Filtra: 

Psicologia

Nasce un nuovo sintomo: la paura sars cov2

Purtroppo stiamo vivendo una anno molto difficile e travagliato a causa dell'emergenza sanitaria dovuta ad un Virus sconosciuto. Il virus del Covid19 ci impone nuovi stili di vita e cambiamenti repentini ai quali spesso, non tutti, riescono a far fronte e molti subiscono passivamente molte problematiche che vanno ad innescarsi a causa della triste realtà, una realtà che non avremmo mai immaginato di essere costretti a vivere. Già la chiusura forzata dei mesi di marzo- aprile e maggio hanno creato molteplici difficoltà a coloro che erano labili psicologicamente, inoltre molte persone si sono trovate a fare i conti con tensioni ed ansie e stati d'animo ai quali non erano mai stati esposti prima d'ora e che non conoscevano assolutamente. L'estate ha fornito un pò di respiro ma abbiamo abbassato, erroneamente, la guardia ed ecco che il virus è tornato. La paura, in tutti noi, si è riattivata e sta creando moltissime complicazioni psicologiche se non addirittura psicopatologiche che vanno ad alterare la vita di tutti i giorni. Sono in tanti a soffrire di attacchi di panico a causa di una vita che cambia, spesso, senza la propria volontà senza che riusciamo a decidere per noi stessi e per le nostre famiglie. Si inizia a soffrire di ansia e di depressione perchè ci si trova nuovamente di fronte ad un futuro incerto e così sale il timore di non riuscire a stare di nuovo in situazioni difficili, iniziano a sudare le mani, a sentirsi soffocati dentro una stanza, a non dormire la notte. E' fondamentale riuscire a chiedere aiuto ad un professionista, poichè se questi timori e/o problemmatiche passano "inosservate" hanno la possibilità di ingrandirsi prendendo il sopravvento fino al punto di far diventare poco funzionale ogni cosa che facciamo, dal lavoro, allo studio, alla gestione dei rapporti con i familiari e con la realtà sociale che abbiamo intorno. Quali sono i sintomi che ci mettono in allarme? Non riuscire a dormire la notte, svegliarsi sudati, avere poca fame od al contrario senso di fame eccessivo, sentirsi nervosi senza motivo, chiudersi in se stessi, avere poca voglia di parlare, far uso ed abuso di alcool o di sostanze stupefacenti, non riuscire a concentrarsi, gonfiore di stomaco, areofagia, apatia, tachicardia, sonnolenza, problemi di stitichezza, spossatezza.

Continua...

L'atleta e la gestione della sconfitta sporti...

Ogni atleta, sia di sport individuale che di squadra sportiva, sa che prima o poi farà i conti con un sconfitta, un risultato negativo, una prestazione sottotono. La vittoria sembra essere l'unico metro per misurare il successo o l'insuccesso di una persona. Occorre primeggiare, sempre: a scuola, al lavoro, nella vita privata, nel raggiungimento dei propri obiettivi. La sconfitta non è contemplata, l'unico fine sembra essere il vincere. Nella nostra società, e sopratutto tra i più giovani, sembra completamente essersi persa la cultura della sconfitta. La sconfitta spaventa, sempre. Spaventano le insufficienze, spaventa il perdere una partita, spaventa il non vincere una gara, spaventa non passare un esame, spaventa l'essere rifiutato a un colloquio di lavoro. La vita di ciascuno di noi si svolge principalmente in un lungo elenco di sconfitte. Perdere non è il migliore degli eventi sportivi e anche gli atleti e le squadre migliori sanno che la sconfitta può di diventare una pessima abitudine sul campo da gioco. Affinché la disfatta sportiva di un momento non diventi sinonimo di fallimento cronico, sia dal punto di vista mentale che sul campo di gioco, è possibile avvalersi degli strumenti forniti dalla psicologia dello sport, che attraverso una serie di accorgimenti e fasi debitamente gestite da uno psicologo dello sport, permettono di creare una forma mentis vincente anche di fronte alle più gravi delle debacle sportive. Prendere consapevolezza del risultato e del perché La prima cosa da fare è prendere consapevolezza che la sconfitta è il risultato di una prestazione sportiva, cioè del modo in cui abbiamo affrontato la competizione, del modo in cui ci siamo impegnati e ci siamo messi in gioco. “Nulla accade per caso”, la sconfitta come la vittoria sono il risultato di un percorso e dunque si costruiscono con tutto ciò che facciamo, prima, durante e a volte anche dopo la gara. E’ importante dare il giusto valore al risultato negativo Per prima cosa, assumersi la responsabilità del risultato, ci permette di uscire psicologicamente dalla logica della sfortuna, del caso, del vittimismo, e del senso di ingiustizia, che spesso si vive per non avere raggiunto il risultato sperato. In secondo luogo, quando diciamo a noi stessi che ci siamo creati il risultato, ci poniamo anche in una condizione di auto-determinazione che ci rende attivi rispetto alla possibilità di intervenire con nuove energie sul nostro “destino” sportivo. Elaborare stato d’animo e emozioni negative La seconda azione che uno psicologo dello sport compie per rendere la sconfitta un punto di ripartenza per il suo futuro sportivo, riguarda l’elaborazione degli aspetti emotivi del risultato negativo ottenuto. Per fare questo, bisogna elaborare le emozioni generate dalla disfatta, ovvero dare voce ai sentimenti negativi, come ad esempio la frustrazione per avere fallito, lo stress e la rabbia per la sconfitta, l’impotenza, la delusione e la tristezza per non avere raggiunto il risultato sperato di fronte ad un avversario che si è mostrato più forte di noi. I colloqui per la gestione delle emozioni per un singolo atleta o per la squadra sono gestiti da uno psicologo dello sport. Questi colloqui permettono agli sportivi di: -interrompere il cortocircuito mentale che determina la comparsa di pensieri negativi che finiscono per minare la nostra autostima come persone ed il senso di efficacia come sportivi -dare nuovo significato all’insuccesso -infine ritrovare nuovi stimoli ed obbiettivi per le prossime competizioni. Questo processo di rivisitazione delle emozioni, permette di uscire dall’idea che la sconfitta subita sia un risultato assoluto e distruttivo. Il confronto Dal confronto con i compagni, con il tecnico e con se stessi, nasce la possibilità di: -Accettare la sconfitta come dato di realtà -Elaborare i sentimenti negativi -Superare la delusione ed il senso di inefficacia -Riorganizzare i pensieri e trovare nuove motivazioni -Riprogrammare gli obiettivi e definire nuove strategie Individuare dei Punti Deboli e dei Punti di Forza, come ancoraggio mentale La terza fase riguarda gli aspetti razionali della prestazione sportiva e per fare questo occorre individuare i punti deboli che hanno influenzato negativamente la gara. Dobbiamo chiederci cosa non ha funzionato dal punto di vista tecnico, tattico e psicologico ed allo stesso tempo cosa invece può conferire maggiore determinazione, forza ed efficacia durante una performance atletica. Permette all’atleta e al gruppo sportivo, di riprogrammare gli allenamenti, pianificare una nuova tattica e migliorare l’approccio emotivo in campo. Infatti, se non conosciamo i nostri limiti, abbiamo paura di guardarli ma se non ce ne occupiamo, non siamo nemmeno in grado di potercii migliorare. Il Goal Setting come organizzatore mentale Dopo avere individuato i limiti ed i punti di forza mentali e tecnici, lo sforzo che dobbiamo fare è quello di definire nuovi obiettivi di performance. Il processo di definizione degli obbiettivi ovvero goals setting, è uno straordinario organizzatore psicologico. La pianificazione degli obiettivi, permette infatti, agli atleti di -riordinare le proprie idee -ritrovare la giusta concentrazione durante la fasi critiche di una stagione -rinnovare le motivazioni al successo sportivo -mettersi nelle condizioni di allenamento e gara per poterli superare I nuovi obiettivi dopo una sonora sconfitta In genere dopo una sconfitta, anche gli atleti e le squadre migliori, creano i nuovi obiettivi avendo come meta finale la realizzazione di una buona performance più che di un buon risultato. Se, infatti, focalizziamo l’attenzione solo sul risultato, rischiamo di metterci in una condizione mentale di costrizione che finisce per inibirci. Al contrario essere determinati per la realizzazione di una buona performance agonistica, ci mette nelle condizioni mentali di dare il meglio di noi stessi, il che è un ottimo antidoto anche di fronte all’insuccesso: niente rimpianti niente rancori. Auto-Ipnosi Un programma di mental training, non deve prescindere dall’uso della pianificazione delle azioni al livello visivo. L’ipnosi in questo senso, permette agli atleti di anticipare mentalmente la performance agonistica tenendo l’atleta in un assetto mentale di concentrazione e motivazione simile a quello che si realizza durante le gare vere e proprie. L’Auto-Ipnosi come allenamento mentale Permette di allenarsi anche lontano dal campo di gioco a: -Raggiungere i propri obiettivi -Anticipare le azioni da compiere ed imparando a controllare le emozioni ed i pensieri Disturbanti Per questo se svolta con costanza è un metodo di mental trainnig molto efficace, anzi, direi indispensabile per proiettarsi verso migliori prestazioni sportive. Questi sono, i “passaggi” che se svolti con il supporto di uno psicologo dello sport, permettono ad ogni atleta, allenatore, tecnico o squadra sportiva, di utilizzare la sconfitta in modo costruttivo e creare una forma mentis vincente, in cui la disfatta non è sinonimo di fallimento cronico ma punto di partenza per una crescita umana e sportiva insieme.     Bibliografia Guida alla psicologia dello sport, Nascimbene Flavio Pensiero positivo nello sport, Bassi Gianni Coaching sportivo-la mentalità vincente di un atleta, Carlo Federico Partiamo dalla fine. Successi e sconfitte nella vita e nello sport solo questioni di metodo, Josefa Ideam

