", autore Francesco Bottaccioli e Antonia Carosella . Maurizio Cipriano

Continua...

Psicologo Sportivo (la mente vincente)

La psicologia dello sport è una vasta corrente di pensiero dove confluiscono diverse dottrine (psicologia, medicina, psichiatria, sociologia, pedagogia, filosofia, igiene, educazione fisica, riabilitazione, ecc) ed è pertanto un argomento di competenza miltidisciplinare aperto al contributo che ciascuno può portare sulla base della propria preparazione specifica.  La Psicologia dello Sport è lo studio dei fattori mentali e psicologici che influenzano e sono influenzati dalla partecipazione e dalla prestazione nello sport, nell'esercizio e nell'attività fisica e l’ applicazione delle conoscenze acquisite attraverso questo studio che ogni giorno viene effettuato.  La Psicologia dello Sport professionale è interessata a come la partecipazione allo sport, all'esercizio ed all'attività fisica possa accrescere lo sviluppo personale ed il benessere durante l'intero arco della vita.  La Psicologia dello Sport riguarda quelle attività accademiche, di ricerca e professionali che forniscono la base per comprendere e stimolare il comportamento delle persone praticanti sport o attività fisica. Questo ambito dinamico può stimolare l'esperienza degli uomini, delle donne e dei giovani che praticano le varie forme dell'attività fisica, si rivolge sia a coloro che svolgono la loro attività per piacere personale e sia a quelli impegnati a livello di èlite in attività specifiche. Gli psicologi dello sport che svolgono questa attività a livello professionale s'impegnano nel comprendere i processi psicologici che guidano la prestazione motoria, i modi attraverso cui può venire stimolato l'apprendimento e incrementate le prestazioni e la maniera in cui possono essere efficacemente influenzati le percezioni psicologiche e i risultati. La Psicologia dello Sport trova le sue radici sia nelle scienze dello sport e del movimento e sia nella psicologia. E' una specializzazione della psicologia applicata e delle scienze dello sport. Abitualmente lo psicologo dello sport è un laureato in psicologia che ha seguito un percorso formativo specifico in psicologia dello sport e ulteriori training nell'ambito della psicologia clinica o delle organizzazioni. Talvolta la sua formazione iniziale è stata in scienze motorie, in scienze dell'educazione o in psichiatria e successivamente si è orientata in ambito psicologico. I ruoli professionali che può assumere dipendono, pertanto, dalla sua formazione e dai suoi interessi. Può lavorare in ambito accademico qualora il suo interesse fosse essenzialmente quello del ricercatore. Può essere rivolto allo sviluppo di interventi con allenatori, atleti e gruppi, spaziando dallo sport di alto livello allo sport per tutti, dai bambini, agli adulti e agli anziani. Può lavorare con gli enti locali e le organizzazioni sportive allo sviluppo di politiche di promozione dello sport praticato dai cittadini e nel monitorare sul territorio l'impatto di questi interventi.   Che la mente possa influire significativamente su ogni attività umana e, quindi, anche su quella sportiva è stato certamente chiaro fin dai primi Giochi Olimpici ateniesi; molti sono i manoscritti giunti fino a noi (Omero, Euripide, Pindaro, Pausania, ecc) che narrano come, fin da allora, il destino di una competizione sportiva non dipendeva esclusivamente dalla prestanza fisico-atletica, ma anche dall'astuzia, dalla strategia, dal coraggio, dallo stato d'animo, caratteristiche, quest'ultime, strettamente legate all'attività mentale dell'atleta. Nonostante ciò solamente intorno al 1890 alcuni educatori hanno espresso le loro opinioni sugli aspetti psicologici dell'educazione fisica. Norman Triplett nel 1897 effettuò i primi studi sulla performance in situazioni di agonismo. Fino al 1920 la letteratura esistente in merito comprendeva in prevalenza articoli isolati. Coleman Griffit (1925) istituì il primo laboratorio di Psicologia dello Sport presso l'Università dell'Illinois. In 23 anni, dal 1925 al 1948, sono stati pubblicati su temi di psicologia sportiva meno di dieci lavori all'anno. Dal 1949 al 1958 il numero dei lavori si triplicò: 280. Dal 1959 al 1963 sono apparsi 300 lavori, 60 all'anno e nel 1965 a Roma si è svolto il primo