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Benessere e salute

Intelligenza Emotiva - Riconoscere le Emozioni

“Se riesci a tradurre in parole ciò che senti, ti appartiene.” Henry Roth Quando si parla di emozioni si ha spesso la tendenza a classificarle in positive e negative, buone o cattive, utili o inutili. Una classificazione in realtà non esatta, in quanto tutte le emozioni sono da ritenersi utili. Sarebbe più corretto invece parlare di emozioni funzionali o disfunzionali, appropriate o inappropriate al momento o alla situazione che stiamo vivendo. Affrontare un esame in un forte stato di stress o ansia potrebbe rivelarsi poco funzionale per il suo superamento. Per un atleta affrontare una gara con uno stato d’animo dominato dalla paura comporterà una prestazione condizionata e impedirà una performance di alto livello. Dunque, come diceva Aristotele, il problema non risiede nello stato d’animo in sè ma nell’appropriatezza dell’emozione e della sua espressione. La parola emozione deriva dal verbo latino “moveo”, muovere, che con l’aggiunta del prefisso e (movimento da) indica la tendenza ad agire. Di fatto un’emozione è un impulso all’azione. Affinché un’emozione sia funzionale alla situazione che stiamo vivendo è fondamentale che l’impulso sia adeguato all’azione che stiamo andando a compiere, è necessario cioè dotare di intelligenza le nostre emozioni. Nel 1990 i professori Peter Salovey e John D. Mayer introducono il concetto di intelligenza emotiva definendola come “La capacità di controllare i sentimenti e le emozioni proprie ed altrui, distinguere tra di esse e di utilizzare queste informazioni per guidare i propri pensieri e le proprie azioni”. Il termine fu poi reso maggiormente popolare da Daniel Goleman, insegnante di psicologia ad Harvard, mediante la pubblicazione del suo libro “Intelligenza Emotiva” (1995) in cui quest’ultima viene descritta come un insieme di competenze o caratteristiche che sono fondamentali per affrontare con successo la vita. Secondo Goleman, Mayer e Salovey queste competenze sono: conoscere le proprie emozioni; controllare le proprie emozioni; motivare sé stessi; riconoscere le emozioni degli altri; utilizzare le competenze sociali nell’interazione con gli altri. Per quanto riguarda il riconoscere le proprie emozioni, Goleman fa riferimento allo stato di consapevolezza di sè che rende una persona in grado di dare un nome alle emozioni quando queste emergono. Secondo l’autore questa capacità è una delle basi dell’intelligenza emotiva perché incrementa il livello di autoconsapevolezza dell’individuo, la capacità di compiere scelte consapevoli e l’abilità di controllare e monitorare la propria vita. E’ attraverso l’educazione e lo sviluppo di queste abilità che possiamo imparare ad essere emotivamente intelligenti e ad usare le emozioni a nostro vantaggio anziché esserne sopraffatti. Il prof. Mark Greenberg, uno dei più importanti esperti mondiali di educazione alle emozioni, ci fa capire quanto sia importante l’alfabetizzazione emotiva: “… Anzitutto, la ricerca indica che quando i genitori riconoscono le emozioni negative dei loro bambini – la rabbia e la tristezza – e li aiutano ad affrontarle, a lungo andare i bambini riescono a regolare meglio le proprie emozioni sotto il profilo fisiologico e a sostenere un comportamento positivo. D’altro canto, quando i genitori ignorano o puniscono i bambini se mostrano tali emozioni, oppure quando si arrabbiano con loro, a lungo andare i figli, sapendo che tali emozioni non possono essere condivise, si chiudono in se stessi. Raggiunta l’età di un anno alcuni bambini, quando sono arrabbiati e sconsolati, anziché andare dalla madre evitano il contatto con lei. L’elemento cruciale è, in questo caso, che i rapporti durante l’infanzia segnano il corso del successivo sviluppo sociale-emotivo. La quantità di emozioni positive, ad esempio la gioia, nei rapporti durante l’infanzia, è fondamentale per impostare i percorsi cerebrali più corretti.” Spesso i genitori non hanno nozione di questi concetti e il sistema scolastico non si preoccupa minimamente di introdurre l’alfabetizzazione emotiva nell’educazione dei bambini e dei ragazzi. Per questo, una volta presa consapevolezza dell’importanza della qualità delle emozioni che viviamo e della capacità di riconoscerle e gestirle, si può scegliere da adulti di lavorare per sviluppare ed utilizzare al meglio queste capacità. In primis per sé stessi ma ancor di più se si è genitori, insegnanti, educatori o comunque persone che hanno a che fare con l’educazione dei bambini. Il primo passo è lavorare sul riconoscimento delle nostre emozioni, sul dare un nome alle emozioni che proviamo. Ogni tanto prendetevi il tempo di fermarvi e di chiedervi che cosa provate in quel preciso momento e annotate su un quaderno o un diario l’emozione che avete individuato. Può sembrare un esercizio banale ma risulta invece molto utile per chi vuole iniziare a controllare e utilizzare in maniera adeguata ed efficace le proprie emozioni. Tornerò ad occuparmi di emozioni nei prossimi articoli nei quali continuerò l’analisi delle competenze necessarie e vi suggerirò alcuni semplici esercizi per sviluppare l’intelligenza emotiva. Alessandra Puggioni

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Depressione normale vs depressione clinica

È davvero giustificata l’enfasi con cui si sottolinea l’effettivo aumento della depressione negli indici epidemiologici? Il termine depressione ha molti significati. La depressione, intesa come umore o stato emotivo, fa parte della normale esperienza umana. La distinzione tra umore depresso e depressione clinica, però, non è sempre chiara. Solo una ristretta minoranza di persone presenta sintomi depressivi tali da corrispondere ad un disturbo clinico, molto più numerose sono le persone che fanno esperienza di uno stato d’umore depressivo. Circa il 40% della popolazione riferisce di aver provato nel corso della propria vita sentimenti di depressone, delusione e infelicità. Ciascuno di noi aspira a vivere la propria vita con gioia e gratificazione, realizzando non solo il benessere fisico ma soprattutto quello interiore. Tuttavia, la nostra esistenza è segnata da momenti di dolore e questo è inevitabile. La vita comporta delusioni, fatiche, perdite. A molti di noi è capitato di perdere una persona cara, di concludere una storia d’amore, di perdere il proprio lavoro o uno status sociale: sono tutti eventi che segnano una crisi nel nostro equilibrio interiore e mettono in discussione i nostri valori. C’è bisogno di tempo per assimilare le perdite e i grandi cambiamenti: i movimenti psichici richiedono gradualità e una certa lentezza. Quando parliamo di depressione clinica ci riferiamo a sentimenti di mortificazione, inadeguatezza, fallimento, disperazione, colpa che perdurano nel tempo e che nel tempo possono offuscare il piacere della vita. Chi soffre di depressione presenta un abbassamento nel tono dell’umore e una riduzione delle spinte vitali. Vengono meno la fiducia nelle proprie risorse e la speranza nel futuro. Attività quotidiane che un tempo erano naturali e fonte di piacere, come accudire i figli, investire nei rapporti sociali, lavorare, fare sport, possono diventare talvolta impossibili. Il mondo sbiadisce e insieme la voglia di parteciparvi. Tutto sembra rallentare: il proprio corpo, lo scorrere dei pensieri e delle parole, il tempo vissuto. Tutto questo genera inquietudini e vissuti di ansietà che non danno pace. Altre volte, la sofferenza può mascherarsi in un corpo “sofferente”, compaiono quindi dolori diffusi, mancanza di appetito, disturbi del sonno, cefalee o preoccupazioni consistenti rispetto alla salute fisica. La depressione clinica è quindi caratterizzata da una significativa accentuazione nell’intensità, pervasività e durata di emozioni e sentimenti altrimenti normali nella vita di ognuno di ciascuno di noi (“mi sento giù“, “oggi ho un umore nero“, “mi sento afflitto e deluso“).   Credo di essere depresso, cosa devo fare? Tanti sono i fattori che possono dare origine a questa forma di sofferenza. È importante innanzitutto riconoscere la depressione come una patologia. I farmaci per quanto efficaci su molti sintomi depressivi, non sono risolutivi, in quanto non agiscono sui fattori profondi che portano una persona a ripiegare nella depressione. Questi aspetti inconsci sono meglio affrontabili con un percorso di psicoterapia. Quest’ultima in particolare può offrire uno spazio di accoglienza e riconoscimento dei propri vissuti, che sostiene la persona in un percorso di conoscenza di sé volto a mettere in parola quel dolore tanto ingombrante e per riaccendere quella scintilla di vita che sembra momentaneamente perduta. Noemi Di Lillo

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Salute e benessere: quanti pasti fai al giorno?