Continua...

La prima tappa della denuncia per abuso sessuale s...

La prima tappa di un presunto abuso sessuale su minore è un momento delicato che pochi conoscono poiché vi sono delle procedure particolari ma studiate per poter tutelare il minore che viene a contatto con il mondo della giustizia. purtroppo il fenomeno dell’abuso sessuale sul minore è in aumento, così come ce lo confermano i dati EUrispes, Telefono Azzurro, Save the children, ed inoltre è sempre più studiato, ed è sempre più difficile riuscire a smascherarlo poiché si stanno evolvendo le tecniche che gli abusatori mettono in atto per non farsi scoprire e per fare in modo che la vittima mantenga il segreto, ciò accade in particolar modo se si tratta di violenza domestica. L’unico testimone oculare è colui che ha subito ovvero il minore ed è fondamentale che riesca ad aprirsi ed a raccontare tutta la verità, anche se a volte è stato strumentalizzato da uno dei due genitori a raccontare il falso, ciò accade quando vi sono delle separazioni altamente conflittuali, ma nonostante tutto rimane vittima di un sistema Il minore di solito si confida con un adulto di riferimento, un genitore, un docente, una zia, un amico di famiglia, il pediatra che mettono in atto la fase relativa la denuncia presso le Forze dell'Ordine. Il passo seguente è la testimonianza, secondo la legge, che deve fare di fronte agli operatori della giustizia, ovvero raccontare il tutto alla Polizia od i Carabinieri ed uno psicologo forense. nominato dal Pubblico Ministero (Codice Rosso). Per fare in modo che abbia un’assistenza e sia tutelato vengono nominati dal Pubblico Ministero degli psicologi esperti in materia di psicologia giuridica, che con gli strumenti a disposizione e le competenze necesarie, hanno il compito di effettuare un’intervista mettendo a proprio agio la presunta vittima, stimolandola nel raccontare la verità, coaudiuvando la Polizia Giudiziaria e cercando di minimizzare se non prevenire fattori di rischio che potrebbero arrecare altri danni al minore. Il loro lavoro avviene all’interno di un’attività denominata audizione protetta, ed avviene in un luogo consono ad ascoltare il minore, gli esperti devono mettere in atto un’adeguata metodologia, riconosciuta dalla comunità scientifica ed utilizzando delle linee guida (Carta di Noto, SINPIA, linee dell’Ordine degli Psicologi del Lazio). Nel luogo in cui viene svolta l’audizione protetta vi sarà una telecamera ed un registratore in modo tale da poter fornire al Pubblico ministero e poi al Magistrato e all’indagato la prova testimoniale che sarà la base del procedimento penale, che si articolerà in incidente probatorio e poi dibattimento.

Continua...

I consigli dello psicologo... in tempi di quarante...

E' molto importante riuscire a seguire i consigli dello psicologo per poter riuscire a raggiungere il benessere psico- fisico e per riuscire ad avere un’ottima ripresa, dopo la chiusura forzata in casa dovuta al Coronavirus. A volte non è semplice riuscire a contattare un professionista ed affidarsi, ma spesso questo contatto ed un iter di sostegno psicologico è di grande supporto a qualsiasi tipologia di persona, in quanto l'esperto è in grado di vedere le nostre problematiche con un'ottica differente da come la vediamo e percepiamo, in quanto il suo bagaglio esperenziale gli permette di approfondire la complessità dell'individuo e delle differenze personali, fornendo molti spunti sulla conoscenza del nostro essere e dei nostri rapporti interpersonali. La clessidra sta correndo, finalmente l’emergenza sanitaria legata al Covid 19, sta scemando e a breve si potrà iniziare a fare una vita “fac simile” a quella che si conduceva un tempo, nonostante un nuovo riadattarsi a situazioni del tutto nuove, come il distanziamento sociale. Ma siamo pronti a rimetterci in gioco? Abbiamo paura del futuro? C’è angoscia nell’affrontare il tutto? il timore del contagio è andato via? come saremo tra qualche mese? Come fare per arrivare il più sereni possibili e pronti a quella che viene denominata "fase 2"? Gli psicologi, durante la fase del Coronavirus si sono attivati per poter dare un sostegno, a distanza, adeguato a moltissime persone di tutte le fascie d'età, soprattutto per mantenere un buon livello psicofisico, cercando di elaborare momenti altamente depressivi che innescavano altre problematiche. Oltre alle consulenze a distanza centrate sull’elaborazione della deflessione del tono umorale hanno cercato di dare dei consigli pratici sulla gestione delle giornate per far si che non venisse persa l’abilità organizzativa, la concentrazione e tutte quelle qualità cognitive utili non solo per una propria tranquillità ma anche e soprattutto per una buona ripresa, relativa alla "fase 2", che tanto spaventa. I consigli forniti dagli esperti riguardano l'affrontare la routine giornaliera in maniera concreta e con serenità, in quanto focalizzare la mente su piccole operazioni quotidiane da la possibilità di stimolare aree cognitive che spesso vengono messe in stand-by, quale l'elaborazione di pensieri positivi, la risoluzione di problemi, la stimolazione della memoria, il migliorare la propria empatia e la capacità relazionale. La maggior parte dei consigli forniti vertono su azioni legate a consolidare i rapporti familiari, tramite attività svolte assieme quali: il fare dei giochi di società, lo sfogliare album fotografici per dar vita a conversazioni che riguardano la famiglia, il fare dei puzzle, o dei semplici giochi che piacciono a tutti i componenti del nucleo; oppure il creare dei piccoli spazi personali come: il dipingere, leggere un buon libro, od ascoltare un audio libro, fare un bagno caldo; attivare la concentrazione e qualche passione tramite azioni quali dedicarsi alla creazione dell’orto- balcone, piccoli lavori domestici; oppure prendersi cura del proprio animale domestico. Molte persone che si sono affidate a tale sostegno psicologico, si sono riscoperte ed hanno ben accolto tale suggerimenti riuscendo a trarne grandi benefici.

Continua...

