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Coaching

L'importanza del Mental Coach nello sport

Negli anni novanta la figura del coach compare nelle imprese. Inizialmente le figure destinatarie dell'intervento del coach furono i manager che per sviluppare e migliorare le loro capacità umane e professionali si affidarono a consiglieri di fiducia quali i coach. Fino ad allora era vista come una novità ed una moda nel campo dei direttori della formazione, ma praticamente sconosciuta alle altre professioni. Lo strumento principale di un Mental Coach sono le Coaching, ovvero sessioni di persona o  tramite social, nelle quali si lavora in maniera pratica e concreta sugli obiettivi del percorso di coaching. Il coaching (o affiancamento e guida) è una metodologia di sviluppo personale nella quale una persona (detta coach) supporta un cliente o allievo (detto coachee) nel raggiungere uno specifico obiettivo personale, professionale o sportivo. Un coach fornisce uno specifico supporto verso l’acquisizione di un più alto grado di consapevolezza, responsabilità, scelta, fiducia e autonomia. Il mental coach nelle coaching si focalizza soprattutto su: -Far Sviluppare una mentalità vincente ( sia per atleti, sia per imprenditori che per professionisti) -Guidare la persona verso il raggiungimento dei propri obiettivi (nel pieno rispetto dei suoi valori) -Far crescere l’atleta come persona e come sportivo (vale anche per allenatori e manager, e vale anche per non sportivi ) -Guidare il coachee a diventare un Campione! (nella vita e nello sport) -Insegnare la gestione delle emozioni. Imparare nella pratica a trasformare stati emozionali improduttivi in stati emozionali produttivi. -Superare le difficoltà (di qualsiasi tipo), insegnando a trovare le soluzioni dentro di se senza dare soluzioni personali (il Coach non è un consulente). L’obiettivo del coach è quello di permettere al suo assistito di crescere e diventare più grande delle sue difficoltà agendo su quattro delle componenti essenziali per il conseguimento di una buona prestazione sportiva: -Le strategie decisionali e le emozioni; -la fisiologia e l’azione coordinata dei due emisferi; -la concentrazione, la motivazione e la gestione dello stress, prima e durante la prestazione; -la comunicazione esterna (con gli altri componenti del Team) ed interna (ciò che gli atleti dicono a loro stessi durante la gara). Sono componenti interconnesse che devono “lavorare” insieme per creare una positiva collaborazione tra la mente e il corpo, garantendo all’atleta il massimo livello di prestazione. L’allenatore mentale, operando sotto la direzione ed in sinergia con l’allenatore, fornisce all’atleta le strategie mentali e le competenze emozionali per ottenere un miglioramento complessivo dello stato mentale dell’atleta in vista di performance d’eccellenza. La capacità di un atleta di controllare la componente mentale (quindi anche quella emotiva) è fondamentale per i risultati di ogni sportivo. Ad un certo livello, ciò che distingue i grandi atleti è vedere le cose più velocemente degli altri e riuscire a resistere alla pressione interna ed esterna. Pensiamo semplicemente alle frasi più ricorrenti in ogni disciplina: -“Smetti di pensare e gioca” -“Rilassati” -“Svuota la mente” -“C’è ancora tempo” -“Mantieni la calma” -“Giochiamo come se fossimo sullo zero a zero” -“Non ti innervosire” -“Non molliamo adesso” -“Non pensarci più” (riferito ad un errore commesso) Sono frasi che si ripetono da sempre su ogni campo sportivo, a qualsiasi livello. C’è chi nella pressione riesce a rendere al top, facendo le migliori performance, controllando perfettamente il proprio stato mentale e le proprie emozioni, e c’è invece chi sparisce dal campo. Ed è proprio su quegli atleti e atlete che bisogna lavorare. Ricordiamoci che tutte le partite vanno giocate con un minimo di stress, quindi la fase di gioco di ogni settimana,facendo lavorare la squadra sottopressione. Questo per poter vivere di rendita durante le partite più semplici e combattere al meglio quelle più difficili. A mio parere gli strumenti che un Mental Coach professionista deve conoscere sono almeno: -la Scala di Fisher, per comprendere e far comprendere ai propri clienti il concetto di stato di coscienza e aiutarlo a riconoscerli nella sua vita personale e nelle performance -le tecniche di rilassamento -le tecniche di visualizzazione -le tecniche di respirazione connesse agli stati corporei (Pranayama) -la tecnica del colloquio di Coaching (e nei casi più evoluti, la tecnica del colloquio di Counseling) -le tecniche di “Analisi degli Episodi” -le tecniche di Analisi della Conversazione (derivate dalle Scienze della Comunicazione) -i principi di base della motivazione -i principi dello stato di Flow (flusso) e delle Optimal Performance -la struttura delle emozioni (in particolare il modello di Plutchick) -il lavoro allenante sulle micro-competenze e macro-competenze (Modello HPM) Riassumendo il Mental Coach è un professionista che allena la mente di un atleta, di un manager o di una persona di qualsiasi tipo, nel compiere evoluzioni positive verso un futuro migliore e ottenere migliori performance. Non tratta questioni cliniche ma può agire sulle stesse variabili che si trovano in alcune aree della psicologia, della comunicazione e della formazione, come la scienza delle performance, la gestione delle emozioni, operando sulla formazione personalizzata di una squadra o di un singolo atleta o manager. Bibliografia -Guida alla psicologia dello sport 2011. Verso un approccio relazionale-ipertestuale, F. Nascimbene -Psicologia dello sport, Alberto Cei -Psicologia sociale nello sport e mental trainin, Davide Zanichelli -Vincere dallo spogliatoio. Coaching e team building strategico negli sport di squadra e nelle organizzazioni, Mauro Giuseppe Marchetti e Susanna Mazzeschi -Mente da campione. Come i grandi atleti pensano, si allenano e vincono, Jim Afremow e V. Penati -Il potenziale umano.Metodi e tecniche di coaching e training per lo sviluppo delle performance,Daniele Trevisani

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Consiglio n.28 - Se il training non produce, scegl...