Secondo un insieme di studi effettuati recentemente in Gran Bretagna, c’è un collegamento tra il numero di pasti che consumiamo al giorno e i livelli di colesterolo. I ricercatori hanno rivelato che il numero di pasti quotidiani può non solo avere un effetto sul nostro appetito, ma anche abbassare la pressione sanguigna e i livelli di colesterolo e avere un impatto sul dimagrimento. I risultati della ricerca indicano che IL NUMERO OTTIMALE DI PASTI quotidiano NON È iINFERIORE A 9. Dividere l’apporto giornaliero in 9 pasti può aiutare il metabolismo, affermano i ricercatori. Infatti, sottolineano che "l’effetto sul metabolismo non è collegato alla quantità di cibo che mangiamo, ma alla distribuzione dei pasti durante la giornata".   Miglioramento della pressione sanguigna e del metabolismo In uno dei più recenti studi, gli scienziati del London Royal College hanno paragonato le abitudini alimentari di più di 200 abitanti della Gran Bretagna, del Giappone e degli Stati Uniti. Tutti i partecipanti consumavano la stessa quantità di calorie durante la giornata, ma una metà mangiava meno di 6 volte al giorno, mentre l’altra consumava quotidianamente più di 6 pasti. I risultati hanno indicato che il primo gruppo aveva una pressione sistolica molto più alta rispetto al gruppo che consumava più pasti. Inoltre, il primo gruppo era più in sovrappeso rispetto al secondo. Un altro studio eseguito dall’università di Atene, che riuniva i dati provenienti da oltre 2000 bambini dai 9 ai 13 anni, ha mostrato che i bambini che consumavano 5 pasti al giorno avevano il 32,6% di possibilità in meno di avere livelli alti di colesterolo cattivo rispetto ai bambini che consumavano meno pasti. In un’altra ricerca, effettuata dai ricercatori dell’University College Maastricht in Olanda, è risultato che consumare almeno 4 piccoli pasti, in aggiunta ai 3 principali della giornata (quello che i ricercatori chiamano una “dieta dello sgranocchiare”), aumenta il metabolismo e riduce le probabilità di diventare obesi.   Maggiori livelli di energia Un altro studio, intrapreso dall’università del Montana, ha indicato che mangiare più spesso può provocare un aumento dei livelli di energia. Durante lo studio, sono stati somministrati pasti con regimi dietetici differenti alle guardie forestali ed è stato fatto un confronto sul loro impatto fisico. Alcuni dei partecipanti ricevevano un pasto al giorno, mentre agli altri veniva dato lo stesso quantitativo di cibo, ma diviso in porzioni più piccole durante il giorno. Secondo i risultati, le guardie forestali che mangiavano a più riprese durante la giornata godevano di un 25% in più di efficienza.   In conclusione I ricercatori sostengono che avere l’abitudine di fare pasti frequenti può essere tanto importante quanto una quantità adeguata di cibo, per mantenere un peso e un livello di attività sani. Non è chiaro perché mangiare spesso apporti più vantaggi, ma i ricercatori ipotizzano che “Quando si mangia in modo regolare durante il giorno, il corpo sa che riceverà più cibo ed è più portato a bruciare le calorie che si consumano piuttosto che a immagazzinarle come grasso.” Inoltre, mangiare a intervalli regolari può aiutare a stabilizzare la glicemia e i livelli di energia. Fare pasti frequenti agisce sull’apporto di zucchero e di acidi grassi, le componenti rilasciate dai prodotti alimentari che possono influenzare la glicemia, l’insulina, il colesterolo, i livelli di grasso, la circolazione sanguigna (e di conseguenza la pressione), le arterie, il fegato e gli altri organi. Secondo i ricercatori, mangiare molti pasti al giorno vuol dire non subire picchi improvvisi di acidi grassi di zuccheri e ciò permette al corpo di assorbirli più efficacemente. Occorre evidenziare però che “mangiare più spesso non è una scusa per mangiare di più". È importante mantenere un apporto calorico bilanciato anche quando si consumano 6-9 pasti al giorno. CAMBIA. ADESSO PUOI.™ Vincenzo Borrelli

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Sciatalgia: cos'è e come può essere trattat...

Sentiamo spesso parlare di Sciatalgia... che cos'è? Con sciatalgia si riferisce al dolore o sofferenza associati al nervo sciatico.  Un trauma o una pressione sul nervo sciatico possono causare un dolore lancinante e bruciante che s'irradia dalla zona lombare o anca, seguendo il percorso del nervo fino ad arrivare al piede. In altri casi uno stiramento della schiena può causare spasmi muscolari nella zona sacro-iliaca. Raramente invece può essere causata da infezioni, tumori, infiammazioni delle ossa o altre patologie che possono comportare una pressione della zona. Detto questo, cosa può fare un TRATTAMENTO OSTEOPATICO? Il trattamento iniziale per la sciatica si focalizza nel sollievo dal dolore. In casi dolori o acuti, è consigliabile riposo a letto per un'intera settimana insieme a eventuali farmaci per alleviare lo stato di infiammazione e dolore. Se il dolore lo permette, le manipolazioni e le mobilizzazioni osteopatiche sono di grande beneficio. Sono consigliate quelle che si focalizzano sulla zona lombare, glutei e muscoli Hamstring. Le mobilitazioni includono anche posizioni che riducono il dolore e procurano conforto. Con la diminuzione del dolore e il successo di una terapia iniziata precocemente, l'individuo è incoraggiato a seguire un programma di lunga durata per mantenere la salute della schiena e prevenire il ritorno del trauma. Per raggiungere questo risultato a lungo termine bisogna apprendere gli esercizi corretti per migliorare la propria postura ormai compromessa. Concludendo, ricorda che la Scitatalgia è una vittima... di un comportamento o di una postura scorretta: cerca di prevenirla.

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Introduzione alle cervicalgie

Quando si parla di cervicale (cervicalgia) si intende un dolore al livello del collo. Il dolore parte dal collo e da lì si irradia alle spalle (trapezi) e, nei casi più gravi, alle braccia, rendendo difficoltosi i movimenti.  Le cause dei dolori cervicali sono diverse. Nella maggior parte dei casi (80-85%), all'origine del dolore, c'è un'alterazione non grave, che interessa le strutture meccaniche situate nella regione delle prime vertebre della colonna: si tratta dei muscoli, dei legamenti, dei dischi intervertebrali e delle articolazioni posteriori che garantiscono sia il movimento (il collo ha un'estrema mobilità per consentire allo sguardo di orientarsi in tutte le direzioni), che il sostegno (il collo, struttura esile, sostiene la testa che è molto pesante). Basta, infatti, uno sforzo non adeguato, che può essere istantaneo e brusco o prolungato, a livello del collo, a creare una lesione di queste strutture. Insomma, uno stress meccanico esagerato e non corretto, rispetto a quello che queste strutture possono sopportare, provoca dolore. In questa situazione, spesso, si inserisce lo stress che, provocando una contrattura della muscolatura, favorisce l'insorgenza di micro-lesioni.   Il collo è progettato per il movimento, così come tutto il corpo. La nostra vita quotidiana, invece, ci costringe, nella maggior parte dei casi, a stare fermi, troppo fermi. Le richieste funzionali che facciamo al nostro collo sono inadeguate: si cerca un oggetto e, invece di girare la testa, si mantiene una postura fissa, si sta seduti davanti ad un computer e si tende ad allungare il collo. Queste situazioni portano, inevitabilmente, ad avere una contrattura della muscolatura, perchè manca la risposta del movimento: il muscolo è contratto, pronto per reagire ad uno stimolo esterno di movimento che ci deve essere e che non c'è: di conseguenza continua a rimanere contratto (sforzo prolungato). Questa esagerata stasi provoca una sofferenza muscolare alla colonna cervicale per una carenza di ossigenazione. L'ossigeno arriva al muscolo attraverso il sangue e l'arrivo del sangue è legato ad un meccanismo di pompa: è necessario, quindi, che il muscolo si muova per attivare il processo di contrazione e rilasciamento. Nella contrazione, infatti, si hanno degli spasmi, si chiudono i capillari e si riduce l'ossigenazione del muscolo: questo provoca dolore.    Fin qui abbiamo detto come una scorretta postura può creare problemi a livello dei muscoli.   Naturalmente, queste situazioni errate possono determinare delle lesioni sia al disco intervertebrale, che alle articolazioni (dipende da qual è l'anello debole). Con l'andare del tempo, infatti, queste microlesioni possono portare ad una patologia molto comune: l'artrosi. Tale disturbo, che è legato al logoramento della cartilagine delle articolazioni e dei dischi intervertebrali, dovuto solitamente all'età, viene accelerato quando si effettuano movimenti non corretti e prolungati nel tempo. Per eliminare il dolore sono consigliati i farmaci antidolorifici e più precisamente il paracetamolo; naturalmente, se la risposta a questo tipo di molecola non è soddisfacente, esistono in commercio altre sostanze, altrettanto efficaci, anche se con maggiori effetti collaterali. Si consiglia, invece, l'uso dei miorilassanti solo se gli antidolorifici non hanno dato dei risultati (è raro), perchè provocano sonnolenza; mentre sono consigliate "terapie" che utilizzano il caldo o il freddo. Il caldo, infatti, miorilassa i muscoli, il freddo, invece, li disinfiamma; anche qui la scelta è individuale. La terapia farmacologica elimina il dolore, ma se si vuol stare meglio nel tempo bisogna cambiare il proprio stile di vita secondo i seguenti suggerimenti medici:      fare attenzione alle posture quotidiane e svolgere un'attività fisica regolare che coinvolga tutta la parte superiore del tronco; Se i dolori persistono nel tempo, l'intervento dello specialista è indispensabile per recuperare un movimento nella maniera migliore e più corretta; si possono utilizzare terapie manuali (manipolazioni…) o insegnare degli esercizi specifici, controllando che vengano eseguiti correttamente. Oggi abbiamo a disposizione strumenti che ci permettono di guidare in maniera molto precisa il movimento e di dosare lo sforzo che viene fatto sia in termini di quantità di movimento, che di richiesta di forza muscolare; è fondamentale far capire al paziente che la fase iniziale di recupero deve essere guidata dallo specialista, ma che, per mantenere in modo duraturo una corretta postura, è indispensabile svolgere per tutta la vita un'attività fisica regolare.   Il tratto cervicale   Il tratto cervicale quando più correttamente allineato presenta una naturale lordosi cervicale. La colonna cervicale è composta da 7 vertebre cervicali, delle quali 3 sono atipiche. Atipico vuol dire che non sono costruite secondo lo schema della maggioranza delle vertebre: corpo vertebrale, arco vertebrale con le apofisi spinosa, trasverse e articolari. La prima vertebra o atlante è conformata come un anello. Racchiude il midollo spinale che passa dalla testa alla colonna vertebrale e non possiede un corpo vertebrale come tutte le altre vertebre. La sua forma particolare permette l’inclinazione antero-posteriore e laterale della testa. La seconda vertebra, l’epistrofeo o axis, ha adottato filogeneticamente il corpo vertebrale dell’atlante, trasformandolo in una protuberanza, il dens epistrofei. Intorno a questo dente ruota l’atlante assieme al cranio. L’atlante e l’epistrofeo nella loro interazione eseguono dei movimenti come quelli sopra un’emisfera dando libertà di movimento alla testa in tutte le direzioni.    Ricercatori internazionali sono concordi nel fatto dell’importanza vitale della posizione corretta dell’Atlante e del fatto che la maggior parte delle persone ha l’Atlante sublussato (cioè, fuori sede), senza esclusione di età! Avere l’Atlante sublussato significa, in pratica, avere la testa spostata rispetto il centro del tratto Cervicale Superiore, cioè si crea un disallineamento della testa rispetto il corpo. Nel tempo, i muscoli disallineati e contratti del collo limitano il flusso di impulsi elettrochimici, dal cervello al corpo. Tale disallineamento, trascurato nel tempo, causa dolore e sintomi vari che si svilupperanno durante la vita della persona.  Francesco Paolo Iavarone