Arrivare preparati psicologicamente alla fase 2

La costrizione obbligata in casa a causa dell’emergenza sanitaria causata dal Covid 19 sta per terminare, finalmente l’accesso al mondo esterno sta avvenendo, seppur con parametri e precauzioni differenti in cui non si potrà abbassare la guardia. Piano piano dovremo ri- adattarci alla vita che pensavamo aver lasciato alle spalle, nonostante saranno molti i cambiamenti ai quali dovremo far fronte, siamo di fronte ad un cambiamento repentino. Molte persone si stanno rivolgendo allo psicologo per cercare di far fronte a questo nuovo momento poiché anche questa fase genera angoscia ed ansia e la sintomatologia che intacca l’equilibrio psicologico è sempre in atto, quasi come quando vi è stato il momento della costrizione in casa in cui è stato necessario abbandonare le proprie abitudini, il proprio lavoro, la propria scuola. Si è di fronte ad una nuova incertezza relativa alla “fase 2” che tutti aspettavamo ma che riguarda diversi settori, con mancanza di controllo, della nuova quotidianità e la percezione del rischio è sempre in agguato. La paura deve essere assolutamente elaborata in quanto può far insorgere problemi personali e sociali nuovi quali: incomprensioni con il partner, separazioni, discussioni con i figli, isolamento sociale, cyberbullismo, violenza domestica, gesti di autolesionismo. È importante contattare un professionista, senza remore in quanto l’esperto rha quel bagaglio conoscitivo ed esperenziale in grado di poter lavorare sulla resilienza che ognuno deve attivare, con una comunicazione importante, semplificata. Lo psicologo, che ha un’ottima capacità di indagine grazie al proprio bagaglio conoscitivo ed esperenziale, lavorerà sull’autoconsapevolezza dell’individuo che espone i propri dubbi e i propri stati negativi, ovvero favorendo il contato con se stesso, con i propri pensieri e le proprie emozioni. La riformulazione del tutto è essenziale per riuscire ad affrontare ogni periodo problematico, i contatti non devono avvenire per forza vis a vis, difatti sono molti gli psicologi che conducono i colloqui, in modo strutturato, tramite piattaforme digitali.

Continua...

La vita è più dura di uno Squat

Raggiungiamo davvero i nostri obiettivi, non quando evitiamo le difficoltà, ma quando impariamo ad affrontarle senza scorciatoie. La resilienza. Tutti noi abbiamo sperimentato, nel corso della nostra vita, un avvenimento più o meno triste (un problema di cuore, la perdita del lavoro o di una persona cara) che ci ha portato a reagire in maniera più o meno positiva, in base al nostro modo di essere e di fare. Ci sono persone, infatti, che riescono a parare i colpi senza sforzi e chi invece ne esce completamente a pezzi. La capacità di resistere e superare i momenti più bui e difficili della vita viene chiamata RESILIENZA, termine preso in prestito dalla scienza dei materiali che indica la proprietà degli oggetti di conservare la loro struttura dopo essere stati colpiti o schiacciati. Le persone più RESILIENTI mantengono la loro natura emotiva anche dopo un evento spiacevole grazie ad una capacità che gli psicologi chiamano HARDNESS, cioè una predisposizione innata all’ottimismo. Lo sport aumenta la resilienza. Lo sport è un farmaco senza effetti collaterali in grado di preservare un elevato livello di qualità di vita. Oltre a prevenire le malattie, dedicarsi a uno sport significa anche promuovere relazioni interpersonali, confronto e scambio, stimolando socializzazione e cooperazione. Più importante di questo però, è che lo sport migliora la consapevolezza di sé e l’autostima, innalzando la fiducia in sé stessi e nei propri mezzi, aumentando, in maniera esponenziale, la capacità di gestire, a livello psicologico, gli imprevisti della vita. Mai fermarsi. Mai arrendersi. Arrendersi non sempre è questione di vita o di morte, ma ogni volta che lo facciamo, neghiamo a noi stessi la possibilità di scorgere il traguardo. Arrendersi ad una difficoltà, senza provare a superare le nostre ansie e le nostre paure, non ci permette di andare oltre, di evolvere in delle persone più “grandi” e più “mature”, di diventare delle persone migliori. A volte è dura, terribilmente dura, e gettare la spugna sembra essere l’unica opzione ragionevole, ma è proprio in quei momenti che dovremmo ricordarci che la vita è una e va vissuta fino in fondo, senza rimorsi ne rimpianti. Il Fitness come la vita. Nello stesso modo, anche durante un allenamento in palestra, ogni volta che ci arrendiamo, neghiamo a noi stessi la possibilità di migliorare non solo la nostra estetica ma soprattutto la nostra salute. Arrendersi alla prima difficoltà, senza provare a superare, anche di poco, i propri limiti, non ci permette di migliorare la nostra performance, diventando più belli e più bravi. So che è molto dura e molto faticoso e che a volte la fatica è talmente tanta da non riuscire a vedere altra soluzione che fermarsi e riposare, ma è proprio in quei momenti che, come vi dico sempre, dovete ripetere a voi stessi “ce la devo fare”, “non devo mollare”. In fondo la vita è più dura di uno squat… se riusciamo ad sopravvivere alla prima, possiamo tranquillamente farlo anche al secondo. 

Continua...

Il metabolismo del glucosio durante l'eserciz...

Perché l’organismo riesca a soddisfare le accresciute richieste energetiche determinate dall’esercizio fisico, i muscoli devono avere una maggiore disponibilità di glucosio. Quest’ultimo è immagazzinato prevalentemente nei muscoli e nel fegato sotto forma di glicogeno. Bisogna quindi aumentare la glicogenolisi e far sì che il glucosio liberato, passando dal fegato al plasma sanguigno, circoli in tutto l’organismo e giunga ai tessuti in attività. Ci sono quattro ormoni volti a incrementare il glucosio plasmatico in circolo: - Il glucagone- L’adrenalina- La noradrenalina- Il cortisoloLa concentrazione plasmatica di glucosio durante l’esercizio fisico dipende dall’equilibrio tra il consumo di glucosio nei muscoli e il rilascio di glucosio dal fegato. Il rilascio di glucosio dal fegato è favorito dal glucagone la cui secrezione aumenta durante l’esercizio fisico. L’attività muscolare inoltre innalza anche il tasso di rilascio delle catecolamine (adrenalina e noradrenalina) da parte della midolla surrenale, pertanto gli effetti di tali ormoni si aggiungono a quelli del glucagone. I dati raccolti suggeriscono che anche il livello di cortisolo aumenta durante l’esercizio fisico. Pertanto, tutti e quattro gli ormoni citati possono far aumentare la quantità di glucosio ematico, promuovendo i processi di glicogenolisi e di gliconeogenesi. La quantità di glucosio rilasciata dal fegato dipende dall’intensità e dalla durata dell’esercizio. Quanto più aumenta l’intensità dell’esercizio, tanto maggiore è il rilascio di catecolamine, così aumenta significativamente anche il tasso della glicogenolisi. Nel corso di un esercizio esplosivo breve, i muscoli consumano le proprie scorte di glicogeno prima di utilizzare il glucosio presente nel plasma. Nel caso di un esercizio che si protrae per alcune ore, invece, il tasso di rilascio del glucosio epatico è più vicino al reale fabbisogno muscolare, pertanto come aumenta il consumo muscolare di glucosio, aumenta anche il tasso di rilascio del glucosio epatico. L’assorbimento di glucosio da parte dei muscoli è garantito da un altro ormone, l’insulina: quando il glucosio arriva fino al muscolo, l’insulina agevola il suo ingresso all’interno delle fibre. L’esercizio fisico può aumentare la fissazione dell’insulina ai recettori che si trovano sulla fibra muscolare. Nel corso di un esercizio prolungato però il livello di insulina diminuisce, questa contraddizione ci ricorda che è importante non solo la concentrazione dell’ormone nel sangue, bensì anche la sensibilità dei recettori presenti sulla membrana cellulare a quello specifico ormone. Ecco che l’attività muscolare determina un aumento di recettori sulle cellule, la loro attività risulta così aumentata e si riduce, quindi, la necessità di avere un livello ematico elevato di insulina. Questo è essenziale perché, durante l’esercizio fisico, ben quattro ormoni vengono sollecitati per rilasciare il glucosio immagazzinato e per fornire nuovo glucosio. Un livello elevato di insulina potrebbe contrastare la loro azione, impedendo alle cellule muscolari il necessario apporto di glucosio per soddisfare il loro fabbisogno energetico.

Continua...