Congresso Mondiale di psicologia dello sport fortemente voluto da uno psichiatra italiano, Ferruccio Antonelli, che ebbe il merito di riunire molti esperti del settore. Nello stesso anno sempre a Roma si fondò l'International Society of Sport Psychology. Nel 1970, Ferruccio Antonelli, convinse un suo amico editore, Luigi Pozzi, a pubblicare l'International Journal of Sport Psychology. Alcuni ricercatori sovietici, Vanek e Cratty, tentarono di studiare le abilità possedute da atleti di elite per distinguerli dai principianti e, nello stesso periodo, la psicologia dello sport iniziò ad entrare nelle università, con l'istituzione di master, dottorati e corsi di specializzazione. Tra il 1970 ed il 1980 furono condotti studi sul miglioramento della performance, sulla personalità dell'atleta e sulla motivazione (Ruffar, 1975; Tattersfield, 1975; Gillmore, 1976). Nel 1979, in USA, Rainer Martens fondò la Human Kinetics Publishing Company, casa editrice di riviste importanti quali The Sport Psychologist e Journal of Sport and Exsercise Psychology. Nella stessa nazione, nel 1985, su ispirazione di John Silva, nacque la Association for the Advancement of Applied Sport Psychology (AAASP). Negli anni ottanta si studiarono tecniche mirate al miglioramento della prestazione (Salmela, 1981; Most, 1981, Michele, 1984; Singer, 1984; Swinn, 1986; Hahn, 1986; Unesthal, 1987). Nel 1993 fu pubblicata la prima edizione di Handbook of Research on Sport Psychology da Singer e colleghi in cui erano raccolte le ricerche più significative pubblicate fino ad allora. "Dalla prima pubblicazione di questo manuale, vi sono state molte evoluzioni, segno di maturità.. Esempi ne sono la vasta gamma di specifiche ricerche contemporanee, la complessità della metodologia della ricerca, così come il riconoscimento che la pratica deve essere fondata su principi scientifici certi. E' giunto il tempo in cui la vasta espansione delle ricerche di psicologia sportiva dovrebbe essere un'unica, rispettata ed influente nicchia tra la psicologia e le scienze dello sport" .     CAMPO PSICOSOCIALE   Nel Nord America è in aumento la tendenza ad orientare gli studi di psicologia sportiva verso il campo "psico-sociale" dello sport. Contrariamente, in Australia, Europa ed Asia viene posta maggior attenzione a studi sull'insegnamento e sul controllo del movimento. Per quanto riguarda le prospettive future, un approccio multidimensionale della psicologia dello sport, in cui ciascun esperto può dare il proprio contributo a seconda delle proprie competenze, sembra essere quello più accettato e con maggiori probabilità di successo.     Nella maggior parte dei paesi industrializzati lo psicologo sportivo è un professionista che ha effettuato una serie di studi accademici e che ha, pertanto, conseguito delle competenze ed un titolo riconosciuti. Purtroppo, in Italia la situazione è completamente diversa: nonostante il primo Congresso Mondiale di Psicologia dello Sport sia stato organizzato ed ospitato a Roma nel 1965, nel nostro paese l'ingresso ufficiale di tale disciplina all'interno dell'Università deve ancora avvenire. In tutti questi anni, la figura del Prof. Ferruccio Antonelli è riuscita a tenere insieme la maggior parte degli esperti italiani del settore, ma dopo la sua morte, avvenuta nell'anno 2000, la "fragilità" di una disciplina non ancora pienamente riconosciuta si è ancor più evidenziata con la nascita, dalla prima Associazione Italiana di Psicologia dello Sport (AIPS), di un'altra società, la Società Italiana di Psicologia della Sport (SIPsiS). Attualmente, in Italia, non esiste un albo ufficiale dei professionisti abilitati alla pratica della psicologia dello sport e la formazione per tale disciplina viene effettuata prevalentemente da centri e/o organizzazioni private, che al massimo, collaborano con strutture pubbliche. Senza questa breve premessa, non si riuscirebbe a capire per quale motivo, per esempio nel Nord America o in Australia, oggi, quasi tutte le società professionistiche, i settori giovanili, le federazioni sportive, le scuole, si avvalgono di un servizio riconosciuto di psicologia sportiva quale strumento integrativo, ma necessario ed in Italia, invece, questo stesso servizio faccia molta fatica ad essere conosciuto, riconosciuto e, conseguentemente, richiesto. A