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Che cos’è la Consulenza Psicologica e chi può ...

La consulenza psicologica è un intervento breve con obiettivi specifici, rivolto alla promozione del benessere piuttosto che al disagio o ad un disturbo. Rappresenta, quindi, un supporto limitato nel tempo che pone al centro dell’attenzione l’analisi di una situazione problematica attuale, che può essere di natura affettiva, sociale, lavorativo, famigliare… La consulenza psicologica non è una forma di psicoterapia, da essa infatti differisce per obiettivi, modalità di attuazione, tempi e metodi. L’obiettivo principale della consulenza psicologica è accrescere il benessere e migliorare la qualità della vita della persona, attraverso lo sviluppo dell’autoconsapevolezza, l’accettazione delle emozioni, la crescita e l’incremento delle risorse personali. Il ruolo dello psicologo è quello di facilitare il lavoro della persona in modo da rispettarne i valori, le risorse personali e la capacità di autodeterminazione, al fine di “aiutarla ad aiutarsi”. In occasione del Mese del Benessere Psicologico parteciperò attivamente anche io con consulenze gratuite che si possono prenotare sul sito http://www.sipap.it/mese-del-benessere-psicologico/. Ma chi può rivolgersi ad uno psicoterapeuta? Non esiste una risposta oggettiva a questa domanda. Rivolgersi ad uno psicoterapeuta significa dare ascolto ad un’esigenza importante ed intima, che comporta due passi fondamentali: il primo passo è prendere coscienza del proprio stato di malessere; il secondo passo consiste nell’assecondare il desiderio di stare meglio e occuparsi di sé. Sono molteplici le situazioni che possono motivare la richiesta di una consulenza psicologica. Spesso le difficoltà della vita stessa, o situazioni di disagio derivate da eventi specifici (lutti, separazioni, cambiamenti improvvisi…) oppure da sintomi specifici (ansia, panico, insonnia, depressione, insoddisfazione…) non ci permettono di stare bene, ci creano disagi che si protraggono nel tempo, interferiscono con la nostra vita e non riusciamo a gestirli. In questi momenti è necessario rivolgersi a uno “specialista della mente”, una figura professionale che ci aiuta a comprendere meglio cosa ci sta accadendo e ad avere una maggiore consapevolezza di noi e di ciò che ci circonda. Sono profondamente convinta che la decisione di cercare aiuto ed affidarsi ad un aiuto professionale è segno di saggezza, buon senso e fiducia nel proprio potenziale.  È scegliere di non stare più male. La terapia è un investimento sulla propria vita e sul proprio futuro. Significa investire tempo ed energia per essere più coscienti delle difficoltà che ci creano sofferenza e per sviluppare nuove forme di accoglienza di sé stessi e di risoluzione dei problemi.

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Esiste un’ansia “normale” e un’ansia “pa...

Nella società odierna l’ansia fa ampiamente parte della vita quotidiana di ognuno di noi. Viviamo in un mondo in cui i cambiamenti si susseguono rapidi, ogni giorno si scoprono nuovi rischi, pericoli, malattie, ogni giorno si sente parlare di “crisi”: nell’economia, nei valori di riferimento, crisi che investe la famiglia e le nuove generazioni, crisi nella rappresentazione del futuro. Insomma, molto più che in passato, il clima sociale sembra alimentare una certa quota di ansietà. Tuttavia, ciò non basta per spiegare come mai ci può capitare di vivere periodi della nostra vita in uno stato di forte ansia. Le nostre emozioni, infatti, rispondono sempre a logiche soggettive e spesso hanno radici profonde nella psiche e nella storia di ognuno di noi. Ansia ed inquietudine, in particolar modo, sono emozioni che possono aumentare sotto il peso dei conflitti e degli eventi dolorosi della propria vita. Chi soffre d’ansia può avere difficoltà ad addormentarsi, si sveglia nel corso della notte e al mattino si alza con una sensazione di spossatezza. Così, una forte ansia può diventare estenuante, tanto da generare sintomi tipici dello sfinimento, quali: tensione, infelicità, inattività, cefalea, dolori agli arti o alla schiena, tensione muscolare, tachicardia. Il disturbo più costante e spiacevole spesso concerne proprio il sonno. Tutti questi sintomi possono naturalmente essere mutevoli e possono alternarsi a momenti di maggior benessere e ottimismo. È importante, allora, saper distinguere tra l’ansia “normale” e l’ansia “patologica”.   Ansia "normale" L’ansia “normale” è transitoria e proporzionata agli eventi, non incide sulla salute fisica e mentale, permette anzi un miglior adattamento, in quanto informa l’individuo sui pericoli a cui potrebbe andare incontro e lo indirizza nella ricerca di soluzioni adeguate al contesto. L’ansia “normale” è costruttiva: è una fonte di curiosità, intelligenza, apertura al mondo, provoca uno stato di tensione psicologica che aiuta la persona ad attivare risorse e capacità operative finalizzate alla risoluzione di un problema. Nei casi in cui l’individuo non riesce a trovare soluzioni adattive per fronteggiare situazioni sconosciute o potenzialmente pericolose, l’ansia può perdere le sue caratteristiche funzionali ed assumere un carattere patologico, determinando vissuti di impotenza e di passività nel controllo delle proprie emozioni. Dunque, un criterio differenziale tra la “normale” reazione ansiosa e l’ansia “patologica” è rappresentato dal fatto che la prima amplifica le capacità operative del soggetto, mentre la seconda le disturba inibendole e influendo negativamente sulle prestazioni.   Ansia "patologica" L’ansia “patologica” costituisce spesso un freno: paralizza, blocca, fa sentire impotenti. È intensa, sproporzionata agli eventi, ha una durata ed un’intensità eccessive, è difficile da controllare e anche se talvolta se ne colgono le origini, questo disagio influenza in maniera consistente la propria vita. Spesso interferisce con lo svolgimento dell’attività lavorativa, in quanto insorgono continue preoccupazioni e dubbi assillanti (Ho pensato proprio a tutto? Sarò all’altezza del compito?…), oppure può influenzare il rapporto con gli altri e diventare motivo di apprensione, fin quando sarà sempre più difficile godere della compagnia delle persone. L’ansia patologica, assume inoltre caratteristiche auto-invalidanti, per cui l’individuo perpetua comportamenti disadattivi per lunghi periodi di tempo, spesso giudicati dalla persona stessa come irrazionali e inadeguati. In tal caso, l’ansia diviene sia la causa, sia la conseguenza del nostro malessere.   Cosa fare quando l’animo si agita troppo? Spesso chi soffre a causa di un disagio ansioso si rivolge in prima istanza al medico di base, nella speranza di essere aiutato a “liberarsi” da questa zavorra che limita pesantemente la propria vita. I farmaci in realtà possono offrire un sollievo, ma raramente sono da soli risolutivi. Essi possono attenuare le componenti fisiologiche dell’ansia, tuttavia, in assenza di una rielaborazione, le cause più profonde dell’ansia e le modalità di risposta con cui affrontiamo gli stimoli per noi ansiogeni, rimangono immodificati. È importante ricordare che un’ansia intensa può essere il segnale di una problematica più profonda che necessita di essere compresa. L’ansia è un “segnale d’allarme” che invita a fermarsi. Per questo motivo, chi soffre d’ansia può trarre beneficio da un percorso di psicoterapia eventualmente affiancato da un intervento farmacologico. Quest’ultimo può favorire una comprensione più profonda del proprio disagio, stabilendo dei nessi tra il vissuto ansioso e le condizioni interne che lo generano e favorendo l’individuazione di meccanismi di risposta più adattivi e funzionali e che possono riportarci ad uno stato di benessere. Noemi Di Lillo

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"Senza grassi" non significa necessariam...