Il difficile rapporto tra genitori e adolescenti

L’adolescenza è un periodo, compreso tra i 12 e i 24 anni, di evoluzione e di grandi mutamenti, che richiede una vastissima capacità di adattamento anche ai genitori, che molto spesso vengono messi a dura prova. Quello degli adolescenti e quello dei genitori è un mondo totalmente differente, in cui gli ultimi sono alla ricerca costante di un ponte con i primi ed in cui i primi cercano disperatamente di allontanarsi dai secondi. L’adolescenza è un passaggio difficile, complicato che a volte sembra una tragedia totale in cui discussioni, litigate, incomprensioni fanno da sovrano. L’andare d’accordo appare un’utopia, l’adolescenza viene vista come “L’età dello tsunami”, ma invece se si tengono a mente piccoli concetti tutto può mutare e il dialogare ed avere un bel rapporto può divenire possibile. È importante avvicinarsi al mondo dell’adolescente, nonostante oggi abbiano moltissime sollecitazioni dal mondo esterno, cercando di capirlo, di conoscere il suo mondo (Whatsapp, Instangram, Youtube, Tik Tok, Twitter, ecc.) i suoi legami e ciò che lo circonda e che molte volte i genitori non riescono a vedere, magari perché troppo presi dalla propria vita o semplicemente perché l’adolescente fa del tutto per avere il mondo proprio tenendoli lontano. Quest’ultimo atteggiamento è frutto di un momento travagliato in cui l’adolescente cerca di lottare per avere una propria autonomia. Per prima cosa il genitore deve sempre tenere a mente che è stato anche lui un’adolescente e molti stati d’animo che sta vivendo il figlio, lui li ha passati e forse anche metabolizzati. Per avere un buon rapporto con il figlio adolescente, il genitore dovrebbe fare riferimento ai modelli relazionali che ha avuto nel proprio passato ed i rapporti che aveva con i suoi genitori, prendendo in considerazione ciò che lo ha fatto soffrire e ciò che avrebbe voluto ricevere. Il genitore deve assumere il ruolo di “facilitatore” della comunicazione, promuovendo l’empatia, cercando di stimolarla e potenziarla di giorno in giorno; la buona comunicazione è la forma più alta se non, addirittura, l’unico strumento di prevenzione verso problematiche importanti quali: abuso di sostanze stupefacenti, abuso di alcol, problemi alimentari, condotte autolesive, depressione e comportamenti che violano la legge. Per promuovere una buona comunicazione il genitore deve innanzitutto evitare il silenzio, i musi lunghi, gli atteggiamenti accusatori o denigratori, assumendo un atteggiamento efficace. Importante non scordarsi mai che gli adolescenti hanno bisogno di non sentirsi mai abbandonati.

Continua...

Strutturare la giornata al tempo del Coronavirus

Il problema più grande che hanno la maggior parte delle persone che stanno vivendo una costrizione in casa imposta, per l’emergenza sanitaria dovuta al coronavirus, è quella di dover strutturare le proprie giornate e quella dei componenti della famiglia, ovvero partner e figli, in modo tale da riempire le ore che fino ad ieri correvano da sole. Chi aveva degli orari frenetici, a causa del lavoro subisce molto stress a livello psicologico e finisce con vedere aumentare una tensione che innesca un’irritabilità immotivata, i primi sintomi sono: difficoltà nel prendere sonno, risvegli continui durante la notte, agitazione durante la giornata. Si inizia a non sopportare più nulla, dalle semplici discussioni tra i figli alle tensioni con il partner, ai vicini che fanno troppo rumore. Diviene sempre più difficile cercare di passare giornate tranquille quando non si ha contezza di ciò a cui si va incontro, quando si osseeva che si registrano dati allarmanti di persone decedute; il tempo da passare in casa è divenuto indeterminato, i dati forniti dalla televisione sono sempre più allarmanti, i decreti aumentano, le città sono in silenzio, la paura aumenta. Le notizie di cronaca non aiutano, anzi sviluppano dei comportamenti al limite con agiti ossessivo compulsivi, quali la ricerca sfrenata di notizie sulla condizione italiana. Molte coppie stanno vivendo un momento di crisi, questo periodo sta generando delle incomprensioni immotivate, silenzi lunghi per piccoli fraintendimenti. È importante l’intervento di una figura professionale quale quella dello psicologo, che riesce a disinnescare delle conflittualità, proponendo dei colloqui che sono fonte di grande spunto di riflessione; lavorare su sè stessi, da soli, in un momento di tensione è molto difficile e spesso ingrandisce la frustrazione e l’impotenza di non poter riuscire a risolvere un momento di stallo psicologico. I consigli che lo psicologo esperto può fornire sono molti ed importanti. Possono partire da situazioni pratiche, ovvero dalla gestione della quotidianità con l’inserimento di attività che riguardano tutta la famiglia quali: accendere la televisione solo per sentire il telegiornale, preparare una ricetta, la preparazione dei menù settimanali, la sistemazione del giardino o del balcone, un gioco di società, una lettura di un libro, la visione di un film con la susseguente discussione di ciò che si è visto, ad un percorso centrato sull’elaborazione delle emozioni che molto spesso ci assalgono e non danno la possibilità di riuscire a metabolizzarle in modo costruttivo.

Continua...

Il meccanismo psicologico dell'attenzione

Uno dei problemi maggiori rilevati ai nostri tempi in ogni campo, dalla scuola al lavoro è il mantenere attivi e prolungati i tempi dell’attenzione, rimanere concentrati per lungo tempo, non riuscire a raggiungere gli obiettivi prefissati. Questa problematica può influire ed arrivare a compromettere la qualità della vita, dalle piccole cose quali il fare la spesa, ad un bambino che non riesce a seguire bene le lezioni, ai vari compiti da svolgere a lavoro. In ogni momento della giornata i nostri organi di senso ricevono dalla realtà fattuale molteplici stimoli Il compito fondamentale dell’attenzione è quello di fare una selezione degli stimoli, mettendo in evidenza i più importanti, limitandone gli effetti di quelli che vengono messi da parte, questo fenomeno viene denominato “Effetto cocktail party”. L’attività dell’attenzione non è illimitata, la persona può decidere come distribuirla. Il meccanismo psicologico dell’attenzione è il presupposto della memoria, poiché tramite la selezione che essa opera gli stimoli selezionati verranno richiamati alla mente in un secondo momento. La psicologia dell’attenzione ha come obiettivo lo studio dei processi attentivi attraverso l’utilizzo di specifici paradigmi sperimentali, tecniche e strumenti. Nel processo psicologico dell’attenzione nelle prestazioni, è importante fare riferimento alla teoria dell’arousal, inteso come stato generale di attivazione del soggetto che può variare dal sonno all’eccitazione diffusa. L’attenzione può essere diretta in modo volontario, definito endogeno, o anche in maniera automatica. La psicologia dell’attenzione studia il comportamento di individui chiamati a svolgere specifici compiti in laboratorio e si misurano i tempi di reazione (TR). Fondamentale è l’attenzione selettiva, ovvero la capacità di concentrarsi sull’oggetto di interesse e di elaborare in modo privilegiato le molteplici informazioni rilevanti per il conseguimento dei nostri obiettivi. È importante allenare l’attenzione, mantenerla attiva. Per fare ciò si possono effettuare gli esercizi connessi all’“effetto Stroop”, un test studiato nel 1935 dallo psicologo americano John Ridley Stroop per poter misurare il rallentamento delle prestazioni cognitive nel momento in cui il cervello deve riuscire a gestire più informazioni. Questo test consiste nel pronunciare, ad alta voce, il colore con cui è stampata una parola, quando il significato di tale parola richiama un colore diverso. Per esempio, se viene mostrata la parola “banana” scritta in viola si deve pronunciare “viola” invece che “giallo”, il colore tipico delle banane. Inoltre potenziare la capacità di concentrazione equivale a rafforzare altresì le numerose funzioni cognitive Bibliografia Baroni M. R., D’Urso V., “Psicologia generale”, Einaudi, Torino, 2004. Benso F., Guerra S. “Interventi cognitivi su vari aspetti dell'attenzione e del sistema attentivo supervisore. Difficoltà di Apprendimento 6 (4)”, 2001 Fabio R. A. “L'attenzione”. Franco Angeli Editore, Milano, 2001

Continua...