Il training perfetto è sotto osservazione da un secolo e da parte di due opposte scuole di pensiero: quella della programmazione accurata e quella dell'istinto. Dal momento che la verità è nel mezzo, con grande probabilità l'allenamento ideale conterrà elementi di entrambe le scuole. Perciò, in linea di principio, eseguire alcune sedute programmate inserendo una giornata “jolly” nel corso della settimana, andrà bene per tutti. Vi sono poi altre considerazioni utili al nostro caso e il nostro caso è, ricordiamolo sempre, essere al top-forma senza obblighi competitivi che c'impongano programmi tassativi. Il primo elemento da verificare non è fisico ma appartiene all'alveo psicologico: il carattere. Sì, proprio lo spirito con cui la persona intende allenarsi, che richiede attenzione e capacità tecnico-creative da parte del trainer. Se si tratta di una persona ondivaga, che ama improvvisare, il training giusto sarà quello che contiene elementi rigidi e altri flessibili. Esempio di rigidità: durata, numero di serie, tipo di esercizi da eseguire nella giornata di palestra. Esempi di flessibilità: libera alternanza nell'esecuzione degli stessi esercizi, libere variazioni di velocità e libera inversione delle sequenze secondo lo spirito giornaliero. La palestra che ameremo sarà quella dove al classico pranzo potremo alternare, di volta in volta, il menù giornaliero proposto da un istruttore bravo a leggere la partita. Proprio come un allenatore di calcio.

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Il meccanismo psicologico dell'attenzione

Uno dei problemi maggiori rilevati ai nostri tempi in ogni campo, dalla scuola al lavoro è il mantenere attivi e prolungati i tempi dell’attenzione, rimanere concentrati per lungo tempo, non riuscire a raggiungere gli obiettivi prefissati. Questa problematica può influire ed arrivare a compromettere la qualità della vita, dalle piccole cose quali il fare la spesa, ad un bambino che non riesce a seguire bene le lezioni, ai vari compiti da svolgere a lavoro. In ogni momento della giornata i nostri organi di senso ricevono dalla realtà fattuale molteplici stimoli Il compito fondamentale dell’attenzione è quello di fare una selezione degli stimoli, mettendo in evidenza i più importanti, limitandone gli effetti di quelli che vengono messi da parte, questo fenomeno viene denominato “Effetto cocktail party”. L’attività dell’attenzione non è illimitata, la persona può decidere come distribuirla. Il meccanismo psicologico dell’attenzione è il presupposto della memoria, poiché tramite la selezione che essa opera gli stimoli selezionati verranno richiamati alla mente in un secondo momento. La psicologia dell’attenzione ha come obiettivo lo studio dei processi attentivi attraverso l’utilizzo di specifici paradigmi sperimentali, tecniche e strumenti. Nel processo psicologico dell’attenzione nelle prestazioni, è importante fare riferimento alla teoria dell’arousal, inteso come stato generale di attivazione del soggetto che può variare dal sonno all’eccitazione diffusa. L’attenzione può essere diretta in modo volontario, definito endogeno, o anche in maniera automatica. La psicologia dell’attenzione studia il comportamento di individui chiamati a svolgere specifici compiti in laboratorio e si misurano i tempi di reazione (TR). Fondamentale è l’attenzione selettiva, ovvero la capacità di concentrarsi sull’oggetto di interesse e di elaborare in modo privilegiato le molteplici informazioni rilevanti per il conseguimento dei nostri obiettivi. È importante allenare l’attenzione, mantenerla attiva. Per fare ciò si possono effettuare gli esercizi connessi all’“effetto Stroop”, un test studiato nel 1935 dallo psicologo americano John Ridley Stroop per poter misurare il rallentamento delle prestazioni cognitive nel momento in cui il cervello deve riuscire a gestire più informazioni. Questo test consiste nel pronunciare, ad alta voce, il colore con cui è stampata una parola, quando il significato di tale parola richiama un colore diverso. Per esempio, se viene mostrata la parola “banana” scritta in viola si deve pronunciare “viola” invece che “giallo”, il colore tipico delle banane. Inoltre potenziare la capacità di concentrazione equivale a rafforzare altresì le numerose funzioni cognitive Bibliografia Baroni M. R., D’Urso V., “Psicologia generale”, Einaudi, Torino, 2004. Benso F., Guerra S. “Interventi cognitivi su vari aspetti dell'attenzione e del sistema attentivo supervisore. Difficoltà di Apprendimento 6 (4)”, 2001 Fabio R. A. “L'attenzione”. Franco Angeli Editore, Milano, 2001

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Come ottimizzare la seduta di allenamento one to o...