Senza grassi... non è necessariamente magro. Spesso capita tra gli scaffali dei supermercati, nelle vetrine dei negozi, e al giorno d’oggi anche nelle vetrine “online”, di trovare articoli del gruppo alimentare definiti “a ridotto contenuto di grassi o senza grassi aggiunti”. Queste numerose e frequenti affermazioni nascondono molte volte qual’è la realtà. A basso contenuto di grassi significa, come espresso chiaramente dal termine, che quello specifico alimento a cui fa riferimento l’affermazione ha un quantitativo di grassi particolarmente ridotto. Ciò non significa, però, che l’alimento in questione sia del tutto privo di sostanze lipidiche e soprattutto che sia automaticamente benefico per l’organismo. Le tabelle nutrizionali sono un elemento fondamentale nel campo dell’educazione alla salute e come tali meritano di essere analizzate in ogni loro minima parte. Insieme ai grassi, dobbiamo tenere in considerazione anche l’apporto di carboidrati e la composizione proteica di un alimento. Un prodotto che presenta un ridotto apporto di grassi e nello stesso tempo però elevate concentrazioni di zuccheri semplici (quindi carboidrati) ha un impatto sull’organismo a livello ormonale molto differente rispetto ad un alimento, che invece si caratterizza da un’elevata concentrazione di grassi, saturi o insaturi che siano, e un’insignificante quota glucidica. Entrambi possono avere effetti sia positivi che negativi all’interno del nostro corpo, dipende dalla situazione ormonale e metabolica in cui ci troviamo al momento del consumo. Le proteine ricoprono un ruolo fondamentale sia per quanto riguarda il dimagrimento e l’aumento della massa magra, per questo motivo non vanno mai escluse ma sempre ricercate negli alimenti. Oltre ai 3 macro nutrienti principali ci sono altre sostanze da considerare, tra le più importanti vi sono le fibre, che rallentano lo svuotamento gastrico e riducono l’assorbimento dei cibi, hanno effetti positivi sull’organismo e quindi va considerata positiva la loro presenza all’interno di un alimento. Il sodio, insieme al potassio ricopre un ruolo fondamentale nell’equilibro idrosalino delle nostre cellule, se presente in elevate quantità può provocare un aumento dei liquidi extracellulari fino ad evolversi in ipertensione arteriosa, per questo motivo è importante controllarne l’assunzione. Non soffermarsi alla confezione, ma analizzare nei particolari cosa contiene il cibo che ingeriamo. Questo è molto importante per raggiungere i propri obiettivi e per stare in salute a lungo tempo. Come sempre non c’è un solo fattore da considerare ma è l’insieme dei dettagli a fare la differenza!   Giorgio Mimini

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Ritenzione idrica, ecco i rimedi

Per Ritenzione Idrica si intende un accumulo di liquidi che causa un gonfiore anomalo (edema) soprattutto in alcune zone del corpo predisposte all’accumulo di grasso come addome, cosce, glutei e caviglie. Essa è un disturbo abbastanza diffuso, che colpisce soprattutto le donne.   Si distinguono diverse forme di Ritenzione Alimentare: causata da alimentazione ricca di sale o da intolleranza al lattosio; Circolatoria: causata da un cattivo funzionamento del sistema venoso e linfatico; Da farmaci: derivante da abuso di farmaci come antiinfiammatori, cortisonici; Secondaria: legata a patologie gravi quali insufficienza renale e cardiaca, linfoedema e  ipertensione arteriosa. Il principale responsabile della ritenzione idrica è uno stile di vita sbagliato, la cui correzione può apportare notevoli benefici. Proprio per la sua diffusione la ritenzione idrica è un problema molto sentito. Molte donne infatti attribuiscono erroneamente alla ritenzione il proprio sovrappeso, ignorando invece che è il sovrappeso a rallentare la diuresi e favorire la ritenzione idrica stessa. Alcune abitudini poco salutari contribuiscono ad aggravare la situazione; ossia il fumo, l’eccessivo consumo di alcolici, il sovrappeso, consumare cibi salati. L'arma migliore per combattere la ritenzione idrica è l'attività fisica. Il movimento eseguito in modo regolare e costante nel tempo, riattiva il microcircolo. L'esercizio più indicato in questi casi è il semplice cammino a passo sostenuto, ma anche nuoto e bicicletta danno buoni risultati. Invece rispetto a quanto si possa pensare, attività come la corsa, l'aerobica, lo spinning, il sollevamento pesi sono controindicati.  Per quanto riguarda l’alimentazione, è importante consumare frutta e verdura ed in particolare quella ricca di Vitamina C, che protegge i capillari sanguigni. Ricoprono un ruolo altrettanto importante anche Thè e tisane, precedute sicuramente dall’acqua. Una corretta idratazione è infatti una delle soluzioni più semplici ed efficaci per combattere la ritenzione idrica. Bisogna consumare almeno un paio di litri di acqua al giorno (Oligominerali o minimamente mineralizzate).   Dario Pirozzi .

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Il massaggio: fascino e benefici di una metodica c...

Il massaggio è una delle tecniche terapeutiche più antiche che deriva direttamente dall’uso arcaico del tocco come strumento primordiale di trattamento del dolore e delle ferite.  Tale metodica era infatti utilizzata già molti anni or sono, tanto che le prime testimonianze risalgono addirittura ad alcune incisioni rupestri europee di circa 15.000 anni prima della nascita di Cristo. Proseguendo negli anni possiamo trovare numerosi altri riferimenti alle proprietà beneche di questa ancestrale terapia manuale praticamente in ogni luogo e tempo.  Il massaggio è infatti presente non solo nella cultura persiana, egiziana e giapponese ma anche in molte civiltà oltreoceano come quella Maya e Inca, dove veniva utilizzato come strumento per la cura di diverse patologie, anche a completamento di alcune cerimonie religiose. Nella cultura greca, invece, Ippocrate, considerato oggi il padre della medicina moderna per averla liberata dalla magia e dalla filosofia e per aver raccolto le conoscenze mediche del passato nel Corpus Ippocraticum, valorizzò l’uso del massaggio nei suoi scritti, consigliandolo in associazione all’aria fresca, a alimenti salutari, ai bagni, alla musica, al riposo e a visite agli amici come rimedio per la cura di molte malattie. Anche Omero cita questa metodica nell’Odissea con due diverse finalità: una legata alla preparazione dei soldati antecedente al conflitto e l’altra volta a trattare i reduci dai traumi bellici.  Nell’antica Roma, e soprattutto in ambiente termale, il massaggio era una pratica molto nota e diusa; lo stesso imperatore Giulio Cesare ne fece ampiamente uso come tecnica di rilassamento e strategia lenitiva. Precisi riferimenti ai beneci del questa terapia manuale sono presenti poi negli scritti di Galeno e di Plinio il Vecchio; quest’ultimo, infatti, racconta in una lettera all’imperatore come la sua vita fu salvata da un medico grazie ad una pratica massoterapica. Con la caduta dell’Impero romano e più precisamente nel Medioevo, il massaggio fu poi progressivamente abbandonato, in quanto considerato pratica peccaminosa e indecente. Si deve quindi attendere il Rinascimento e il XVI secolo per riscoprirne i benefici che attraverso il tempo sono arrivati fino ai giorni nostri.  Nella società moderna il massaggio sta vivendo un nuovo momento di rinascita, grazie a un forte bisogno di riscoperta dei valori naturali dell’uomo e per far fronte a forti situazioni di stress a cui le più disparate situazioni di vita famigliare o lavorativa ci sottopongono quotidianamente. Tale metodica è infatti in grado di apportate molti benefici, sia in termini di riduzione delle tensioni muscolari e miglioramento del microcircolo, sia in termini di benessere psichico conseguentemente all’induzione del rilassamento. Tali efetti possono essere amplificati se l’ambiente è silenzioso, confortevole e coreografico, e quindi caratterizzato da oggetti tipici, musiche di sottofondo e aromi particolari. Fondamentale sarà poi il contatto che si instaurerà con il massaggiatore e il suo ricorso a quattro manualità fondamentali: lo sfioramento, la frizione, l’impastamento e la percussione. La parola massaggio deriva infatti dall’arabo mass o mash (frizionare, premere) e racchiude in sé la capacità dell’operatore di variare manualità, velocità di movimento e pressione a seconda dell’obiettivo proposto e delle differenti fasi del trattamento.    Entrando più nel dettaglio lo sfioramento, eseguito col palmo delle mani e costituito da movimenti lenti e leggeri, ha la finalità di instaurare un primo contatto psicofisico con l’utente, richiamando sangue nelle regioni trattate e allentando le tensioni muscolari più superficiali. Segue poi la frizione, costituita da una manualità lenta, lineare e trasversale rispetto  ai muscoli da trattare, più energica e profonda della precedente, con lo scopo di elasticizzare i tessuti e di promuovere il ritorno venoso e linfatico. Il successivo impastamento, effettuato a due mani che operano alternativamente e prevalentemente nelle regioni cutanee dove le masse muscolari sono più abbordanti come braccia, lombi, glutei e cosce, è caratterizzato invece da movimenti vigorosi e in grado di lavorare gli strati muscolari più profondi allentando le loro tensioni muscolari e promuovendo ulteriormente il ritorno vascolare.  Infine, la percussione, basata su una serie di colpi a ritmo differente, ha una finalità soprattutto stimolante in grado di incrementare l’afflusso di sangue verso i tessuti trattati e promuovere la ripresa del tono muscolare. A seconda delle diverse tecniche utilizzate e dell’obiettivo particolare del trattamento, si distinguono poi moltissime tipologie di massaggio.   Principali tipologie di massaggio il massaggio rilassante che si pone come scopo primario il rilassamento della persona e l’attenuazione delle tensioni globali dell’individuo; quello miofasciale che non lavora tanto sui muscoli ma sul connettivo di rivestimenti al ne di alleviare le aderenze che si creano tra i tessuti e facilitare lo scorrimento tra le fasce e le strutture muscolari rendendo più sciolto e armonico il movimento;  quello sportivo che può essere utilizzato sia in fase pre-gara con finalità preparatoria e di riscaldamento sia un fase post-gara con lo scopo di facilitare il rilassamento e il defaticamento, o di ridurre eventuali contratture muscolari; quello riabilitativo che, soprattutto se proposto in associazione al altri trattamenti fisioterapici come la cinesiterapia e lo stretching, tende sia a migliorare l’elasticità tissutale loco regionale sia a promuovere il rinnovo  fisiologico delle strutture anatomiche magari dopo un trauma o un trattamento ortopedico, con conseguente recupero più rapido della funzione; infine quello linfatico, che come dice il nome stesso agisce principalmente sul sistema linfatico, favorendo il drenaggio dei liquidi interstiziali e la riduzione di edemi locali. Giorgio Mimini