ciò si deve aggiungere che il pregiudizio che subisce oggi chi opera nel campo della psicologia sportiva è anche da attribuire al comportamento non completamente corretto di alcuni professionisti dell'ambito psicologico; presentandosi l'occasione di lavorare in ambito sportivo, senza le competenze adeguate, sono andati incontro, oltre all'inevitabile "esonero" anche all'irrigidimento delle società sportive, che, successivamente, si sono rifiutate di assumere altri "psicologi dello sport". Attualmente lo Psicologo Sportivo fornisce la propria consulenza a singoli atleti, a società e federazione sportive, ad enti pubblici e privati, ad istituzioni con la finalità di perseguire i seguenti obiettivi: · offrire INFORMAZIONI sui fattori psicologici dello sport; · migliorare l'APPRENDIMENTO dello sport; · aiutare i GIOVANI a maturare con lo sport; · preparare un programma di PREPARAZIONE MENTALE personalizzato;  · effettuare CONSULENZA; · conoscere ed utilizzare le DINAMICHE DI GRUPPO; · eseguire una VALUTAZIONE PSICODIAGNOSTICA; · mirare al BENESSERE psicofisico per ogni fascia di età.   PENSIERO POSITIVO Alla fatidica domanda riguardo quale parte del bicchiere si guardi più spesso, non tutti rispondono il "bicchiere mezzo pieno". Una buona parte della popolazione, infatti, tende a porre maggior attenzione al negativo ("bicchiere mezzo vuoto"). E succede che ciò che, inizialmente, sembra essere solo una predisposizione poi diventa inevitabilmente un'abitudine. E' proprio così, nella grande differenza interindividuale, c'è chi spontaneamente, aprendo la porta di una stanza sconosciuta (come la vita), guarda (o cerca) prevalentemente gli oggetti, gli arredi, le cose piacevoli e chi, invece, altrettanto naturalmente, guarda (o cerca) prevalentemente gli oggetti, gli arredi, le cose spiacevoli. Il perché di tale realtà è, certamente, radicato su dinamiche psicologiche complesse che, a seconda dei casi, poi trova conferme e/o disconferme nell'esperienza della quotidianità. Una verità ancor più importante è che in ogni individuo, senza alcuna ombra di dubbio, il positivo c'è. In alcune persone è chiaro, evidente ed in bella mostra, in altre è da ricercare con il lumicino, ma c'è. Il pensiero positivo, quindi, prima ancora di essere una tecnica di preparazione mentale, è una filosofia di vita. Senza tale approccio interiore, senza cioè ricercare il positivo esistente negli altri, è davvero difficile e quantomeno bizzarro utilizzare questa importante tecnica di mental training. Si cadrebbe, empaticamente, in contraddizione. La tecnica. Per poter effettuare tale pratica, è importante che lo psicologo sportivo conosca bene l'atleta in modo da sapere qual'è la sua predisposizione iniziale "a pensare positivo". Bisogna capire come l'individuo, che si vuole preparare, vive gli eventi positivi e quelli negativi. In seguito a cosa, a suo avviso, si è vinto o perso. Bravura, fortuna, fatalità? Anche da questi elementi è possibile valutare l'autostima dell'atleta e l'autoefficacia (autostima gesto-specifica) sapendo che chi pensa spesso in negativo, probabilmente, ha una bassa autostima E' bene, pertanto, aiutare l'atleta a cercare, inizialmente insieme, ciò che di lui è positivo per poi cominciare a "tirarlo fuori". E' un allenamento continuo: spostare il negativo, vedere positivo, stoppare i pensieri neri, far avanzare solo quelli chiari. Mano a mano, ciò che sembra uno sforzo diventa naturale. L'atleta scopre che ha imparato a pensare positivo. E siccome il pensiero positivo è "contagioso", senza rendersene pienamente conto, l'atleta comincia ad insegnare a pensare in positivo a chi sta accanto a lui. Questa è la migliore prova che la tecnica è stata compresa, accettata e praticata.       Bibliografia Statement dell'International Society of Sport Psychology Association for the advancement of applied sport psychology (AAASP), 1985 Antonelli e Salvini, 1978  (Hanbook of Sport Psychology, second edition 2001) http://www.psicologiasportiva.it/psicosportiva/cosa.asp PASSIM http://www.my-personaltrainer.it/salute/psicologia-sport1.html  Stefano Casali  Lo psicologo dello sport http://outdoorpassion.lastampa.it/news/mental-training-pensiero-positivo-14300  Salvo Russo psichiatra, psicoterapeuta, psicologia dello sport    

Continua...