Questo mio articolo vuole essere monito per tutti i miei colleghi, legati al concetto che la seduta one to one debba durare 60 minuti per un costo medio indicativamente di 40\50€ Nella mia carriera come personal trainer mi sono posto una domanda legata ad un concetto innegabile sia di fisiologia che nel prendere come esempio I più grandi Body Builders, analizzando la durata dei loro allenamenti. Partiamo dal discorso legato alla fisiologia La molecola energetica ATP prodotta dal Glucosio nel ciclo di Kreps a seguito di 30 minuti di intenso training viene quasi completamente depauperato a livello muscolare, epatico e celebrale va da se quindi, che la continuazione del training per un periodo maggiore sarebbe inefficace col sicuro rischio di un over training utilizzando come substrato energetico gli AA del prezioso tessuto muscolare. Il secondo concetto è suffragato dalla durata dell’allenamento dei grandi body builders che si attesta tra i 30 e 40 minuti proprio perché utilizzano un approccio per ogni gruppo muscolare di una\ due serie di “preparazione” per una\ due serie alla massima intensità raggiungibile, allenamento contemplato anche nella tecnica dell’heavy duty impiegato dalla maggior parte di questi atleti. Terza considerazione meramente “economica” si sviluppa nell’analizzare una sessione di training della durata media di 60 minuti Nella norma i primi 10\15 minuti sono deputati all’avviamento motorio, più semplicemente “riscaldamento” con differenti attrezzi cardiovascolari, es, step, tapis roulant, bike etc, questo si replica al termine del training affiancando sempre il nostro cliente nel defaticamento ancora una volta per una durata media di 10\15 minuti quindi se sommiamo questo periodo siamo intorno hai 20\25 minuti nei quali conversiamo col nostro “cliente” del più o del meno. E’ vero che noi siamo anche un po' confessori, un po' psicologi, amici ma, quello che ci prefiggiamo è nell’ottenere l’obbiettivo personale del nostro allievo tale non si evincerà certo in una seppur piacevole “chiacchierata” ora pensiamo all’aspetto economico Come detto un ora 40\50 euro, mediamente ma, domanda, e se riuscissimo a guadagnare quasi il doppio nell’arco di un’ora e nello stesso tempo risultando più onesti verso il nostro allievo che reputerà più sensato e corretto da parte nostra un costo inferiore spiegandogli il precedente tema legato alla mezz’ora di training. Quindi, tirando le somme se l’appuntamento e fissato per le 15.00, perché non comunicare al nostro allievo di anticipare l’avviamento motorio da solo, ovviamente nelle prime due\tre sedute staremo con lui declarando quale intensità mantenere e per quanto tempo, appunto per 10\15 minuti, fatto questo inizieremo il nostro training che sarà ovviamente ad una intensità allineata con l’anzianetà intesa come numero di sedute nello storico del cliente. Così facendo otterremo due importanti risultati Il primo spiegando al nostro allievo nell’offrire una seduta di 30 minuti ad un costo minore indicativamente sui 30€ al posto di 40\50€ così facendo risulteremo più professionali e concreti volendo esclusivamente il reale obbiettivo pensando quanto già detto ovvero: “perché farti pagare di più per venti minuti di chiacchierata, andiamo piuttosto a prenderci un caffè ma concretizziamo il training ad un costo corretto” Ancora di più se manterremo l’allenamento per un’ora sappiamo, che la Disdetta è sempre in agguato ci porterà nel non incassare i 40\50€ perdendo un’ora del nostro prezioso tempo, altresì seguire due clienti in un’ora, nell’eventualità di una disdetta comunque avremo percepito il pagamento per mezz’ora, ottimizzando così tempo e budget, certo esiste anche la possibilità di una doppia cancellazione ma converrete con me che sarà sicuramente più remota Ovviamente l’impegno che dovremo produrre sarà notevole anche la logistica, nel gestire una media di 8 clienti in 4 ore, considerando il fatto, che dovremo passare: del ragazzo di 20 anni alla signora di 50 al manager etc. questo porterà al personal trainer un maggior carico mentale nell’ essere costantemente sul “pezzo” e di essere in grado di soddisfare ogni cliente al meglio senza avere 5 minuti di pausa Ultima considerazione nei clienti, la maggior parte che come obbiettivo ha il dimagramento sappiamo che a livello fisiologico, a seguito del “riscaldamento” e del training, il glicogeno verrà quasi completamente depauperato detto questo utilizzando un “defaticamento con le macchine aerobiche” ad una intensità indicativamente del 65% riferita al massimo battito cardiaco andremo ad utilizzare come substrato energetico prevalentemente il tessuto adiposo. Quindi finiti i trenta minuti andremo a comunicare al nostro cliente:” ora per il tempo a tua disposizione lavora alla % definita, in modo da realizzare più rapidamente il suo personale obbiettivo:” Concludendo, seguire questa linea avremo la possibilità di guadagnare, a seconda della tariffa quasi il doppio in un’ora, non solo, la riconoscenza dell’assistito che pagherà per la singola lezione sostanzialmente di meno così da potergli anche offrire due sessioni a settimana, terzo ottimizzeremo il nostro tempo e guadagno.!

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Le chiavi del successo... cosa serve per vincere u...

Vincere un campionato, in qualsiasi categoria, non è mai semplice. Sono troppe le variabili in gioco, ci deve essere un giusto mix di tanti fattori. Il primo sicuramente è la professionalità del gruppo. Giocatori e staff devono avere un obiettivo comune e remare nella stessa direzione. Io ho sempre sostenuto che la forza del gruppo sia più importante di quella del singolo. Da soli si va più veloci ma insieme si va più lontani. Un campionato è una corsa a tappe, un percorso fatto di allenamenti, di infortuni, di squalifiche, di momenti di gioia e di momenti più difficili, ed è qua che si vede la forza degli uomini. Tutto ciò che succede deve restare in famiglia, nulla deve uscire da quelle quattro mura sacre chiamate spogliatoio. Un'altra variabile è l'intelligenza, sia dello staff che dei giocatori. Un buon allenatore e un buon preparatore devono capire quando è ora di caricare, quando è ora di mollare un attimo la presa, rimanendo però sempre sul pezzo. Un buon giocatore deve sapersi gestire, fisicamente e mentalmente, deve conoscere il proprio corpo e ascoltare la propria mente. In ogni sport l'obiettivo primario è la vittoria. Nessuno deve sentirsi sicuro del posto e nessuno si deve abbattere se è da quattro domeniche che si siede in panchina. Il momento per dimostrare arriverà. Non dimentichiamoci poi quella cosa chiamata fortuna. Quel goal al novantatreesimo, quella parata nel recupero e quel goal sbagliato dagli avversari a porta vuota servono sempre. Ho sempre però pensato una cosa, che nell'arco di un intero campionato tutto si compensa, che quella svista arbitrale e quei punti persi per colpa di qualcuno li ritroverai nello stesso modo più avanti. Non devono mancare i leader nello spogliatoio, saranno loro, con la loro esperienza a spronare i giovani nei momenti più difficili, e saranno loro a fare da collante tra giocatori e staff tecnico.

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Tra narrazione e realtà: scopri la tua "aret...