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Coaching: il potere del giudizio degli altri

Quanto ti influenza il giudizio degli altri? Esiste una regola che non può essere smentita da nessuno, ed è la seguente: “Non si può essere in accordo con tutti. Chi lo è, sta rinunciando ad una parte di sé stesso” Una porzione di ciò che sei oggi ti è stata trasferita dalle persone che avevi vicine nel periodo dell’infanzia. Queste, sulla base delle proprie esperienze, esprimevano giudizi, opinioni e modelli educativi nei tuoi confronti e tu, soggetto passivo senza esperienza, li hai assimilati e considerati come veritieri poiché ti erano comunicati da persone alle quali attribuivi autorevolezza. Considera che nel periodo dell'infanzia le manifestazioni che pervengono sono per lo più positive e di incoraggiamento, ad esempio, quando da piccolo/a stavi imparando a camminare e cadevi, ti esortavano a rialzarti e riprovare, a non rinunciare al primo capitombolo, ad insistere nel perseguire il tuo obiettivo. Vero? Poi l’infanzia scorre via, lasciando il posto all’adolescenza e gradatamente raggiungi l’età adulta. In questa nuova condizione non sei più in uno stato di passività e di assorbimento incondizionato ma protagonista e creatore delle tue idee, tutto ciò in considerazione del fatto che nel frattempo hai accumulato una serie di esperienze tramite le quali hai scelto uno stile di vita. Probabilmente ti sarai trovato nella necessità di avere un confronto con gli altri, rispetto a qualche tuo sogno o progetto, ma se così non fosse stato, quanto meno ti sarebbe piaciuto poter condividere con qualcuno il tuoi obiettivo. A questo punto ti domando: Quante volte nell’esporre un’idea ti sei sentito criticato? Quante volte ti sei sentito dire"... no, lascia stare, non è cosa per te, rimani con i piedi per terra, smetti di sognare…" Quante volte un tuo comportamento o atteggiamento è stato preso di mira? Non ti è mai successo di aver assunto un modo di fare gradito agli altri ma nettamente contrario  ai tuoi principi, solo per il timore di essere emarginato o scarsamente considerato ? Se hai vissuto alcune di queste situazioni, conosci il senso di disagio nel quale ti sei ritrovato. Asserire che abbiamo in assoluto necessità del giudizio di altri pare condizionante, ma sapere che qualcuno ci appoggia, ci incoraggia e condivide le idee e i progetti che desideriamo realizzare, indubbiamente ci gratifica e ci predispone ad una maggior considerazione di noi stessi e ad un migliore rapporto con gli altri,  proprio in virtù del fatto che la condivisione di pensiero e di intenti ci rende più sicuri di noi stessi e il consenso degli altri consolida le nostre convinzioni. Considera che, spesso, chi disapprova o scoraggia le tue idee è colui/lei che misura sulle proprie capacità la realizzazione di un progetto come il tuo e, inconsciamente se lo ritiene troppo arduo o difficile, tende ad affossarlo, facendo passare la cosa come un consiglio dato nel tuo interesse, ma in verità, dichiarando una propria incapacità alla realizzazione. Oppure chi ti ostacola, lo fa per inconscio/conscio egoismo, temendo di perdere su di te determinati aspetti quali il controllo, la vicinanza, il livello sociale, per citarne alcuni, questo nel caso tu ottenessi il risultato che persegui. In altre circostanze, molti dei giudizi che subisci non sono diretti alla tua persona anche se li percepisci come tali, ma semplicemente riguardano il prodotto di ciò che pensi. Questo avviene perché le esperienze pregresse, il valore attribuito alle cose, l’autoconsiderazione, l’efficacia personale, la consapevolezza di chi non è d’accordo con te si trovano ad un livello più basso delle tue, in poche parole, loro hanno la convinzione che non ce la potrebbero fare e tendono a convincerti che anche tu falliresti. In ogni momento della vita devi essere pronto/a a confrontarti con chi ti sta intorno,  aperto/a condividere affinità di pensiero, ma anche a difendere con forza le tue visioni, dagli attacchi o dal giudizio di chi non approva il tuo operato.   Concludendo L'atteggiamento più saggio è quello di dare un giusto valore all’opinione degli altri, filtrandola accuratamente ma senza farsi condizionare. Mantieni sempre in grande considerazione la tua esperienza e sulla base di questa fai le scelte, attingendo da chi ti sta intorno solo positività. Rinunciare a seguire il tuo istinto, i tuo sogni, i tuoi obiettivi per non dispiacere qualcuno è molto pericoloso, in futuro potresti trovarti nella posizione di dolerti per non averci provato; e sicuramente sarebbe molto, ma molto più doloroso. Maurizio Guida

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Un Coach per amico: il successo nella vita in sei ...

Desiderato, costruito, rincorso, aspettato, vagheggiato, sospirato, fantasticato, quando si tratta di noi; ma anche… invidiato, volutamente ignorato, trascurato, sottovalutato, vituperato talvolta, quando si tratta degli altri. Parliamo del “successo“. Il successo: è un buon risultato. E’ l’esito favorevole di quello che hai costruito con le tue energie, con l’organizzazione dei tuoi pensieri e del tuo lavoro. E’ la ricompensa al tempo ed agli sforzi impiegati nel raggiungimento del traguardo che ti eri prefissato ed è la conferma che hai agito bene. Potrebbe la sola ambizione portare al successo? Sicuramente no, però è un ottima base di lancio per il conseguimento degli obiettivi ed arrivare dove ti eri prefissato, costituisce sempre un ottimo viatico per il viaggio che porta ad un aumento della propria autostima. Tutti siamo in possesso degli strumenti utili per giungere a realizzare i nostri desideri? Potenzialmente si, ma molti di noi non sanno mettere in pratica le proprie conoscenze o far fruttare al massimo le capacità e le risorse di cui si è in possesso; spesso per scarsa fiducia in sé stessi temendo il fallimento e conseguentemente l’altrui giudizio. E’ possibile però apprendere il modo di percorrere la strada che porta al successo, un percorso di coaching potrà aprirti la strada in direzione del tuo traguardo. Vediamo insieme quali caratteristiche, strumenti, abilità devi possedere e come usarle. Il desiderio Quanto desideri quella cosa? Quanto vuoi davvero raggiungere quella posizione, quel traguardo? Quanto vuoi conquistare un ruolo, una persona, una platea, un incarico?  L’intensità con cui hai deciso di cimentarti è fondamentale: più si vuole raggiungere un obiettivo, più sarà possibile riuscirci.   La conoscenza Se vuoi avere successo in un qualsiasi ambito devi conoscere. Più cose sai, più potrai cimentarti acquisendo nuove informazioni, nuove abilità e portandoti sempre più vicino al risultato positivo.  La conoscenza deve essere ampia, ricca, e tutte le informazioni dovranno essere intrecciate tra loro in modo da formare una solida base che ti sostenga nei momenti di incertezza e contemporaneamente sia di sprone nelle situazioni che richiedano una spinta in avanti.   L’esperienza Elemento molto  importante, perché è dalla conoscenza acquisita che deriva il bagaglio di informazioni proprio di ciascuno di noi. Avere esperienza significa anche aver commesso degli errori, e sulla base di questi diventare più forti, più acuti, muoversi meglio nelle varie situazioni che richiedano una soluzione efficiente.   La perspicacia Altra componente di rilievo; più sei affinato nel percepire tutte le sfaccettature delle varie situazioni che si trovano sul cammino e più possibilità avrai di raggiungere la meta, lasciando indietro eventuali concorrenti.  Se aspiri ad un ruolo, è fondamentale capire quali siano gli strumenti per raggiungere quella posizione, fare in modo di possederli, utilizzarli al meglio e nel più breve tempo possibile. Capire, comprendere, intuire, cogliere, tutto questo porta ad un sicuro successo. La gestione del tempo è importante tanto quanto quella delle risorse a disposizione.   La motivazione Elemento fondamentale e punto di partenza di ogni percorso che mira ad ottenere un successo, quale che ne sia la natura. E’ questa forte spinta iniziale, che funge da stimolo per farti cominciare il viaggio verso la tua meta.     La tenacia Potrebbe sembrare scontato o superfluo, ma voglio soffermarmi anche su questa componente fondamentale. Qualunque sia la meta che vuoi raggiungere con successo è indispensabile che tu sia tenace e nel caso avessi qualche lacuna puoi imparare ad esserlo tramite il sostegno di un professionista.  Affidandoti ad un coach, imparerai come far emergere la forza necessaria per intraprendere e portare a termine un percorso orientato alla realizzazione dei tuoi obiettivi. Durante il "viaggio" potrai vivere momenti di incertezza, che andranno valutati e superati con il supporto di una guida esperta. Potranno esserci attimi di sfiducia o di smarrimento, ma lavorando bene su te stesso, sugli strumenti che hai e su quelli che ti verranno forniti dal coach che ti affianca, potrai superare le difficoltà. E’ importante soprattutto credere che, qualsiasi possa essere l’avversità o l’incidente di percorso,  l’imprevisto o ancora la complicazione che potrai incontrare, sia sempre possibile trasformarli in una opportunità di crescita. Il successo aspetta solo di essere colto… da chi lo vuole raggiungere davvero. Maurizio Guida