Il valore del Gruppo all'interno della Squadr...

La squadra è uno specifico tipo di gruppo che, a sua volta, può essere definito come un insieme dinamico costituito da individui che si percepiscono più o meno interdipendenti per qualche aspetto. I gruppi ristretti, da un punto di vista descrittivo, si possono dividere in: gruppi primari, nei quali lo scopo dell'aggregazione è di soddisfare i bisogni emotivi e sociali dei membri. Sono i "gruppi di fatto", ai quali si appartiene senza obblighi (es. la famiglia) oppure i gruppi spontanei, ai quali si partecipa per adesione spontanea (es. associazioni varie); gruppi secondari, nei quali lo scopo è di raggiungere degli obiettivi specifici e limitati vincolando le persone ad un ruolo ben definito.   Si distinguono in "gruppi imposti", nei quali la partecipazione è imposta da una coazione esterna (es. gruppi militari); "gruppi contrattuali", a cui si aderisce in forma volontaria accettandone le norme in vista di scopi utilitaristici.   I gruppi possono, altresì, suddividersi in: gruppi sociologici, costituiti da un insieme di individui che hanno qualche caratteristica in comune e condividono un'attività e una condizione (es. gruppi di lavoro); gruppi psicologici, composti da persone la cui coesione deriva da una comune risonanza emotiva (es. tifosi, fans). La squadra sportiva può essere, pertanto, considerata come un gruppo primario volontario (con connotazioni secondarie di tipo contrattuale, se professionistica) ed asimultanea rilevanza sociologica e psicologica.   Le caratteristiche del gruppo-squadra sono: a livello individuale: complementarietà, esistenza di uno scopo significativo comune, capacità di risolvere problemi e prendere decisioni; a livello di gruppo: visione comune, compenso basato sui successi della squadra (non del singolo), leadership solida e partecipativa. Secondo Tuckman (1965), la trasformazione di un collettivo di individui in squadra passa da 5 stadi. Il tempo necessario al passaggio da uno stadio ad un altro è vario; i diversi stadi non sono tappe obbligate, talvolta uno o più di essi possono essere saltati.   Stadi di creazione di una squadra Forming: i membri familiarizzano, studiano forze e debolezze reciproche, verificano se sono parte delgruppo, identificano il loro ruolo, comparano l'attenzione che il coach dedica a ciascuno di loro; il gruppo individua i compiti. Fattori rilevanti: la strategia di gioco deve coinvolgere tutti, importante ciò che accade al primo allenamento. Storming: i membri attuano atteggiamenti di resistenza al leader, rifiutano il controllo da parte del gruppo, sono in conflitto con le richieste poste; il gruppocomincia a fissare le prime regole di squadra. Fattori rilevanti: il coach deve attuare un tipo di comunicazione aperta, lo stress deve essere ridotto per ridurre l'ostilità; Norming: i membri sostituiscono l'ostilità con cooperazione e solidarietà, elaborano uno spiccato senso di umiltà, sono rivolti alla coesione, nutrono un profondo senso di rispetto per gli altri, avvertono la stabilità dei reciproci ruoli; il gruppo lavora per un obiettivo comune. Fattori rilevanti: complimentarsi per gli sforzi, i miglioramenti e la qualità della performance; Performing: i membri incanalano tutti gli sforzi per il successo del team, ricorrono al problem solving come processo di gruppo, si aiutano reciprocamente; il gruppoè orientato alla performance. Fattori rilevanti: creare un clima di collaborazione, eliminare competizione ed aggressività verso i compagni; Adjourning: i membri diminuiscono i contatti tra loro, si riduce il senso di dipendenza reciproco, avvertono di aver completato il loro compito, sono consapevoli che il compito del gruppo è finito.   