Scrivere è un rimedio naturale. Non servono tastiere, bensì un foglio e una penna. Un modo tradizionale 1.0 di raccontarsi, ma estremamente efficace. Cosa posso raccontare di me? Cosa avrà ma da suggerirmi la mia coscienza? Sembrano lontani alcuni momenti, flash di scene vissute che tornano e che rivediamo con occhi diversi, con un ascolto interiore ragionato, rattoppato a volte, ma pur sempre autentico, anche se mediato dai colori delle emozioni. Ricostruire un evento della propria vita e cercare di aprire un dialogo con esso, a cosa serve? La domanda non è "a cosa serve", ma "perché farlo". Abbiamo un bisogno estremo di conoscerci davvero, di ri-conoscerci poi attraverso la nostra stessa vita, che si costruisce, giorno per giorno, attimo dopo attimo, incontro dopo incontro, lasciando tracce che vanno raccolte, riviste, riaperte, interpretate, memorizzate e collocate in uno spazio preciso, per non disperderle. Partiamo da noi. Attraverso la scrittura, anzi la bio-scrittura si entra in forte intimità con se stessi, ci si denuda di vesti scomode e si indossano maschere, forse, oppure, il contrario, si tolgono gli elastici e ciò che copriva il nostro volto cade e lascia trapelare verità, spigoli che non riusciamo a livellare, rotondità di pensieri che si lasciano afferrare. Quante volte abbiamo preso carta e penna per scarabocchiare un foglio, dichiarando guerra, senza nemici contro cui scagliarci, ma soltanto ombre, rimuginii che avremmo voluto disinnescare come mine vaganti! Che liberazione poter scrivere nero su bianco uno sfogo, un insulto passeggero, un'ingiustizia. E poi un senso di libertà e di leggerezza, un punto e virgola in un discorso costellato di punti. Ecco, i punti: a volte sono necessari, altre volte è il caso di toglierli.   Come iniziare a familiarizzare con la scrittura? Beh si può incominciare con una lettera di ringraziamento: a tutto ciò che abbiamo avuto, a ciò che ci ha aiutato a crescere, a ciò che è stato parte di noi. Dimentichiamoci i "momenti bui", diamo spazio, in questa parentesi a ciò per cui possiamo dire grazie alla Vita. Non crediate siano pochi i motivi, nonostante, alcune difficoltà mettano alla prova il miglior ottimista! Scrivere è un atto terapeutico: costruisce percorsi, narra racconti e noi possiamo prendere posto in una scena di cui diventiamo i registi, per rappresentare il nostro film migliore, la nostra esistenza. Un modo per attraversare i luoghi della nostra anima, del nostro "vivere dentro", per portarlo fuori, allo scoperto e per dargli cittadinanza. Partiamo dal "Grazie per...". Poi, in altri appunti di viaggio, scriveremo altre lettere. Buona riflessione!

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La ricerca della perfezione (accetta i tuoi difett...

Il perfezionismo, in senso lato, può essere definito come il rifiuto di qualsiasi difetto, anche minimo, che in genere si accompagna all’incapacità di accettare i propri errori. La persona perfezionista è alla continua ricerca di risultati impossibili da raggiungere, un atteggiamento che può portare a frustrazione e a isolamento. Ma dal perfezionismo possono emergere anche aspetti positivi, in ambito sportivo e nella vita di tutti i giorni. Sul lavoro, il perfezionista non è mai soddisfatto del risultato che ottiene o della prestazione che si appresta a svolgere. Rimanda, non decide, non chiede aiuto e non delega ad altri, perché li ritiene incapaci di conseguire risultati all’altezza dei suoi standard, dunque tiene tutto per sé, accumula e si logora per il carico che aumenta. E più tenta di raggiungere la “sua” perfezione, sulla base di un modello di valutazione che in genere è ben più elevato di quanto la situazione richieda, più resta intrappolato in un labirinto mentale senza via d’uscita.Il segreto è buttarsi quando si ha la sensazione di essere all’80% del proprio obiettivo, per poi correggere il tiro in corso d’opera, perché la corsa verso il 100% porta a non iniziare mai, anzi: rischia di trasformarsi nel paradosso di Achille che insegue la tartaruga, lo conosci, vero?I ricercatori della scuola di Randy O. Frost, professore di psicologia allo Smith College di Northampton, hanno individuato diverse cause del perfezionismo negativo, tra le quali metto in evidenza queste quattro:1. la paura, del tutto irragionevole, di commettere errori per evitare di essere giudicati male o ritenuti dei falliti;2. il volersi imporre standard di qualità troppo elevati rispetto alle reali necessità;3. la bassa autostima e la conseguente insicurezza che scatena il bisogno irrefrenabile di verificare in modo ossessivo i propri comportamenti e i propri risultati, nel timore che siano errati;4. l’eccessiva ricerca dell’organizzazione e di un sistema rigido e schematico nella programmazione di un’azione, che alla fine comporta ritardi e il mancato raggiungimento degli obiettivi, ossia l’opposto di ciò che si intendeva conseguire.Il perfezionismo è patologico se ti frena, ma è un amplificatore della motivazione se ti spinge ad impegnarti per migliorare.

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Botta e Risposta: come controllare ansia e tension...

Tu chiedi e Massimo Binelli Coach risponde. Questa settimana si parla del caso di un bravo portiere che in allenamento fa faville, ma in partita diventa una statua di marmo, paralizzato dall’ansia tra i pali della porta.Ecco cosa mi ha scritto Massimo un mio omonimo:«Buongiorno, mi chiamo Massimo e gioco a pallamano, sono un portiere. In allenamento do tutto e credo di essere anche un buon portiere, ma appena si gioca in campionato e mi ritrovo tra i pali divento un pezzo di marmo, sbianco, praticamente vado nel panico più totale.Vorrei un tuo consiglio su come eliminare questo mio punto debole, perché non vado in guerra, ma semplicemente pratico lo sport che amo e ciò nonostante non riesco a divertirmi. Spero che tu mi risponda presto». L’ansia da prestazione sportiva è un “mostro” con il quale molti atleti si trovano spesso a combattere. Cos’è l’ansia? È uno stato emotivo alterato che provoca disagio o addirittura ci fa diventare un pezzo di marmo, come dici tu, associato ad emozioni quali tensione, preoccupazione, nervosismo, agitazione, apprensione, paura e pensieri negativi. Se l’ansia supera una determinata soglia di guardia, diversa da atleta ad atleta, e più in generale da individuo a individuo, influisce in modo negativo sulla prestazione fisica e mentale, perché porta a perdita di lucidità, di attenzione e di concentrazione. Il “segreto” consiste nel riuscire a identificare la nostra personale soglia di ansia benefica, perché, entro certi limiti, l’ansia è un’alleata, non una nemica, e con questa “ansia amica” un Atleta Vincente deve imparare ad andare d’accordo. Per gestire nel modo giusto questo stato di tensione fisica, psichica e nervosa che si manifesta dentro di te non appena ti ritrovi tra i pali, ribalta la prospettiva. In allenamento dai tutto e ti ritieni un buon portiere? Applica la mia regola 9:Allenati ogni giorno con consapevolezza e concentrazione, come se fosse la tua gara più importante, e affronta la tua gara più importante come se fosse un normale allenamento.Riesci a percepire dentro di te l’effetto di questa strategia? Se affronti gli allenamenti immaginando, grazie alla visualizzazione, di essere in campo per una partita importante, farai diventare “normale” ciò che per te adesso è “eccezionale”. Quando poi sarai tra i pali per disputare una partita vera, non dovrai fare altro che ritrovare dentro di te le sensazioni sperimentate ogni giorno in allenamento. L’allenamento, oltre a servire per migliorare la preparazione tecnica e fisica, per te deve diventare il banco di prova delle tue emozioni, affinché il controllo dell’ansia si trasformi in routine, ossia in un automatismo, in una competenza inconscia.A questo punto ti stai forse chiedendo su quali aspetti dovrai lavorare maggiormente per eliminare il tuo punto debole?