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L'esercizio fisico migliora il tessuto cerebr...

Mens sana in corpore sano non è solo un modo di dire. Da sempre sostengo il concetto dell'importanza dell'attività fisica svolta in maniera costante in termini salutistici, concentrandomi, nell'ultimo periodo, soprattutto in quelli mentali. I miglioramenti sono molteplici tra cui la memoria, l'apprendimento, depressione e neurodegenerazione. Migliora anche l'organizzazione strutturale dei neuroni con lo sviluppo della rete dendritica e delle loro connessioni sinaptiche. Questi miglioramenti, particolarmente per l'invecchiamento, sono evidenti nell'area cerebrale dell'ippocampo dove sono localizzate le funzioni cognitive e la memoria. In zone di quest'area del cervello adulto è stata anche evidenziata una nuova neurogenesi da parte di cellule staminali (neuroblasti). L'attività muscolare, nella cellula nervosa PGC1, come avviene nel muscolo, stimola la proteina di membrana da cui origina l'irisina. Questa, versata all'esterno della cellula, stimola il neurone stesso a produrre BDNF (fattore stimolante del sistema nervoso, la cui mancanza genetica può provocare deficit cerebrali). Così il circuito tra soma e psiche risulta ormai definito. Grazie alla continua ricerca nel settore si è in grado di capire come uno stile di vita corretto non regala una sensazione di benessere solo nel breve termine, ma è in grado di mantenere sani tutti i tessuti del nostro corpo.  E ora... muovetevi!

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Le mandorle, uno spuntino perfetto

Per chi pratica sport e attività fisica, la frutta secca è perfetta come spuntino prima dell’allenamento, in quanto fornisce quell’energia indispensabile durante lo sforzo. Tra la frutta secca più diffusa, le mandorle sono considerate una vera e propria miniera di sostanze benefiche, infatti sono frutti ricchi di trigliceridi, con presenza di acidi grassi monoinsaturi. Nelle mandorle inoltre, abbondano anche alcune vitamine (soprattutto la riboflavina e la vit. E), insieme a numerosi sali minerali (manganese, magnesio, calcio, rame e fosforo). Anche l'elevato apporto proteico contribuisce a rendere la mandorla un alimento di prim'ordine, digeribile e molto energetico. Povera di acqua, ricca di vitamine, di sali minerali, di fibre e di grassi essenziali, la frutta secca è un alimento ideale da consumare a colazione o per gli spuntini, in particolare per chi pratica sport. È infatti un’ottima fonte di energia, quindi può essere considerato uno snack perfetto prima del training. Utilizzata come spuntino tra un pasto e l’altro, assicura una quota essenziale di grassi essenziali, proteine, sostanze antiossidanti e micronutrienti. Anche nella colazione dello sportivo la frutta secca può giocare un ruolo importantissimo: il breakfast del mattino dovrebbe rappresentare il pasto principale della giornata, fornendo almeno il 20% delle calorie giornaliere, in modo da assicurare che il metabolismo sia in piena attività fin dal risveglio. La colazione di chi pratica attività fisica deve contenere una buona dose di carboidrati, in grado di controbilanciare la spesa calorica che si andrà a sostenere con lo sforzo fisico, ma è necessario anche un certo apporto proteico per “nutrire” le masse muscolari e tenere in buona salute i tessuti. Quindi che una manciata di mandorle, noci o nocciole, da aggiungere ai cereali o alla frutta fresca, si rivela preziosa per una colazione bilanciata ed energetica. A causa del loro elevato apporto calorico (quasi 600 calorie per 100 grammi), le mandorle devono essere consumate con una certa moderazione (non più di 10-15 al giorno), soprattutto da chi è ancora lontano dal raggiungere il proprio peso forma. Mangiare frutta secca, dunque, è la soluzione vincente e nonostante sia più energetica di tanti altri alimenti, se consumata nelle dovute quantità, non fa ingrassare. In particolare le mandorle sono in grado di saziare e dare energia senza appesantire. Inoltre, è bene sapere che le mandorle sono utili per la salute delle ossa e per prevenire l’osteoporosi, per aiutare l’intestino in caso di stipsi e per la salute dei capelli, senza dimenticare che, contenendo i cosiddetti grassi buoni, sono utili per prevenire e combattere il colesterolo e il diabete. Dario Pirozzi

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Stretching: quando?

C’è molta confusione su quello che bisognerebbe fare prima dell’allenamento. Meglio scaldarsi con la bike o fare un po’ di stretching? La confusione è totale e la soluzione dipende da molti fattori. E' un errore fare stretching duro, all’aperto, in inverno quando si è a zero gradi. Altrettanto grave errore è, dopo un’ora di running, saltare in auto e tornare a casa senza fare allungamenti per almeno cinque/dieci minuti. Questi esempi rappresentano gli estremi. In mezzo ci sta tutto.   Possibile che lo stretching fatto durante l’allenamento tra una serie e l’altra possa indebolire i muscoli? Possibilissimo. Va bene tenersi “caldi” non stando fermi, magari camminando oppure muovendo con leggerezza i muscoli che stiamo allenando. Però andiamoci piano, altrimenti otteniamo l’effetto contrario.   Lo stretching forzato da un compagno può essere qualcosa in più nell’allenamento? Dipende dal tasso di esperienza del compagno di training. Nel tirare o spingere deve sentire la tua reazione muscolo-tendinea. Se è concentrato solo sulla spinta (sua), lascia perdere!     Si parla di stretching prima e dopo il workout, ma non ho capito se durante ci si può allungare. Ne sento l’esigenza, non potrei stare fermo! Ho sempre sostenuto la tesi dello stretching leggerissimo tra una serie e l’altra, ma deve essere talmente soft da incidere solo sul battito cardiaco che non deve scendere troppo. Non potrei mai prepararmi a uno squat a tutta forza se il mio battito è tornato a zero!   Nel fare uno squat pesante ho sentito un leggero pizzicore nei muscoli posteriori. Può essere la mancanza di stretching o può aver inciso il freddo che avevo preso in moto poco prima? Le due cose vanno a braccetto. Se il tuo femorale è flessibile, affronterà meglio una situazione “limite” come quella descritta. O puoi sperare che faccia sempre caldo. In pratica: o ti alleni a Miami o fai stretching (non esagerando).   So che non è una buona giustificazione, ma odio fare stretching. Come risolvo? Se pensi che lo stretching sia una forma di defaticamento, fai 10 minuti di bike dopo un training per le gambe. Se invece hai allenato il busto, usa il top (attrezzo che ruoti con le mani stando seduto).   Può essere esatta l’affermazione secondo cui nel body building il riscaldamento non esiste? L’ho sentita dire da un esperto! Benché sorprendente, tale affermazione ha un fondamento. Per sollevare cento chili, arrivandoci pian piano scaldando al meglio tutto (articolazioni, tendini, muscoli direttamente o indirettamente interessati) ci vorrebbe almeno mezz’ora. Trattasi in buona sostanza del 50% del workout-time. E ho detto tutto.   Al mattino appena svegli può essere utile fare stretching? Indicatissimo qualche allungamento del busto e della schiena (specialmente della parte bassa). Con leggere rotazioni del bacino prima di scendere dal letto e poi da seduti. Si eviterà il colpo della strega nell’uscire dalla doccia. Un classico.   Quali sono le ragioni fisiologiche e mentali per cui vale la pena di aggiungere lo stretching a fine allenamento? Non è meglio una doccia calda per recuperare? La motivazione fisiologica è “detossinare” i distretti muscolari allenati. Con lo stretching si accelera tale processo. Dopo metterei un po’ di freddo, non caldo. Dura da farsi in inverno, ma una passatina d’acqua fresca sui quadricipiti nel post-workout gambe non guasta.   Non riesco mai a rilassarmi quando comincio a fare stretching. La conseguenza è che appena inizio a tirare, i muscoli posteriori della coscia si contraggono e mi impediscono di forzare! Prova a concentrarti sulla profondità della respirazione. La capacità d’allungamento dipende anche dal controllo respiratorio. Non saper gestire la sequenza inspirazione - espirazione genera il blocco. Roby Romano

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Benessere psicofisico: come tenere a bada... lo st...