Un momento delicato, la costrizione a casa

In questo periodo non uscire per evitare il contagio e isolare l’epidemia è fondamentale, il concetto di “Resto a casa”, sebbene sia diventato un hashtag virale, purtroppo ancora fatica a entrare nella psiche delle persone. Le motivazioni di tali atteggiamenti sono molteplici, vi è una sorta di resistenza ad accettare la cruda realtà, a modificare le proprie abitudini, a reimpostare la struttura delle giornate in maniera più lenta rispetto a ciò che si faceva un tempo. Lo spirito di adattamento, ossia la capacità dell’individuo di sapersi adeguare alle mutevoli circostanze dell’ambiente fisico e sociale, la capacità di mettersi in gioco mano a mano che passa il tempo vanno ad affievolirsi. A livello psicologico sono tanti gli stati d’umore che affiorano nelle persone: la paura, per un qualcosa che non si riesce a tenere sotto controllo o che non si conosce affatto; la rabbia, per un’imposizione nel dover rimanere a casa evitando il più possibile le uscite; la tensione, nel dover gestire le dinamiche familiari che si scatenano conseguentemente ad un’irritabilità di base. Fondamentale è non trascorrere molto tempo di fronte alla televisione perché molti meccanismi e molti comportamenti vengono messi in atto proprio a causa del grande schermo. Ascoltando le varie notizie si possono sviluppare comportamenti ossessivo compulsivi volti alla ricerca smaniosa di sapere l’ultima news, di essere sempre più aggiornati non limitandosi solamente ai tre telegiornali bensì cercando altri programmi inerenti l’emergenza che l’Italia sta vivendo. Questo meccanismo ne fa scattare altri a catena, l’individuo che, in maniera smaniosa va alla ricerca di notizie, aggiorna i familiari facendo salire sia in lui che negli altri della tensione emotiva. Tutto ciò causa irritabilità all’interno del contesto familiare creando nuovi problemi e nuovi tensioni, che in questo periodo è meglio evitare in quanto ancora non è un periodo prestabilito e forse durerà molto tempo. Diviene difficile gestire la propria ansia, le tensioni altrui, i litigi dei figli, le discussioni di coppia, i momenti di noi, la difficoltà economica, il lavoro che va scemando. La coppia deve superare un momento difficile, deve imparare a gestire le oscillazioni negative, per evitare di impattare in conseguenze sinistre quali la separazione. Questo periodo può insegnare molto ad ogni persona, il fatto di essere costretti a casa ci impone una grande riflessione su noi stessi e ci sta fornendo una grande possibilità, ovvero il recuperare un valore che con il tempo stava scemando: la famiglia. Bisogna iniziare ad osservare quanto può essere bello ascoltare il punto dei vista dei figli, non perdere il controllo per loro, fornirgli spiegazioni utili in questo periodo perché ne hanno davvero bisogno poiché non sono ancora in grado di dominare le loro emozioni. Bibliografia Filliozat I. “Le emozioni dei bambini”, Piemme Bestseller, Asti, 2001 Mecacci L. “Manuale di Psicologia Generale”, Giunti, Milano, 2010 Micoli A., “Genitori di fronte la separazione”, Giuffrè Editore, Milano, 2011.

Continua...

Vigoressia, quando una sana passione si trasforma ...

La Vigoressia è un disordine clinico grave ancora piuttosto sconosciuto e di conseguenza sottovalutato ma che può essere considerato la versione “da palestra” del ben più noto disturbo dell’Anoressia (tanto che spesso viene definita con il termine di Anoressia Inversa).     Iniziamo col fare una fondamentale distinzione: non si sta parlando della sana passione per l’attività fisica che sempre più persone vivono, a volte anche in modo quasi totalizzante, e in funzione della quale fanno scelte di vita ben precise. Parliamo invece di un grosso disturbo psicologico per il quale soggetti assolutamente ipertrofici continuano a vedersi come molto magri e ipotonici, al punto da vivere il loro aspetto fisico come una vera e propria ossessione in nome della quale sacrificare ogni altro aspetto della loro vita, da quello relazionale a quello alimentare, passando all’abuso di sostanze anabolizzanti e steroidee che ne mettono a rischio la vita stessa. Perchè, è bene dirlo, di Vigoressia (così come di Anoressia, d’altro canto) si può arrivare a morire! Ribadisco quindi che non è la quantità di tempo dedicata all’allenamento che fa di un soggetto un vigoressico o meno, ma una vera e propria condizione patologica che ne influenza a 360° le scelte, l’umore, la condizione di vita in generale. Come capire se ci si trova davanti un potenziale caso di Vigoressia? I campanelli d’allarme sono diversi, l’importante è coglierli: - uno stato emotivo estremo (frustrazione, panico, ansia) in cui ci si può trovare se per una qualunque ragione (lavorativa, sociale, imprevisti vari) ci si ritrova a dover saltare un allenamento - la rinuncia progressiva alle relazioni sociali (pranzi o cene con amici o parenti, ad esempio) per paura di compromettere il proprio regime alimentare - ossessività nel controllare parametri fisici quali il proprio peso o la propria composizione corporea - comportamenti compensatori estremi in caso di un allenamento saltato o di uno “sgarro” alimentare (allenamento seguente ancora più duro, pasti saltati) - comportamenti maniacali nel rispettare dieta e integrazione alimentare, fino al punto di svegliarsi la notte per completare spuntini proteici e similari Parliamo di dati: secondo recenti studi solo in Italia i soggetti affetti da questa patologia sarebbero circa 60000, con una prevalenza di soggetti maschili e magiormente concentrati nella fascia di età che va dai 25 ai 35 anni, ma non mancano ovviamente casi riportabili alle altre fascie. Prima di chiudere, vorrei ribadire per l’ennesima volta che tutti gli appassionati di allenamento che passano ore in palestra per il piacere di sentirsi e vedersi in forma, che assumono integratori o seguono diligentemente regimi alimentari e stili di vita corretti non hanno nulla a che vedere con la condizione descritta. Nessuno, men che mai il sottoscritto, vuole minimizzare gli infiniti benefici che l’allenamento (anche molto intenso) apporta alla nostra salute; è quando l’attività fisica viene percepita esclusivamente come un dovere, quando ogni pensiero è indirizzato verso la crescita muscolare in termini di “positivo” o “dannoso” (e quindi da evitare come la peste) per essa, quando si manifestano tutti quei comportamenti prima elencati, allora si sta parlando con tutta probabilità di Vigoressia.

Continua...

Botta e Risposta: come controllare ansia e tension...

Tu chiedi e Massimo Binelli Coach risponde. Questa settimana si parla del caso di un bravo portiere che in allenamento fa faville, ma in partita diventa una statua di marmo, paralizzato dall’ansia tra i pali della porta.Ecco cosa mi ha scritto Massimo un mio omonimo:«Buongiorno, mi chiamo Massimo e gioco a pallamano, sono un portiere. In allenamento do tutto e credo di essere anche un buon portiere, ma appena si gioca in campionato e mi ritrovo tra i pali divento un pezzo di marmo, sbianco, praticamente vado nel panico più totale.Vorrei un tuo consiglio su come eliminare questo mio punto debole, perché non vado in guerra, ma semplicemente pratico lo sport che amo e ciò nonostante non riesco a divertirmi. Spero che tu mi risponda presto». L’ansia da prestazione sportiva è un “mostro” con il quale molti atleti si trovano spesso a combattere. Cos’è l’ansia? È uno stato emotivo alterato che provoca disagio o addirittura ci fa diventare un pezzo di marmo, come dici tu, associato ad emozioni quali tensione, preoccupazione, nervosismo, agitazione, apprensione, paura e pensieri negativi. Se l’ansia supera una determinata soglia di guardia, diversa da atleta ad atleta, e più in generale da individuo a individuo, influisce in modo negativo sulla prestazione fisica e mentale, perché porta a perdita di lucidità, di attenzione e di concentrazione. Il “segreto” consiste nel riuscire a identificare la nostra personale soglia di ansia benefica, perché, entro certi limiti, l’ansia è un’alleata, non una nemica, e con questa “ansia amica” un Atleta Vincente deve imparare ad andare d’accordo. Per gestire nel modo giusto questo stato di tensione fisica, psichica e nervosa che si manifesta dentro di te non appena ti ritrovi tra i pali, ribalta la prospettiva. In allenamento dai tutto e ti ritieni un buon portiere? Applica la mia regola 9:Allenati ogni giorno con consapevolezza e concentrazione, come se fosse la tua gara più importante, e affronta la tua gara più importante come se fosse un normale allenamento.Riesci a percepire dentro di te l’effetto di questa strategia? Se affronti gli allenamenti immaginando, grazie alla visualizzazione, di essere in campo per una partita importante, farai diventare “normale” ciò che per te adesso è “eccezionale”. Quando poi sarai tra i pali per disputare una partita vera, non dovrai fare altro che ritrovare dentro di te le sensazioni sperimentate ogni giorno in allenamento. L’allenamento, oltre a servire per migliorare la preparazione tecnica e fisica, per te deve diventare il banco di prova delle tue emozioni, affinché il controllo dell’ansia si trasformi in routine, ossia in un automatismo, in una competenza inconscia.A questo punto ti stai forse chiedendo su quali aspetti dovrai lavorare maggiormente per eliminare il tuo punto debole?

Continua...

Le 25 regole di un Atleta Vincente (Strategie e af...