L'interazione è un processo attraverso il quale due o più persone si influenzano a vicenda, diventando l'una per l'altra effetto e causa delle rispettive azioni. Il modello classico dell'interazione è il feed-back. Un esempio di interazione è rappresentato dai due schermitori durante un assalto, in quanto le mosse di ciascuno risultano regolate sul comportamento dell'altro. Mentre l'interazione è una relazione sociale in quanto prevalentemente regolata da norme, valori, modelli di comportamento interiorizzati a livello di prescrizioni di ruolo, il rapporto interpersonale di gruppo risponde ad esigenze di natura affettiva. Esso è legato alla dinamica dell'attrazione, del rifiuto e del conflitto: l'attrazione, tra i membri di una compagine sportiva, non nasce dalla complementarietà (attrazione degli opposti), quanto dalla similarità cioè dalla comunanza di valori, credenze, atteggiamenti e tratti ritenuti importanti o ideali nell'universo sportivo. Nel gruppo sportivo essa è un dato importante in quanto permette di superare le fasi disgregative o comunque conflittuali che l'attività agonistica determina con il suo carico di ansie e frustrazioni; il rifiuto o repulsione è una dinamica che non implica ostilità, ma indisponibilità, indifferenza, divergenza culturale, ideologica, emotiva, più una serie di difese inconsce (proiezione, identificazione proiettiva, ecc.) che possono attivare un processo di rifiuto interpersonale; il conflitto è inevitabile nella vita del gruppo, e soprattutto della squadra sportiva, in cui esiste sempre un'alta tensione emotiva; anzi, la sua assenza indica un deterioramento nell'intreccio motivazionale ed affettivo tra i membri del gruppo. Fenomeni e processi dinamici dei gruppi sala degli specchi: situazione in cui tutti fungono da controllo e schema di riferimento reciproco (es. due pugili che si studiano); socializzazione: il sorgere della relazione di gruppo mediante forme di comunicazione verbale e non verbale; teorizzazione: interpretazione razionalizzata con cui viene spiegato agli altri il proprio o il loro modo di reagire e comportarsi nel gruppo; difesa del gruppo: tacito accordo per non alterare una situazione di equilibrio e di consenso reciproco, con controllo delle ansie (es. conversazione banale su un scompartimento ferroviario); capri espiatori: accordo sotterraneo per scaricare l'aggressività su un individuo interno o esterno al gruppo; aggressività: ostilità competitiva invidiosa tra i membri; regressione: espressione verbale di materiale inconscio contenente richieste d'attenzione, aiuto, affetto; risonanza: capacità di entrare in relazione sulla base di stati d'animo comuni; silenzi: rifiuto di appartenenza al gruppo o richiami di attenzione su di sé; formazione di sottogruppi: il dissenso all'interno del gruppo genera fenomeni di scissione, riferibili a meccanismi persecutori. polarizzazione emotiva: caratterizzata dall'orientarsi e dal convergere su di una persona dei vissuti del gruppo (es. atleta che nella squadra si oppone costantemente all'allenatore, può cumulare una propria motivazione interiore con l'incoraggiamento sotterraneo della squadra, anche se non esplicitato. Nel mentre l'atleta opposizionista soddisfa una propria esigenza legata a conflitti con le immagini autoritarie del suo passato, gratifica, in diversa misura, esigenze simili negli altri membri del gruppo).      Leadership      Per leadership si intende un processo di influenza interpersonale, orientato al raggiungimento di particolari obiettivi che uno o più membri del gruppo esplicano nei confronti degli altri in virtù di qualità "polarizzanti". Nello sport l'allenatore svolge tale ruolo che è influenzato dal proprio "stile" pur mantenendo i medesimi compiti (dirigere, decidere, organizzare, pianificare, istruire, formare, sviluppare, supportare, motivare, valutare). L'allenatore svolge tali compiti nei confronti degli atleti attraverso: trasmissione e sviluppo delle competenze sportive; costruzione ed organizzazione del gruppo-squadra (teambuilding); mantenimento di ordine e disciplina; pianificazione dei compiti e programmazione delle attività in vista del raggiungimento degli obiettivi prefissati; supporto sociale e motivazionale.   