Durante la giornata, mentre mi occupo di accompagnare i clienti verso il raggiungimento dei più svariati obiettivi mi capita sempre più frequentemente di sentire utilizzare questa parola solamente all'interno di frasi ad alto potenziale negativo: "Che stress, non ce la posso fare... Mi sono svegliato questa mattina già stressato...". Quando chiedo loro di associare a queste frasi un'emozione correlata ecco che mi rivelano il significato intrinseco delle loro frasi: paura, ansia.  Il significato della parola stress (termine inflazionato ed utilizzato spesso impropriamente) possiamo estrapolarlo rapidamente con una ricerca su Wikipedia dove per la suddetta si intende (cito, anzi "copio ed incollo"): "Lo stress rappresenta la "pressione" di eventi psicologici che causano, nell'organismo, una reazione generale diadattamento agli stessi. L'adattamento può prendere varie forme, più funzionali o più disfunzionali, e si articola a vari livelli: cognitivi, emotivi, comportamentali, psicofisiologici. Attualmente, in psicologia clinica, si utilizza il termine generico stress per significare la dinamica di pressione ambientale / adattamento dell'organismo, specificando poi in distress lo stress "negativo" e disadattativo, che può condurre anche a reazioni patologiche, ed in eustress lo stress "positivo", che deriva dall'attivazione ed energia che gli impegni derivanti dalle pressioni ambientali stimolano nel soggetto." Quello che succede all'interno del nostro organismo, quando siamo sottoposti a "pressioni ambientali" sono reazioni organiche ereditate dai nostri antenati primitivi che servivano per adattare il nostro organismo ad una situazione di sopravvivenza estrema. Per essere più chiaro, le ghiandole surrenali vengono stimolate a produrre maggiori quantità di adrenalina e cortisolo: la prima è un neurotrasmettitore e la sua azione ha come effetti fisici l'aumento del battito cardiaco, la maggior apertura dei condotti d'aria, il restringimento dei vasi sanguigni mentre il secondo è un ormone (a noi ben noto...) le cui funzioni sono quelle di aumentare la glicemia e dare un beneficio anti-infiammatorio a tutto il sistema. Ma quali sono gli effetti di una tale associazione all'interno del nostro organismo? Diciamo che il nostro corpo non si è evoluto per sopportare grosse quantità di queste due sostanze e soprattutto non per troppo tempo, poiché sono indubbiamente dannose: leggiamo gli effetti collaterali. "L'eccesso di quest'ormone (cortisolo) viene detto ipercorticosurrenalismo, o ipercortisolismo, o sindrome di Cushing, ha come sintomi stanchezza, osteoporosi, iperglicemia, diabete mellito tipo II, perdita di tono muscolare e cutaneo, colite, gastrite, impotenza, perdita della libido, aumento della pressione arteriosa e della concentrazione sanguigna di sodio, strie cutanee, depressione, apatia, euforia, diminuzione della memoria." (Wikipedia)   Come fare, allora per diminuire i livelli endogeni di questa "pericolosa coppia"? Il piano d'azione deve essere composto dal controllo della respirazione, alla quale consegue un rilassamento fisico ma soprattutto bisogna agire in maniera radicale cercando di migliorare il nostro umore. Per quanto riguarda il primo fattore, saranno utili le tecniche di respirazione profonda e rilassamento che utilizziamo nella pratica del training autogeno oppure in discipline per noi occidentali un po'  più complesse come lo yoga. Per quanto riguarda l'umore il cambiamento difficilmente può avvenire attraverso esercizi "fisici" ma passa attraverso una consapevolezza che può essere raggiunta per esempio attraverso delle sedute di Coaching studiate seguendo i bisogni del singolo individuo dato che gli stimoli stressanti sono completamente differenti per ognuno di noi. Un ulteriore alleato endogeno sono le endorfine, un insieme di sostanze conosciute come neurotrasmettitori che vengono prodotte dal'ipofisi in seguito, per esempio a forti emozioni, esposizione alla luce solare ed attività fisica: ecco che anche in questo caso l'aggiunta di un moderato e piacevole allenamento (magari all'aria aperta) oltre a distogliere la nostra attenzione dai fattori stressanti, migliora ulteriormente la risposta del nostro organismo all'esposizione eccessiva a queste due dannose (seppur utili) sostanze. Allora, impariamo a gestire la respirazione ed andiamo a fare un po' di moto per controllare i fattori stressanti e migliorare ancora un po' la nostra vita!    Samuele Viotti

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Psicologia: da dove deriva il bisogno di conferme ...

La “fame di carezze” La psiche dell’uomo - per mantenersi attiva e unitaria nella sua complessità - necessita di un’adeguata ricchezza di contatti col mondo esterno attraverso gli organi sensoriali (si parla appunto di fame di stimoli, ossia fame di riconoscimenti, come di un bisogno basilare dell’individuo umano).  Nel contatto tra persone la carezza rappresenta, per chi la riceve, il percepire che l’altro si è accorto di noi. Per contro, la deprivazione sensoriale (per i bambini come per gli adulti) è un deserto in cui nessuno si accorge della nostra esistenza. Tutti sappiamo che esistono carezze fisiche e verbali: le prime, più vicine alla nostra fame primordiale, hanno un maggior impatto sullo stato dell’Io Bambino; le seconde, invece, si rivolgono alla persona in sé stessa, per il suo essere (è il caso di riconoscimenti quali “Sei un amico”, “Sei veramente in gamba”, “Ti voglio bene”, “Ti amo”). L’aspetto singolare, e proprio per questo affascinante, è che in una situazione di vuoto quasi tutti noi preferiamo una carezza negativa a nessuna carezza, ossia siamo orientati a provocare l’ambiente che ci circonda per averne in risposta reazioni negative piuttosto che non averne affatto, poiché se è vero che l’adulto può resistere in una situazione di povertà di stimoli e di riconoscimenti, è altrettanto certo che questa resistenza impegna tutte le energie della persona. C’è però da riflettere su come questa specie di economia delle carezze venga alimentata da alcuni comandamenti negativi sottintesi nelle abitudini della nostra società (quali la povertà di segnali affettivi e di espressione dei sentimenti, l’obbligo di schermirsi quando si è lodati, l’insincerità nelle relazioni interpersonali): “NON dare carezze agli altri”; “NON rifiutare carezze indesiderate”; “NON chiedere carezze, pur avendone bisogno”; “NON accettare carezze, anche se le desideri”; “NON dare carezze a te stesso”. Questo spiega il motivo per cui molti degli scambi che avvengono fra gli individui non sono soddisfacenti e fonte di benessere, ma terminano spesso con una sensazione negativa: rabbia, paura, tristezza. Si tratta delle “briciole” di cui ci si accontenta pur di soddisfare il bisogno di essere visti e riconosciuti come persone! Al contrario, è necessario regalare carezze agli altri, come e quanto lo si desidera; offrire carezze a se stessi; chiedere le carezze di cui si ha bisogno; accettarle quando ci sono gradite, rifiutarle quando non lo sono. Questa prospettiva è un cammino personale verso l’autonomia e la giusta interdipendenza tra sé e l’altro. Rosanna Di Cosmo 

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Regolare Ansia ed Eccitazione (gestire le emozioni...

In questa Pillola di Coaching ti spiego come puoi riuscire a Regolare l’Ansia e l’Eccitazione. Cosa intendiamo con eccitazione? Possiamo definirla come la misura del livello di attivazione dell’insieme formato da mente e corpo. L’eccitazione, pertanto, passa da un livello minimo, durante il sonno, a un livello intenso, ad esempio durante una competizione, un intervento in pubblico, un esame. Quando parliamo di ansia, invece, ci riferiamo a uno stato emotivo che ci fa sentire a disagio, associato ad emozioni quali tensione, preoccupazione, nervosismo, agitazione, apprensione, paura, che accompagnano lo stato di eccitazione e di massima reattività in cui si trovano la mente e il corpo. Se l’ansia non viene controllata, influisce in modo negativo sulla prestazione fisica e mentale che ci accingiamo ad affrontare. L’ansia può essere passeggera, ossia legata a particolari circostanze del “qui ed ora”, preoccupazioni e pensieri negativi, oppure può essere una caratteristica della persona. Come si può regolare l’eccitazione? Occorre agire sul controllo dei pensieri, delle immagini mentali e della respirazione, per ripristinare stati di calma e rilassamento a cui in precedenza sono stati creati opportuni ancoraggi.