Nella mia lunga esperienza di sportivo e di mental coach, ho avuto a che fare con centinaia di atleti, compagni di squadra, avversari e coachee, che è il termine usato per definire i clienti di un coach. Ho trovato un’umanità molto variegata, formata da persone positive e persone negative; eterni ottimisti e insopportabili lamentosi; compagnoni logorroici e orsi solitari. Con ognuno di questi individui ho adottato adeguate modalità di relazione, fuggendo a gambe levate dai lamentosi e negativi, lasciati con piacere a crogiolarsi nel loro pantano mentale, e cercando di trovare le parole giuste per entrare in empatia con tutti gli altri, anche se non sempre ci sono riuscito. E sai cosa ho capito? Che certe volte è sufficiente una frase, un aforisma noto o inventato sul momento, per sbloccare energie nascoste. Nel tempo, ho raccolto 25 frasi suggestive ed efficaci, alcune mie e altre tratte da citazioni famose, e ho pensato di proporle in questa Pillola, che dunque esce dal solito schema dell’argomento specifico, sotto forma di regole. Se farai tue queste regole, o anche solo alcune di esse, potrai richiamare alla memoria quella giusta quando nella testa iniziano a formarsi pensieri negativi. Al posto di darti spiegazioni cervellotiche e spesso inutili, metti a tacere la tua vocina con una regola, vedrai che funziona!Ecco 3 delle 25 regole. Scopri le altre 22 nel video…1. Non ci sono scuse che tengano: la responsabilità della tua prestazione è soltanto tua.2. Quando gareggi “per vincere”, non hai nulla da perdere, mentre quando gareggi “per non perdere”, hai tutto da perdere e nulla da guadagnare.3. Allenati ogni giorno con consapevolezza e concentrazione, come se fosse la tua gara più importante, e affronta la tua gara più importante come se fosse un normale allenamento.Alla fine, scegli le tre regole che ti hanno colpito di più, che hanno suscitato in te le reazioni più potenti. Scrivilo nei commenti. Sarà utile a tutti avere un quadro dei diversi livelli di osservazione, ossia dei tasti che ciascuna regola riesce a far suonare, delle sensazioni che scatena e del perché ciò accade.

Continua...

Esci dal tuo vittimismo (Come ritrovare la fiducia...

Come si esce dal labirinto mentale della “cultura del sospetto”? Come superare i luoghi comuni, le sentenze come “Io non mi fido più di nessuno”, che finiscono per diventare un filtro non solo per ciò che è estraneo, ma anche per ciò che sta vicino a noi e producono solitudine? È necessario sviluppare una nuova consapevolezza e renderci conto del fatto che se per noi tutti gli “altri” sono soggetti potenzialmente pericolosi, vuol dire che anche per tutti questi altri “noi” siamo soggetti potenzialmente pericolosi. Dobbiamo capire che se proiettiamo sugli altri le nostre paure, alla fine non resta nessuno di cui fidarci veramente, e noi diventiamo le prime vittime di questo corto circuito. Tra l’altro, questa forma di vittimismo scatena il fenomeno della negatività collettiva, che come un buco nero attira altra negatività fino a diventare un’enorme massa informe dalla quale è quasi impossibile allontanarsi, tanta è l’attrazione. Ricordi, al proposito, l’enunciato della mia Legge di Attrazione della sfiga (https://youtu.be/Gy2k9WqIQJU?list=PLN... Dice che chi si piange addosso ha SEMPRE ragione, perché più formula pensieri negativi e più continua ad attrarre la sfiga su di sé. Chi si lamenta in continuazione, intossica la sua mente e la mente delle persone che ruotano nella sua orbita. Con l’occasione, rinnovo il consiglio: stai alla larga da chi non vede l’ora di rovesciarti addosso tutti i suoi problemi e le sue paure, da chi è sempre infelice perché è deluso della società, a suo dire colpevole di tutte le malefatte del mondo intero. Trova una scusa qualsiasi ma allontananti subito! Lascia le persone negative in compagnia della loro pesantezza, altrimenti ti ritroverai con le batterie a terra. Se accetti di far parte del club del lamento, se accetti l’idea malsana che la “colpa” è sempre di qualcun altro, continuerai a vedere e a percepire solo ciò che NON va bene per te, sarai circondato dal negativo, e tutto quello che invece potrebbe essere utile e importante per il tuo successo ti passerà sotto al naso senza che tu nemmeno te ne accorga. Esci da questo stato di “comoda passività”, fai pace con quello che ti turba o ti delude, degli altri e del mondo più in generale, e comincia a pensare ai tuoi obiettivi in modo costruttivo e non con atteggiamento disfattista. Visualizza ciò che è positivo per te, visualizza le cose che approvi al posto di quelle che contesti “a prescindere” e vedrai che la tua vita inizierà a cambiare. Da quel momento ti riapproprierai della tua libertà e non potrai nemmeno più sopportare l’idea di frequentare persone negative, che ti ingabbiano con la loro pesantezza. Ti va di scoprire come puoi affrontare questo percorso di crescita personale? Contattami e ne parliamo…

Continua...

L'area di comfort: una poltrona... s-comoda

“Il compito più difficile nella vita è quello di cambiare sé stessi”.(Nelson Mandela)   Una delle grandi sfide da affrontare per chi sceglie di "guardarsi dentro" in una relazione di coaching o counselling è proprio quella di guardare in faccia la propria "zona di comfort" ovvero l'area del "noto e conosciuto, quindi accettato e difeso", la cui forza è contraria a quella dell'area del "cambiamento e rinnovamento". Quest'ultima spaventa perché "non nota e non conosciuta": occorre trovare in sé il coraggio di andare oltre l'ostacolo ed è una ricerca che necessita di allenamento, volontà e umiltà, prima di tutto verso sé stessi. Si chiudono gli occhi, ci si affida e si fa un bel respiro: il coach o il counsellor guidano, la Persona sceglie la strada.Non è un percorso facile, anzi: i nostri blocchi emotivi e cognitivi sono parti di una sovrastruttura che indirizza i nostri "sì" oppure i nostri "no" o, ancora, i nostri "non lo so", secondo logiche "socialmente condivise e accettate", che non risuonano, il più delle volte, con quanto, in realtà, davvero pensiamo. In queste "bolle di comfort" "crediamo" di scrivere la nostra quotidiana esistenza, mentre la stiamo semplicemente osservando da una poltrona comoda e ben salda a terra e dalla cui posizione difficilmente riusciamo a "vedere" con altri occhi. Le nostre abitudini sono griglie da cui osserviamo tratti parziali della realtà, questa intesa come "propria realtà interiore", quella che sa dove siamo diretti e su quale treno dovremmo salire: per prima cosa, si individuano i "modus operandi" che utilizziamo per risolvere i nostri enigmi quotidiani, le nostre ansie, al fine di comprendere come ci approcciamo, in quale forma, con quali sistemi di pensiero; dopodiché, si fa amicizia con questi schemi, diventandone consapevoli, quindi assumendo un ruolo attivo e non più passivo rispetto alla loro influenza sul nostro agire. Con la consapevolezza diventiamo più "luminosi", apriamo delle "porte" importanti dentro di noi, andiamo incontro a intuizioni e a prese di coscienza che aiutano a sgretolare le griglie, a far cadere credenze limitanti. L'evoluzione personale non può avvenire all'interno di aree confortevoli, calde, appaganti, familiari ed ermeticamente chiuse: è necessario creare una crepa sulla bolla protettiva, per fare entrare aria e ossigeno, per inspirare ed espirare in modo più profondo e far uscire idee, pregiudizi, giudizi, "ma", "non so", "paure", immondizia per il cervello, che si plasma a contatto con l'ambiente. Seduti nella nostra sedia comoda, proviamo a immaginare di alzarci per esplorare una nuova stanza: come la vediamo? Come sono le pareti? Usciamo fuori: di che colore è il cielo? Espandiamo la visuale: come è il panorama? Più bello, che ne dite?

Continua...

Psicologia del Benessere: prevenzione ma anche pro...