Le caratteristiche per una leadership positiva ed efficace sono: sapere che il proprio ruolo è "servire" e non "essere serviti"; creare una cultura in cui tutti si sentano parti importanti dell'organizzazione; dare direttive chiare; abituarsi ad essere efficaci, con poche parole; conoscere la differenza tra intensità ed emotività; criticare in privato e lodare in pubblico; separare l'errore dalla persona che sbaglia; enfatizzare il lavoro di squadra, piuttosto che l'individualità; focalizzare il futuro senza trascurare l'immediato; accettare critiche e rimproveri Un modello per meglio comprendere e conoscere la leadership è quello multidimensionale di Chelladurai (1990). In tale modello, le caratteristiche del coach, quelle del gruppo-squadra e della situazione vengono ugualmente prese in considerazione; la performance e la soddisfazione dei membri del gruppo sono in funzione del grado di congruenza tra: comportamento richiesto (dal contesto); comportamento reale del leader (percezione); comportamento preferito dal gruppo (desiderato) Tale congruenza è valutabile anche grazie al Leadership Scale for Sport (Chelladurai & Saleh, 1980). La leadership di un allenatore è influenzata dal suo stile decisionale che esprime, tra l'altro, alcuni tratti della sua personalità. I 5 principali stili decisionali secondo Vroom e Jago (1978): Autocratico I: prende personalmente le decisioni basandosi sulle informazioni ottenibili; Autocratico II: ottiene le informazioni necessarie dai membri e decide da solo; Consultivo I: condivide i problemi con i membri più influenti del gruppo consultandoli individualmente, tiene in considerazione le loro idee e prende da solo le decisioni; Consultivo II: condivide i problemi con tutti i membri riuniti, tiene in considerazione le loro idee e prende da solo le decisioni; Stile di gruppo: condivide i problemi con il gruppo, lascia che questo generi ed esamini delle soluzioni alternative e giunge a una soluzione consensuale.   - Bibliografia - “Psicologia generale”  Luigi Anolli e Paolo Legrenzi “Il gioco del calcio” Mario Bonfanti

Continua...

Overtraining, cause e prevenzione

In questi anni si è registrato un crescente interesse nei confronti del sovrallenamento, cercando di meglio definirne gli elementi caratterizzanti, i mezzi che ne consentono la diagnosi e le procedure che ne favoriscono la prevenzione o la cura, quando esso si sia ormai verificato. Il sovrallenamento (overtraining) viene oggi definito come una situazione di squilibrio tra gli stress derivanti dai carichi di lavoro sostenuti in allenamento o in competizione e le capacità di recupero dell’atleta; esso provoca un calo prestativo a livello psico-fisico ed è caratterizzato da turbe neuroendocrine, che comportano alterazioni della trasmissione e/o della risposta degli organi bersaglio a segnali ergotropici. Per poter effermare che un atleta si trova in una situazione di sovrallenamento è indispensabile il riscontro di un calo prestativo duraturo. Non esiste infatti una netta demarcazione tra la normale fatica fisiologica e il sovrallenamento, stante l’esistenza di una fase intermedia, definita sovrallenamento a breve termine (overreaching). Non è semplice giudicare quando un atleta, da una situazione di normale affaticamento, stia entrando in uno stato di overreaching o quando da questo stia sconfinando nell’overtraining; tanto più che oggi si arriva a volte deliberatamente all’overreaching, al fine di ottenere poi il massimo adattamento e di conseguenza, la massima elevazione delle capacità prestative. Una delle caratteristiche che distinguono il sovrallenamento a breve termine da quello vero è la constatazione che dal primo, dopo un adeguato recupero, è possibile ottenere dei miglioramenti prestativi (secondo alcuni allenatori, superiori a quelli che si potrebbero raggiungere senza sconfinare nell’overreaching), mentre una volta incorsi nel secondo, l’unica via di uscita è una fase di recupero che si protragga per settimane con un consensuale scadimento della performance. Per quanto riguarda gli elementi della struttura dell’allenamento che favoriscono l’insorgenza del sovrallenamento si ritiene che incida maggiormente il volume di lavoro, specie se di intensità relativamente elevata, piuttosto che la sua intensità di per sé. Tuttavia è ragionevole ritenere che un ruolo importante possa essere giocato sia dalla scelta e dalla combinazione reciproca dei mezzi di allenamento, sia dal rapporto tra le fasi di carico e quelle di scarico (all’interno del microciclo settimanale, come del mesociclo e, più in generale, della pianificazione stagionale). Spesso si è portati a pensare che il sovrallenamento debba riguardare solo coloro che