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Psicologia: la trappola della compiacenza

Nelle dinamiche relazionali, solitamente, la maggiorparte delle persone tende ad oscillare tra due opposte modalità: l'aggressività e la compiacenza. Ovviamente si tratta di una definizione del reale che taglia un po' con l'accetta le situazioni per meglio caratterizzarle. Le sfumature esistono sempre. C'è chi, in eterno conflitto con l'altro, tende a prevaricarlo, nella convinzione che solo imponendosi con forza può essere “visto” ed “ascoltato” e c'è chi, al contrario, si preoccupa sempre di piacere agli altri, teme di venire abbandonato, escluso, deriso, rifiutato, teme il conflitto, e per questo indossa la maschera del “buono”, del compiacente che si adatta. In questo articolo ci soffermeremo sulla descrizione di queste modalità di interazione passiva, sottomissione e compiacenza, per vedere che, seppur messe in atto per piacere agli altri, creano un atteggiamento controproducente.   Impariamo a conoscere le caratteristiche di queste persone Fanno tutto quello che gli si chiede, dicono quello che gli altri si aspettano che dicano, sono sempre d’accordo con chi hanno di fronte e, in ogni caso, mai apertamente in disaccordo. Si adeguano ad ogni circostanza e pare non facciano mai lo sforzo di farlo, ma che anzi, gli vada benissimo così. “Dove andare stasera? Mah, decidete voi, a me va bene tutto!”. “Cosa ne penso? Non saprei, ma son d'accordo con te” “Facciamo come vuoi tu!” Le persone mosse dalla spinta alla compiacenza fanno fatica a manifestare le loro reali emozioni o forse anche di esserne consapevoli. Se sono arrabbiati, sorridono. Se sono delusi, sembrano soddisfatti. Se hanno mille impegni, si mostrano disponibili ad accettare anche altre richieste pur di non deludere gli altri. I compiacenti sono persone che vivono dominate dalla paura di scontentare chiunque abbiano davanti, vivono con ansia qualsiasi relazione perchè temono di non piacere o di essere rifiutati se non sono all'altezza delle aspettative degli altri. E inoltre non possono manifestare quello che pensano veramente perché, se questo è contrario a ciò che pensa l'altro, potrebbe generare una situazioni di conflitto o anche solo di tensione e stress che loro temono terribilmente. I compiacenti, con questo modo di fare, portano le relazioni - amicali, sentimentali e lavorative - verso un inevitabile fallimento. Un fallimento di cui non si spiegano le ragioni e che fanno una gran fatica ad accettare, perché convinte che la strategia del “non deludere” sia la migliore per far andare bene le cose. È un caso estremo, certo. Ma è vero che tanti di noi sono mossi nel loro intimo dal desiderio di piacere agli altri, al punto da rischiare a volte di snaturare ciò che siamo.   Paura dell’abbandono Alcuni concetti dell'Analisi Transazionale possono aiutarci a descrivere e comprendere meglio queste dinamiche emotive e relazionali. Sin da piccoli, come dei “Piccoli Professori” (il termine si riferisce all'uso che fa l'Analisi Transazionale del concetto di Piccolo Professore) abbiamo usato la nostra capacità intuitiva, la nostra creatività, per comprendere che all'occorrenza sarebbe stato meglio per noi indossare la maschera di “colui che non delude”, di “colui che asseconda” per aver dei vantaggi, nella relazione con i nostri genitori, per esempio o con altri adulti di riferimento, quali gli insegnanti. Questi meccanismi ci consentono, sin da piccoli, di apprendere regole e comportamenti adeguati ad un contesto, senza però limitare la nostra spontaneità e creatività. Alcuni di noi, poi crescono non riuscendo più a togliersi la maschera, limitando la naturalezza del proprio Bambino Libero, spegnendo l'intuizione del Piccolo Professore e investendo tutta la loro energia in uno Stato dell'Io chiamato Bambino Adattato. Chi non riesce mai a togliersi la maschera di “colui che si adatta” ha una tale paura di deludere e di venire abbandonato che tutta la sua vita viene condizionata. Forse il comportamento dei genitori, e poi le prime esperienze di incontro con il mondo esterno, lo hanno convinto che, se non si contraddicono gli altri, si viene accettati o, quantomeno, non si viene puniti: si ottiene la loro clemenza ed il loro amore.   Ma funziona la compiacenza? Fino a che punto? Chi vive così sacrifica la qualità della propria vita in cambio della sopravvivenza emotiva, ovvero sacrifica la propria personalità, i propri bisogni, il proprio Vero Sé, nello sforzo di diventare e di essere “come tu mi vuoi”. E vivendo fuori dal contatto con sé stesso, chi passa la propria vita nell'adattamento, accumula frustrazione, stress, ansia. Gli altri spesso hanno la sensazione di avere a che fare comunque con una persona poco autentica, fanno fatica ad afferrarne la vera essenza. E' come se si domandassero “ma tu, veramente, chi sei?”. Del resto, chi viva nella compiacenza poi accumula bollini di rabbia, e dall'essere passivo a accondiscendente, passa facilmente nella posizione opposta del Persecutore, accusando gli altri di poca gratitudine. E' tipico in una relazione di coppia, per esempio, uno dei due partner non si espone mai, non esprime disaccordo, ma nemmeno esplicita ciò che desidera, e poi ha uno scoppia di rabbia. L'altra reagisce dicendo: "Potevi dirlo che non eri d’accordo!", ebbene è vero: poteva dirlo. O meglio: doveva. Per rispetto di sé stesso. Avrebbe dovuto affermare sé stesso e sopportare la probabile reazione negativa dell’altro, visto che, alla fine, essa è comunque arrivata, ed è ben peggiore di quella che poteva essere all’inizio.   La profezia che si auto-avvera Occorre riflettere con attenzione su questo punto chiave. Se per motivi legati alla propria storia personale non si fornisce all’altro una conoscenza reale di sé, tutto sarà inquinato fin dall’inizio e ciò che si temeva - il “conflitto” che allontana e l’abbandono - si realizzerà puntualmente. Se invece ci si farà conoscere per come si è, quel che accadrà sarà davvero quel che deve accadere. E la vita, per quanto impegnativa, potrà essere reale e appagante. E quindi impara a piacerti e non a piacere Ma come?   Conosci ed apprezza ciò che sei La prima persona che deve star bene con te sei te stesso. Quindi inizia a scoprire le tue risorse, inizia a metterti in ascolto di ciò che sei, impara a far luce alla dissonanze, alle contraddizioni tra ciò saresti tentato a fare, ad essere e ciò che inizia a germogliare dentro di te, di diverso e che andrebbe proprio in direzione opposta. Dagli spazio, non agirlo in maniera ribelle, ma esprimilo. Riconosci le tue esigenze e falle presenti agli altri. Se non le conoscono non potranno mai prenderle in considerazione, ma se non le conosci neppure tu... non puoi pretendere che lo facciano gli altri.   Ognuno è responsabile delle proprie necessità e delle proprie emozioni A volte, a forza di adattarsi alle esigenze degli altri, si finisce per non sapere più quali sono le proprie. Orientati di più su di te, sulla tua emotività. Dai più ascolto alle tue emozioni, ai tuoi pensieri. Imparerai pian piano a tirarli fuori in maniera adeguata e utile a te, sopratutto.   Annalisa Sammaciccio 

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L'importanza dell'Acido Alfa Lipoico

La funzione principale svolta da questo “acido terapeutico” è quella di liberare l’organismo dalla presenza dei radicali liberi i quali possono essere favorevoli alla comparsa del cancro.  Uno degli scopi principali dell’acido è quello di aiutare il glucosio nel trasformarsi in energia utile. Esso costituisce un potente antiossidante che partecipa alle funzioni di tutte le cellule del corpo. L’acido lipoico è una sostanza che è possibile ottenere da alcuni alimenti, o che altrimenti è reperibile sotto forma di supplementi. All’interno del corpo, l’acido lipoico agisce come un agente anti-infiammatorio naturale. Una delle sue principali proprietà è quella di proteggere le cellule del corpo dai danni in generale e nello specifico dai danni provocati dal tempo. Attraverso l’integrazione di acido lipoico  si ottiene un aumento dell’efficienza delle altre vitamine di cui dispone il corpo.   L’acido lipoico risulta essere particolarmente utile per le persone che presentano problemi di diabete. L’assunzione di supplementi di questa sostanza aiuta il corpo ad utilizzare il glucosio ed allo stesso tempo svolge un importante ruolo di regolazione dello zucchero nel sangue. Grazie alla sua presenza è possibile ridurre le complicazioni che si possono verificare in una persona che ha assunto eccessive quantità di zuccheri. L’acido lipoico risulta essere estremamente efficace per il trattamento del fegato nelle persone che hanno fatto abuso di alcol e di conseguenza provocato danni all’organo. Nello specifico, l’acido è in grado di proteggere fegato e pancreas ancora prima che si verifichi un possibile danno. La sua assunzione risulta, in definitiva, utile per trattare e prevenire eventuali danni alla salute. Utilizzare per un periodo di tempo, integratori arricchiti con acido lipoico, non genera danni alla salute. I positivi effetti possono rivelarsi particolarmente utili per le persone con problemi di diabete. In questi soggetti è stato osservato un miglioramento nella resistenza dell’insulina. Per ottimizzare maggiormente i benefici ei risultati dell’integrazione alimentare è fondamentale osservare un regime alimentare sano, quindi anche attraverso la dieta. Alimenti da i quali è possibile trarre tale sostanza sono: carni rosse, fegato, broccoli, spinaci, piselli, pomodori, crusca di riso, cavolini di Bruxelles.   L’assunzione di integratori contenenti acido lipoico può generare una serie di effetti indesiderati, tra i piu comuni: mal di stomaco e mal di testa.   Fabio Pierini

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