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Il motore dell’autostima (Meritare la felicità ...

Nella sesta sessione del videocorso Atleta Vincente do questa definizione di autostima: «Avere autostima vuol dire conoscere il proprio valore, pur nella consapevolezza dei propri limiti». Significa che bisogna avere coscienza della propria dignità, prima come persona e poi come atleta. Significa che dobbiamo possedere la chiara percezione del proprio sé, rispettarsi e avere fiducia nella capacità di esercitare il controllo efficace delle possibili situazioni che ci troviamo ad affrontare, nella vita, in allenamento o in gara. Ecco la domanda: si può potenziare il motore dell’autostima? Partiamo da un presupposto: se affrontiamo la vita con un atteggiamento di bassa autostima è come scattare dall’ultimo posto della griglia di partenza del MotoGP a seguito di una penalità inflitta al pilota, e darsi per vinti ancor prima del via.Come dici? Ti sta venendo in mente la gara conclusiva del MotoGP 2015, a Valencia, quella del “biscottone” confezionato tra Jorge Lorenzo e Marc Marquez, dove Valentino Rossi fu costretto a partire dalle retrovie?Quando gareggi “per vincere”, non hai nulla da perdere, mentre quando gareggi “per non perdere”, hai tutto da perdere e nulla da guadagnare.Se mi segui, sai che uso lo sport come metafora potente della vita, pertanto il messaggio che intendo trasmettere ricordando l’impresa di Valentino è questo: se ci fidiamo delle nostre potenzialità e sappiamo di meritare ciò per cui stiamo lottando, in primis la felicità, che è lo scopo primario della vita, riusciamo ad essere più consapevoli delle nostre azioni e in un certo senso modifichiamo il nostro futuro. Chi è consapevole del proprio valore e ha sviluppato una sana autostima è attratto da persone come lui e vive meglio, perché si circonda di positività e adotta un atteggiamento proattivo, ossia reagisce ancor prima che gli eventi accadano, e coglie ogni opportunità mettendo in campo tutte le risorse e le potenzialità personali necessarie a conseguire un obiettivo. Chi vive nella pesantezza della propria bassa stima di sé, invece, tende ad essere attratto da persone negative, perché nella melma si sguazza molto meglio in compagnia, ci si consola condividendo le proprie disgrazie, cercando di conquistare il poco invidiabile primato della sfiga più grande di tutte. Se le nostre azioni sono guidate dalla paura, prima o poi finiremo per attrarre proprio gli eventi dai quali volevamo fuggire, perché nella nostra mente si formano pensieri e immagini di ciò che spaventa, e questo meccanismo innesca la profezia che si autoavvera. Il fatto di pensare a una cosa negativa, per la nostra mente, che rimuove la negazione, equivale a desiderare. Grazie all’allenamento mentale possiamo imparare ad alzare l’asticella del livello di felicità e del livello di successo giusti per noi, per far sì che si modifichi la nostra “immagine dell’io” e che la profezia che si autoavvera faccia accadere cosa è meglio per noi al posto di sabotarci.

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Le 25 regole di un Atleta Vincente (Strategie e af...

Nella mia lunga esperienza di sportivo e di mental coach, ho avuto a che fare con centinaia di atleti, compagni di squadra, avversari e coachee, che è il termine usato per definire i clienti di un coach. Ho trovato un’umanità molto variegata, formata da persone positive e persone negative; eterni ottimisti e insopportabili lamentosi; compagnoni logorroici e orsi solitari. Con ognuno di questi individui ho adottato adeguate modalità di relazione, fuggendo a gambe levate dai lamentosi e negativi, lasciati con piacere a crogiolarsi nel loro pantano mentale, e cercando di trovare le parole giuste per entrare in empatia con tutti gli altri, anche se non sempre ci sono riuscito. E sai cosa ho capito? Che certe volte è sufficiente una frase, un aforisma noto o inventato sul momento, per sbloccare energie nascoste. Nel tempo, ho raccolto 25 frasi suggestive ed efficaci, alcune mie e altre tratte da citazioni famose, e ho pensato di proporle in questa Pillola, che dunque esce dal solito schema dell’argomento specifico, sotto forma di regole. Se farai tue queste regole, o anche solo alcune di esse, potrai richiamare alla memoria quella giusta quando nella testa iniziano a formarsi pensieri negativi. Al posto di darti spiegazioni cervellotiche e spesso inutili, metti a tacere la tua vocina con una regola, vedrai che funziona!Ecco 3 delle 25 regole. Scopri le altre 22 nel video…1. Non ci sono scuse che tengano: la responsabilità della tua prestazione è soltanto tua.2. Quando gareggi “per vincere”, non hai nulla da perdere, mentre quando gareggi “per non perdere”, hai tutto da perdere e nulla da guadagnare.3. Allenati ogni giorno con consapevolezza e concentrazione, come se fosse la tua gara più importante, e affronta la tua gara più importante come se fosse un normale allenamento.Alla fine, scegli le tre regole che ti hanno colpito di più, che hanno suscitato in te le reazioni più potenti. Scrivilo nei commenti. Sarà utile a tutti avere un quadro dei diversi livelli di osservazione, ossia dei tasti che ciascuna regola riesce a far suonare, delle sensazioni che scatena e del perché ciò accade.

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Maratona, il muro del trentesimo chilometro (Abbat...