praticano sport a livello agonistico, affrontando carichi di lavoro posti in assoluto ai limiti della capacità di sopportazione dell’organismo umano. L’esperienza dimostra invece che nel sovrallenamento possono incorrere anche soggetti che non sono sottoposti a carichi di lavoro elevati in assoluto, ma comunque eccessivi in relazione alle capacità di sopportazione individuale; su queste ultime possono incidere molteplici fattori, inclusi quelli legati allo stile di vita. La recente fioritura di ricerche mirate al problema del sovrallenamento ha consentito un miglior riconoscimento degli elementi indicatori dell’overtraining nelle sue diverse forme e gradazioni, nonostante sia ancora indispensabile un approccio diagnostico basato sulla valutazione di un vasto spettro di elementi. Non esiste, in altri termini, il “test” o il “marker” che riveli lo stato di sovrallenamento; per un sicuro riconoscimento del problema occorre incrociare diverse informazioni, riguardanti innanzi tutto il livello prestativo dell’atleta e poi parametri ematochimici e psicologici.   Segni clinici di rischio sovrallenamento diminuzione della capacità di prestazione; ridotta tolleranza ai carichi di allenamento; perdita di coordinazione; diminuita efficienza ed ampiezza del movimento; ridotta capacità di correggere gli errori tecnici; aumento della frequenza cardiaca e della ventilazione ad intensità sottomassimali; dolenzia muscolare.   Sintomi del sovrallenamento di tipo simpatico peggioramento della prestazione; perdita del desiderio di allenarsi e gareggiare; aumento della frequenza cardiaca e della pressione arteriosa a riposo; ipotensione ortostatica; ritardato recupero dopo l’esercizio; diminuzione dell’appetito; perdita di peso; irritabilità; insonnia; aumento dell’incidenza di infortuni e infezioni.   Sintomi del sovrallenamento di tipo parasimpatico peggioramento della prestazione; diminuzione della frequenza cardiaca a riposo; ipoglicemia durante l’esercizio; atteggiamento flemmatico e apatia generale; diminuiti livelli di frequenza cardiaca e lattacidemia dopo l’esercizo massimale I parametri ematochimici riguardano il sistema endocrino, e in particolare le secrezioni di catecolamine, cortisolo e testosterone. Sistema simpatico Da un punto di vista clinico si distinguono due tipi di superallenamento: nel primo, caratteristico degli atleti praticanti discipline di potenza, prevalgono i sintomi legati ad un aumento dell’attività simpatica (aumento della frequenza cardiaca e della pressione arteriosa a riposo, diminuzione dell’appetito, dimagramento, irritabilità, insonnia, ecc.); nel secondo, tipico degli atleti di resistenza, la sintomatologia è legata ad una inibizione del sistema simpatico e quindi ad una prevalenza del parasimpatico (bradicardia a riposo e da sforzo, ipoglicemia durante l’esercizio, riduzione della massima capacità lattacida, apatia). Alcuni di questi sintomi, come la bassa frequenza cardiaca a riposo e un più rapido recupero della frequenza cardiaca basale dopo lo sforzo, sono assai ingannevoli, potendo essere confusi con le modificazioni positive indotte dall’allenamento. E’ noto infatti come gli atleti allenati alla resistenza mostrino i segni di una ridotta attività simpatica in risposta al lavoro, indicata da bassi livelli plasmatici di noradrenalina (NA) e adrenalina (A), controbilanciati tuttavia da un’accresciuta sensibilità periferica alle catecolamine, testimoniata da una maggior densità di beta-2 adrenocettori sulle cellule bersaglio. Negli atleti che soffrono del tipo parasimpatico di superallenamento l’escrezione basale di catecolamine è ridotta, indicando una diminuzione dell’attività simpatica intrinseca (segno di fatica centrale?). Per contro, la risposta adrenergica allo stress imposto dal lavoro è accresciuta in conseguenza di una minor sensibilità periferica alle catecolamine, dovuta alla ridotta densità degli adrenocettori degli organi bersaglio (segno di fatica periferica?). Si realizzano pertanto situazioni opposte a quelle che caratterizzano l’adattamento alle attività di resistenza. Il superallenamento di tipo parasimpatico è inoltre caratterizzato da un esaurimento dell’asse ipofisi-surrene con mancata risposta agli stimoli dell’iperglicemia e dell’esercizio fisico, di cui sarebbe espressione una ridotta secrezione di cortisolo. Il superallenamento di tipo simpatico è invece caratterizzato da un’accresciuta secrezione di cortisolo, legata ad una ridotta sensibilità dei recettori dell’ioppocampo al cortisolo medesimo con sottoregolazione del normale feed-back e ripetuta attivazione da stress dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene.   