Nel mondo occidentale dei nostri tempi, abbiamo dato e continuiamo a dare sempre più importanza al corpo e non alla mente, eppure essi sono inscindibili. L'antica locuzione latina di Giovenale: "mens sana in corpore sano" rivela che fin dal I secolo d.C. era nota la stretta relazione esistente tra mente e corpo. E se oggi sappiamo quanto il malessere fisico influenza la nostra mente, non facciamo caso al fatto che anche il malessere psichico influenza il nostro organismo. Le varie forme di malattie psicosomatiche non sono altro che il frutto dell'ansia, dello stress, dei disagi di origine affettiva non risolti e comportamenti non adeguati alle situazioni. Ma se oggi facciamo ore e ore di palestra per mantenere in forma il nostro corpo, cosa facciamo per la nostra psiche? Assolutamente nulla.  Eppure esistono gli strumenti per addestrare e allenare la mente ad essere sana e forte per affrontare tutte le difficoltà che la vita inevitabilmente pone sul cammino di ognuno. Ad esempio, un ciclo di visualizzazioni guidate per il rinforzo dell'Io, l'apprendimento di tecniche di rilassamento per il riequilibrio tra mente e corpo o un percorso breve di musicoterapia sono alcuni tra gli strumenti elettivi per il benessere e il rinforzo dalla psiche: sono gli attrezzi ideali di una palestra per la mente. Sappiamo, inoltre, che nella vita ci sono fasi di transizione molto importanti per le quali ci si può preparare adeguatamente prima del loro verificarsi, in quanto prevedibili come, ad esempio, l'adolescenza, il parto per la donna in gravidanza, il matrimonio per i fidanzati e tutte le altre situazioni legate ai normali momenti di passaggio da un ciclo della vita a un altro.   Poi ci sono anche problemi della vita che non sono prevedibili come una sofferenza amorosa, la perdita del lavoro, improvvise difficoltà relazionali nella coppia o nel rapporto coi figli, la separazione, un lutto ecc. Queste fasi di passaggio nel ciclo vitale o questi eventi imprevedibili che si presentano nella vita di ognuno, possono generare uno squilibrio psicofisico che in presenza di ansia, stress, confusione o dolore diventa terreno fertile per molte delle sindromi psichiche o psicosomatiche. Proprio in questo contesto si inserisce la psicologia del benessere intesa come prevenzione ma anche e, soprattutto, come pronto intervento. Oggi, poi, la tecnologia di internet (chat, videoconferenza) non solo dà la possibilità di apprendere da casa le tecniche sopra accennate per il benessere, il rinforzo dell'Io e la crescita interiore, ma permette, soprattutto, un rapido intervento anche per quel tipo disagi che non sono prevedibili. Quindi si può pensare alla psicologia del benessere, oltre che come una forma di prevenzione, anche come un pronto intervento per il disagio psichico che può essere affrontato nel momento stesso in cui si presenta e farlo serenamente da casa.  Maria Giovanna Zocco Per approfondire il tema della stretta inter-connessione mente-corpo clicca QUI.

Continua...

L’anoressia nervosa nell’adolescente: il dolor...

L’anoressia nervosa non è soltanto un disturbo che coinvolge ed invade il corpo e le funzioni fisiologiche, ma anche e soprattutto una situazione psicopatologica, frutto della combinazione di fattori interni, psicologici, di malessere ed insicurezza, e fattori esterni, culturali e sociali, incarnati dagli ingannevoli ed illusori modelli di bellezza e magrezza proposti dai mezzi di comunicazione. Il risultato di questa infelice congiunzione è lo sviluppo e la grande diffusione di una estrema patologia, spesso sottovalutata o non riconosciuta, talvolta mortale, che colpisce nella grandissima maggioranza dei casi le donne, specie le giovanissime. Non esiste un profilo psicologico univoco che possa descrivere la giovane donna anoressica, le strade che conducono verso il tunnel dell’anoressia nervosa possono essere numerose e differenti. Ciò che le accomuna è il loro legame con il particolare momento evolutivo durante il quale emerge la psicopatologia: la pubertà, l’alba dell’adolescenza, l’età della transizione e dei grandi cambiamenti psicofisici.   I pericoli degli ingannevoli modelli sociali L’ingresso nella pubertà porta con sé i primi segnali di distacco e di rottura con il mondo infantile, manifestandosi attraverso il corpo e le sue trasformazioni, inizialmente ancora in fase di sviluppo e maturazione. Il fisico della giovanissima adolescente, ancora acerbo ed in una condizione intermedia tra il corpo della bambina ormai cresciuta e quello della donna non ancora sbocciata, urta e si scontra inevitabilmente con l’insidiosa richiesta sociale di seduttività femminile. Lo stereotipo della giovanissima e precoce “Lolita”, ragazza-copertina, favorito anche dal diffondersi di teenagers idoli del mondo dello spettacolo, sempre più giovani e patinati, conduce l’inesperta adolescente da poco affacciata al mondo degli adulti verso un ansioso inseguimento di quel corpo perfetto ovunque proposto ed imposto. L’attenzione per il proprio fisico germoglia e cresce in una spirale di progressiva ossessione fatta di diete e restrizioni sempre più tormentate e rigide.   Un non voler crescere: l’anoressia nervosa verso una regressione all’infanzia Paradossalmente, gli effetti della segreta e deleteria ossessione per il corpo mediante ostinate diete fai-da-te ed estenuante attività fisica si concretizzano in quella che si rivela essere una regressione verso un corpo infantile, iponutrito, privato delle sue forme e rotondità. La giovane adolescente che affronta il suo conflitto psicologico vivendo di compromessi (futuri sintomi della malattia), sminuzzando il cibo come per liberarsene, nutrendosi quasi esclusivamente di liquidi, talvolta vomitandoli e rigettandoli per non compromettere il fisico, si trasforma nel fantasma di una bambina alimentata da latte e vasetti di omogeneizzati: la bambina che  si è resa improvvisamente conto di non essere più, e verso la quale, inconsciamente, tenta di rifugiarsi per evadere dal terribile universo adulto.   Il confronto con la figura materna e la femminilità adulta Il corpo attaccato, torturato, sacrificato e malnutrito della giovane anoressica, come in una spirale di masochismo ed autolesionismo, è in realtà quel corpo in trasformazione, per la prima volta “sessuato”, dai primi accenni di femminilità, un corpo non riconosciuto come parte di sé ma, al contrario, come un qualcosa di estraneo e pericoloso, qualcosa (qualcuno) che non si vuole diventare. E’ il corpo che si rivela sempre più simile a quello materno, un fisico “sessualizzato”, pronto a ricevere le caratteristiche della femminilità adulta, come la comparsa del ciclo mestruale, dunque della capacità riproduttiva. Il tabù della vita sessuale, dell’avvicinamento all’altro sesso e del non essere più soltanto una figlia ma anche una potenziale madre fa sì che l’anoressia nervosa diventi un modo per mantenere il corpo asessuato ed infantile, una strada per tenerlo al sicuro.   La metafora di Biancaneve Spesso il rapporto tra l’adolescente e la madre esprime la sua conflittualità inconscia non più soltanto sul piano della sessualità ma anche su quello della relazionalità. Una forte ed aspra opposizione tra figlia e madre trasforma quest’ultima nella figura simbolica della matrigna ostile della fiaba, in guerra con la bellezza e la giovinezza della figlia, giovane donna in procinto di sbocciare. Nel suo immaginario inconscio la giovane anoressica, rappresentando una minaccia per l’infuriata ed invidiosa madre che invecchia e del quale sta per prendere il posto, teme la vendetta materna ed evita la sfida rifiutando il suo nutrimento come qualcosa di potenzialmente pericoloso e velenoso (la mela avvelenata che seduce e poi uccide). Nel medesimo tempo, però, rifuggire la crescita e rifiutare il nutrimento ed i doni materni conduce senza soluzione all’abbandono ed alla perdita del suo amore. Per la giovane adolescente si tratta di un conflitto inconscio irrisolvibile e privo di compromessi: il non voler crescere porta alla malattia del corpo, sfidare la femminilità materna e rimpiazzarla porta al senso di colpa, alla solitudine ed alla depressione. Maria Lupoli

Continua...

Preparazione atletica: muscoli al servizio del cer...