Il cosiddetto “muro del trentesimo chilometro”, noto anche come “muro della maratona”, è l’incubo di molti maratoneti. Anche quando il crollo fisico non avviene, si verifica comunque un pesante calo di energia mentale, per effetto della profezia che si autoavvera: temo il muro, me lo aspetto, cerco di non pensarci ma in realtà mi logoro e quando arriva sono mentalmente sfinito. E su quel muro spesso si infrange rovinosamente il sogno di arrivare al traguardo dei 42 chilometri e 195 metri.Dopo la Maratona di Roma 2016, ho ricevuto molte email da parte di atleti che per la prima volta hanno “visto” il muro. Anziché prendere spunto per uno dei miei Botta e Risposta (http://www.massimobinelli.it/il-blog-...) da uno dei tanti messaggi, tutti più o meno simili tra loro, il che mi avrebbe costretto a scegliere a caso, ho pensato di affrontare l’argomento “muro” in modo più ampio e, spero, più esaustivo per ogni runner. Sgomberiamo subito il campo da un possibile equivoco, per evitare di creare false aspettative in chi si immagina che adesso io mi metta a ragionare di preparazione atletica, di scorte organiche di carboidrati, di bilancio idrico o di integratori alimentari. Nella prima sessione del videocorso Atleta Vincente, parlo della Formula dell’Atleta Vincente (se ancora non la conosci, puoi approfondire subito, l’iscrizione è gratis!): http://atletavincente.com/ Ti rivolgo una domanda binelliana: secondo te, quanta energia hai ancora in corpo quando si accende la spia della riserva e la vocina che hai in testa inizia a ululare, ti grida di smettere, ti viene da vomitare dal dolore muscolare?Quando ti trovi di fronte al muro, sappi che in linea di principio ne hai ancora per percorrere altri 30 chilometri, come minimo, perché questi meccanismi ormai fanno parte del nostro patrimonio genetico, dunque la tua spia funziona ancora come funzionava un milione di anni fa.

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Le parole inutili sono veleno (Il valore del silen...

Le chiacchiere inutili sono velenose per tutti, per chi le subisce e, soprattutto, per chi le alimenta. Chi si lamenta è convinto che sfogarsi con qualcuno lo faccia star meglio, lo aiuti a scaricare le tensioni, ma è soltanto un’illusione, perché continuare a parlare dei propri problemi non fa altro che tenerli vivi, costantemente ancorati al presente, anche quando si tratta di situazioni che risalgono al passato remoto.Che fare, dunque, quando la testa è affollata da lamenti e tormenti che non danno pace? La soluzione è semplice: entrare nel mondo del silenzio.Sì, hai capito bene, il silenzio. Il silenzio è una cura meravigliosa per la mente. Nella pratica della meditazione si cerca di raggiungere il silenzio dei pensieri, perché in quella condizione la mente riposa ed inizia a rigenerarsi. Alla stessa stregua, dobbiamo provare il valore del silenzio delle parole, anch’esso curativo e foriero di benessere. Dobbiamo imparare a far scivolare dolcemente nell’oblio tutto ciò che ci ossessiona, perché le parole inutili stancano, chi le pronuncia e chi le ascolta, e impediscono al cervello di recuperare le energie, in un circolo vizioso dal quale non è facile uscire. Da tempo si sente parlare dei benefici del digiuno, una pratica a scopo purificatore o terapeutico la cui efficacia è stata oggetto di indagini scientifiche. Ebbene, il silenzio consapevole può avere per la mente lo stesso effetto che il digiuno ha per il corpo. Se ne hai la possibilità, prova a prenderti un’ora, mezza giornata o un giorno intero tutto per te e proclama lo “sciopero dell’ugola”. Sarà dura isolarsi dal mondo, evitare di rispondere al telefono (si potrebbe inviare un messaggio…) e sottrarsi alle tentazioni del pettegolezzo selvaggio, ma scoprirai quanto può essere benefico.Oltre ad apprezzare il valore del silenzio, cosa si può fare grazie all’allenamento mentale per abbandonare il personaggio nel quale ci ritroviamo imprigionati e riscoprire la vera essenza di sé, la propria identità? Innanzitutto si può imparare a controllare e riformulare i pensieri in modo corretto. Poi è possibile apprendere le tecniche per visualizzare se stessi in modo positivo, affinché la mente possa credere che esiste un’alternativa al buio. Vuoi saperne di più sul percorso che potresti fare assieme a me per riappropriarti della tua positività?

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Registi dei nostri film

Sono solo un narratore, e il cinema sembra essere il mio mezzo. Mi piace perché ricrea la vita in movimento, la esalta. Per me è molto più vicino alla creazione miracolosa della vita che, per esempio, una libro, un quadro o la musica. Non è solo una forma d’arte, in realtà è una nuova forma di vita, con i suoi ritmi, cadenze, prospettive e trasparenze. E’ il mio modo di raccontare una storia. (Federico Fellini)​Il nostro cervello procede per rappresentazioni, osserva la realtà e la codifica restituendo immagini. E così noi vediamo le cose che si muovono intorno a noi, gli oggetti fissi, i colori, il mondo che danza mentre noi rimaniamo fermi oppure il contrario, il mondo fisso, mentre noi balliamo. Se ci dicono "mela", immediatamente il nostro cervello immagina quello che per noi è una mela, avendone coscienza e avendo associato a quella forma verde o rossa il nome "mela", così noi "vediamo" una mela. Allo stesso modo codifichiamo messaggi, interpretazioni alle circostanze e costruiamo, piano piano la trama dei nostri film interiori, frutto delle nostre convinzioni che alimentano le nostre storie personali. Con quali film interiori stiamo guardando la realtà? Un uomo entra in un bar e il barista gli chiede: "Salve posso aiutarti?". Se lui indossa le lenti del "ormai sono vecchio, chissà se si nota", alle parole amichevoli del barista che gli dà del Tu, egli risponderà con entusiasmo, interpretando il suo saluto come un "salve giovanotto!". Se l'uomo indossa le lenti del "dare del Lei a uno sconosciuto è segno di educazione", il modo di fare del barista gli sembrerà irriverente e si scoccerà tantissimo, pensando che il barista sia un bel maleducato e utilizzerà un tono di voce scocciato.Come sono i nostri "film"? Come ci predisponiamo rispetto al mondo là fuori, alle nostre relazioni, agli estranei? E penso a me, quanti fraintendimenti nell'indossare lenti di un tipo piuttosto di un altro! Che ridere, pensando a certe situazioni, credo proprio di essermi resa ridicola oppure di aver fatto la figuraccia dell'ansiosa irrequieta! Oddio oppure penso a quanto mi sia sentita in imbarazzo per motivi che in realtà erano soltanto nella mia mente.Indossare le lenti giuste nei momenti giusti, è una capacità allenabile se impariamo ad osservarci e a credere fino a un certo punto alle tante storie che ci raccontiamo: siamo dei grandissimi registi e, spesso, dei pessimi attori protagonisti! A volte facciamo le star, altre volte soffriamo se ci trattano da comparse: ma noi che parte vogliamo recitare veramente? Togliamoci gli occhiali e i panni del nostro personaggio, dove siamo oggi? Su quale palcoscenico vogliamo salire per raccontare la nostra vera storia? E, soprattutto, a chi vogliamo raccontarla?I nostri film sono le nostre convinzioni più radicate: proviamo a rivederli al rallentatore e, qualche volta, proviamo a soffiarli via, davanti ai nostri occhi, come se fossero delle cartoline lasciate libere nel vento. Proviamo a riscrivere il copione, evitando di credere che questi film siano la rappresentazione della realtà: sono scatti di vita assemblati ed etichettati. Togliere l'etichetta e dare un nuovo significato non è facile, ma è altamente consigliato. Perché la realtà si costruisce davanti ai nostri occhi nel momento in cui scegliamo di guardarla in quel modo o nell'altro.​Siamo portatori di senso, siamo costruttori di sogni e di verità. Siamo ciò che scegliamo di essere, siamo continuamente dietro una cinepresa: quale sarà il prossimo ciak?