Cortisolo I livelli plasmatici del cortisolo (C) aumentano dopo un esercizio di intensi tà superiore al 50% del V02 max come conseguenza dell’attivazione da stress dell’asse ipofisi-surrene e ritornano ai valori basali entro qualche ora. Durante un ciclo di allenamento si verificano modificazioni dei livelli basaIi del C in relazione al volume totale dei carichi di lavoro e/o agli adattamenti conseguiti dagli atleti. In particolare, valori basaI i di C elevati si trovano nelle fasi di lavoro allenante incrementale, associati a ridotta capacità di prestazione e si normalizzano con il perfezionarsi dell’adattamento e il parallelo miglioramento della prestazione. Invece, se la prestazione dell’atleta rimane a bassi livelli malgrado la modulazione del carico nelle fasi successive del ciclo di allenamento e i livelli basali del C non si normalizzano in alcune settimane si deve concludere per un mancato adattamento. In questo senso, elevati e persistenti livelli basali di C sono indice di rischio di superallenamento.   Testosterone L’esercizio breve e intenso determina un aumento del testosterone (T) come risposta alla generale attivazione ipofisaria; l’esercizio prolungato determina una riduzione del T, specie nei soggetti non adattati, probabilmente dovuta alla inibizione da stress della secrezione gonadica legata all’aumento della prolattina e del C. I livelli basali di T appaiono ridotti negli atleti praticanti sport di resistenza, specie nelle fasi di lavoro incrementale, per riduzione della funzione testicolare da disfunzione ipotalamica da stress.   Rapporto testosterone/cortisolo Il rapporto T/C, calcolato sui valori di base dei due ormoni, è ritenuto un indice dell’attività anabolica dell’organismo: una sua diminuzione indica una tendenza al catabolismo, mentre un aumento esprime una tendenza verso l’anabolismo. Una certa diminuzione del rapporto T/C nelle fasi di incremento dei carichi di lavoro è indice di un allenamento adeguato ed efficace. Tuttavia, una diminuzione del T/C superiore al 30% rispetto ai valori iniziali è considerata da alcuni un indice di rischio di superallenamento.   La prevenzione del sovrallenamento Deve essere innanzi tutto effettuata attraverso un’attenta programmazione dell’allenamento, che preveda un’attenta pianificazione dei carichi di lavoro, della loro quantità e dei loro reciproci rapporti; è inoltre indispensabile analizzare gli elementi che possono direttamente o indirettamente rivelare le capacità individuali di sopportazione dei carichi di lavoro stessi. In particolare, si suggerisce di attuare la prevenzione attraverso i punti seguenti: struttura dell’allenamento che preveda adeguati periodi di rigenerazione; individuazione ed esecuzione periodica di una serie di test, che consentano di evidenziare eventuali segni di sovrallenamento; esecuzione dei test in momenti in cui non vi sia il rischio di confondere la normale fatica derivante dall’allenamento con i possibili segnali di sovrallenamento. La programmazione scrupolosa dell’allenamento e gli opportuni controlli, per quanto mirati e dettagliati, non devono comunque far passare in secondo piano le sensazioni soggettive dell’atleta, che, quando correttamente interpretate, assumono un’importanza cruciale anche nell’interpretazione dei dati oggettivamente riscontrati nei test e negli esami ematochimici o di altra natura.

Continua...

Pagina 2 di 2
Are you looking for the best website template for your web project? Look no further as you are already in the right place! In our website templates section you will find tons of beautiful designs - for any kind of business and of any style. You are in a unique place - join us today BIGtheme NET

Filtro contenuti

Filtra: 
DMC Firewall is developed by Dean Marshall Consultancy Ltd