Abbiamo già sottolineato come il metodo tradizionale non contempla il concetto di atleta come unità. Dunque non dà vita ad un processo di apprendimento motorio bensì di addestramento attraverso la ripetitività e la conseguente automatizzazione dei gesti motori, senza ovviamente avete la plasticità richiesta dal gioco del calcio (ossia la capacità di modificare con successo il gesto in relazione all’ambiente). Il metodo tradizionale prevede un frazionamento ed una progressione che vada dal semplice al complesso.  La cosiddetta teoria magistrocentrica. La mia convinzione è che il concetto di atleta come unità sia la base di ogni considerazione.   Le capacità fisiche e la tattica vengono allenate in esercitazioni globali secondo il principio della specializzazione (per ruolo ad esempio). Sulla base di queste considerazioni risulta fondamentale la PFSIe (preparazione fisica speciale). Nell’organizzare esercitazioni di PFSle, si può incorrere in problematiche coordinative (in quanto è necessario il continuo stimolo dell’allenatore affinchè l’esecuzione motorie dei gesti sia corretta) e muscolare (risposta immediata) La maggior parte dei tecnici nella loro concezione tradizionalistica concepiscono il corpo di un atleta come una macchina i cui compartimenti fisiologici (chiamati serbatoi) devono essere riempiti. Ciò avviene in maniera orripilante soprattutto durante i ritiri pre-campionato nei quali i calciatori vengono “riempiti” di materiale aerobico, lattacido ed alattacido. Questo con lo scopo di riuscire a garantire una “forma fisica” per un certo periodo, salvo poi ricaricarla con i cosiddetti “richiami” della preparazione quando essa sta scemando.   Niente di più sbagliato! Il ritiro pre-campionato è da intendersi invece come periodo che predispone i calciatori a sostenere solamente la quantità e la densità degli stimoli tecnico-tattico-psico-fisici cui durante la stagione saranno sottoposti. Gli studi sulle neuroscienze ci portano verso una nuova realtà. Bisogna tener conto dei fenomeni biologici imponendo la regola della risposta specifica (!) agli stimoli ambientali: la sindrome generale dell’adattamento. Il “carico di allenamento” non è altro che uno stimolo che deve avere: Qualità: rappresenta la forma del gesto ed è il parametro più importante. La correttezza gestuale riferita all’obiettivo tecnico-tattico-fisico è fondamentale e l’allenatore durante una seduta ne ha il diretto controllo. Intensità: rappresenta il modo con cui viene effettuato il gesto. Ossia il come lo fa. E’ direttamente correlato alla qualità dello stimolo. Quantità: rappresenta quante volte e per quanto tempo uno stimolo viene proposto per sollecitare una determinata risposta di adattamento. Densità: E’ il rapporto tra le pause e le ripetizioni. Possiamo inserire le singole attività in un progetto globale di apprendimento-allenamento secondo i nostri obiettivi principali che potrebbero essere: Sviluppo capacità tecnico-tattiche: strutturare esercitazioni variabili in cui il calciatore, davanti a due o più soluzioni, sia costretto a scegliere ed a pensare. Sviluppo capacità di accelerazione: strutturare esercitazioni sempre situazionali e mai analitiche in cui vengano sollecitate la forza esplosiva, la capacità di rapidità e di frequenza di passo. Sviluppo capacità di recupero: per migliorare la capacità di recupero bisogna strutturare esercitazioni che non permettano ai calciatori un completo recupero durante serie e/o ripetizioni ma anzi determinino condizioni critiche dovute ad un affaticamento crescente. Per quanto concerne la mobilità articolare personalmente ho deciso di abolire ogni singola forma di stretching affidandomi ai metodi della flessibilità dinamica e del “core training”   Imparare ad insegnare Abbiamo più volte sottolineato che l’uomo è da considerarsi unità bio-psico-sociale e che l’allenamento deve essere un processo globale volto a soddisfare contemporaneamente tutte le esigenze tecnico-psico-fisiche. Nel metodo tradizionale molto è basato sull’intensità e sulla quantità dello stimolo. A mio avviso ciò che conta realmente è la capacità di mantenere costante nel tempo la corretta esecuzione del gesto, ossia la qualità, e per quante volte nello spazio tempo questo corretto gesto viene eseguito, ossia l’intensità.  Solo dopo aver considerato il binomio qualità-intensità si considererà la quantità-densità. Tutto ciò attraverso un lavoro intermittente che può e deve essere applicato alle esercitazioni tecniche. Il trainer dovrà intervenire in maniera diretta sull’esecuzione dei gesti trasmettendo idee specifiche ed il suo sapere. Dovrà essere sempre positivo e propositivo, spiegare oralmente ed in maniera chiara/specifica cosa fare per migliorare l’esecuzione di una azione motoria/tecnica. Far agire, correggere e far ri-agire. Deve lavorare sul “timing”, ossia su quando e in che momento una gestualità tecnico-fisica viene eseguita.  Riguarda essere al posto giusto al momento giusto e percepire, analizzare e decidere in maniera corretta.

Continua...

Attività fisica, salute ed equilibrio globale: un...

Per capire meglio il concetto e l'importanza dell'equilibrio nella sfera psico sociale dell'individuo, relazionata alla qualità di vita e alle performance fisiche, è possibile analizzare un caso "clinico" Il bravo artigiano combattente che non riposa mai A. maschio di 36 anni, viene al mio studio su consiglio di un amico. "Vorrei migliorare il mio stato di forma, mi sento spesso stanco e affaticato, soprattutto nell’attività sportiva" A. lavora come idraulico dipendente dalle 8 alle 16, incluso il sabato mattina. Questa attività gli garantisce uno stipendio fisso da 1400€ con il quale vive e con cui cerca di metter da parte qualcosa per poter un giorno ipotetico sposarsi (non ha ancora una fidanzata) e costruirsi una casa. Afferma che queste cose sono importanti perché è affezionato ai valori della famiglia e la casa rappresenta qualcosa di sicuro e tangibile e per fare come hanno fatto i suoi genitori. A. ha anche una grande passione, le arti marziali che pratica da molti anni a livello quasi professionale, ottenendo da questa attività una gratificazione economica poco inferiore al suo stipendio da idraulico. Ogni giorno alle 17 va in una palestra e comincia ad insegnare in corsi e lezioni private fino alle 22. Poi si ritrova con i suoi compagni di squadra e si allena fino a mezzanotte. Spesso, il fine settimana va in trasferta per le competizioni, le fiere e le esibizioni. Mangia tutti i giorni ad orari improbabili, spesso al bar, soffre di stitichezza. Dorme 5-6 ore per notte e fatica a prendere sonno per l’ansia di dimenticare qualcosa dei suoi numerosi impegni quotidiani. A. vorrebbe qualche consiglio da me per ottimizzare le sue prestazioni... e sentirsi meno stanco. Gli suggerisco di prendere in considerazione il fatto che lavorare 16 ore al giorno per 6/7 giorni alla settimana non è cosa normale né salutare. L’organismo necessita dei giusti tempi di recupero sia per la parte fisica che per quella mentale e, nel caso di A., le pause sono praticamente inesistenti, il sonno è cronicamente insufficiente e l’alimentazione approssimativa non è sicuramente in grado di fornirgli tutte le sostanze di cui necessita. A. vive in uno stato di ipersimpaticotonia, ovvero in eccesso di attivazione che alla lunga provoca stanchezza cronica. Se portata avanti per troppo tempo, la situazione può degenerare nella fase finale della sindrome generale di adattamento di Selye, ovvero l’esaurimento o per dirla all’anglosassone “burnout” . Cosa si nasconde, però, dietro questo modo di vivere? Dalle affermazioni più volte rimarcate di A., emerge un distacco mancato dalla famiglia d’origine, nonostante l’età. La paura di non essere all’altezza dei genitori provoca l’insicurezza che “costringe” a tenersi il sicuro lavoro tradizionale da artigiano per “comprare la casa e mettere un giorno famiglia”. La vera passione di A., oltretutto redditizia, rimane nella sfera del “vorrei ma non posso” con conseguente frustrazione ma al contempo permane l’incapacità di “osare” e renderla l’attività principale, riunendo così l’aspetto economico a quello ludico-sportivo. In questo caso non è opportuno considerare nemmeno la possibilità di allenarsi maggiormente: il problema è a monte, nel mancato equilibrio tra la sfera socio-familiare e quella personale. Gli alti livelli tecnici nelle arti marziali dimostrano che A. non deve pertanto “allenarsi meglio” bensì rivoluzionare la propria esistenza, facendo scelte radicali. In questo caso, una volta riequilibrata la sfera vitale con l’aumento delle pause di recupero e il miglioramento dell’alimentazione, le prestazioni di A. aumenteranno in tutti i campi senza bisogno di interventi sull’allenamento o tramite il ricorso a integratori “miracolosi” o farmaci.

Continua...

Pagina 1 di 3
Are you looking for the best website template for your web project? Look no further as you are already in the right place! In our website templates section you will find tons of beautiful designs - for any kind of business and of any style. You are in a unique place - join us today BIGtheme NET

Filtro contenuti

Filtra: 
DMC Firewall is a Joomla Security extension!