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Gestire lo stress agonistico (Risparmiare energie ...

Ogni atleta convive a modo suo con lo stress agonistico, tuttavia quando gli effetti di questa alterazione dei parametri fisiologici superano una determinata soglia di guardia, diversa da atleta ad atleta, e più in generale da individuo a individuo, la prestazione rischia di risentirne pesantemente, perché possono verificarsi perdita di lucidità, di attenzione e persino di memoria. Senza contare che lo stress costa molto, in termini di energia nervosa, dunque va tenuto sotto controllo. Il “segreto” per riuscire a gestire questo stato di tensione fisica, psichica e nervosa che si manifesta in prossimità di una gara, come risposta ai pensieri e alle immagini che iniziano ad affollare la mente di un atleta, consiste nel riuscire a identificare la soglia personale di “normale stress agonistico”, affinché ogni variazione possa essere riconosciuta sul nascere, perché, entro certi limiti, lo stress è un fedele alleato, aiuta ad entrare nello stato di massima attivazione. Un atleta deve imparare a leggere rapidamente tutti gli indicatori di un imminente rischio di “fuori soglia”, come se avesse davanti a sé un cruscotto con tanti strumenti a lancetta che puntano verso la “zona rossa” da tenere sotto controllo. Cos’è che porta le lancette verso la zona rossa? Sono i segnali di nervosismo eccessivo, la salivazione azzerata, lo stimolo troppo frequente di urinare, la respirazione accelerata, il cuore che scalpita, e questi indicatori premonitori vanno riportati in zona di sicurezza prima che sia troppo tardi. Per farlo, occorre agire sul controllo dei pensieri, delle immagini mentali e, soprattutto, della respirazione, per ripristinare stati di calma e rilassamento a cui in precedenza sono stati creati opportuni ancoraggi.Nella https://www.youtube.com/watch?v=M3TE8... ho spiegato come adottare una semplice pratica di rilassamento per controllare la paura e la tensione della gara. A questa tecnica, molto efficace, possiamo affiancare un esercizio specifico, da svolgersi mentre si va verso il luogo di gara oppure negli spogliatoi, basato sul controllo della respirazione, perché il controllo del respiro, per un atleta che si accinge ad affrontare una gara, è importante come il controllo dei materiali da usare, dell’abbigliamento da indossare e di tutto ciò che costituisce il suo personalissimo rituale preliminare alla competizione. La respirazione è correlata ad altre reazioni fisiche e mentali e questo insieme aiuta l’atleta a gestire lo stress e ad affrontare la gara con lo stato d’animo adeguato. In questo video ti spiego qual è il modo corretto di respirare. Al termine delle respirazioni, sempre ad occhi chiusi, puoi iniziare il riscaldamento mentale con la visualizzazione, di cui ho parlato nella Pillola 48: https://www.youtube.com/watch?v=fsiAH...Vuoi saperne di più? Per ricevere un aiuto concreto sul modo corretto di formulare il dialogo interno e sulla visualizzazione, e per continuare in modo consapevole la tua crescita personale, contattami e ne parliamo.Leggi l’articolo completo nel mio Blog: http://massimobinelli.it/il-blog-di-m...Vuoi parlarne? Prenota una Sessione di Coaching Gratuita con me: http://massimobinelli.it/info

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Paura di sbagliare (Come prendere le decisioni giu...

Secondo te, in quanti modi è possibile prendere una decisione? Io sostengo che siano almeno sei:1. “a naso”, seguendo l’istinto;2. razionalmente, valutando con rigore pro e contro;3. affidandosi ai pareri e ai consigli degli “esperti”;4. tirando a sorte;5. consultando un mago o una cartomante;6. aspettando che arrivi l’ispirazione.Nel video li espongo uno per uno. Prima di guardarlo prova a indovinare…Per ricevere un aiuto concreto sul modo corretto di prendere decisioni, e per continuare in modo consapevole la tua crescita personale, contattami e ne parliamo.

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Dialogando con l'imprevisto

Vivere è un’arte che assomiglia più alla lotta che alla danza, perché bisogna sempre tenersi pronti e saldi contro i colpi che ci arrivano imprevisti. (Marco Aurelio) La sapeva lunga Marco Aurelio! La vita è per sua natura imprevedibile. E così, capita che ti organizzi, pianifichi il tuo progetto, prevedi un po' la gestione di impegni, guardi il calendario, segni la data del prossimo corso e... arriva una telefonata e tutto si stravolge. All'improvviso, vedi le tue certezze frastagliarsi, come le foglie secche, d'inverno, che si accartocciano sotto i tuoi piedi. Ti chiedi: e adesso? Cosa faccio? Cosa cambia in questa situazione? Innanzitutto cambia la percezione del controllo: non puoi esimerti dall'accettare il nuovo scenario, che governa, si impone con una sfacciataggine che quasi irrita, si insinua e si prende gioco di te. L'imprevisto è lì, seduto di fronte al tuo volto inebetito, e ti osserva, quasi divertito, con ghigno sarcastico, ingrato. E così cambia pure la percezione del tempo: ciò che fino a un istante prima era una mazurka di date disseminate tra pomeriggi e sere, ora è un valzer lento di cui non conosci bene i passi. Tutto si sofferma sull'unica vera data certa: quella che ha sconvolto la tua agenda, i tuoi piani, i tuoi pensieri, tutto. E poi cambia la visione delle cose: ce la farò? come farò? e se poi…? E allora la qualità dei pensieri determina inesorabilmente la qualità del tuo momento presente, che si tinge di resa. Di fronte a un disegno più grande del tuo, nulla puoi se non capire di quali nuovi colori necessiti per stare dentro al cerchio: o dentro o fuori. E si accendono sirene nella tua mente, lampeggianti come fari nella notte, tonanti al punto da farti girare la testa, e i dubbi sul da farsi rispetto al "tutto è cambiato" si prendono per mano, si rafforzano l'un l'altro, diventano una associazione a delinquere. Come gestire l'imprevisto che ti sconvolge, ti alita addosso il suo acido sapore? Ti fermi, pensi e una parola risuona: accettazione. Eh già! Bella cosa l'accettazione! Come si fa ad accettare, quando la tua natura, libera e indipendente, non ne vuole sapere? Costrizioni contro la propria volontà, perché mai? Era tutto scritto, programmato, deciso e ora? Non ci sto! Eppure questa parola, accettazione, sembra interessante: è uno stato d'animo, un punto di vista, un'assunzione di significato, un gesto eroico, in certi momenti! Accettazione rimanda all'azione dell'accoglienza e, quindi, al fare posto: non è la realtà che è "cattiva", ma il modo in cui decidiamo di guardarla che la rende di segno positivo o negativo, pertanto se accetto l'imprevisto, lo detronizzo e gli rubo forza. Questa serve a me per andare oltre, per riformulare tutto, per trovare una nuova logica, per rimettere tutto in discussione, adattandolo nelle nuove pieghe, nei nuovi incastri che si andranno a ridefinire. E ora a noi due im-previsto: non vincerai tu, anche se siamo 1-0. E' una battaglia, ma io vincerò la guerra!

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Coaching: vincere la paura del giudizio

Tu chiedi e Massimo Binelli Coach risponde. Questa settimana si parla di timore di sbagliare e di paura del giudizio degli altri, nella vita e nello sport. Due gabbie mentali molto comuni, che ritrovo spesso nei messaggi che ricevo.Ecco cosa mi ha chiesto Luca, un calciatore professionista:«Ciao Massimo, mi chiamo Luca, gioco a calcio nei professionisti. Ti scrivo per sapere se puoi darmi consigli su come risolvere il mio problema. Quando sono in campo, ho sempre paura di sbagliare, non riesco mai a dare il 100%, perché questa paura che ho dentro di me influisce sul mio rendimento calcistico. Spesso ho anche paura del giudizio delle altre persone, non riesco a sbloccarmi e non riesco a iniziare a giocare al massimo. Puoi aiutarmi?».Ascolta cosa ho risposto…Hai una domanda da rivolgermi? Scrivila nei commenti, oppure visita il sito massimobinelli.it, inserisci il tuo nome e la tua email più importante per iscriverti e per ricevere subito la mia Guida per la tua crescita personale, poi clicca su Contattami: trovi tutte le istruzioni per inviarmi un messaggio. Se il tuo quesito sarà di interesse generale, ti risponderò in uno dei prossimi Botta e Risposta!

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Esci dal tuo vittimismo (Come ritrovare la fiducia...

Come si esce dal labirinto mentale della “cultura del sospetto”? Come superare i luoghi comuni, le sentenze come “Io non mi fido più di nessuno”, che finiscono per diventare un filtro non solo per ciò che è estraneo, ma anche per ciò che sta vicino a noi e producono solitudine? È necessario sviluppare una nuova consapevolezza e renderci conto del fatto che se per noi tutti gli “altri” sono soggetti potenzialmente pericolosi, vuol dire che anche per tutti questi altri “noi” siamo soggetti potenzialmente pericolosi. Dobbiamo capire che se proiettiamo sugli altri le nostre paure, alla fine non resta nessuno di cui fidarci veramente, e noi diventiamo le prime vittime di questo corto circuito. Tra l’altro, questa forma di vittimismo scatena il fenomeno della negatività collettiva, che come un buco nero attira altra negatività fino a diventare un’enorme massa informe dalla quale è quasi impossibile allontanarsi, tanta è l’attrazione. Ricordi, al proposito, l’enunciato della mia Legge di Attrazione della sfiga (https://youtu.be/Gy2k9WqIQJU?list=PLN... Dice che chi si piange addosso ha SEMPRE ragione, perché più formula pensieri negativi e più continua ad attrarre la sfiga su di sé. Chi si lamenta in continuazione, intossica la sua mente e la mente delle persone che ruotano nella sua orbita. Con l’occasione, rinnovo il consiglio: stai alla larga da chi non vede l’ora di rovesciarti addosso tutti i suoi problemi e le sue paure, da chi è sempre infelice perché è deluso della società, a suo dire colpevole di tutte le malefatte del mondo intero. Trova una scusa qualsiasi ma allontananti subito! Lascia le persone negative in compagnia della loro pesantezza, altrimenti ti ritroverai con le batterie a terra. Se accetti di far parte del club del lamento, se accetti l’idea malsana che la “colpa” è sempre di qualcun altro, continuerai a vedere e a percepire solo ciò che NON va bene per te, sarai circondato dal negativo, e tutto quello che invece potrebbe essere utile e importante per il tuo successo ti passerà sotto al naso senza che tu nemmeno te ne accorga. Esci da questo stato di “comoda passività”, fai pace con quello che ti turba o ti delude, degli altri e del mondo più in generale, e comincia a pensare ai tuoi obiettivi in modo costruttivo e non con atteggiamento disfattista. Visualizza ciò che è positivo per te, visualizza le cose che approvi al posto di quelle che contesti “a prescindere” e vedrai che la tua vita inizierà a cambiare. Da quel momento ti riapproprierai della tua libertà e non potrai nemmeno più sopportare l’idea di frequentare persone negative, che ti ingabbiano con la loro pesantezza. Ti va di scoprire come puoi affrontare questo percorso di crescita personale? Contattami e ne parliamo…

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